Quando Gesù dice «Beati voi…», non scherza!- BUONA DOMENICA! IV TEMPO ORDINARIO – ANNO A

Rallegratevi ed esultate,
perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.
(Mt 5,12a)

«Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro…» (Mt 5,1ss.). Quasi sicuramente queste prime righe del brano di Vangelo che la IV domenica del Tempo Ordinario ci propone scorreranno via velocemente e, se le ascolteremo a messa è molto probabile che non riceveranno troppi commenti, perché oggi il cuore di tutto è niente poco di meno che le Beatitudini. Eppure l’attacco scelto dall’evangelista Matteo è fondamentale e dice tutta l’importanza del brano che segue, le Beatitudini appunto.
Quando qualcuno dice quanto la pagina delle Beatitudini sia centrale per un cristiano, c’è quasi sempre qualcun altro che sottolinea: «Sì, ma di più i comandamenti». E a volte i dibattiti proseguono tra chi protende per un cristianesimo della gioia e chi dei precetti. Eppure sono proprio quelle prime righe ad aprirci la via, a guidarci.
Non sono troppe le volte in cui Gesù si siede.
Non sono tante le volte in cui Gesù va sul monte per parlare. Spesso si allontana sul monte per pregare.
Non son tante le volte in cui si dice che Gesù insegna.
Eppure questa volta Matteo è chiaro: Gesù va sul monte, si siede e insegna. E voi mi direte. Ok? Ma a noi?
Andiamo al dunque! L’evangelista Matteo parla a una comunità di cristiani provenienti dall’ebraismo: credenti in Gesù, sì, in cui però è ancora forte il senso della Legge mosaica, dell’Antica alleanza. Credenti in cui il senso del precetto si scontra spesso e volentieri con la legge del dono e del perdono. Come dire: Comandamenti – Beatitudini: 1-0.
Per questi fratelli e sorelle di fede, «monte» significa: Dio, Mosè, alleanza; quel «si siede» e «insegna», circondato da discepoli, significa che chi sta parlando non è uno qualunque: è un maestro, e quelle parole che stanno per essere pronunciate dovranno essere accolte, credute, osservate (cioè: realizzate) esattamente come lo furono le dieci parole date da Dio a Mosè, e da Mosè al popolo.
Gesù quindi è il nuovo Mosè, che su un nuovo monte offre una nuova legge; legge che dà pieno compimento all’antica alleanza. Le Beatitudini non sono un consiglio. Non sono un invito, non una parabola, non una delle tante possibili vie per seguire Gesù. Il Maestro di Nazaret sta letteralmente spostando il baricentro.
E come a Israele fu detto: «Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio. Lo amerai con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze», così a noi, viene detto: «Beata te, beato te che avrai il coraggio di puntare all’oltre, di mettere tutte le tue energie, la tua intelligenza, i tuoi doni per cercare di realizzare la giustizia, la pace, la tenerezza, la bontà; in una parola, il regno dei cieli qui e ora. Felice te, che non punti a far quadrare il tuo piccolo cerchio, a far funzionare il ristretto orizzonte della vita, ma ti spingi oltre e fai di quell’Oltre il senso stesso di ogni giorno, di ogni singolo ricominciare, di ogni ferma determinazione a credere nella speranza». Non ci è chiesto di accontentarci, tutt’altro!
Le Beatitudini sono una pagina rivoluzionaria a cui solo chi non sa accontentarsi può dare credito. Le Beatitudini sono il senso della nostra fede e il cuore della nostra vocazione battesimale: ci è chiesto di costruire felicità, di diventare artigiani di felicità!

UNA PREGHIERA COME SOSTEGNO

Beati noi

Beati noi, Signore,
se riusciremo a fare del Vangelo
la nostra bussola.
Beati noi, Dio della vita,
se sapremo generare felicità,
costruendo il bene.
Beati noi, Tenerezza infinita,
se sceglieremo di cercare la giustizia
e vivere l’umiltà.
Beati noi, Maestro di Nazaret,
se nelle scelte quotidiane
metteremo te al centro di tutto,
se le tue logiche di relazione
diventeranno il nostro stile di vita.

Vogliamo la felicità,
Dio di pienezza:
insegnaci a esserne artigiani.
Amen.

DAL VANGELO DELLA DOMENICA
(Mt 5,1-12a)

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

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Splende nuova vita – BUONA DOMENICA! III TEMPO ORDINARIO – ANNO A


Il regno dei cieli è vicino
(Mt 4,17)

Non so voi cosa pensiate, ma queste prime domeniche dell’anno liturgico a me stanno donando una profonda consolazione. Di lettura in lettura, di Vangelo in Vangelo è come se gli eventi del Natale stessero prendendo corpo, è come se la straordinaria bellezza vissuta nel contemplare il Dio-con-noi si stesse incarnando in incontri, scelte, situazioni che ci rivelano quanto concreta sia la presenza di Dio tra noi, di quel Gesù di Nazaret, figlio di Dio e Dio stesso.
È come se ascoltando Giovanni il Battista o Isaia o contemplando i gesti che la Parola di Dio propone, quello stupore diventasse sempre più forte, sempre più concreto.
Ve lo dico onestamente: mi piacerebbe riuscire a fermare la routine per lasciare a Dio il tempo di rivelarsi, di farsi scoprire negli eventi di ogni giorno. Poiché a volte rischiamo di spegnere la gioia solo perché non riusciamo a concederci il tempo della contemplazione. Sì, della contemplazione! Dell’accorgerci di Dio e della sua opera.
La nostra vita molto spesso è come i territori di Zabulon e Neftali: è depredata, strapazzata da chi sa sempre cosa prendere, attraversata dai più, spesso calpestata. È terra colpita, avvolta dalla notte dello scoraggiamento o dal crepuscolo della fatica. Eppure proprio in questa terra Dio continua a splendere. Anche se non lo fa sparando fari accecanti. Lui fa luce, facendosi luce. Proprio in questa terra rinsecchita dal dolore Dio riporta vita non aprendo le dighe, ma irrorando con la rugiada.
Su di noi e sulla nostra vita, l’Emmanuele continua a farsi luce nella notte, vita nella morte, acqua nel deserto.
Eppure ci sono giorni, e sono tanti, in cui facciamo proprio fatica a vederlo. Ci sono volte, e tante, in cui la consolazione è materia rara, difficile da reperire.
E allora la domanda: come fare per riuscire a vedere il regno di Dio accadere? Come vedere il compiersi del Vangelo, il farsi storia reale della Buona notizia, il farsi presenza luminosa dell’Emmanuele?
Il segreto per riuscire davvero a sperimentare quella gioia di cui parla il profeta Isaia – gioia che nasce dall’accorgersi che Dio per noi sta spezzando i gioghi che ci opprimono, sta fermando il bastone dell’aguzzino, sta sollevando il peso dalle nostre spalle – è nelle parole di Gesù: «Convertitevi perché il regno dei cieli è vicino». Convertirsi, ossia cambiare, capovolgere le logiche.


Abbiamo bisogno di cuore nuovo per vedere Dio.
Abbiamo bisogno di occhi puri per accorgerci di lui.
Abbiamo bisogno di silenzio per ascoltare la vita e vederla accadere.
Abbiamo bisogno di stoppare ciò che in questo momento ci sta travolgendo. Stopparlo, qualsiasi cosa esso sia.
Abbiamo bisogno di lasciare le nostre reti per poter davvero pescare.
Abbiamo bisogno di orizzonti nuovi per riuscire a scrutare l’orizzonte.

Non so come potremo concretamente fare, ma nessuno se non noi stessi può scegliere di farlo.
E io auguro a me e a voi questo coraggio: lasciare per trovare, lasciare per vedere, lasciare per scoprire.
Il Regno sta già accadendo, in noi e attorno a noi, con tutta la sua carica di novità. Ora a noi togliere i nostri occhiali e indossare quelli di Dio!

UNA PREGHIERA COME SOSTEGNO

Chiamaci, Maestro viandante

Gesù, Maestro viandante,
accostati a noi, chiamaci,
tiraci fuori da noi stessi
e dai nostri blocchi interiori;
aiutaci a venir fuori
dallo scoraggiamento e dalla fatica,
prestaci occhiali nuovi
e mostraci nuovi orizzonti
per riuscire a scorgere,
ogni giorno, la vita che nasce,
il buono che germoglia,
Dio presente.
Insegnaci a lasciare per trovare…
per trovarti!
Amen.

DAL VANGELO DELLA DOMENICA
(Mt 4,12-23)

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:
«Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,
sulla via del mare, oltre il Giordano,
Galilea delle genti!
Il popolo che abitava nelle tenebre
vide una grande luce,
per quelli che abitavano in regione e ombra di morte
una luce è sorta».
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.
Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

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Chi è Gesù di Nazaret? – BUONA DOMENICA! II TEMPO ORDINARIO – ANNO A


Ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio
(Gv 1,34)

Luce delle nazioni.
Colui che toglie il peccato del mondo.
Colui che chiamando rende santi.

Se volessimo fare una stringatissima sintesi delle letture che la liturgia ci propone ritornando al Tempo Ordinario, queste tre espressioni potrebbero far emergere aspetti straordinari su Gesù.
Leggo, medito e mi sembra che una domanda attraversi la Parola: chi è Gesù di Nazaret? Chi incontriamo oggi dopo Betlemme, dopo i lunghi e silenziosi anni a Nazaret, dopo il Giordano?
Giovanni risponde in modo diretto e senza mezzi termini. Vedendolo, lo indica: è l’agnello di Dio, è colui che toglie il peccato del mondo. E questa è una frase che contiene più di mille omelie. L’immagine dell’agnello attraversa l’intero Vangelo di Giovanni. Tanto che il quarto Vangelo è l’unico a collocare l’Ultima cena prima della Pasqua ebraica e il venerdì di passione lo presenta come giorno di parasceve, giorno cioè di preparazione al sabato. E poiché quel sabato – scrive Giovanni (Gv 19,31) – era un giorno solenne – era infatti la Pasqua – in quel venerdì vengono preparati gli agnelli per la grande celebrazione.
Gesù muore proprio nel giorno in cui il popolo sta sacrificando gli agnelli. E questa scelta dell’evangelista è una scelta estremamente simbolica. Come a dire al popolo: non c’è più bisogno di altro, oggi Dio stesso ha offerto il figlio. Quello che non aveva permesso ad Abramo con Isacco, Dio lo ha riservato a sé. E ora non abbiamo più bisogno di nulla. Non servono più i riti. Non più gli agnelli. Dio ha compiuto l’unico vero sacrificio a nostro favore, per la nostra salvezza, per la nostra santificazione. Da quel dono incomparabile e immeritato sul Golgota, per tutti noi ora c’è vita, guarigione, riconciliazione, nuova possibilità di incontrare Dio. Per tutti! Perché a renderci santi è quell’Agnello, a donarci vita è quell’Agnello, a liberarci dal peccato è quell’Agnello. Nessun altro e soprattutto null’altro. Non la nostra integrità, che pure non guasta. Non le nostre capacità, che pure sono un dono. Non i nostri sì radicali e generosi, che pure sono graditi al cuore di Dio.
A liberarci dal peccato – ripeto quel singolare proposto anche dal Vangelo: «peccato» – è Gesù. A liberare il mondo dal peccato è Gesù. Non riduciamoci a pensare ai peccati, gravi o lievi che offuscano le nostre giornate. Gesù è il Salvatore che ci libera dal peccato, da quell’irrefrenabile tentazione di racchiudere Dio, di dargli dei confini, di definirlo, di pretendere di avere tutto sotto controllo, anche la sua vita e la sua opera. Lui viene, è venuto, è il Dio con noi, nato tra noi per liberarci. Null’altro che questo: renderci liberi.
Il Vangelo di questa II domenica del tempo Ordinario dà voce a Giovanni, il profeta precursore, il primo a essere destabilizzato dagli eventi del Giordano, dallo Spirito disceso su Gesù; il primo a dare testimonianza.
E noi, in tutto ciò che questo nuovo anno ci chiederà e ci donerà, saremo chiamati a mettere i nostri piedi sulle orme di questo Gesù, Figlio di Dio e Dio stesso. Lui ci chiama, e nella sua chiamata c’è già salvezza. Lui ci rende santi, perché ci offre in dono lo Spirito.

UNA PREGHIERA COME SOSTEGNO

Ecco l’Agnello!

Eccoti, Signore,
Agnello che si offre in dono
perché ognuno di noi abbia vita;
Luce delle nazioni
che porti salvezza
fino ai confini più estremi;
Parola creatrice che
continuamente chiama
e rende nuovi.

Eccoci, Signore!
Vogliamo seguirti,
ascoltare la tua voce,
credere nella tua Parola.
Amen.

DAL VANGELO DELLA DOMENICA
(Gv 1,29-34)

Questo è l’Agnello di Dio che scalderà il mondo

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

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Davanti al Giordano – BUONA DOMENICA! Battesimo del Signore – ANNO A


«Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento»
(Lc 3,22)

Quando da piccoli iniziamo il nostro cammino di fede, una delle primissime cose che ci viene detta è: Gesù è vero Dio e vero uomo, si è fatto in tutto uguale a noi eccetto il peccato. Eppure, paradosso dei paradossi, Gesù nel Vangelo che la liturgia ci propone sembra “entrare in scena” proprio mettendosi in fila tra i peccatori.
Il tempo del Natale trova nella festa del Battesimo del Signore un compimento: quel Dio che si è fatto bambino, che ha assunto la nostra natura umana, non respinge nulla di ciò che noi viviamo, non disdegna nulla della nostra fragilità; e pur essendo lui la pienezza di ogni cosa e creatura, del tempo e dello spazio, si mette in cammino come ogni persona che cerca, come ogni donna e uomo a cui non basta ciò che ha già raggiunto, come ogni essere umano che si sente chiamato a lasciarsi toccare e trasformare.

Chi va al Giordano da Giovanni ci va perché invitato a un lavacro di purificazione, a un battesimo di conversione. Si tratta di consentire ai vissuti personali, belli o brutti, felici o tristi, di essere lavati con acqua nuova, di lasciarsi dischiudere per un oltre, un di più, un non ancora accaduto.
Ci vanno in tanti, e tutti perché richiamati dalla voce di un profeta, di un uomo tutto d’un pezzo che non ha timore di altri se non di Dio, che non disdegna di richiamare altri, anche i potenti, alla conversione del cuore e della vita. Ci vanno in tanti, e tra i tanti, dalla Galilea, ci va anche Gesù.
Quello che accade al Giordano, per quanto ci sconvolga, sembra una questione più privata che pubblica. I cieli che si aprono, lo Spirito che discende, la voce che annuncia: tutto sembra essere per lui, solo per lui, per quel Gesù venuto dalla Galilea delle genti, crocevia di popoli e culture; per quel Gesù nato a Betlemme, casa del pane, portato in Egitto, terra di prigionia e liberazione, e cresciuto a Nazaret, tra mura, voci e affetti di quotidiana umanità. La voce parla, e proprio in forza di quello Spirito già presente, rivela: tu sei l’amato, sei il Figlio, in te la mia pienezza.

Ma chi è Gesù di Nazaret? E che cosa possiamo vedere quando guardiamo lui?

Pietro, in modo molto semplice e diretto – lo ascoltiamo nella seconda lettura – ci dice: «dopo il battesimo passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui». E sappiamo che Pietro di quell’andare è testimone diretto.

Ma già il profeta Isaia aveva tracciato l’identikit di colui che sarebbe stato IL mandato da Dio, il suo consacrato, l’eletto, colui nel quale Dio aveva posto il suo compiacimento.
Isaia lo descrive in uno modo straordinariamente plastico e concreto. Il servo del Signore, l’eletto, è mandato tra noi per essere luce delle nazioni, per aprire gli occhi ai ciechi, per liberare i prigionieri, per far uscire dalla reclusione chi abita nelle tenebre. Colui che è mandato per seminare a larghe mani il regno di Dio non è solo vero Dio, ma è anche vera persona, visibilità di una umanità autentica e pienamente realizzata. È colui che non urla, non spezza una canna incrinata, non spegne una fiamma smorta. In lui c’è vita. Da lui si diffonde vita.

Ecco chi è l’Amato. Ecco il Dio che pur di salvare si è lasciato salvare; ecco colui che pur di far risplendere in noi l’essere figli amati si è fatto fragile carne.

E noi, oggi, anche davanti al Giordano, continuiamo a contemplare il grande mistero del Dio con noi anche nel peccato.

UNA PREGHIERA COME SOSTEGNO

Al Giordano

Davanti al Giordano, Signore Gesù,
ti riscopriamo presente e amante:
presente anche nel nostro peccato,
amante della nostra vita,
della nostra fragilità,
dei nostri più intimi desideri
di conversione.

Sei l’Amato, o Emmanuele,
sei colui che non spegne
la nostra debole speranza,
non spezza la nostra vita incrinata.
Tu ci apri alla luce
e ci liberi da ogni tenebra.
Noi ti lodiamo e ti benediciamo. Amen.

DAL VANGELO DELLA DOMENICA
(Lc 3,15-16.21-22)

In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco».
 Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

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Diventiamo seminatori di vita? – Buon anno 2023!

Che cosa conta più della vita?

Che cosa possiamo augurarci reciprocamente se non vita? Sì, vita, perché nulla c’è di più prezioso. Nulla di più scontato.

Auguriamoci reciprocamente vita, quella autentica, quella che fa vivere il mondo attorno a noi e fa vivere anche noi.

Vita è un sorriso benevolo, che sa appianare una fastidiosa tensione.
Vita è il perdono dato a chi proprio non ha fatto nulla per meritarlo.
Vita è accorgersi di una sofferenza camuffata.
Vita è capacità di ricominciare con una ferita ancora sanguinante.
Vita è sperare quando tutto sembra capitolare.
Vita è rinascere, ogni giorno un tantino in più.
Vita è… tutto ciò che uscendo dal nostro cuore, dalle nostre labbra, dalle nostre scelte ci rende migliori e rende migliore il mondo attorno a noi.

Ma qual è la sorgente della vita? E come possiamo seminarne a piene mani?

Come possiamo attraversare la morte senza morire?
Come possiamo essere feriti dall’odio e decidere di non odiare?
Come possiamo ricominciare a vivere quando nel cuore si è spenta la speranza?

Il 1° gennaio fa risuonare tra noi una solenne benedizione, consegnata da Dio a Mosè, perché fosse proclamata sul popolo. Una benedizione che ha attraversato i secoli fino a oggi, e che si diffonde tra noi alimentando davvero vita.

«Ti benedica il Signore e ti custodisca.
Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia.
Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace»

Questa benedizione non è solo augurio. È, insieme, promessa e compimento. È ciò che Dio per noi promette ed è ciò che su di noi Lui opera.
Dio stesso si è fatto in Gesù benedizione. Facendosi carne, ci ha presi in carico. Sposando la nostra stessa fragile natura l’ha resa capace di far germogliare vita. Nascendo, ha rivolto verso di noi il suo volto e ci ha resi per sempre benedetti e amati.

Questa è la sorgente della vita.
Questo è ciò che ci permette ogni giorno di diventare VITA!
Il nuovo anno si apra con questa certezza nel cuore.
E la Madre di Dio, prima seminatrice di vita renda stabile e certo il nostro camminare.

Tanti auguri a tutte e tutti noi e buon 2023!

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I nostri occhi vedono la presenza del Signore – BUONA DOMENICA! Solennità del Natale – ANNO A


Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.
(Gv 1,14)

Che cosa contempliamo nel Natale? Che cosa celebriamo in questo giorno santo?
Nella prima lettura il profeta Isaia apre uno scorcio felice: sentinelle che alzano la voce per esultare, messaggeri di pace che annunciano salvezza, antiche rovine ricostruite, canti di gioia e confini estremi raggiunti da Dio. Nella seconda lettura l’autore della Lettera agli Ebrei non ci gira attorno: «Dio in questi giorni ha parlato a noi per mezzo del figlio».
Ma chi è davvero «il figlio» e che cosa possiamo vedere quando guardiamo a lui? Quando lo ascoltiamo? Quando riusciamo a vedere i suoi gesti?
L’evangelista Giovanni diversamente da Luca o da Matteo non ci racconta gli eventi della nascita e dell’infanzia di Gesù. Qui non c’è Maria e Giuseppe, non c’è Elisabetta e Zaccaria. In Giovanni non ci sono i magi e neppure i pastori. È come se in questo giorno davvero santo, l’evangelista ci spingesse un po’ più in là. È come se si avvicinasse a noi, fermi davanti al presepe, e ci dicesse: «Avanti, non è questo il Natale… non finisce qui. Basta con quegli occhi languidi e con quello spirito tenero la cui scadenza è il 26 dicembre. Vai oltre, vai dentro! Spingiti all’origine di ogni cosa. Cerca di capire il perché di quella grotta, di quella mangiatoia, di quell’evento, di quella nascita!».
Ogni pagina del Vangelo di Giovanni instancabilmente sembra ripeterci la stessa cosa: «Dio è luce. La luce vera. La luce contro cui le tenebre non smetteranno di combattere. La luce che non si stancherà di illuminare. La luce capace di trasformarci in luce». Dio è la luce che sceglie di entrare nelle tenebre, di penetrare gli abissi, di abitare la notte. Non c’è oscurità che lo possa allontanare. Dio è luce che penetra la storia, facendosi storia. Ma a noi tutto questo non basta ancora. Noi abbiamo bisogno di concretezza. Ci serve qualcuno che ci dica: «Amica, amico, guarda che qui non c’è poesia. È tutto vero! E di fronte hai un Dio in carne e ossa».
Già… di fronte a noi c’è un Dio in carne ossa. Perché per quanta poesia possa esserci nel prologo di Giovanni, quel primo capitolo non è altro se non una delle più belle e straordinarie premesse: Vangelo è l’essersi fatto carne di Dio. La più bella notizia è poter seguire il Dio che ci ha talmente amato da lasciare i cieli per sposare la terra, per farsi noi, per essere come noi a tal punto da aprirci alla possibilità di diventare come lui, diventare Dio. Lui non viene per chiedere, per prendere, per assicurarsi che tutto vada come voluto e sperato. Lui viene per aprirci definitivamente all’incontro con la luce, con l’amore. Si carica in modo totale della nostra povera e fragile umanità perché ognuno di noi, nessuno escluso, possa sentirsi attraversato dalla grazia, da quel dono gratuito e immeritato di pienezza.
Quel Bambino che oggi contempliamo è la luce che fin dalla notte dei tempi abita gli universi e attraversa il tempo. Quel Bambino è l’Onnipotente Parola che ha creato il mondo. Quel Bambino è il Dio crocifisso che non tratterrà la sua vita pur di darci vita in abbondanza.

UNA PREGHIERA COME SOSTEGNO

Luce vera del mondo

Luce del mondo, Verbo del Padre,
Vita che dona vita,
nasci ancora nel mondo,
nasci nelle nostre storie personali,
nelle pieghe disordinate
della nostra esistenza.
Emmanuele, Dio-con noi,
ti contempliamo presente
lì dove la notte spegne la speranza.
Parola fatta carne,
possa ogni spazio aprirsi a te,
per essere in te ricreato,
riaperto alla vita,
riconsegnato alla luce.
In questo giorno santo,
noi ti lodiamo e ti benediciamo.
Amen.

DAL VANGELO DELLA DOMENICA (Gv 1,1-18)

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me».
Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.

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Gesù, Vangelo di Dio, fatto carne – BUONA DOMENICA! IV di Avvento – ANNO A


La vergine concepirà e darà alla luce un figlio
(Mt 1,23)

La quarta domenica di Avvento ci accompagna alle soglie del Natale. Siamo ormai prossimi, stiamo per celebrare il grande mistero della nostra fede: l’incarnazione di Dio, il farsi carne di colui che è oltre la carne.
C’è qualcosa di più in-credibile di un Dio che nasce? di una donna vergine che genera? di un Onnipotente bambino? Ecco, la quarta domenica ci corazza per farci affrontare ciò che la nostra mente con molta difficoltà tratterà con opportuna serietà. Perché diciamocelo, il Natale è una bella poesia, il suo spirito è una ricarica per l’anima, ma poi, chiuso il sipario sulla grotta, la verità delle cose sarà tutt’altro. E noi lo sappiamo bene. E in fondo ci piace così!
Invece Matteo è un evangelista con i piedi per terra, ama fare i conti con la storia, con le promesse, con la concretezza del vivere. La stessa concretezza che si respira nelle parole del profeta Isaia.


Quello che accade a Betlemme ha a che fare con una storia fatta di storie. Quello che accade a Betlemme è la risposta di Dio alle mani tese di donne e uomini che chiedono; è il farsi presenza di Dio per donne e uomini che cercano. Isaia tuona oggi esattamente come ieri: «Non vi basta stancare Dio?». Colui che vi è stato dato è la presenza tangibile di Dio, che non si stanca di nascere tra le pieghe sgualcite o strappate di ogni vita.
Leggendo il Vangelo, noi oggi partiamo con: «Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria…», eccetera… Ma quei versetti che precedono questo brano, per quanto possa essere noioso ascoltarli, sono di una grande consolazione. Dicono tutta la genealogia di Gesù, dicono cioè quanto sia stato concreto e scandaloso Dio, scegliendo di avere nel proprio albero genealogico, traditori, prostitute, peccatori incalliti, omicidi. Le madri di Dio, nella storia, non sono state grembi puri e per questo benedetti. I padri di Dio non sono stati semi puri e per questo benedetti. È Dio ad aver benedetto con la sua presenza una storia di peccato. Ed è forse questo il cuore delle letture che la domenica-soglia, la quarta domenica appunto, ci invita a dischiudere. È questo quel passo che Dio chiede a Giuseppe di compiere.
In Maria Dio sta urlando al mondo il suo farsi salvatore, il suo farsi prossimo, il suo farsi salvezza, il suo farsi vicino a noi e al nostro dolore, alle nostre sconfitte, al nostro peccato. Giuseppe è giusto, ma Dio non ha bisogno del giusto per entrare nella storia: si fa vita dove vita non c’è, dove il grembo non può generare; e chiede al giusto di restare a guardare, di difendere ciò che non comprende, accompagnando con stupore il compiersi della salvezza che solo la mano di Dio e il sì della creatura realizzano in pienezza.
Il Natale, permettendoci di contemplare il nascere di Gesù, sarà per ognuno di noi l’occasione per riscoprire ciò che lui veramente è: vangelo di Dio, bella notizia di Dio per noi. Non ci sono storielle a cui credere. Dio sceglie sempre la carne, quella vera, attraversata dal sangue e segnata dalla vita. Nel silenzio operoso di chi ogni giorno sceglie di vivere, lui si fa salvezza, si fa presenza, si fa Vangelo.
E a noi, come ad Acab è chiesto di ascoltare; come a Giuseppe, di credere; come a Maria, di fare spazio.

UNA PREGHIERA COME SOSTEGNO

Vieni, Emmanuele!

Come pioggia buona
che irrora il deserto, così,
Signore Gesù, nasci in noi,
nasci tra noi, nasci per noi.
I cieli si aprano perché,
abbondante, piova la vita,
e la nostra terra si apra perché,
abbondante, cresca la gioia.

Alle soglie del Natale,
vogliamo contemplarti, Vita di Dio,
vogliamo aprirci allo stupore dell’assurdo,
vogliamo permettere all’incredibile
di trovare spazio nelle nostre logiche.

Vieni, o Emmanuele, vieni!

DAL VANGELO DELLA DOMENICA (Mt 1,18-24)

Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”.
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

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C’è davvero qualcosa di cui gioire? – BUONA DOMENICA! III di Avvento – ANNO A

Lo Spirito del Signore è sopra di me,
mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio
(Is 61,1 (cit. in Lc 4,18)

È la terza domenica di Avvento, domenica della gioia… e di una gioia fondata! Prima lettura e Vangelo sono un tripudio di festa: tutto è pienezza, luce. Ogni cosa, persone o natura, sembra vibrare di una vitalità nuova. Quello che era attraversato dal dolore ora sembra diffondere vita a piene mani. L’attesa si carica di una speranza rinnovata, di una bellezza desiderata.
Oggi possiamo andare a Dio, rivolgerci a lui – in qualunque ambiente siamo e in qualsiasi condizione ci troviamo – e fare quello che Giovanni ha chiesto di fare ai suoi discepoli. Chiedere al Signore: «Sei tu colui che stiamo aspettando? Sei tu il portatore della nostra gioia? Sei tu che darai vita ai nostri deserti e riporterai i colori nelle nostre ombre? Gesù, sei tu colui che guarirà le nostre ferite e spezzerà i legami della morte?».
E certamente anche a noi lui risponderà nello stesso modo: «Guardatevi attorno, la risposta sta in ciò che vedete e ascoltate!».
In ciò che vediamo? In ciò che ascoltiamo? Forse Gesù voleva dire: in ciò che speriamo! In ciò in cui crediamo!
E invece no. I due verbi che l’evangelista Matteo mette in bocca a Gesù sono proprio: udire e vedere. Ed è qui il problema. È in questo che le sue parole potrebbero scandalizzarci. Anzi, diciamocela tutta: le sue parole suonano più come una bestemmia che come una promessa. Quello che vediamo e udiamo fa male, stritola il cuore.
La terra che frana e inghiotte futuro, e stritola vite, e spezza legami, e vìola la vita… È solo una terra matrigna, non è un deserto che fiorisce.
Uomini che uccidono altri uomini, donne che vengono violate e lacerate, figli che non possono aggrapparsi a coloro da cui sono stati generati, fratelli e sorelle in umanità che lasciano che altri muoiano tra stenti o onde… Sono solo ciechi che non vedono, muti che non si aprono all’incontro, sordi che non ascoltano, morti chiusi alla vita. Quando vedranno, Signore? Quando si apriranno all’altro? Quando ritorneranno a vivere e far vivere?
Quello che vediamo e udiamo ha il gusto amaro della sofferenza, del dolore, dell’innocente colpito, dell’altro non riconosciuto. È come se tutto ci dicesse che dobbiamo attendere ancora… dobbiamo aspettarne un altro…
Ma, ritorniamo un attimo al Vangelo e poi alla lettura di Isaia. Gesù aggiunge: «Beati coloro che non troveranno in me motivo di scandalo». Forse è qui il nucleo di tutto. Isaia invita la terra arida e il deserto a rallegrarsi, a riscoprire cioè motivi di gioia per una fecondità ancora solo promessa. È alle mani fiacche che dice di irrobustirsi, non alle robuste. È alle ginocchia vacillanti che chiede di diventare salde. È come se ad attraversare la Prima lettura e il Vangelo ci sia un invito a guardare e a udire oltre noi, oltre i nostri smarrimenti, oltre le nostre ferite.
Beati coloro che non si scandalizzano di Gesù di Nazaret, delle sue parole e dei suoi gesti, e sanno ascoltare la vita che dalla morte si genera come tralci nuovi da un innesto; e sanno vedere la luce splendere tra le feritoie di un’umanità colpita a morte.
Il segreto di questa beatitudine ce lo svela il contadino: vedrà e udrà colei, colui che pazientemente seminerà vita e attenderà che germogli.

UNA PREGHIERA COME SOSTEGNO

Occhi che vedono la salvezza

Signore Gesù,
Astro che splende nelle tenebre,
donaci occhi che sappiano
scrutare nella notte
le scintille della vita;
donaci orecchie che sappiano
ascoltare nel dolore
il sussurro della speranza;
donaci un cuore che
nelle solitudini che ci attraversano
sappia essere grembo di nuova umanità.

Vieni! Tu sei Colui che stiamo aspettando.
Sei tu il Dio-con-noi che
ci fa attraversare la morte
per incontrare la Vita.
Vieni, Signore Gesù.

DAL VANGELO DELLA DOMENICA (Mt 11,2-11)

In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».
Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”.
In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».

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Una voce grida nel deserto e non si stanca di farlo – BUONA DOMENICA! II di Avvento – ANNO A

Convertitevi: il regno dei cieli è vicino!
Mt 3,2

Nella seconda domenica di Avvento le parole di Giovanni il Battista penetrano in profondità e fanno eco a quanto Isaia aveva annunciato. «Convertitevi, perché il regno dei cieli vicino!», o più precisamente, scrive l’evangelista Matteo: «si è avvicinato». Giovanni è voce che rompe il silenzio, è voce che scuote dal comodo torpore in cui ci si rifugia, è voce che non tace di fronte a nessuno. Giovanni sa di essere voce della Parola che sta germogliando, per questo non può tacere, perché il suo silenzio sarebbe una porta chiusa, una lampada non accesa, un sentiero interrotto… e per noi una possibilità in meno per incontrare Dio e conoscerlo.
Possiamo essere profondamente grati a Giovanni, ai tanti Giovanni della storia che non si stancano di aprire strade nei deserti di umanità.
Se in questa II domenica riuscirete a perdervi nella bellezza della pagina di Isaia, allora vi starete facendo un regalo. Quello che il profeta descrive non deve sembrarci un’utopia. Un mondo impastato di pace, di vita, di incontri non può essere relegato a una visione per bambini o per ingenui. Non ce lo possiamo permettere, o meglio non ce lo possiamo concedere. Sì, concedere! Perché sarebbe solo più comodo per la nostra coscienza (che potrebbe continuare ad agire alla bene e meglio) e per le nostre scelte quotidiane (sempre alle prese con qualcosa da difendere e conquistare).
Invece i primi e gli ultimi versetti che la prima lettura ci regala, ci dicono altro… aprono altri squarci. Lupo e agnello, leopardo e capretto, vitello e leoncello guidati da un fanciullo e un mondo segnato dalla giustizia e dalla bellezza saranno possibili solo quando «la conoscenza del Signore riempirà la terra come le acque ricoprono il mare» (Is 11,9). Conoscere il Signore, questo cambierà davvero la nostra vita e cambierà la vita del mondo. Conoscerlo, ma così come lo scrittore biblico intende: farne esperienza, incontrarlo. Per la Bibbia la conoscenza vera non si fa con la testa, con l’intelligenza; si fa con il cuore. Conoscere è incontrare, è scoprire, è ascoltare con il cuore, è lasciarsi trasformare. Per questo Dio si fa germoglio che spunta, virgulto che nasce. Per innestarsi in noi, nella nostra fragile natura umana. Per portare la sua ricchezza nella nostra povertà, il suo infinito nelle nostre prospettive, la sua giustizia nei nostri pregiudizi, il suo amore nelle nostre paure. Germoglia come virgulto nuovo da radici antiche… e non importa quanto siano antiche, perché lui innesta la novità.
Sì, lo so, molti diranno: è poesia. E lo sapeva anche Giovanni. Lo sanno tutti coloro che sfiorano Dio e poi sbattono la testa contro la dura verità della terra. Ma proprio per questo Giovanni urla, e non si stanca di farlo. In gioco c’è il futuro del mondo. In gioco c’è la nostra felicità comune. In gioco c’è la nostra possibilità di incontrare e conoscere Dio faccia a faccia, da amici.
Convertiamoci! Cambiamo la nostra mentalità! Deponiamo le nostre logiche e spalanchiamo la porta a Dio. Lui può renderci figli di Abramo, figli della promessa, donne e uomini ricchi di vita e felici.

UNA PREGHIERA COME SOSTEGNO

Vieni, germoglia in noi

Convertici, o Emmanuele,
cambia le nostre logiche,
sovverti i nostri parametri.
Germoglia in noi, o Virgulto di Iesse,
nasci dalle nostre radici,
anche da quelle più malate e ferite;
fiorisci nei nostri deserti,
perché dove la morte ci ha colpito
e la sfiducia ci ha inaridito,
proprio da lì possa venire fuori nuova vita.

Vieni, Signore Gesù,
noi ti invochiamo, vieni!

DAL VANGELO DELLA DOMENICA (Mt 3,1-12)

In quei giorni, venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaìa quando disse: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!».
E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».

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vita… solo chi ne scopre il senso può cantarne la bellezza

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