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Il Pane dell’unità – Buona domenica! – Solennità del Corpo e Sangue del Signore – Anno A

«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,51) 

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Credere nel poco! – Buona domenica! – Corpus Domini – anno C

«Voi stessi date loro da mangiare» (Lc 9,13) 

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Buona domenica! – SS. Corpo e Sangue di Cristo – Anno C

eucaristia cv«Questo è il mio corpo, che è per voi;
fate questo in memoria di me»

Dalla Prima Lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (1Cor 11, 23-26)
SS. CORPO E SANGUE DI CRISTO – Anno C

Lo Spirito ci sostiene. Per diventare discepoli che annunciano, per capire chi è veramente Dio, per capire chi è la Chiesa. In questa opera di ri-comprensione di ciò che siamo e facciamo oggi celebriamo la solennità del Corpus Domini: è l’Eucarestia che mettiamo al centro della nostra riflessione. Se ciò accade è per cercare di arginare l’abitudine, per smuovere e risvegliare le nostre stanche e assonnate comunità, per chiederci – infine – cosa ne abbiamo fatto del dono del Risorto ai credenti. Ancora oggi la partecipazione alla Messa domenicale segna l’argine fra “praticanti” e no, fra chi crede e chi, credendo, si raduna in obbedienza al Signore. Ma la messa domenicale rischia, ahimè, di restare l’unico, fragile segno di appartenenza, un obbligo da assolvere, una scipita appartenenza che non converte il nostro cuore. Quando i preti si incontrano in giro per l’Italia le tre domande d’obbligo sono: quante parrocchie hai? Quanti abitanti ci sono? Che percentuale di partecipazione alla messa festiva? E se anche avessimo il 100% della popolazione che partecipa alla Messa? Ciò significa che il Regno di Dio avanza? Non mi importa quanta gente partecipa alla Messa. Mi importa di più quanti escono convertiti e consolati, discepoli capaci di calare nella quotidianità il mistero che hanno appena celebrato.

MELCHISEDEK
Abramo è uscito da Ur dei Caldei. Lo ha fatto per ascoltare un’intuizione, una voce interiore che gli ha detto leck leckà, sbrigativamente tradotto con “esci dalla tua terra” ma che, in realtà, significa “vai a te stesso” o “và: ti conviene”. Tutti lo prendono per pazzo: suo padre Terach, secondo la tradizione rabbinica costruttore di idoli, i suoi concittadini. cercatori di dio cvAbramo è nel pieno della vita, nell’età in cui si raccolgono i frutti, perché inoltrarsi verso l’ignoto? E invece parte, esce, se ne va, lascia tutto per cercare Tutto. Non lo sa ancora, ma questo gesto gli farà incontrare Dio. Questo gesto lo farà diventare padre di una moltitudine: i cercatori di Dio. Nel suo difficile percorso Abramo ha lasciato a suo nipote Lot le terre migliori, ha affrontato l’ostilità dei re del luogo e, infine, incrocia Melchisedek che offre per lui un sacrificio e lo benedice.
Melchisedek è re di Salem, re della futura Gerusalemme, re di shalom, di pace, come interpreta la lettera agli Ebrei (Eb 6, 20). I Padri cristiani hanno visto in lui una prefigurazione di Cristo, in quel pane offerto l’immagine dell’eucarestia, il pane del cammino. Nel percorso interiore anche noi, come Abramo, come Elia (1 Re 19, 5-6), incontriamo un pane del cammino che ci accompagna alla scoperta del vero volto di Dio alla cui luce scopriamo il nostro vero volto. L’eucarestia è come la manna donata da Dio al popolo in fuga: un cibo che ci permette di camminare verso la pienezza, verso l’altrove.

L’ESSENZIALE
Paolo scrive una delle sue lettere alla comunità di Corinto, città cosmopolita in cui ha annunciato il vangelo. Non sono ancora passati vent’anni dalla resurrezione di Gesù e Paolo raccomanda alla comunità di andare all’essenziale, di distinguere bene le cose importanti dalle cose accessorie per superare le tante incomprensioni e gli sbandamenti morali che stanno straziando la nascente Chiesa. Paolo ripete ai Corinzi, con precisione, le parole del Maestro, il gesto che egli ha compiuto durante quell’ultima, tragica Pasqua. Paolo ha ricevuto il dono dell’eucarestia e chiede alle sue cattolici cinesi cvcomunità di ripetere la Cena del Signore, in obbedienza, in attesa che il Signore Gesù venga per ritrovare il senso di ciò che sono. Il fatto che ogni domenica milioni di comunità cristiane, dal caos delle grandi città europee alle sperdute missioni africane o asiatiche, si radunino per ascoltare la Parola e per ripetere la Cena è, in fondo, una questione di obbedienza. Noi facciamo la Cena in sua memoria, perché egli sia presente, perché riviviamo la sua passione, morte e resurrezione e, da quell’incontro, possiamo camminare durante la settimana.

SINTONIA
Gesù, nel momento più difficile della sua vita, nel momento dell’abbandono e dell’incomprensione, compie un gesto definitivo: si dona, si consegna, non offre pane e vino, come Melchisedek, ma la sua stessa vita sull’altare della croce. Non è il pane che diventa Cristo, ma Cristo che si fa pane, per potere essere assimilato, per nutrire, per indicare un nuovo percorso, una nuova logica, quella del totale dono di sé. La Cena pasquale che egli celebra nell’indifferenza e nella distonia totale con gli apostoli ci dona la misura della solitudine e dell’amore di Dio. catechista cvQuel gesto, gesto d’amore assoluto, è celebrato e ripetuto ogni volta che una comunità di credenti si raduna insieme ad un prete. Ma non può essere un gesto auto-celebrativo, un gesto isolato, un gesto neutro. O l’Eucarestia contagia la nostra vita, la riempie, la modella, la plasma, la informa o resta sterile, morta, inutile. La Messa inizia proprio nel momento in cui usciamo dalla porta della chiesa. E dura un’intera settimana. Quel pane ricevuto ci aiuta a sfamare la folla, ad accorgerci della fame insaziata di chi incontreremo durante la settimana e a mettere a disposizione quel poco che siamo per sfamare ogni uomo, nel corpo e nell’anima.

ALLORA
ragazze cvL’Eucarestia, il pane di Dio, il pane del cammino, è il dono prezioso che ci fa diventare credenti, che ci sostiene e costruisce comunità. Questo è l’essenziale. Il resto: chi celebra, come, quando, chi anima, chi legge, chi canta e cosa, è tutto dopo, per cortesia. I preti sono chiamati a diventare trasparenza, a lasciare che sia la Parola a fluire nelle (brevi) omelie (Quanta poca Parola nelle nostre parole!), che siano eucarestie, cioè ringraziamenti, non luoghi da cui bacchettare le persone o occasioni per far sfoggio della pirotecnica cultura teologica.
Ai discepoli, a coloro che amano il Signore, auguro che l’Eucarestia torni ad essere ciò che è: incontro col Risorto, pane del cammino, farmaco e consolazione, luogo di accoglienza e di conversione, di fraternità e di perdono.

(PAOLO CURTAZ)

Mistero della Fede di F. Massimillo – A. M. Galliano (Paoline 2012)

Canti per l’Eucaristia
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SS. Corpo e Sangue di Cristo – Anno B

«Dov’è la mia stanza, in cui io possa
mangiare la Pasqua con i miei discepoli?»

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 14,12-16.22-26)
  SS. Corpo e Sangue di Cristo – Anno B

Di quanto Spirito abbiamo bisogno per potere capire che Dio è comunione?
Di quanto Spirito abbiamo bisogno per smetterla di litigare e imitare la Trinità?
Di quanto Spirito abbiamo bisogno per superare questo momento tragico, lo spettacolo che diamo al mondo di un gruppo di discepoli che si fanno la guerra, che imitano i corvi invece di invocare la colomba?
Scenda il fuoco e ci purifichi, ci sostenga, ci incoraggi.

Il mite Pietro chiede di uscire dalla Babele a partire da chi gli sta attorno e ha assorbito la logica del mondo. Anche noi siamo chiamati a convertire il nostro cuore, a far diventare le nostre comunità l’anti-babele, il pallido riflesso della Trinità. Difficile, lo so, non ditelo a me. Dio ci dona l’esempio, facendosi pane. E ogni comunità, ogni domenica, si stringe a lui e ripete, come il popolo dell’alleanza: quanto il Signore ha detto noi lo faremo.

LA STANZA
“Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Sta per essere arrestato e ucciso il Maestro. I suoi non lo sanno, non se ne accorgono, sono troppo concentrati su loro stessi e sui loro limiti per vedere ciò che sta per succedere. Gesù, invece, ha ormai piena consapevolezza che tutto volge al termine, che sta per compiere il dono più grande, il dono della sua stessa vita. Servirà? Capirà, l’uomo, che Dio lo ama liberamente, senza condizioni? Saprà l’uomo, infine, arrendersi all’evidenza di un Dio donato?
Si avvicina la Pasqua: Gesù sa che non riuscirà a celebrarla con i discepoli. Decide di anticiparla, chiede ospitalità ad uno sconosciuto, in quella stanza al primo piano, sul monte Sion che sovrasta la città, di fronte al Tempio, Gesù sta per dare l’addio ai suoi discepoli, facendo loro il regalo più grande: la sua presenza eterna.
“Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”.

PARTECIPI
Non sappiamo neppure il nome del tale il cui servo sceso ad attingere acqua incrocia in città i discepoli del Nazareno che lo seguono per chiedere al proprietario una stanza per celebrare la Pasqua. Gesù, però, considera sua quella stanza. Sua, perché vi resterà per sempre. Sua, perché chi accoglie il Maestro, anche senza saperlo, anche senza consapevolezza, si vede trasformare la vita. Proprio come accade nelle nostre spente assemblee domenicali.

TIEPIDEZZE
Dio, il misericordioso, mi ha dato molte gioie nella vita. Una di queste è il potere conoscere molte comunità, sparse nei quattro angoli dell’Italia, e di pregare con loro. Ho partecipato ad assemblee di comunità vivaci, coraggiose, a veglie di preghiera intense, a messe piene di gioia e di emozione. Raramente.
Più spesso, partecipo a delle messe fiacche, tiepide, distratte, spente, esasperanti.
Quante volte incontro degli amici che, avvicinatisi al Signore, convertiti alla e dalla Parola, faticano a nutrire la propria spiritualità in grandi città piene di chiese e povere di fede! Quante volte, io stesso, in vacanza, ho partecipato con dolore e insofferenza a celebrazioni raffazzonate, frettolose, senza preghiera! Gesù, però, sceglie di fare “sue” anche quelle stanze. Non ha la puzza sotto il naso, il Signore, si adatta. Ha voluto con sé, nel momento più faticoso della sua vita, i suoi dodici poveri apostoli. Poveri e fragili come noi, instabili e lunatici come noi. “Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”.

CONVERSIONI
Partecipiamo con costanza e forza alle nostre celebrazioni, anche se sbiadite. Se possibile, mettiamoci in gioco per cambiarle, per renderle più gioiose, accoglienti, oranti. Addobbiamola, la stanza alta, rendiamola accogliente al meglio delle nostre forze e delle nostre possibilità. Ma se ciò non è possibile, pazienza. Se si adatta Gesù, noi non ci adatteremo? Viviamo tempi difficili, tempi in cui la fede è messa a dura prova. Penso al dolore di tanti sacerdoti che si ritrovano a donare la loro intera vita per annunciare il vangelo e si ritrovano a fare i funzionari davanti a comunità pagane nei fatti, se non nelle abitudini!
Oggi celebriamo il Mistero della presenza reale, concreta, attuale, salvifica di Cristo nell’Eucarestia: il Rabbì si rende accessibile, incontrabile, si fa pane del cammino, diventa cibo per l’uomo stremato. Rabbrividisco di fronte alla poca fede mia e delle nostre comunità.

POCA FEDE
Il problema è semplice: la nostra fede è poca, ridotta al lumicino.
E allora la Messa è peso, fatica, incomprensione. Ma se crediamo che il Maestro è presente, al di là della povertà del luogo e delle persone, tutto cambia. L’Eucarestia diventa il centro della settimana, la Parola celebrata ritornerà in mente durante il lavoro e lo studio. Da quel pane donato, ripartiamo. Perché la “sua” stanza torni ad essere addobbata.

(PAOLO CURTAZ)


GP2 GenerAzioni – Corpus Domini!

Al di fuori della celebrazione eucaristica, la Chiesa si prende cura di venerare l’Eucaristia che deve essere “conservata… come il centro spirituale della comunità religiosa e parrocchiale“.
La contemplazione prolunga la comunione e permette di incontrare durevolmente Cristo, vero Dio e vero uomo, di lasciarsi guardare da lui e di fare esperienza della sua presenza.
Quando lo contempliamo presente nel Santissimo Sacramento dell’altare, Cristo si avvicina a noi e diventa intimo con noi più di quanto lo siamo noi stessi; ci rende partecipi della sua vita divina in un’unione che trasforma e, mediante lo Spirito, ci apre la porta che conduce al Padre, come egli stesso disse a Filippo: “Chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv 14,9).
La contemplazione, che è anche una comunione di desiderio, ci associa intimamente a Cristo e associa in modo particolare coloro che sono impossibilitati a riceverlo. Rimanendo in silenzio dinanzi al santissimo sacramento, è Cristo, totalmente e realmente presente, che noi scopriamo, che noi adoriamo e con il quale stiamo in rapporto.
Non è quindi attraverso i sensi che lo percepiamo e gli siamo vicini. Sotto le specie del pane e del vino, è la fede e l’amore che ci portano a riconoscere il Signore, lui ci comunica pienamente “i benefici di questa redenzione che ha compiuto, lui, il Maestro, il Buon Pastore, il mediatore più gradito al Padre“.

Tratto dal libro
365 giorni con Giovanni Paolo II

Buona domenica! – Corpus Domini

Poiché vi è un solo pane,
noi siamo, benché molti, un solo corpo:
tutti infatti partecipiamo all’unico pane.

Dalla prima lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi (1Cor 10,16-17)
SS. CORPO E SANGUE DI CRISTO – Anno A

Penso capiti a tutti, quando si va a mangiare in qualche ristorante o pizzeria, di osservare la disposizione dei clienti. Da come sono disposti i tavoli e da come sono sedute le persone, è abbastanza immediato capire i legami che ci sono e il grado di conoscenza reciproca. Se si va dove di solito a mezzogiorno si recano a mangiare, nella pausa pranzo, i lavoratori, può capitare benissimo di vedere persone che mangiano da sole oppure piccoli gruppi di colleghi che si mettono vicino e si scambiano qualche chiacchiera, anche se hanno poco tempo. La sera e nei giorni di festa invece è possibile veder mangiare insieme grossi gruppi. Quando si esce in compagnie numerose si cerca il più possibile di unire i tavoli per far in modo che ci sia un unico punto di aggregazione. E anche se con molta probabilità molti dei commensali del gruppo non riusciranno a parlarsi perché troppo distanti, non si vuole mangiare in tavoli divisi, ma in un unico tavolone, cosa che mette sempre un po’ in crisi i camerieri… E la riuscita di una cena di gruppo (una famiglia, un gruppo di amici…) non è solo nelle cose che si mangiano, ma prima di tutto è nella qualità del gruppo stesso. Anche i piatti più gustosi e raffinati non riescono a fare bella una festa, se il gruppo è diviso e ci sono tensioni e freddezze.
Quando pensiamo all’Eucaristia, ci fermiamo sempre molto sulle parole che Gesù ha pronunciato (“Questo è il mio corpo…”, “Questo è il mio sangue…”) e poca attenzione mettiamo a tutto quello che succede attorno. Per comprendere bene le parole di Gesù sul pane e sul vino, che ancora oggi sono al centro delle nostre celebrazioni domenicali e feriali, non possiamo non tener presente cosa il Signore vuole dai suoi discepoli. Gesù parla di comunione tra i suoi amici. Insegna loro ad essere un corpo solo e a distinguersi dagli altri nella capacità di volersi bene, perdonandosi e sostenendosi nelle difficoltà. Quando pensiamo al Corpo di Cristo e al suo Sangue, non possiamo pensare solo al contenuto del Tabernacolo e al vino dentro il Calice. Questi due elementi sono il segno sacramentale della presenza di Gesù che non si esaurisce li, ma si realizza nel Corpo di Cristo che è la comunità dei cristiani e anche di tutti gli uomini. Sottolineo questo perché tante volte la nostra preoccupazione riguardo la Messa domenicale sembra cadere tutta sul Pane e sul Vino consacrati come Corpo e Sangue di Cristo, mentre poca attenzione viene data al Corpo di Cristo che è la comunità che sta celebrando.
Il Corpo di Cristo prima di tutto è la comunità che celebra il Signore. Come sono attento a venerare il Pane consacrato, così devo porre attenzione al mio fratello e alla mia sorella che ho vicino, o anche al fratello e sorella che non ho vicini fisicamente, ma che come me fanno parte della stessa fede e della stessa umanità, anche se sono dall’altra parte della terra.
Ritornando al paragone con il ristorante, mi chiedo se le nostre Messe non assomiglino più a dei pranzi veloci di lavoro, dove si cerca di mangiare soli e senza troppi legami con chi sta accanto… Come sono le nostre messe? Fast-food individuali e veloci, oppure sono una Cena di famiglia, dove attorno all’unica tavola si celebra la comunione con Dio e tra di noi?

(DON GIOVANNI BERTI)

…e per continuare la riflessione guarda il power-point:
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