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DUE MEDICINE ANTI-CRISI – DOSSIER RAGAZZI & DINTORNI – Aprile 2014

Dossier_Aprile copertina

DUE MEDICINE ANTI-CRISI

di Fausto Negri

tristeSecondo le statistiche realizzate nei Paesi occidentali, la malattia del secolo è la depressione. Le ricerche dicono che l’8,5% dei pazienti, che si rivolgono al medico di famiglia, soffre di depressione.
• In Europa la depressione colpisce il 14% della popolazione.
• In Italia ne soffrono il 17% e, ogni anno, si verificano 250 casi in più ogni 10 mila abitanti.
Significativo, a questo proposito, l’aumento dell’uso di farmaci antidepressivi nel nostro Paese: più di 30 milioni di confezioni all’anno.
• Degli adolescenti italiani soffre di depressione il 27,5% fra i 15 e i 17 anni, mentre a livello mondiale ne soffre il 13% della stessa fascia di età.
• Con l’attuale crisi economica i dati sono sempre più allarmanti. I disoccupati nel mondo hanno superato quota 200 milioni e tra questi i suicidi sono cresciuti del 37%, mentre il rischio povertà sta riguardando più di 15 milioni di italiani. Nell’ultimo anno la richiesta di aiuto alla Caritas e nei Servizi pubblici è aumentata del 15-20%. C’è chi protesta e si chiude in casa o, peggio ancora, c’è chi tenta di sanare i conti tramite il gioco o l’alcol.

E allora viene da chiedercitristezza: siamo tristi e senza speranza perché ci stiamo impoverendo, o siamo sempre più poveri perché non abbiamo più speranza?
• La speranza pare sia la grande malata del nostro tempo. Si è passati da una fiducia smisurata a una diffidenza altrettanto estrema nei confronti del futuro. Eppure senza «il principio speranza», che è il lievito della realtà, non c’è avvenire.
• L’essere umano vive di tante piccole speranze umane, ma ha bisogno di una speranza che vada oltre; solo la Speranza con la «S» maiuscola dà fondamento e orizzonte a tutte le altre. Questa grande Speranza può essere solo Dio. Ecco perché la speranza è sempre collegata alla fede, anzi spesso nella Bibbia i due termini sono intercambiabili.
• Se mette Dio a fondamento della vita, la persona trova la giusta collocazione nel mondo: dalla fede è esaltata la sua unicità e irripetibilità, la sua libera responsabilità di custode e coltivatore del creato, insieme però con la sua finitezza e limitatezza. Egli non è né frutto del caso, né «un dio».
gioia e tristezza• Papa Francesco, la domenica delle Palme, ha invitato a non essere mai uomini e donne tristi, a non lasciarsi prendere dallo scoraggiamento. La gioia cristiana, infatti, nasce non dal possedere tante cose, ma «dall’aver incontrato una Persona, Gesù, che è in mezzo a noi; con lui non siamo mai soli, anche nei momenti difficili; lui ci accompagna e ci carica sulle sue spalle: qui sta la nostra gioia, la speranza che dobbiamo portare in questo nostro mondo. E, per favore, non lasciatevi rubare la speranza, quella che ci dà Gesù».

Mentre il clima atmosferico della terra si va sempre più riscaldando, quello dei rapporti fra le persone si va paurosamente raffreddando.
• Il ritorno della cortesia, dell’ascolto, di un sorriso, di un consiglio sarebbe come un’esplosione di primavera. In questo tempo di solitudine e di arroganza si avverte la nostalgia di cose «buone». È significativo che in Italia si celebri il mese della gentilezza e la campagna Salva il saluto.
sperareQualcuno ha scritto che «la vera e provocatoria trasgressione sarebbe, oggi, il ricupero della normalità, del buon gusto, della misura».
• Madre Teresa raccomandava: «Fate che chiunque venga a voi se ne vada sentendosi meglio e più felice. Tutti devono vedere la bontà nel vostro viso, nei vostri occhi, nel vostro sorriso. La gioia traspare dagli occhi, si manifesta quando parliamo e camminiamo. Non può essere racchiusa dentro di noi. Trabocca. La gioia è molto contagiosa».

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi nel numero di Aprile 2014 di Ragazzi e Dintorni. 

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IL TALENTO DELL’EDUCATORE – CATECHISTI PARROCCHIALI – Febbraio 2014

Catechisti Feb14

IL TALENTO DELL’EDUCATORE

di Emilio Salvatore

Il padrone della parabola, che dona i talenti prima della sua assenza, mette in atto una sorta di fiducia piena nei servi. Consegnando a ciascuno, «nella misura delle sue possibilità», una somma ingente di danaro, costituisce il servo come persona responsabile ossia capace di corrispondere alla fiducia del proprio Signore.educatore
Tutti i padri della Chiesa hanno visto in questa figura, assente fisicamente nella sua comunità, l’immagine del Signore Risorto.

Il Signore, anche se non è più fisicamente presente, ha distribuito alla Chiesa i suoi doni. È importante riflettere sulla natura di questi doni.
• Ogni dono crea un legame tra il donatore e il destinatario; suscita un processo di rivelazione di ognuno a se stesso, disvelando possibilità inedite. Il dono è sempre educativo in quanto dice qualcosa di chi lo dona, ma soprattutto investe chi lo riceve di una serie di input: cosa mi rivela del mio Signore? Cosa farò di questo dono?
• I doni del Signore non sono soltanto quelli di natura per cui la parabola, nel corso della storia dell’interpretazione, è servita molto anche sul piano psicologico a provocare un processo di crescita personale, ma soprattutto i doni dati al singolo per il servizio della comunità.
educatore_1• È attraverso il servizio che i servi della parabola sono chiamati al successo. Tutto questo è la regola della comunità cristiana. Oggi, spesso, proprio facendo leva sulle capacità personali, il talento diventa una sorta di requisito per il successo sulla base di istanze meramente esteriori: la bellezza (per le veline); l’abilità fisica (per gli atleti); le risorse imprenditoriali (per i manager).
• Una visione dei talenti, basata solamente sull’elemento naturale, risulta connotata da una sorta di fatalistica predisposizione, per alcuni, o a una forza di slancio prometeico, per altri.
I talenti della parabola, al contrario, sono doni diversificati, che sembrano inglobare capacità naturali e anche doni di grazia, di indole spirituale.

Il ritorno del padrone, che sembra essere collegato con la venuta del Signore, alla fine dei tempi, comporta un giudizio. Nel giudizio è implicata sempre «un’immagine» di colui che esprime il giudizio (Chi è? Quale autorità ha per giudicare?): molto severa nella parabola; e anche «un’immagine» di coloro che sono «giudicati» (Cosa hanno fatto per meritare tale giudizio?). I primi si rivelano buoni e saggi, il terzo pigro e infedele.
• Il giudizio non dipende soltanto da un’adesione a standard esteriori, ma è conseguenza dell’agire e, quindi, del cammino educativo di ciascuno dei servi.lavoro-educatori
– I primi due sono usciti dalla logica autoreferenziale, mettendosi in gioco, facendo fruttificare i talenti.
– Il terzo è restato nella paura per se stesso e per la propria vita, chiudendosi in una sorta di legittima difesa dalle eventuali sanzioni del padrone.
• Il coraggio dei primi due, con il giudizio positivo, è direttamente proporzionato alla sintonia con il proprio Signore. Il vero premio consiste, come dice bene il testo, in una partecipazione alla gioia di lui.
• Il rendiconto, il giudizio, oggi così poco avvertito anche nelle nostre comunità, appare una sorta di realtà, o troppo lontana e, quindi, da snobbare, oppure troppo forte e di cui avere paura.
• È, invece, il continuo richiamo ad essere fedeli al dono ricevuto.
La logica della minimum tax per Gesù non serve, non aiuta a crescere né noi stessi, né la comunità ecclesiale sulle orme del Vangelo.

Ogni educatore è, da una parte, una persona che ha ricevuto personalmente tanti doni. Nella misura in cui egli è grato per essi, riesce a infondere gratitudine nei soggetti a lui affidati; nella misura Animatoriin cui li mette in circolazione intorno a sé, diventa talent-scout, ossia persona capace di suscitare valorizzazione e riconsegna dei talenti agli altri.
Nella Chiesa, in passato, erano tante le persone dotate di questa coscienza, oggi sono sempre di meno, non perché non abbiano questi doni dal Signore, ma perché la pigrizia invade anche gli educatori, rendendoli spesso incapaci di dare di più, di offrirsi con amore.

DOMANDIAMOCI…
• La nostra visione della famiglia e della Chiesa è improntata al conseguimento di un successo effimero e di apparenza, oppure di quello vero?
• Ci attiviamo per corrispondere ai doni che il Signore ci ha fatto, riconsegnandoli nel vissuto a parenti, amici, fratelli, sorelle, agli uomini e alle donne che incontriamo sul nostro cammino.

Questi e molti altri suggerimenti, nel numero di Febbraio 2014 di Catechisti Parrocchiali. 

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IL GESTO CHE FA LA DIFFERENZA – DOSSIER RAGAZZI & DINTORNI – Febbraio 2014

Dossier Feb14

IL GESTO CHE FA LA DIFFERENZA

di Cecilia Salizzoni

Leo ha 16 anni, frequenta il terzo liceo, senza profitto perché la sua testa, piena di ricci spettinati, è da tutt’altra parte. Non riesce a staccarsi dai capelli rossi di Beatrice, stesso liceo un biancaanno più grande, e dal pensiero di come fare a conoscerla.
Quando finalmente questo accade, è una batosta, perché Beatrice è ammalata. Gravemente. Fa chemioterapia, i capelli che hanno preso tanto Leo, sono una parrucca e lei è quasi rassegnata a lasciare una vita che avrebbe voluto esplorare, divorare, vivere.
Un colpo basso di estrema violenza. Se Leo non trovava il coraggio per rivolgerle la parola prima, in condizioni normali, ora che l’ha vista in ospedale, ora che sa come stanno le cose, ora che i colori brillanti e pulsanti della vita – quelli che lui ama appassionatamente – sembrano sbianchire di colpo, come il sangue di Beatrice, deve trovare il coraggio per non scappare.

Lo aiuta il prof. di lettere che insegna ai ragazzi a coltivare un sogno e, quando la vita lo manda in pezzi, li invita a non desistere, ad affrontarla, anche nella sua durezza. A prenderla a pugni, magari, ma a non mollare, perché il sogno può andare oltre il limite della vita, e la vita resta bella anche se non è sempre colorata. E Leo che non è un vigliacco (anche se temeva di esserlo), si presenta a casa di Beatrice.bianca chitarra
Si dichiara. Inizia una personale battaglia contro il male di lei che ha esaurito le proprie energie e può solo rivolgersi a Dio per trovare un senso a ciò che le sta accadendo.
Lui, invece, è convinto di poterla salvare; è sicuro che il suo midollo spinale sia compatibile con quello di lei e si iscrive nella lista dei donatori contro la volontà dei genitori che hanno paura.
Lo attende un nuovo colpo basso: l’incompatibilità è al 90%. Tempo dopo, tuttavia, il suo sangue si rivelerà compatibile con quello di un’altra persona, sconosciuta, e restituirà la vita a una mamma.

Oltre al prof. c’è Silvia a sostenere Leo nel suo percorso d’iniziazione alla vita: l’amica di sempre, innamorata non riconosciuta e poi, anzi, respinta rabbiosamente, fin quando – con l’aiuto di Bea – si accorgerà che anche l’amore, come la vita, è speciale proprio quando è normale. Non è un percorso eclatante, quello di Leo, ma il Leo di fine film è cambiato e, con lui, il mondo intorno a lui.
bianca come il latteTratto dal romanzo di successo del vero prof. Alessandro D’Avenia, Bianca come il latte, rossa come il sangue, riesce a evitare le trappole sentimentali e melodrammatiche e a delineare con tratti autentici un racconto di formazione, che si rivolge agli adolescenti e cerca di fare quello che, troppo spesso, gli adulti non sanno fare: stare accanto ai ragazzi davanti alla sofferenza e alla morte.

PER SCANDAGLIARE IL RACCONTO
Nonostante il genere e il tono tra commedia e dramma rischino di appiattire la visione dei ragazzi sulla linearità narrativo-sentimentale di un teen-movie, il racconto offre spunti tematici per approfondire il discorso. Si tratta di farli venire a galla, proponendo il percorso di Leo, gli scontri e gli incontri che lo caratterizzano, il disegno dei personaggi in gioco.
• Un prof. che non è «uno sfigato», che non si fa mettere i piedi sulla testa dagli studenti, che accetta le sfide:

– come risponde alle provocazioni di Leo?film
– come stanno insieme i discorsi sui sogni, il dolce stil novo e i guantoni da box?
– qual è il vero coraggio, secondo il prof.?

• Quando il gioco si fa duro, come reagisce Leo?
• Che cosa crede di poter dare a Beatrice inizialmente? Che cosa le dà realmente?
• Che cosa Beatrice dà a lui?
• Che cosa vuole dire Beatrice quando afferma che quello di Leo non è vero amore, ma solo passione? Quando è vero l’amore?
• Che cosa succede quando Leo accetta di mettersi in gioco per Beatrice? Che cosa cambia nelle relazioni intorno a lui? Con i genitori? Con la scuola? Con Silvia?
• Anche l’ambientazione della storia, i luoghi inediti di questa Torino cinematografica, offrono spesso un contrasto significativo, tra modernità e tradizione, tra bruttezza e bellezza, tra fatiscenza e una nuova vita, imprevedibile: in che modo si inserisce nel di scorso tematico questa scelta del regista?
• All’inizio della storia il bianco, per Leo, non è un colore, è vuoto, è noia: come si colloca alla fine del racconto?

Per il trailer ufficiale:

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi nel numero di Febbraio 2014 di Ragazzi e Dintorni. 

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PASSARE DALL’«OSTILE» ALLO «STILE» – DOSSIER RAGAZZI & DINTORNI Gennaio 2014

Dossier Gen14

PASSARE DALL’«OSTILE» ALLO «STILE»

di Fausto Negri

Molesto è colui che è di peso, che risulta sgradevole, che con il suo comportamento o con il suo linguaggio dà sui nervi. Tutti i sociologi moderni sono d’accordo sul fatto che le relazioni sono, oggi, la maggiore fonte di ansia. Infatti, essendo più facili i contatti, è aumentatayell-for-help_8-self-defense-tips-every-woman-should-know enormemente anche la possibilità di entrare in rapporto con persone seccanti, insistenti, fastidiose, sgradevoli, irritanti, noiose…

Tutte le opere di misericordia sono attive e, quindi, praticare «la sopportazione» non significa subire tutto quanto. L’indicazione di Gesù: «Siate semplici come le colombe e furbi come i serpenti» (Mt 10,16) è il giusto equilibrio sempre da ricercare. Non significa cedere al buonismo, cioè tacere sul male altrui e rinunciare alla propria identità. L’obiettivo rimane, comunque, sempre l’amore, cioè il bene dell’altro. Talvolta è opportuno comunicare il proprio disappunto in modo schietto e produttivo; altre volte occorre prendere le distanze, proteggere la propria sfera privata; altre volte occorre farsi aiutare da chi ha l’autorevolezza di farlo. Altre, infine, è bene soprassedere… Il verbo «tollerare» significa infatti «sostenere, portare un peso». Pazienza e sopportazione sono collegate tra loro. Non è solo passività, ma esige una buona dose di resistenza, nutrita dalla speranza che anche nell’altro c’è del buono.    Continua a leggere PASSARE DALL’«OSTILE» ALLO «STILE» – DOSSIER RAGAZZI & DINTORNI Gennaio 2014

PERDONO E MISERICORDIA – CATECHISTI PARROCCHIALI Novembre 2013

Catechisti Novembre 2013PERDONO E MISERICORDIA

di Renato De Zan

Dopo essersi adirato contro gli Ebrei a causa del vitello d’oro e aver spezzato le tavole della Legge (Es 32,15-20) che Dio aveva scritto con il dito della sua mano (Es 31,18), Mosè si rivolse al Signore, chiedendo perdono per il popolo (Es 32,31-32). Successivamente Dio ordinò a Mosè di tagliare due tavole di pietra sui cui avrebbe riscritto le dieci parole. Mosè obbedì e salì sul monte Sinai. Dio scese dalla nube e disse: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà… che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione…» (Es 34,6-7).

  • È strana l’associazione perdono-punizione, ma così era la teologia veterotestamentaria della prima alleanza. Al peccato succede il perdono-amorecastigo.
  • Si tratta, dirà il Libro della Sapienza, di un castigo che non vuole punire, ma correggere (Sap 12,2).
  • Al castigo succede l’invocazione del popolo e a questa il perdono di Dio.

DIO DELLE MISERICORDIE E DEI PERDONI     Continua a leggere PERDONO E MISERICORDIA – CATECHISTI PARROCCHIALI Novembre 2013

Buona domenica! – XXXIII del Tempo Ordinario – Anno C

sbarre e luce cvRisollevatevi e alzate il capo…

Canto al Vangelo (Lc 21,28)
XXXIII DOMENICA del TEMPO ORDINARIO – Anno C

Meglio lasciar perdere, siamo onesti. Leggere o ascoltare le notizie di cronaca o di politica induce alla depressione. La rissosità e la vacuità sono assurti a stile di vita. La crisi è reale, subdola, inchioda le famiglie alle proprie fatiche, impedisce di immaginare un futuro. Ma quello che più scoraggia è la generale disillusione, la cattiveria dilagante, l’aria che tira. rabbiosa cvCome da fine impero, come a Pompei prima dell’eruzione, come nel più cupo medioevo. Tecnologico e buio.
Sapremo di andare a fondo leggendo la notizia su un tablet, bel progresso. Dai roghi tossici ai femminicidi, dai giochi d’azzardo che svuotano le tasche degli italiani regalando un’amara illusione alle cupe previsioni economiche, per la prima volta sperimentiamo sul serio (e non, come spesso accade in Italia, per abitudine scaramantica alla lamentela) la fatica ad andare avanti. Come nel dopoguerra, ma senza guerra.
In questi tempi cupi un po’ ci si affida alla fede, molto di più ai cartomanti e ai santoni, vivi o imbalsamati. E, ovviamente, qualche veggente cattolico ci assicura che siamo negli ultimi tempi. Ma dai! Che scoperta! Dalla resurrezione in avanti siamo alla fine dei tempi.
State a sentire Luca, allora.

TIME OUT
In questa penultima domenica dell’anno liturgico Luca parla alla sua e alla nostra comunità degli ultimi tempi. Quelli che sono già iniziati. Non parla della fine ma del fine. Non della clamorosa implosione del mondo ma del senso della storia. A capirla e saperla leggere.
pensierosa cvSta evangelizzando una comunità perseguitata, impressionata dalla distruzione di Gerusalemme e del tempio, impaurita dall’ondata di odio scatenata da Nerone. Siamo perduti?, si chiedono i suoi parrocchiani, È la fine? Non ve lo chiedete mai? Io sì. E se Dio si fosse sbagliato? E se la vita fosse davvero un coacervo inestricabile di luce e di tenebre che mastica e tritura ogni emozione e ogni sogno? E se Dio – tenero! – avesse esagerato con l’idea della libertà degli uomini e del fatto che l’uomo può farcela da solo?
Me lo chiedo quando incontro gli amici di Napoli che non sanno più cosa fare, che pensano che, forse, hanno vinto i malvagi.
Me lo chiedo quando vedo un giovane papà prendere il camper e andare in Germania a cercare lavoro, con una laurea in tasca e un ex-lavoro da dirigente.
Me lo chiedo quando vedo persone sane, trasparenti, volenterose venire offese, turlupinate, ingannate e restano seduti nella sala d’aspetto delle opportunità (sociali, lavorative, economiche) vedendosi passare davanti persone ignoranti e arroganti.
È la fine? Dobbiamo arrenderci?   Continua a leggere Buona domenica! – XXXIII del Tempo Ordinario – Anno C

Ciao ti presento la mia famiglia – CATECHISTI PARROCCHIALI Novembre 2013

Catechisti Novembre 2013

CIAO, TI PRESENTO LA MIA FAMIGLIA!

di Franca Feliziani Kannheiser

Se Donald Winnicott, il grande psicoterapeuta dell’infanzia, scriveva che non c’è un bambino senza una mamma, nel senso che non possiamo comprenderefamiglia3 ciò che vive e pensa un bambino, prescindendo dalla sua relazione con la prima persona di riferimento, allo stesso modo possiamo affermare che non c’è un bambino senza la sua famiglia.
Essa costituisce il suo primo ambiente di crescita che favorisce e condiziona il suo modo di sentire, pensare e agire. Questa influenza è di fondamentale importanza anche per quanto riguarda lo sviluppo religioso del bambino e il suo modo di recepire ciò che, nel la catechesi parrocchiale, annunciamo come «notizia buona», capace di dare alla vita senso e speranza.
Quale spazio – interiore (nella nostra mente) ed esteriore (attraverso iniziative di partecipazione) – possiamo, allora, offrire ai genitori, spesso alleati preziosi, ma non raramente anche controparti faticose, a volte ostili, che sembrano intralciare la nostra azione educativa?famiglia2
Come favorire la loro partecipazione al cammino di fede del figlio di cui sono, per natura e vocazione, «i primi educatori»?
Quale funzione di sostegno, di accompagnamento cordiale e generoso, possiamo svolgere nei confronti dell’intero nucleo familiare?

La conoscenza delle famiglie inizia a piccoli passi. Già dal primo incontro con i bambini appaiono sulla scena le loro famiglie: spesso sono le mamme ad accompagnare i figli, ancor più spesso sono i nonni, meno frequentemente i papà. Questi brevi momenti di contatto sono preziosi, non tanto per quello che possiamo dire – spesso ben poco –, ma per l’impressione che possiamo dare.     Continua a leggere Ciao ti presento la mia famiglia – CATECHISTI PARROCCHIALI Novembre 2013