Mostraci, Signore, la tua misericordia. Salmo 85(84),8
A risonanza del Vangelo della XIX domenica del tempo Ordinario, oggi riesco solo a condividere con voi la preghiera. Possa il Signore, rivelarsi a noi, e possano gli occhi del nostro cuore e le orecchie della nostra anima, riuscire ad ascoltarlo e ad accorgersi della sua presenza.
Con il commento della domenica ci diamo appuntamento al 6 settembre. Spero che per tutte e tutti voi possano esserci anche giorni di riposo da trascorrere con chi amate. Buon tutto!
Signore!
Signore, insegna al mio cuore a riconoscere la tua presenza, e libera i miei occhi da tutto ciò che gli impedisce di vederti nelle piccole grandi cose di ogni giorno. Libera le mie attese o pretese da me stesso e dalle mie paure, per poterti riconoscere nel volto di chi ama, nei gesti di chi risolleva, nel perdono di chi non si arrende alla vendetta. Signore, salvami da me stesso e dalle mie chiusure, e aprimi ai tuoi passaggi discreti, piccoli, silenziosi. Amen.
DAL VANGELO DELLA DOMENICA (Mt 14,22-33)
[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».
Noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio. (Romani 8,28)
La parola del Regno continua a farsi per noi via, anzi vie. Perché il Vangelo che questa XVII domenica del Tempo Ordinario ci offre mi sentirei di dire che non è propriamente univoco, non ci offre una sola voce, una sola via, una sola indicazione. Anzi. Il regno dei cieli, ci dice l’evangelista Matteo, è simile a un tesoro nascosto. E quindi è qualcosa da cercare, da trovare. Qualcosa per cui spendersi. Ma Matteo ci dice subito dopo che il regno è simile anche a un mercante che cerca. E quindi a qualcuno che fa in modo di trovare qualcosa di prezioso.
E allora mi viene subito una domanda: Dio è un tesoro da trovare o un cercatore di tesori? E noi: siamo cercatori di Dio o da Dio ci lasciamo trovare?
E queste domande tuonano nel cuore e nella mente con tutta la loro carica anche contraddittoria. Ma forse, in fondo, la contraddizione è solo apparente; di fatto non c’è. Quello che c’è, ed emerge, e un doppio movimento in uscita, un movimento da sé all’altro. Sia che il tesoro sia Dio, sia che il tesoro – la perla preziosa – sia ognuna, ognuno di noi. Entrambi escono, si spostano dalle proprie posizioni per farsi incontro, apertura, accoglienza dell’altro. Entrambi cercano. Ed è forse questo quello che dice la verità di quel rapporto che ci avvicina a Dio. Non c’è nessuno che stia ad aspettare: Dio esce da sé, in Gesù, per farsi incontro, salvezza. Offre sé stesso, la sua vita, tutto. E questo è il rapporto che rende vicini, che apre alla vita, che salva. E per noi diventa uno stile e un invito a metterci in gioco in nome di quel tesoro, che è sorgente di vita, che è novità e bellezza, che è pienezza e rinnovamento.
Il nostro rapporto con Dio non è un estenuante ricerca di un invincibile e onnipotente signore, ma un uscire da sé stessi, dalle proprie chiusure e certezze per accorgersi che un tesoro c’è, e sta germinando in questa storia, in questo campo che però non può essere lasciato a sé stesso.
La domanda vera da porci allora è quanto ci teniamo a Dio. Quanto siamo disposti a mettere in gioco di noi e del nostro tempo pur di custodire, preservare, alimentare quel tesoro?
Un autore anni fa disse che una relazione è vera quando due libertà si incontrano. Dio ci conosce, ci sceglie, ci preferisce. E noi? Che cosa per noi è quel tesoro? Non solo. In quel “quanto siamo disposti a mettere in gioco” c’è anche la nostra capacità o apertura a imparare lo stile del Regno, che sì, cresce; sì, è un tesoro; sì, è un mercante, ma è anche una rete gettata in mare che raccoglie ogni genere di pesci. Così lo descrive Matteo. E non è un caso che sia lui a sottolinearlo, perché Matteo scrive alla comunità di cristiani provenienti dal giudaismo, che probabilmente avocavano a sé quell’opera che il Vangelo riserva invece agli angeli: distinguere. La comunità dei giudeo-cristiani probabilmente sembrava applicare ferree regole ai nuovi credenti in Gesù, considerando necessario il rispetto di specifici divieti e norme provenienti più dall’antica alleanza che non dalla salvezza donata da Gesù. E invece il Regno raduna, porta con sé, fa crescere tutto e tutti in nome del bene, esattamente come il grano cresce insieme alla zizzania.
Allora forse essere parte viva del Regno significa per noi mettere intelligenza, forze, speranza, operosità creativa per radunare attorno al Signore risorto e alla sua Parola liberante tutte e tutti, astenendoci dal giudizio, sospendendo il giudizio, mettendo un freno – anche sui social – alla nostra voglia di separare, di giudicare, di distinguere oggi grano e zizzania, mentre ancora il seme dell’uno e dell’altro non è arrivato a maturazione; mettendo un freno alla violenza del giudizio, che attraverso le nostre mani sulla tastiera o la nostra lingua nelle relazioni colpisce e ferisce non solo gli altri, ma anche quel Regno, in nome del quale diciamo di agire.
È il bene che porterà a Dio. È il bene che convincerà questo mondo a credere nell’Oltre. È il bene che disarmerà il male.
Perle preziose
Siamo perle belle e preziose, Signore, e tu sei il nostro tesoro. Tutte e tutti noi siamo ciò che cerchi, siamo ciò che desideri, siamo ciò che vorresti avvicinare a te, sollevare dallo scoraggiamento, liberare dal male, aprire alla vita. Siamo figlie e figli che ami e che raduni con amore, attorno al tuo amore, per amore. Liberaci da visioni parziali di te, guarisci le nostre convinzioni quando diventano giudizi implacabili, e insegnaci a essere capaci di radunare come te, con amore, attorno al tuo amore, per amore. Amen.
DAL VANGELO DELLA DOMENICA (Mt 13,44-46)
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».
Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza. (Romani 8,26)
Con l’evangelista Matteo continuiamo a lasciar risuonare tra noi e nel nostro cuore la Parola del Regno. Gesù è nel pieno del suo ministero pubblico. Incontra la gente, guarisce, perdona, risolleva e fa risuonare per tutti quel mistero nascosto fin dalla fondazione del mondo, quel mistero che è a fondamento del mondo stesso: la presenza amante e generativa di Dio per noi, donne e uomini, resi figlie e figli. Gesù, l’atteso, percorre le strade e fa risuonare la Parola del Regno: parola autentica, parola che guarisce, parola che salva, parola che libera. Parola che come già abbiamo ascoltato domenica scorsa, porta frutto, feconda il terreno e dà seme a chi semina e il pane a chi ha fame.
Oggi in questa XVI domenica del Tempo Ordinario faremo un passo avanti.
La Parola del Regno continua a raggiungerci e a offrirsi a noi, a rivelare ancora qualcosa di sé stessa perché la nostra risposta a lei possa essere più autentica, più totale, più concreta. Questa volta partiamo da un dato di fatto. Il seme è buono. Ed è seminato in noi. La terra è buona, è feconda, ricettiva. Tutto sembra andare bene. Tutte le condizioni sembrano favorevoli. Eppure all’orizzonte appare un “ma”. Come sempre nella vita: proprio quando sembra che tutto stia andando per il verso giusto, ecco, accade qualcosa. Così nel Vangelo. Tutto è pronto. Tutto è buono. Eppure qualcuno semina il male, semina l’imprevisto, semina un ostacolo, semina scandalo, semina altro, qualcosa di infestante che sembra minare il buon raccolto.
Cosa si fa? Cosa accade? Cosa possiamo fare? Qual è la via che la Parola del Regno ci indica?
C’è una certezza: la presenza del bene non esclude il male. Anzi. Potremmo dire che fino al momento in cui il male rivela i suoi frutti può ben nascondersi, camuffarsi, addirittura farsi passare per bene. La logica del Regno però si chiama pazienza. La via del Regno si chiama attesa, e il bene rivela sé stesso dando gusto alle cose, rendendole buone, facendole crescere.
Il bene non ha mai fretta di rivelarsi, cresce lento e costante, e dà forza, struttura, solidità a colui che lo accoglie, a chi sceglie di stare dalla sua parte. Il bene non è uno sbiancante che toglie le sfumature o le differenze, non toglie ombre e chiaroscuri. Ma come lievito fa crescere tutto, e trasforma ogni realtà in pane. E il pane è buono. Così la Parola del Regno: è ciò che può renderci pane. Può renderci buoni. Può renderci bene.
Come seme buono
Signore Gesù, Divino seminatore, semina in noi la tua Parola, perché, come seme buono, germogli in noi e renda la nostra vita feconda: capace di parole buone, di gesti autentici, di scelte che fanno vivere. Insegnaci a preparare la nostra terra e a custodire il seme buono, perché il male, il dubbio, gli scandali, le durezze, la disumanità, le incoerenze, la poca fraternità, non ci spengano, non ci chiudano, non ci scoraggino. Il seme della tua Parola, Signore, diventi pane, ci renda pane. Amen.
DAL VANGELO DELLA DOMENICA (Mt 13,24-43)
In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”».
Tu visiti, Signore, la terra e la disseti, la ricolmi di ricchezze. (Salmo 64)
Le letture di questa XV domenica del Tempo Ordinario mi commuovono. Non so come vi sentite. Non so cosa provate, ma credo che quelli che stiamo vivendo siano tempi difficili. Tempi in cui la speranza sta facendo fatica a brillare. Tempi in cui guerre, follie politiche, visioni del mondo, nuove forme di repressione sociale, nuove povertà, nuove instabilità, guerre, siccità, calamità e una certa comunicazione particolarmente destabilizzante ci stanno preoccupando, a tratti spaventando, e certamente ci stanno chiedendo una grossa dose di solidità interiore e resilienza. Ebbene, in tutto questo, la parola di Dio che risuona tra noi mi commuove. Perché c’è una promessa che ci supera; c’è una speranza che svetta oltre ogni disperazione; c’è un’incontenibile forza che si chiama vita, che attraversa il mondo, i tempi, le fatiche, le nazioni, le storie personali, le comunità, e che nonostante tutto porterà del nuovo, ci tirerà fuori dalla morte e libererà la creazione e noi. Che meraviglia!
Isaia, Paolo sono straordinari nel loro annuncio. Concreti sì, ma straordinari. Perché se è vero che siamo fatti di terra, e su questa terra poggiamo i piedi; se è vero che la terra e i suoi limiti a volte ci colpiscono e ci feriscono, è altrettanto vero che quel cielo di cui portiamo l’impronta e di cui siamo immagine ci vive dentro, e fa vivere in noi-creazione un invincibile e incontenibile desiderio: riscoprirsi figlie e figli di Dio, sentirci figlie e figli di Dio, vivere da figlie e figli di Dio. È un movimento costante che come una gestazione porta con sé scoperta, attesa, dolore, generazione. Un movimento il cui dinamismo è ben descritto nel Vangelo del seminatore. Da una parte Dio-seminatore e la sua determinazione tenace: semina la vita sempre e dovunque. Dall’altra parte la nostra vita terrena con i suoi momenti di accoglienza, di durezza, di rifiuto: Dio e noi. Il suo amore e i diversi momenti della nostra vita personale, sociale, ecclesiale. Già… perché di fatto può essere terreno accogliente la nostra vita, ma anche la comunità, la parrocchia, la famiglia, la diocesi. E alla pari: può essere terreno spinoso, terra battuta o addirittura asfaltata, e quindi impermeabile, la nostra vita, ma anche la comunità, la parrocchia, la famiglia, la diocesi. E se chiudersi a Dio ci porta alla sterilità, allora forse in quest’ottica dovremmo interrogare le nostre chiese vuote, i corsi di catechismo sempre meno frequentati, le famiglie in conflitto, la mancanza di vocazioni, la scarsa vivacità delle nostre comunità, le resistenze al nuovo.
E se stessimo diventando strada asfaltata? Se Dio non stesse riuscendo a irrigare e arare la nostra terra? Tra tutte queste domande ritorna quella parola potente e commovente: la parola di Dio, come un seme può sempre aprirci alla vita, non si arrende mai, e come la pioggia e la neve scende in profondità, trova un modo per scavarci dentro e renderci fecondi. Oggi allora resistiamo dall’arrenderci alle nostre durezze e resistenze e arrendiamoci invece a Dio, al suo amore, che riesce e riuscirà a trovare il modo per far esplodere in noi la vita.
Come pioggia e neve
Come la pioggia e la neve, così la tua Parola, Signore, scende tra noi, attraversa la nostra storia personale e la vita delle nostre comunità fin nelle profondità, dove buio e luce si mescolano, dove desideri e paure si confondono, dove ciò che siamo non è chiaro neppure a noi stessi. La tua Parola ci scava dentro e semina in noi attesa. La tua Parola penetra in noi e può far germogliare il bene: perché chi ha fame di vita trovi vita e chi ha sete di senso trovi senso. La tua Parola, Signore, si compia in noi, ci renda frutto. Amen.
DAL VANGELO DELLA DOMENICA (Mt 13,1-23)
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».
Ecco, a te viene il tuo re, è umile: l’arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace alle nazioni, (Zaccaria 9,9-10)
È particolarmente strana l’esultanza di Gesù nel Vangelo che la XIV domenica del Tempo Ordinario ci propone. È strana per i tempi e per i modi. Non vi sembri eccessivo, ma sembrerebbe più una caricatura, una sorta di presa in giro rivolta a tutti i grandi che gli stanno attorno, nonché giusti, e oggi diremmo ortodossi, nel senso di ligi ai precetti. A essere strano non è il fatto che Gesù lodi il Padre per le opere meravigliose che compie, per il suo progetto di salvezza, per la sua voce presente. Perché possiamo a buon diritto pensare che il rapporto tra Gesù e il Padre fosse costellato di questi momenti. A essere strana è la sfacciataggine che il Maestro di Nazaret usa nel dichiarare ad alta voce, quasi come se fosse una risposta a chi gli stava attorno, lo stile usato da Dio nel rivelare i suoi progetti, le sue vie, proprio quelle vie che tante volte le Scritture dicono essere troppo oltre gli umani pensieri, troppo oltre le nostre proporzioni. Qui Gesù benedice, manifesta la sua gioia nel dire a tutti che il Padre nasconde le sue vie a chi crede di essere sapiente, a chi conosce sempre la giusta via di Dio, e non le rivela agli intelligenti, a chi cioè punta sulle proprie capacità logiche. Il Padre privilegia il piccolo, colui che sa di essere inferiore a qualcuno, colui che sa di dover imparare, sa di non poter bastare a sé stesso, sa di dover e poter crescere. Ma chi sono questi tutti che stavano attorno a Gesù e verso cui queste parole sembrano dirette?
Questa particolarissima e scomoda benedizione arriva dopo pesanti invettive, e non casualmente. Attorno a Gesù c’è una comunità credente, fatta di gente comune, ma anche di anziani, capi del popolo, maestri della legge, ma è una comunità che non riesce a farsi sorprendere da Dio, non crede, non si lascia scalfire dagli eventi. La narrazione dell’evangelista Matteo in cui è inserito questo brano sta raccontando l’andare di Gesù per annunciare il Regno, per guarire, per permettere a donne e uomini di lasciarsi stupire, raggiungere da Dio; per sollevare chiunque, liberandolo da una legge snaturata e ridotta a precetto, a legaccio; per aiutare tutti a riconoscere Dio all’opera e lasciarsi da questo cambiare, aprirsi a lui, ritornare a lui.
Eppure la missione sembra un fallimento. Gesù guarisce, libera, ma facendolo sembra avere poco rispetto della legge e dei precetti. La sua parola e i suoi gesti vanno oltre. Troppo oltre. La sua misericordia è una bestemmia. Le sue guarigioni violano la legge. Frequenta ambienti e persone da cui, se fosse davvero giusto, dovrebbe tenersi a distanza. Ed è in questo contesto che svetta la sua straordinaria esultanza. Mentre i giusti, sapienti e intelligenti lo condannano, lui benedice il Padre per aver chiuso i loro occhi, il loro cuore e le loro mani: essi condannano perché non vedono né comprendono.
Straordinaria ironia del Figlio di Dio, che non condanna neppure quando condanna! Che offre sempre e comunque una mano a chi lo desidera, perché possa essere sollevato da qualunque peso. Anche quello che a volte ci si autoinfligge inconsapevolmente.
C’è una via, dunque, c’è una mano tesa: abbiamo ancora una possibilità, possiamo ancora imparare a riconoscere Dio. Ma come? Andare da lui e imparare da lui. Andare da lui, stare presso di lui, frequentare la sua Parola, nutrirsi del suo corpo, ascoltare la sua presenza che nel silenzio si rivela, interrogarlo sulla nostra vita e sulla storia, e ascoltare quello che la sua voce rivela.
E quindi imparare da lui; e di questo solo preoccuparsi. Imparare da lui, perché è lui il Maestro. E allora da una parte smettere di ergersi a maestri correttori, sempre pronti a indicare vie giuste; dall’altra imparare da lui chi essere, come essere, di quale sfumatura del suo amore essere riflesso.
Sappiamo una cosa, anzi due. E ce le svela la prima e la seconda lettura. Primo:il nostro Dio è tra noi, umile, fratello, artigiano di pace e di vita. Secondo:in noi c’è lo stesso Spirito che ha risuscitato Gesù, e quindi non c’è nulla che tenga, nulla che possa tenerci lontani da Dio. E anche ciò che ci sembra più difficile, in realtà è come un carico leggero: leggero perché portato in due. È il Signore che se ne fa carico, sollevandoci, perché ognuna e ognuno di noi possa imparare a stare al suo passo. A essere come lui artigiano di pace; a spezzare come lui ogni arco di guerra; a far germogliare come lui vita.
Veniamo da te, Signore
Veniamo da te, Signore Gesù, mite e umile, e ti offriamo quei sentimenti che bloccano il nostro cuore: paura, disorientamento, sfiducia, rabbia, delusione. A te, Re giusto e vicino, offriamo ciò che sporca le nostre mani e ci rende lontani: le omissioni, il giudizio, le parole violente, i silenzi colpevoli, l’indifferenza. A te, che ogni giorno puoi rivelarci il Padre, offriamo i desideri e le cadute, la voglia di fidarci e i tentativi di chiusura. Sollevaci, aprici, facci sentire la tua presenza che sostiene ogni nostro passo! Amen.
In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
“Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. (Mt 10,37)
Il grande e il piccolo. L’immenso e l’infinitamente piccolo. Lo straordinario e il quotidiano. È il convivere di due dimensioni, a tratti opposte, che il Vangelo della XIII Domenica del Tempo Ordinario fa risuonare dentro il cuore.
Da una parte le esigenze altissime del Vangelo in termini di scelta, separazione, priorità, radicalità. «Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me» è un’affermazione che tuona con una forza estrema. E se anche gli esegeti ci ricordano che il senso non è quello di odiare, o trascurare o abbandonare padre, madre, figli, casa, ma piuttosto di mettere al centro Dio e di fare di lui – e delle sue logiche – il criterio di ogni scelta e relazione, è pur vero che proprio questa capacità di scelta è il vero discrimine da cui passa quel “riconoscere Dio” davanti al mondo, davanti agli altri, davanti a noi stessi. Dove «riconoscere» è propriamente dare un peso specifico. E in questo c’è un’estrema radicalità, che non sempre lascia troppo spazio a scorciatoie o giustificazioni di sorta. Il Vangelo e la sequela di Gesù ci mettono davanti a scelte concrete di cui caratterizzare la nostra vita. Vette imponenti con cui misurarsi senza sconto.
Dall’altra parte però c’è la bellezza rassicurante della quotidianità, della semplicità che dice il senso dell’accoglienza evangelica. Perché semplice e quotidiano è aprire la propria casa all’altro; anche quando è scomodo. Semplice e quotidiano è riconoscere l’assetato e offrirgli un bicchiere d’acqua.
Ma come stanno insieme l’immenso e l’infinitamente piccolo? Lo straordinario possibile a pochi e il quotidiano possibile a tutti?
Cerco la risposta a partire da questo momento storico e dalle vicende che accadono accanto a noi e forse anche tra le mura delle nostre case, famiglia e comunità. E mi chiedo: davvero riconoscere un assetato è cosa semplice e quotidiana? Davvero dare un bicchiere d’acqua fresca a un piccolo è una cosa semplice e quotidiana? Davvero accorgersi del bisogno di qualcuno è cosa semplice e quotidiana? Forse sì… ma stando a quello che vediamo accadere attorno a noi, e a volte anche in noi, forse no. E se il segreto per un agire quotidianamente in linea con il Vangelo stesse proprio nella scelta a monte? In quel mettere Dio e il suo Regno al di sopra di tutto? In quel non ergere nulla, neppure le persone più care, a criterio delle scelte di bene che la vita ci chiede di compiere?
Riconoscere l’altro, riconoscere il bisogno, riconoscere cosa accade fuori di noi richiede occhi e cuore trasparenti, mani libere, mente aperta. Riconoscere all’altro un peso specifico e volergli fare spazio, richiede una coscienza allenata a decentrarsi, una capacità interiore di rimettersi in gioco. E seppure i gesti di accoglienza possono essere piccoli e semplici, è l’accoglienza in sé a essere il primo effetto concreto del lasciarsi abitare da Dio, del mettere lui e il Vangelo al centro della vita, del posizionare la sua Parola sopra e tutto il resto sotto.
Pensate a una lampada: illumina. Se la si tiene accesa illumina; è nella sua natura, non può non farlo. Così è Dio. Se è in noi, illumina. Non può non farlo. Ma il punto è: dove gli permettiamo di brillare? Nel chiuso di una scatoletta? Considerando che la fede sia una parentesi della nostra complessa vita? O lo mettiamo al di sopra di tutto, consentendogli di illuminare ogni cosa, ogni relazione, ogni scelta? Ecco. Il punto è questo. Solo allora saremo capaci di vedere e riconoscere Dio, l’altro e la vita che ci attraversa. Solo allora saremo capaci di accogliere, facendo anche del più piccolo dei gesti un dono. Solo allora daremo il giusto peso alla vita, alla croce, alla morte, al dono.
Accogliere te, Signore
Accogliere te, Signore, e farti brillare nelle nostre scelte. Accogliere te, Signore, ed essere accoglienza. Accogliere te, Signore, e divenire capaci di vita. Nelle nostre giornate, sii tu il centro. Nelle nostre scelte, sii tu il senso. Nelle nostre relazioni, sii tu fonte di fraternità e riconoscimento. Ne abbiamo bisogno, Signore, come l’aria, come il pane, come la terra, come la luce. Amen.
DAL VANGELO DELLA DOMENICA (Mt 10,37-42 )
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto. E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.
Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. (Mt 10,26)
«Non abbiate paura…» (Mt 10,26). È così che si apre il Vangelo della XII domenica del Tempo Ordinario. «Non abbiate paura…»: è detto a chi seguiva Gesù di Nazaret, e stava imparando – con le sue parole e i suoi gesti – a dare alla propria vita un colore particolare; ed è detto a noi, oggi, discepole, discepoli di quello stesso maestro. «Non abbiate paura…»: ci è detto, oggi come ieri, nella consapevolezza che ognuno di noi è chiamato a mettere i propri piedi sulle sue orme, è chiamato a diventare come lui, a scegliere come lui, ad avere i suoi stessi criteri. E quindi, se tanto mi dà tanto, se hanno accusato lui perché nulla dovrebbe accadere a noi?
Ma quel «Non abbiate paura…» è ripetuto per ben tre volte nel Vangelo, e diventa eco dell’esperienza di persecuzione di Geremia nella Prima lettura; diventa eco che penetra nella condizione umana, segnata dal peccato e dalla grazia, e di cui l’apostolo Paolo parla ai Romani nella seconda lettura. «Non abbiate paura…» leggiamo nel Vangelo. Non abbiate paura degli uomini, di ciò che è nascosto, di quel male che penetra e ferisce, e corrode, servendosi del buio e del segreto, dell’insinuazione e della poca trasparenza. «Non abbiate paura», ci dice il Vangelo, perché in Dio tutto è luce, e ogni cosa diventerà luce. In Dio tutto è trasparenza, e chi si serve delle tenebre potrà essere smascherato dal cuore che ascolta la Voce vive della sua Parola; e quella Parola annuncia. Il primo invito di questa XII domenica allora è: ascoltare.
«Non abbiate paura…», dice ancora il Vangelo, di chi uccide il corpo, perché noi non siamo il nostro corpo. Non siamo ciò che si vede, non siamo ciò che gli altri dicono di noi. Siamo storia, siamo scelte, siamo esperienze, siamo coscienza. E poi siamo anche corpo, siamo ferite, siamo incontri. E di tutto questo dobbiamo prenderci cura, sottraendoci a ciò che giorno dopo giorno ci toglie vita, respiro, passione… fino a toglierci a noi stessi. Il secondo invito allora che risuona è: scegliere.
«Non abbiate paura…», dice il Vangelo per la terza volta. Non abbiate paura di essere invisibili, di non valere, di essere insignificanti. A volte o spesso, il mondo ci fa sentire utili e interessanti solo perché necessari, solo se funzionanti, solo se veloci ed efficaci. E se questo apparentemente ci riempie (anche di impegni), di fatto ci svuota. È come se ci attraversasse una lancinante solitudine, un’irrefrenabile paura di essere nel cuore di nessuno. E invece noi valiamo di più, infinitamente di più di quanto noi stessi immaginiamo, infinitamente di più di quanto gli altri ci facciano sentire. E la croce di Gesù, il suo dono totale, è la più grande conferma. Noi per Dio valiamo all’ennesima potenza. Noi. Tutte e tutti noi. Per questo, come Geremia, possiamo cantare e lodare, perché ogni giorno, in ogni singolo istante, Dio ci risolleva dalla polvere, soffre con noi, si piega su di noi per risollevarci. Ed è per questo che non dobbiamo temere, per questo possiamo sostituire alla paura la fiducia. Il terzo invito è allora: fidarsi.
Ascoltare, scegliere, fidarsi: sono i passi che la XII domenica del Tempo Ordinario ci chiede di compiere.
Ho paura, Signore
Ho paura, Signore, ho paura quando vedo attorno a me violenza, superficialità, intolleranza. Ho paura per la mia fede incerta e per i miei molti dubbi. Ho paura di me, della mia miopia e del mio bisogno estremo di sicurezza. Ho paura di un mondo in guerra, che continua a disprezzare la vita e gli altri. Ho paura di una società che non vuole essere disturbata dai bambini. Ho paura, Signore, ma so che tu sei con me. Ho paura, Signore, ma so di essere perla preziosa i tuoi occhi. Ho paura, Signore, ma credo nel tuo amore, che mi custodisce e mi risolleva. Amen.
DAL VANGELO DELLA DOMENICA (Mt 10,26-33 )
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».
Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. (Mt 10,7-8)
Stanchi e sfiniti come pecore che non hanno un pastore. Così spesso ci sentiamo anche noi: stanchi e sfiniti. Perché trasformiamo la nostra vita in un navigare a vista, senza orientamento, senza una direzione. Perché così ci sembra più sfidante, a tratti più esaltante. Ma forse, con profonda onestà intellettuale e morale, dovremmo ammettere che è semplicemente più comodo vivere vagando, vivere lasciandoci andare al migliore offerente, vivere in funzione di ciò che più appagante. Eppure tutto questo ci rende pecore senza pastore, e quindi stanchi, sfiniti, consumati non dalle situazioni, non dagli imprevisti della vita, ma addirittura consumati da noi stessi. Non si vive senza una direzione. Non si vive senza un orizzonte. È illusione!
È avendo una direzione che si sceglie dove andare. È avendo un orizzonte che si sceglie come occupare quel determinato spazio nel mondo. È la possibilità di scegliere che ci rende davvero liberi, davvero autentici. E allora, sì, abbiamo bisogno di direzione, di orizzonti, di pastori. Abbiamo bisogno di guide, di maestri, di testimoni, di donne e uomini che, pieni di Dio, ci indichino la direzione; e ce la indichino non con la persuasione delle parole ma con l’autenticità e la trasparenza della vita. Donne e uomini che con gesti e parole quotidiane sappiano liberare questo mondo e ogni relazione dal male. Donne e uomini che con gesti e parole generative riescano a sollevare, a guarire e liberare, a sciogliere. Donne e uomini che con gesti e parole liberanti riescano a rompere miopi orizzonti per spalancare il nostro sguardo interiore agli orizzonti di Dio, ben più vasti, ben meno rassicuranti, ben più appassionanti. Abbiamo bisogno di chi del Vangelo non ne faccia una professione, ma una scelta quotidiana.
E allora perdonatemi se di fronte a questa pagina evangelica oggi non mi sento di pregare solo per i “chiamati ufficiali”, solo per quei chiamati “ufficialmente autorizzati” a essere successori dei dodici o pastori ordinati Oggi più che mai sento che la Chiesa ha bisogno di una nuova coscienza; ognuno di noi ha bisogno di una rinnovata coscienza ecclesiale che, pur senza nulla togliere ai pastori, rinnovi le nostre risposte e le renda fedeli al Vangelo, a Dio.
Vogliamo pregare perché il Signore mandi operai nella sua messe? Bene, facciamolo! Ma non laviamoci mani e coscienza.
Dio non chiama sempre solo gli altri. Dio non chiede solo ai pastori, ai preti, alle suore, ai frati di occuparsi della sua messe. Se la messe è l’umanità che attende la più grande delle ricchezze, cioè Gesù, allora questa messe ha bisogno di tutte e di tutti noi; sì, di tutte e tutti noi che abbiamo visto la nostra vita stravolta o anche solo sfiorata da Dio. Tutte e tutti noi che ci siamo sentiti liberare, sollevare. Tutte e tutti noi che nella bellezza del Vangelo abbiamo ritrovato una nuova vita. Allora oggi preghiamo! Perché il coraggio di scegliere il Vangelo e di vivere secondo il Vangelo possa trovare casa anche in noi. Perché sia viva e luminosa la consapevolezza di aver incontrato faccia a faccia il Signore, che ha dato la sua vita per amore. Perché il nostro cuore sia capace di sentire la stessa compassione di Dio verso sorelle e fratelli in umanità. Perché ci sia sempre chiaro che siamo stati amati quando eravamo ancora nemici, che il Signore della storia si è fatto povero per renderci ricchi, che il Signore è morto per noi quando eravamo nel peccato. Preghiamo perché tutto questo sia vivo nella nostra coscienza.
Gratuitamente abbiamo ricevuto. Gratuitamente continuiamo a ricevere. Gratuitamente siamo chiamati a donare.
Grati e felici
Noi ti preghiamo, Signore Gesù, rendici donne e uomini di risurrezione, grati e felici per l’immensa ricchezza che in te ogni giorno possiamo ricevere. Siano le nostre parole e i nostri gesti liberanti, per essere trasparenza del tuo amore che libera e risolleva. Siano le nostre parole e i nostri gesti gratuiti, per essere canali di un amore senza sé e senza ma. Signore, gratuitamente ci hai liberato, gratuitamente ci risollevi da ogni caduta, gratuitamente insegnaci a donare e ad amare. Amen.
DAL VANGELO DELLA DOMENICA (Mt 9,36 – 10,8 )
In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!». Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità. I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì. Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».
Il Signore rimane fedele per sempre rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati. Il Signore libera i prigionieri, ridona la vista ai ciechi, il Signore rialza chi è caduto, il Signore ama i giusti. (cfr. Salmo 145).
La scorsa domenica siamo stati raggiunti da un invito: «Convertitevi, cambiate mentalità, perché il Regno dei cieli si sta avvicinando, sta venendo a voi». E cambiare mentalità sembrava essere la condizione necessaria per poter aprirci al Regno, a Dio e al suo modo di agire nei nostri confronti, dove per “nostri” intendo noi umanità. Questa quarta domenica del Tempo Ordinario si apre mettendoci davanti ancora una volta il Regno, ma questa volta strettamente connesso a una beatitudine che ne indica l’appartenenza. Il regno dei cieli che non ha confini né padroni, stando alla pagina di Vangelo, sembra appartiene paradossalmente ai poveri in spirito, a coloro cioè che già vivono una mentalità alternativa a quelle logiche di forza, dominio, potere che sembrano reggere le sorti del mondo.
Se nella prima beatitudine questa appartenenza è annunciata, nell’ottava beatitudine questa appartenenza è confermata, e in qualche modo spiegata. È come se quei poveri in spirito assumessero un volto, una sorta di identikit, di descrizione del loro operato: sono coloro che in nome della giustizia non “si danno pace” e non trovano pace; vengono insultati, accusati ingiustamente e con menzogne, in una parola perseguitati. Il Regno che nella venuta, nella parola e nei gesti di Gesù, si fa prossimo a noi, a quanto pare non accade al di là di noi, non vive in una sorta di mondo ideale, e neppure nel Paradiso cristiano.
L’incarnazione ci dice che il Regno vuole accadere qui, ora, oggi, nella nostra storia personale, comunitaria, sociale, umana; nella nostra coscienza. Vuole generare vita, vuole ergersi a muro dove la vita è violata per bloccare il male, vuole generare gioia. La pagina dell’evangelista Matteo continua a dare volto alle sfumature di tutto questo.
E annuncia: beati i miti, che non oppongono mai violenza a violenza, neppure quando sembra l’unica strada possibile; beati coloro che affamati di giustizia, anche in questo momento, stanno cercando di costruire comunità, per scendere in strada e difendere gli aggrediti, i colpiti ingiustamente; beati i puri che riescono sempre a riconoscere in ogni volto una sorella e un fratello in umanità; beati gli operatori di pace che pur nel sibilo delle bombe, o nei palazzi di vetro, o con tastiera alle mani, o dietro un ambone, nella normalità di una casa, stanno instancabilmente difendendo la pace e denunciando le violenze; beato anche chi, pur afflitto, non sta smettendo di credere nella vita, nel futuro, nella speranza, nella condivisione.
Tutte queste beatitudini non sono opzioni, non sono le une alternative alle altre, ma sono come sfaccettature possibili di un’unica via, di un’unica legge, quella del Vangelo. Matteo sa dare valore alle parole, e se parla di un Gesù seduto su un monte, che insegna ai suoi discepoli, allora le beatitudini non sono pie esortazioni. Non sono consigli benevoli. Gesù insegna, è maestro. Gesù è il nuovo Mosè che consegna la nuova Legge. Gesù è il Regno che accade e che chiede ai discepoli di lasciarsi impastare di nuove logiche, nuova mentalità. Gesù è parola del Padre che continua a creare, e vuole per i suoi la felicità, la pienezza della vita, l’autenticità di una fede che non può avere in sé stessi e nella propria salvezza il centro e il motivo; vuole per i suoi una felicità che si occupa e custodisce, e rende possibile l’altrui felicità.
Oggi il volto del discepolo del Regno è anche quello di Alex Pretty, l’infermiere ucciso a Minneapolis, è il volto di tutti coloro su cui si stanno costruendo menzogne perché scomodi, perché troppo dalla parte della giustizia, della pace, del perdono, della riconciliazione, degli ultimi.
Beati noi se…
Beati noi, Signore, se alla violenza non opporremo violenza. Beati noi se, affamati di giustizia, sceglieremo di costruire comunità, per difendere gli aggrediti, per proteggere i colpiti ingiustamente. Beati noi se avremo occhi tanto puri da riconoscere in ogni volto una sorella e un fratello in umanità. Beati noi se, pur nel sibilo delle bombe, o nei palazzi di vetro, o in una casa, o con tastiera alle mani, o dietro un ambone, riusciremo sempre a costruire la pace. Beati noi se, pur afflitti, non smetteremo di credere nella vita, nel futuro, nella speranza, nella condivisione. Amen.
DAL VANGELO DELLA DOMENICA (Mt 5,1-12a)
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia, perché tu hai spezzato il giogo che opprimeva, la sbarra sulle spalle e il bastone dell’aguzzino. (cfr. Isaia 9,2-3)
C’è una grande domanda che mi accompagna mentre ascolto e medito le letture della III domenica del Tempo Ordinario: la volontà di Dio accade automaticamente, nonostante noi e a prescindere da noi?
È vero, il profeta Isaia annuncia il sorgere di una grande luce in una terra tenebrosa, e Gesù lo sa, da buon ebreo conosce le profezie, le ha studiate, le prega. Ma ascoltando il Vangelo, mi dico: lui non è stato ad aspettare il compimento di quelle promesse, ma ci ha messo del suo. Verso quella terra, verosimilmente la Galilea delle genti, lui ci è andato con le sue gambe, con un atto di volontà personale, con una scelta che ha messo in gioco la sua libertà consapevole. Mi direte: era Dio. Sapeva. Doveva. L’umanità aspettava il sorgere di quella luce, di lui luce del mondo, di lui messia.
Eppure i Vangeli ci accompagnano a scoprire pagina dopo pagina un percorso di consapevolezza e adesione libera, di scoperta a volte, e di trasformazione, che Gesù ha vissuto in prima persona. In lui la volontà del Padre non era un microchip installato che meccanicamente muoveva la sua libertà, ma un compiersi autentico e progressivo che si è inverato nelle tante scelte sue che avevano il gusto della vita, della liberazione offerta, della risurrezione donata, della guarigione.
Matteo oggi ci dà una specifica immagine per dare corpo all’inizio del ministero di Gesù. Ci suggerisce di immaginarlo come una grande luce che sorge sulla vita di popoli che stanno “tranquillamente” nelle tenebre. E in questo sorgere, io aggiungo, scompiglia la vita di chi quelle tenebre le stava vivendo tranquillamente. Matteo, richiamando Isaia, scrive che quei popoli erano, giacevano, sostavano, sedevano nelle tenebre, nell’oscurità. E non sembra essere descritto il minimo disagio. Perché in fondo diciamocelo, è così anche per noi: quando la nostra vista si abbassa pian piano, ci convinciamo quasi naturalmente che certe cose siano sfocate e che non possano essere diversamente. Quando è sempre buio, o quando c’è sempre foschia, ci convinciamo di quanto sia impossibile vedere oltre. E così è con Dio. Non è detto che lui entri nella nostra vita quando stiamo male. Probabilmente lo fa quando stiamo tranquilli nella foschia, nella nebbia, nel buio, e ci convinciamo che vada bene così, che un oltre non sia possibile. E poi arriva lui, Luce del mondo, Vita del Padre, Amore infinito e ci fa gustare un bello, un buono, un oltre, una luce che ci distoglie dal tran tran quotidiano e miope e spalanca orizzonti nuovi e instabili. Ci propone di cambiare logiche. Ci fa intravedere nuove vie. Ci fa assaporare il gusto della pienezza, della bellezza, dell’intensità dell’amore.
E quindi da quel momento che si fa? Ognuno lo deve chiedere a sé stesso. Possono bastare le reti? Possono continuare i programmi già stabiliti? Possiamo continuare a tenere lo standard quotidiano anche se con piccoli ritocchi, o diamo senso e peso a quel suo invito?
Il dato di fatto è uno: il regno dei cieli, cioè Dio presente e prossimo, è già qui, è già luce per noi. La domanda è: quell’invito, convertitevi, cambiate mentalità, per noi oggi ha senso?
E lungi da fisime mentali, la mentalità da assumere è quella del Vangelo. Non è questione di purità o di rigore a qualsiasi legge imposta. Qui si tratta di imparare ad amare come lui ha amato. Stop.
Splendi tra noi
Signore Gesù, la tua Parola ci raggiunga e apra nuove vie, ci scuota dalle nostre routine, ci liberi da quello smarrimento che spesso ci blocca; il tuo Spirito ci insegni a pronunciare nuovi e liberanti sì. Spendi tra noi, Luce del mondo, e dissolvi il buio del cuore che ci impedisce al bene di attraversarci, che non fa risplendere in noi la tua vita, così bella, così autentica, così resistente. Chiama anche noi, Signore Gesù, e regala un senso nuovo ai nostri giorni! Amen.
DAL VANGELO DELLA DOMENICA (Mt 4,12-17)
Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta». Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».