Tu visiti, Signore, la terra e la disseti,
la ricolmi di ricchezze.
(Salmo 64)
Le letture di questa XV domenica del Tempo Ordinario mi commuovono.
Non so come vi sentite. Non so cosa provate, ma credo che quelli che stiamo vivendo siano tempi difficili. Tempi in cui la speranza sta facendo fatica a brillare. Tempi in cui guerre, follie politiche, visioni del mondo, nuove forme di repressione sociale, nuove povertà, nuove instabilità, guerre, siccità, calamità e una certa comunicazione particolarmente destabilizzante ci stanno preoccupando, a tratti spaventando, e certamente ci stanno chiedendo una grossa dose di solidità interiore e resilienza.
Ebbene, in tutto questo, la parola di Dio che risuona tra noi mi commuove. Perché c’è una promessa che ci supera; c’è una speranza che svetta oltre ogni disperazione; c’è un’incontenibile forza che si chiama vita, che attraversa il mondo, i tempi, le fatiche, le nazioni, le storie personali, le comunità, e che nonostante tutto porterà del nuovo, ci tirerà fuori dalla morte e libererà la creazione e noi. Che meraviglia!
Isaia, Paolo sono straordinari nel loro annuncio.
Concreti sì, ma straordinari. Perché se è vero che siamo fatti di terra, e su questa terra poggiamo i piedi; se è vero che la terra e i suoi limiti a volte ci colpiscono e ci feriscono, è altrettanto vero che quel cielo di cui portiamo l’impronta e di cui siamo immagine ci vive dentro, e fa vivere in noi-creazione un invincibile e incontenibile desiderio: riscoprirsi figlie e figli di Dio, sentirci figlie e figli di Dio, vivere da figlie e figli di Dio.
È un movimento costante che come una gestazione porta con sé scoperta, attesa, dolore, generazione. Un movimento il cui dinamismo è ben descritto nel Vangelo del seminatore.
Da una parte Dio-seminatore e la sua determinazione tenace: semina la vita sempre e dovunque.
Dall’altra parte la nostra vita terrena con i suoi momenti di accoglienza, di durezza, di rifiuto: Dio e noi. Il suo amore e i diversi momenti della nostra vita personale, sociale, ecclesiale. Già… perché di fatto può essere terreno accogliente la nostra vita, ma anche la comunità, la parrocchia, la famiglia, la diocesi. E alla pari: può essere terreno spinoso, terra battuta o addirittura asfaltata, e quindi impermeabile, la nostra vita, ma anche la comunità, la parrocchia, la famiglia, la diocesi.
E se chiudersi a Dio ci porta alla sterilità, allora forse in quest’ottica dovremmo interrogare le nostre chiese vuote, i corsi di catechismo sempre meno frequentati, le famiglie in conflitto, la mancanza di vocazioni, la scarsa vivacità delle nostre comunità, le resistenze al nuovo.
E se stessimo diventando strada asfaltata?
Se Dio non stesse riuscendo a irrigare e arare la nostra terra?
Tra tutte queste domande ritorna quella parola potente e commovente: la parola di Dio, come un seme può sempre aprirci alla vita, non si arrende mai, e come la pioggia e la neve scende in profondità, trova un modo per scavarci dentro e renderci fecondi.
Oggi allora resistiamo dall’arrenderci alle nostre durezze e resistenze e arrendiamoci invece a Dio, al suo amore, che riesce e riuscirà a trovare il modo per far esplodere in noi la vita.
Come pioggia e neve
Come la pioggia e la neve,
così la tua Parola, Signore,
scende tra noi, attraversa
la nostra storia personale
e la vita delle nostre comunità
fin nelle profondità,
dove buio e luce si mescolano,
dove desideri e paure
si confondono,
dove ciò che siamo non è chiaro
neppure a noi stessi.
La tua Parola ci scava dentro
e semina in noi attesa.
La tua Parola penetra in noi
e può far germogliare il bene:
perché chi ha fame di vita trovi vita
e chi ha sete di senso trovi senso.
La tua Parola, Signore,
si compia in noi, ci renda frutto.
Amen.
DAL VANGELO DELLA DOMENICA
(Mt 13,1-23)
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».
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