Ecco, a te viene il tuo re, è umile:
l’arco di guerra sarà spezzato,
annuncerà la pace alle nazioni,
(Zaccaria 9,9-10)
È particolarmente strana l’esultanza di Gesù nel Vangelo che la XIV domenica del Tempo Ordinario ci propone. È strana per i tempi e per i modi. Non vi sembri eccessivo, ma sembrerebbe più una caricatura, una sorta di presa in giro rivolta a tutti i grandi che gli stanno attorno, nonché giusti, e oggi diremmo ortodossi, nel senso di ligi ai precetti.
A essere strano non è il fatto che Gesù lodi il Padre per le opere meravigliose che compie, per il suo progetto di salvezza, per la sua voce presente. Perché possiamo a buon diritto pensare che il rapporto tra Gesù e il Padre fosse costellato di questi momenti. A essere strana è la sfacciataggine che il Maestro di Nazaret usa nel dichiarare ad alta voce, quasi come se fosse una risposta a chi gli stava attorno, lo stile usato da Dio nel rivelare i suoi progetti, le sue vie, proprio quelle vie che tante volte le Scritture dicono essere troppo oltre gli umani pensieri, troppo oltre le nostre proporzioni.
Qui Gesù benedice, manifesta la sua gioia nel dire a tutti che il Padre nasconde le sue vie a chi crede di essere sapiente, a chi conosce sempre la giusta via di Dio, e non le rivela agli intelligenti, a chi cioè punta sulle proprie capacità logiche. Il Padre privilegia il piccolo, colui che sa di essere inferiore a qualcuno, colui che sa di dover imparare, sa di non poter bastare a sé stesso, sa di dover e poter crescere.
Ma chi sono questi tutti che stavano attorno a Gesù e verso cui queste parole sembrano dirette?
Questa particolarissima e scomoda benedizione arriva dopo pesanti invettive, e non casualmente.
Attorno a Gesù c’è una comunità credente, fatta di gente comune, ma anche di anziani, capi del popolo, maestri della legge, ma è una comunità che non riesce a farsi sorprendere da Dio, non crede, non si lascia scalfire dagli eventi.
La narrazione dell’evangelista Matteo in cui è inserito questo brano sta raccontando l’andare di Gesù per annunciare il Regno, per guarire, per permettere a donne e uomini di lasciarsi stupire, raggiungere da Dio; per sollevare chiunque, liberandolo da una legge snaturata e ridotta a precetto, a legaccio; per aiutare tutti a riconoscere Dio all’opera e lasciarsi da questo cambiare, aprirsi a lui, ritornare a lui.
Eppure la missione sembra un fallimento. Gesù guarisce, libera, ma facendolo sembra avere poco rispetto della legge e dei precetti. La sua parola e i suoi gesti vanno oltre. Troppo oltre. La sua misericordia è una bestemmia. Le sue guarigioni violano la legge. Frequenta ambienti e persone da cui, se fosse davvero giusto, dovrebbe tenersi a distanza.
Ed è in questo contesto che svetta la sua straordinaria esultanza. Mentre i giusti, sapienti e intelligenti lo condannano, lui benedice il Padre per aver chiuso i loro occhi, il loro cuore e le loro mani: essi condannano perché non vedono né comprendono.
Straordinaria ironia del Figlio di Dio, che non condanna neppure quando condanna!
Che offre sempre e comunque una mano a chi lo desidera, perché possa essere sollevato da qualunque peso. Anche quello che a volte ci si autoinfligge inconsapevolmente.
C’è una via, dunque, c’è una mano tesa: abbiamo ancora una possibilità, possiamo ancora imparare a riconoscere Dio. Ma come?
Andare da lui e imparare da lui.
Andare da lui, stare presso di lui, frequentare la sua Parola, nutrirsi del suo corpo, ascoltare la sua presenza che nel silenzio si rivela, interrogarlo sulla nostra vita e sulla storia, e ascoltare quello che la sua voce rivela.
E quindi imparare da lui; e di questo solo preoccuparsi.
Imparare da lui, perché è lui il Maestro.
E allora da una parte smettere di ergersi a maestri correttori, sempre pronti a indicare vie giuste; dall’altra imparare da lui chi essere, come essere, di quale sfumatura del suo amore essere riflesso.
Sappiamo una cosa, anzi due. E ce le svela la prima e la seconda lettura. Primo: il nostro Dio è tra noi, umile, fratello, artigiano di pace e di vita.
Secondo: in noi c’è lo stesso Spirito che ha risuscitato Gesù, e quindi non c’è nulla che tenga, nulla che possa tenerci lontani da Dio.
E anche ciò che ci sembra più difficile, in realtà è come un carico leggero: leggero perché portato in due. È il Signore che se ne fa carico, sollevandoci, perché ognuna e ognuno di noi possa imparare a stare al suo passo. A essere come lui artigiano di pace; a spezzare come lui ogni arco di guerra; a far germogliare come lui vita.
Veniamo da te, Signore
Veniamo da te, Signore Gesù,
mite e umile, e ti offriamo
quei sentimenti che bloccano
il nostro cuore: paura,
disorientamento, sfiducia,
rabbia, delusione.
A te, Re giusto e vicino,
offriamo ciò che sporca
le nostre mani e ci rende lontani:
le omissioni, il giudizio,
le parole violente, i silenzi colpevoli,
l’indifferenza.
A te, che ogni giorno
puoi rivelarci il Padre,
offriamo i desideri e le cadute,
la voglia di fidarci
e i tentativi di chiusura.
Sollevaci, aprici, facci sentire
la tua presenza che sostiene
ogni nostro passo!
Amen.
DAL VANGELO DELLA DOMENICA
(Mt 11,25-30 )
In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
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