Perché quanto il cielo è alto sulla terra,
così la sua misericordia è potente su quelli che lo temono.
(Salmo 102,11)
Il cuore delle letture della scorsa domenica era un invito alla correzione, una correzione fatta a sorelle e fratelli in nome di Dio, in nome del bene, della vita. La liturgia oggi, XXIV domenica del Tempo Ordinario, ci spinge un passo più avanti.
Vi chiedo e mi chiedo: cosa succede in me se nonostante tutto, se nonostante l’amore, la cura, la delicatezza, la tenerezza, l’altra persona sceglie di compiere il male?
Cosa succede se il mio fratello o la mia sorella compie oggettivamente il male contro di me?
Qui non stiamo trovando giustificazioni, non stiamo coprendo, non ci stiamo arrampicando sugli specchi. Stiamo dicendo che il male è possibile, che c’è chi lo compie con consapevolezza, lucidità, e senza scrupoli.
Di fronte a questa realtà delle cose, la domanda diventa ancora più scomoda e graffiante: che cosa succede in me quando qualcuno compie il male verso di me, verso la mia famiglia, verso ciò che mi è caro, verso persone a cui voglio bene e che stimo, verso ambienti di cui sono parte?
Attenzione alle risposte che cerchiamo. Non ci stiamo chiedendo che cosa faccio o che cosa scelgo di fare, ma che cosa succede in me.
Oggi le letture ci chiedono di portare davanti allo specchio la nostra coscienza, i nostri sentimenti, le motivazioni più profonde che ci spingono ad agire, quei moti più immediati e istintivi che emergono in noi quasi senza che ce ne accorgiamo. Per rispondere alla domanda che sta attraversando questa riflessione, dobbiamo metterci in ascolto di questo nostro mondo interiore, certamente vivo in noi, anche se non sempre così riconoscibile o individuabile.
È quel mondo interiore che la parola di Dio oggi sta interpellando quando ci dice: smetti di odiare, ricordati della fine, non odiare il prossimo, perdona l’offesa 70 volte 7, non conservare rancore, non nutrire l’ira, dimentica gli errori altrui. E perché questo sia possibile ricorda l’alleanza dell’Altissimo, che da sempre e per sempre sa e può guidare la storia. Ricorda che siamo del Signore, che gli apparteniamo; e che, qualsiasi cosa accada, in lui troveremo sempre la vita.
Molti tra voi potrebbero obiettare: e quindi? Cosa dovremmo fare di fronte a qualcuno che compie il male, che fa male ad altri? Ignorare?
Volgere l’altra guancia è forse tacere di fronte al male? Ma questo non è troppo comodo? Non ci rende complici del male?
Tutto vero. Ma… Perché il nostro agire, per fermare chi compie il male, sia davvero segnato dalla giustizia e dal bene, le nostre intenzioni, le decisioni, le azioni non devono essere in alcun modo inquinate da ira, rancore, vendetta. Perché se così fosse noi compiremmo il male. E il male non può mai giustificare altro male.
La parola di Dio invece è chiara: se siete discepoli di Gesù, se credete nel Risorto, allora prima di agire dovete far sì che nel vostro cuore ci sia perdono, tenerezza, misericordia. È questo che ci rende capaci di scegliere con lungimiranza, di generare il bene, di fronteggiare davvero il male, senza generarne ancora.
È facile? Chi ha detto che lo sia. È possibile? Solo se ci lavoriamo quotidianamente. Solo se lavoriamo su noi stessi ogni singolo giorno. «Rancore e ira sono cose orribili» dice il libro del Siracide. E poiché, da battezzati in Cristo, da discepoli del Vangelo, noi siamo chiamati a vivere e a morire restando nell’amore di Dio, allora rancore e ira non possono abitare in noi; vendetta e giustizialismo non possono determinare le nostre scelte.
Siamo fatti per amare, per essere amore.
Per questo oggi il Vangelo ci chiede di essere disposti a imparare l’arte del perdono la più difficile, ma anche la più straordinariamente feconda e necessaria.
70 volte 7
70 volte 7, Signore Gesù,
è il numero infinito di volte
in cui vorremmo poter perdonare.
Ma, più spesso, 70 volte 7
è il numero infinito di volte
in cui rimuginiamo sul male ricevuto,
rafforzando rabbia e rancore.
Dio della misericordia,
il tuo Spirito e la tua parola
penetrino nel nostro cuore
e ci insegnino la preziosa
arte del perdono:
vera e propria carezza
per questi nostri tempi
troppo segnati da aggressività
e giustizialismo;
vero e proprio terreno in cui
seminare e far crescere il bene.
Amen.
DAL VANGELO DELLA DOMENICA
(Mt 18,21-35)
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
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