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RAGAZZI & DINTORNI – Gennaio 2013 – “… la Chiesa”

Dossier Gen13

«UNIVERSALE» È SOLO INTERNET?

di Fausto Negri

La Chiesa è cattolica, cioè universale. Oggi di universale c’è internet, il telefonino, la tvcellulari satellitare… Grazie alla tecnologia abbiamo, dunque, enormi opportunità, ma esistono anche grandi rischi.
Ne citiamo uno solo evidente: ogni giorno nel Regno Unito si inviano 93,5 milioni di messaggini: il 10% della popolazione ne invia giornalmente addirittura 100. Questa frenesia ha provocato negli ultimi cinque anni un’impennata nelle lesioni al polso o alle dita.
Secondo gli psicologi, usare troppo sms e posta elettronica rende sempre più difficile avere una conversazione rilassata, di persona. 

I vantaggi prodotti dall’attuale tecnologia sono tanti: in positivo, permette di comunicare, in tempo reale, in tutto il pianinternet-bambini-ragazzieta.
Ma non è soltanto l’utente a usare la tecnologia; anche la tecnologia può «usu
rare» l’utente.
Il negativo è che, se i nuovi mezzi assorbono troppo la nostra attenzione e le nostre energie, ci rendono «cyber-dipendenti».
L’elettronica, inoltre, porta con sé un cambiamento del nostro rapporto con il mondo.
Se, infatti, il mondo entra in casa mia quando voglio, che bisogno ho di fare esperienza del mondo?
Se, poi, mi raggiunge soprattutto tramite le immagini, ciò che consumo è solo «rappresentazione della realtà».

Il linguaggio dell’amore richiede la comunicazione personale e corporale. Ci si può fidare di una persona, non di «un messaggino». Nel corpo (parole e silenzi, sguardi che si incrociano, mani che si toccano) sperimentiamo la bellezza della relazione.tecnologia
I rapporti online sono validi e costruttivi quando hanno un prolungamento nella vita. Come si può vivere, infatti, costantemente in un mondo virtuale, con «una faccia» che ci si è costruiti da soli?
Noi abbiamo la fortuna e la grazia di essere parte di una comunità, la Chiesa. Questo termine, che deriva dal greco ecclesia, significa «assemblea di persone chiamate da qualcuno». La comunità fondata da Gesù, la Chiesa, è nata e sempre si rinnova attorno a una mensa, in ambito di condivisione, quindi. La nostra è la religione dei volti. La nostra fede è «cattolica», se sa tradursi in piccoli, quotidiani e concreti gesti di bontà.

ATTIVITÀ

Riflettete in gruppo: se un ragazzo ha settecento amici su Facebook e se ne sta tutto il giorno a chattare in camera davanti a uno schermo, è davvero amico di qualcuno?
Igruppompegno:  proponiamo il digiuno tecnologico, facendo a meno di tv, telefonino e computer per un certo tempo (da un minimo di un giorno, a un massimo di una settimana).
Si può dedicare questo tempo a giocare con gli amici all’aperto, allo studio e alla lettura, a intrattenere rapporti «vivi» con le persone. Questa scelta aiuterà a rendere, poi, più significativa la comunicazione tramite gli strumenti elettronici.

Questo e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi sul numero di Gennaio dell’inserto Ragazzi & D’intorni dossier mensile di Catechisti Parrocchiali.

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Buona domenica! – XI del T.O. – Anno B

«Sapranno tutti gli alberi della foresta
che io sono il Signore,
che faccio… germogliare l’albero secco.
Io, il Signore, ho parlato e lo farò»

Cfr. libro del Profeta Ezechiele (Ez 17, 22-24)
  XI Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

Riprendiamo il tempo ordinario, dopo la lunghissima parentesi che dalla Quaresima ci ha portato, nel Signore risorto, grazie allo Spirito, a meditare sul dono dell’Eucaristia. E lo facciamo in compagnia di Marco, il primo evangelista, discepolo di Pietro. È lui, oggi, a darci un sferzata di speranza, di fiducia, in questi tempi oscuri che ci spaventano.
La terra continua a tremare e ci spaventa la nostra fragilità. Ma altri terremoti stanno travolgendo l’Europa, vittima di se stessa, degli egoismi nazionali, di un’unione mai conclusa che ci sta portando al fallimento. E, per noi credenti, infastidiscono le piccole scosse (piccole e piccine, mediocri, risibili) di chi, fra i palazzi vaticani, pensa di fare la volontà di Dio e il bene della Chiesa spargendo veleni in nome dell’alto ideale della verità. Da come la vedo io non dovrebbero esserci dei palazzi ma poiché la storia va rispettata e amata, che siano le colombe a volteggiare fra le stanze d’Oltretevere, non i corvi. La sfiducia nasce nella quotidianità di chi, discepolo, vede la propria parrocchia faticare, il proprio parroco sfinirsi, le comunità indebolirsi. Stiamo dando un’immagine fragile di Chiesa, agli occhi del mondo. E allora? Dio abita le nostre debolezze, dinamica ben rappresentata da un fragile papa incanutito che, pure, fa vibrare il cuore di un milione di fedeli con le sue miti parole sulla fede.
È il momento giusto per riflettere su cos’è la Chiesa. Meglio: su “chi” è la Chiesa.

ESILIO
Ioiachim, l’ultimo discendente del re Davide, è stato sconfitto e deportato in Babilonia dal feroce re Nabucodonosor. Tutto è perduto: la città santa distrutta, il tempio bruciato e l’Arca trafugata come bottino di guerra. Il terremoto della guerra non offre speranze, il rigoglioso cedro della dinastia davidica è stato impietosamente tagliato alla radice.
Eppure, dice uno dei deportati, un sacerdote del tempio, Ezechiele, Dio prenderà un germoglio dall’albero reciso e lo pianterà, facendolo ricrescere. Ma, lo sappiamo, non sarà più un regno terreno quello che crescerà, ma un’altra realtà, un Regno che passa attraverso i cuori. E colui che verrà, il germoglio di Iesse, è per noi il Cristo. Dio non si stanca dell’umanità, non si scoraggia, non si lascia atterrire dai nostri errori, ma, sempre, ci conduce alla pienezza in modi che non ci aspettiamo.

FATICA
Abbiamo conosciuto il Signore che ci ha cambiato la vita, illuminandola. Sentiamo forte il desiderio di condividere la felicità che abbiamo trovato e che altri ci hanno consegnato e ci siamo resi disponibili ad annunciare il Regno, là dove viviamo. Ma quanta fatica incontriamo! Come catechisti, evangelizzatori, animatori di coppie, collaboratori della liturgia… ci rendiamo conto di quanto lavoro occorre fare e quanta poca forza abbiamo. A volte ci prende l’ansia da prestazione e corriamo come dei matti, salvo poi svuotarci interiormente.
Gesù, oggi, ci rassicura: dobbiamo gettare il seme della Parola in terra, abbondantemente. Non sui marmi delle nostre chiese svuotate, ma sull’asfalto del nostro quartiere di periferia. Uscire e gettare il seme, senza preoccuparsi. Parlare di Dio, bene, con verità, con coerenza. Poi, ci penserà il seme, progressivamente, a crescere. Siamo sempre molto concentrati sul discepolato, su cosa fare per diventare testimoni. Ottimo, bene. Ma subito dopo occorre ricordarci che è Dio che opera. Il mondo è già salvo, solo che non lo sa. Noi possiamo vivere da salvati, al meglio delle nostre possibilità. Il seme cresce da sé.
Gesù ci invita alla pazienza, a lasciar perdere l’ansia, la fobia di tenere tutto sotto controllo, il volere programmare e capire tutto nella nostra vita spirituale. La vita ci porta a pensare che le cose dipendono da noi, dalla nostra buona volontà: ci tocca programmare tutto, anche il riposo! E il rischio di applicare questa categoria alle cose dello Spirito è quanto mai presente. Entusiasti, ci siamo avviati sulle strade del Vangelo e vi abbiamo intuito la verità, coinvolti emotivamente in un’esperienza, in una comunità, in un percorso di preghiera. Poi, dopo qualche tempo, ecco sopraggiungere le difficoltà: fatica a pregare, aridità, inquietudine… E sorge il dubbio; starò sbagliando? Cosa posso fare? Nulla, lasciati fare: se il seme è piantato, stai tranquillo, lascia fare al Signore. La vita interiore richiede tempo e ritmo che non possiamo pretendere di manipolare e nella fede la priorità è sempre di Dio.

SENAPE
La seconda parabola ci ricorda la stupefacente proprietà del seme di senapa, piccolo al punto da rassomigliare alla polvere, e che pure diventa un grande arbusto. La realtà del Regno è così, sia in noi che intorno a noi.
In noi: un piccolo gesto, un piccolo impegno, una piccola apertura nei confronti del Signore può spalancare la diga della fede che tutto irriga e feconda. Anche se la nostra vita è colma di distrazioni, il seme può crescere, nella mia vita e intorno a me, con piccoli gesti di testimonianza, talora insignificanti, che producono risultati sorprendenti. E il Regno intorno a noi è così: questa piccola comunità di uomini e donne che è la Chiesa ha solcato l’oceano della storia fecondando il mondo della speranza del Vangelo. Allo sguardo della fede non sfugge il fatto che milioni di uomini e donne si riconoscono fratelli e figli e cambiano la storia indirizzandola su sentieri di luce: non temiamo, dunque, perché la nostra comunità, i nostri gesti, la nostra celebrazione feconda la realtà, la insemina, lasciando che sia il Signore a far crescere il suo Regno in mezzo a noi.
Per capire questa dinamica sotterranea ci serve il silenzio e la meditazione, solo ritirandoci in disparte con Gesù possiamo veramente capire come Dio opera nella nostra quotidianità.

(PAOLO CURTAZ)


SS. Corpo e Sangue di Cristo – Anno B

«Dov’è la mia stanza, in cui io possa
mangiare la Pasqua con i miei discepoli?»

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 14,12-16.22-26)
  SS. Corpo e Sangue di Cristo – Anno B

Di quanto Spirito abbiamo bisogno per potere capire che Dio è comunione?
Di quanto Spirito abbiamo bisogno per smetterla di litigare e imitare la Trinità?
Di quanto Spirito abbiamo bisogno per superare questo momento tragico, lo spettacolo che diamo al mondo di un gruppo di discepoli che si fanno la guerra, che imitano i corvi invece di invocare la colomba?
Scenda il fuoco e ci purifichi, ci sostenga, ci incoraggi.

Il mite Pietro chiede di uscire dalla Babele a partire da chi gli sta attorno e ha assorbito la logica del mondo. Anche noi siamo chiamati a convertire il nostro cuore, a far diventare le nostre comunità l’anti-babele, il pallido riflesso della Trinità. Difficile, lo so, non ditelo a me. Dio ci dona l’esempio, facendosi pane. E ogni comunità, ogni domenica, si stringe a lui e ripete, come il popolo dell’alleanza: quanto il Signore ha detto noi lo faremo.

LA STANZA
“Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Sta per essere arrestato e ucciso il Maestro. I suoi non lo sanno, non se ne accorgono, sono troppo concentrati su loro stessi e sui loro limiti per vedere ciò che sta per succedere. Gesù, invece, ha ormai piena consapevolezza che tutto volge al termine, che sta per compiere il dono più grande, il dono della sua stessa vita. Servirà? Capirà, l’uomo, che Dio lo ama liberamente, senza condizioni? Saprà l’uomo, infine, arrendersi all’evidenza di un Dio donato?
Si avvicina la Pasqua: Gesù sa che non riuscirà a celebrarla con i discepoli. Decide di anticiparla, chiede ospitalità ad uno sconosciuto, in quella stanza al primo piano, sul monte Sion che sovrasta la città, di fronte al Tempio, Gesù sta per dare l’addio ai suoi discepoli, facendo loro il regalo più grande: la sua presenza eterna.
“Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”.

PARTECIPI
Non sappiamo neppure il nome del tale il cui servo sceso ad attingere acqua incrocia in città i discepoli del Nazareno che lo seguono per chiedere al proprietario una stanza per celebrare la Pasqua. Gesù, però, considera sua quella stanza. Sua, perché vi resterà per sempre. Sua, perché chi accoglie il Maestro, anche senza saperlo, anche senza consapevolezza, si vede trasformare la vita. Proprio come accade nelle nostre spente assemblee domenicali.

TIEPIDEZZE
Dio, il misericordioso, mi ha dato molte gioie nella vita. Una di queste è il potere conoscere molte comunità, sparse nei quattro angoli dell’Italia, e di pregare con loro. Ho partecipato ad assemblee di comunità vivaci, coraggiose, a veglie di preghiera intense, a messe piene di gioia e di emozione. Raramente.
Più spesso, partecipo a delle messe fiacche, tiepide, distratte, spente, esasperanti.
Quante volte incontro degli amici che, avvicinatisi al Signore, convertiti alla e dalla Parola, faticano a nutrire la propria spiritualità in grandi città piene di chiese e povere di fede! Quante volte, io stesso, in vacanza, ho partecipato con dolore e insofferenza a celebrazioni raffazzonate, frettolose, senza preghiera! Gesù, però, sceglie di fare “sue” anche quelle stanze. Non ha la puzza sotto il naso, il Signore, si adatta. Ha voluto con sé, nel momento più faticoso della sua vita, i suoi dodici poveri apostoli. Poveri e fragili come noi, instabili e lunatici come noi. “Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”.

CONVERSIONI
Partecipiamo con costanza e forza alle nostre celebrazioni, anche se sbiadite. Se possibile, mettiamoci in gioco per cambiarle, per renderle più gioiose, accoglienti, oranti. Addobbiamola, la stanza alta, rendiamola accogliente al meglio delle nostre forze e delle nostre possibilità. Ma se ciò non è possibile, pazienza. Se si adatta Gesù, noi non ci adatteremo? Viviamo tempi difficili, tempi in cui la fede è messa a dura prova. Penso al dolore di tanti sacerdoti che si ritrovano a donare la loro intera vita per annunciare il vangelo e si ritrovano a fare i funzionari davanti a comunità pagane nei fatti, se non nelle abitudini!
Oggi celebriamo il Mistero della presenza reale, concreta, attuale, salvifica di Cristo nell’Eucarestia: il Rabbì si rende accessibile, incontrabile, si fa pane del cammino, diventa cibo per l’uomo stremato. Rabbrividisco di fronte alla poca fede mia e delle nostre comunità.

POCA FEDE
Il problema è semplice: la nostra fede è poca, ridotta al lumicino.
E allora la Messa è peso, fatica, incomprensione. Ma se crediamo che il Maestro è presente, al di là della povertà del luogo e delle persone, tutto cambia. L’Eucarestia diventa il centro della settimana, la Parola celebrata ritornerà in mente durante il lavoro e lo studio. Da quel pane donato, ripartiamo. Perché la “sua” stanza torni ad essere addobbata.

(PAOLO CURTAZ)


Pentecoste – Anno B

«Quando verrà il Paràclito… egli darà testimonianza di me;
e anche voi date testimonianza…»

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 15,26-27)
  DOMENICA DI PENTECOSTE – Anno B

No, non siamo in grado, siamo seri. Né tu, amico lettore, né io, né nessuno che abbia un po’ di sano realismo lo può (veramente) fare. Non siamo capaci di annunciare il Regno con sufficiente trasparenza, con coerenza minima, con passione necessaria. Il peccato è il nemico da combattere, come ci ha più volte ricordato un illuminato Papa Benedetto in questi anni. In un mondo in cui tutti danno la colpa agli altri (anche nella Chiesa!), Pietro ci ricorda che il nemico è dentro, non fuori. Questa storia dell’affidare alla Chiesa, a questa Chiesa, le redini del Regno è stato uno scherzo, o un inganno o una follia. Siamo seri.
Lui non c’è, lo sappiamo, lo vediamo mille volte, lo sperimentiamo. No, non ce la possiamo fare. Ora che l’Europa crolla e tutto sembra svanire e la paura attanaglia la quotidianità, prima che i mercati. Come facciamo a parlare di speranza alla gente che non arriva alla fine del mese? Andiamo! Non, non ce la possiamo fare. Oppure.

SHEVUOT
Shevuot, la festa della mietitura, Pentecoste per i fedeli greci che ricordano la sua celebrazione cinquanta giorni dopo Pesah, era una festa agricola che, col passare dei secoli, era stata arricchita da un’altra interpretazione: in quel giorno si ricordava il dono della Torah sul monte Sinai. Israele era molto fiero della Legge che Dio gli aveva consegnato; pur essendo il più piccolo fra i popoli, era stato scelto per testimoniare al mondo il vero volto del misericordioso.
Proprio in quel giorno, e non casualmente, Luca situa la discesa dello Spirito Santo. Spirito che era già stato donato, dalla croce e il giorno di Pasqua. Perché ripetere questa effusione? Perché quel giorno? Forse Luca vuole dire ai discepoli che la nuova Legge è un movimento dello Spirito, una luce interiore che illumina il nostro volto e quello di Dio! Gesù non aggiunge precetti ai tanti (troppi!) presenti nella Legge orale, ma li semplifica, li riduce, li porta all’essenziale.
Un solo precetto, quello dell’amore, è richiesto ai discepoli. Fantastico, grazie Gesù! Ma cosa significa amare nelle situazioni concrete? Ecco che lo Spirito ci viene in soccorso. Gesù non dona delle nuove tavole, cambia il modo di vederle, ci cambia il cuore, radicalmente. Oggi festeggiamo la Legge che lo Spirito ci aiuta a riconoscere.

TUONI, NUBI, FUOCO, VENTO
Luca descrive l’evento rimandando esplicitamente alla teofania di Dio sul monte Sinai: i tuoni, le nubi, il fuoco, il vento sono elementi che descrivono la solennità dell’evento e la presenza di Dio ma che possono anche essere riletti in una chiave spirituale.
Lo Spirito è tuono e terremoto: ci scuote nel profondo, scardina le nostre presunte certezze, ci obbliga a superare i luoghi comuni sulla fede (e sul cristianesimo!).
Lo Spirito è nube: la nebbia ci costringe a fidarci di qualcuno che ci conduce per non perdere la strada della verità.
Lo Spirito è fuoco che riscalda i nostri cuori e illumina i nostri passi.
Lo Spirito è vento: siamo noi a dover orientare le vele per raccogliere la sua spinta e attraversare il mare della vita!
Lo Spirito diventa l’anti-babele: se l’arroganza degli uomini ha portato alla confusione delle lingue, a non capirsi più, la presenza dello Spirito ci fa udire un solo linguaggio, una sola voce.
Invochiamo lo Spirito quando non ci capiamo in famiglia, in parrocchia, sul lavoro. Invochiamolo quando non riusciamo a spiegarci. Lo Spirito fa diventare i pavidi apostoli dei formidabili evangelizzatori: ora non hanno più paura e osano, vanno oltre, dicono senza timore la loro fede e la loro speranza. È la pentecoste: la Chiesa si inebria e diventa missionaria.

URAGANO
Non è un vento: è l’uragano. Un uragano che li strappa alle loro certezze, che li devasta, che li scompiglia e li scapiglia, che li converte, infine. Il fuoco scende nel cuore e li consuma.
No, certo, non ce la possono fare. D’accordo. Sarà lo Spirito ad agire. È arrivato, il dono (annunciato) del Risorto. È più folle e più anarchico di come neppure osassero immaginare. Il cuore ora è gonfio, escono per strada, fermano i pellegrini di passaggio a Gerusalemme per la Pentecoste. Parlano del Maestro, lo professano Messia e Signore e presente.
È arrivato lo Spirito.

PRUDENZA
Tenetelo nel cassetto lo Spirito, per favore. È pericoloso, devastante, inquietante.
Quando la Chiesa si siede o si arrocca fa nascere i santi che la ribaltano. Quando pensate che la vostra vita sia finita, annientata, vi spalanca lo sguardo del cuore. Quando le nostre parrocchie languono, si clericalizzano, si svuotano, si abituano, si stancano, si illudono egli scuote dalle fondamenta, fa crollare i palazzi della retorica e ci spinge a uscire nelle strade del nostro quartiere a dire Dio. Gli Atti degli apostoli sono una divertente comica in cui lo Spirito combina pasticci e gli apostoli corrono (invano) cercando di capire cosa fare veramente.
È lo Spirito che guida la Chiesa, anche se cerchiamo continuamente di correggere la rotta. È lui, se vuoi, fratello, sorella, che può orientare la vita verso i cammini della santità. È lui che soffia, nonostante tutto.

(PAOLO CURTAZ)


GP2 GenerAzioni – Quaresima!

Voi vi domandate:
«Che cos’è diventata la Quaresima?»
Voi ritenete che la rinuncia assai relativa al cibo non significa gran che, quando tanti dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, vittime di guerre o di catastrofi, soffrono molto, fisicamente e moralmente.
Il digiuno riguarda l’ascesi personale, sempre necessaria, ma la Chiesa chiede ai battezzati di caratterizzare anche in altro modo questo tempo liturgico.

La Quaresima ha infatti per noi un preciso significato: deve manifestare agli occhi del mondo che l’intero Popolo di Dio, perché peccatore, si prepara nella Penitenza a rivivere liturgicamente la Passione, la Morte e la Risurrezione di Cristo.
Questa testimonianza pubblica e collettiva ha la propria sorgente nello spirito di Penitenza di ciascuno di noi e ci induce altresì ad approfondire interiormente tale comportamento ed a meglio motivarlo.

Rinunciare non significa soltanto donare il superfluo, ma talvolta anche il necessario, come la vedova del Vangelo, la quale sapeva che il proprio obolo era già un dono ricevuto da Dio.
Rinunciare significa liberarsi dalla schiavitù di una civiltà che ci spinge sempre più alla comodità ed al consumo, senza alcuna preoccupazione nemmeno per la conservazione del nostro ambiente, patrimonio comune dell’umanità. […]

A voi tutti che siete decisi di dare questa testimonianza evangelica di penitenza e di solidarietà, la mia benedizione nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Messaggio di sua santità
Giovanni Paolo II per la Quaresima 1979 

 

Buona domenica! – IV T.O. (Anno B)

«Erano stupiti del suo insegnamento:
egli infatti insegnava loro come uno che
ha autorità,
e non come gli scribi»

Dal Vangelo di Marco (Mc 1, 21-28)
IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno B

Sono tempi difficili, dicevamo. Bene. Allora possiamo andare all’essenziale, rimboccarci le maniche, girare pagina, smetterla di fare i servi di una mentalità e di una cultura che ci sono vendute come inevitabili, come il migliore dei mondi possibili. Emerite baggianate.  Abbiamo costruito un mondo in cui è il profitto a comandare, non l’uomo e il suo bene. Un mondo arrogante e volgare in cui vince chi urla e chi si sbraccia. Torniamo all’essenziale, tutti. Torniamo all’unica buona notizia che vale la pena di ascoltare e che il Maestro è venuto a raccontare: Dio è ed è splendido. E ci chiama a far parte del suo progetto d’amore. Cambiamo il mondo, finalmente. A partire dalla Chiesa.

A CAFARNAO
Marco, ricordate? E’ il primo ad avere scritto un vangelo. E che Vangelo! Dal Battesimo alla Risurrezione, qualche rotolo per raccontare, in un greco stentato, l’inaudito di Dio, il segreto tenuto nascosto nei secoli. Abbiamo incontrato Gesù penitente che scopre di essere prediletto, che mette a fuoco la propria missione. Lo abbiamo incontrato in Galilea, dopo l’arresto del Battista, a dire che il Regno si è avvicinato e che vale la pena convertirsi.
Ora lo troviamo a Cafarnao, in casa di Pietro il pescatore.  È un piccola città sul lago, alla frontiera, diventata importante dopo la divisione del regno di Erode. Ci sono gli esattori per il pedaggio e anche una centuria romana a vigilare la via maris che da Damasco porta a Cesarea Marittima. Di fronte alla casa di Pietro sorge la sinagoga, dove ci si raduna per ascoltare la Parola. Chi legge può anche fare un commento che, di solito, consiste nel ripetere qualche sentenza di un rabbino famoso. Gesù, invece, osa. Parla e racconta, spiega in maniera talmente nuova ed originale che tutti sono entusiasti. Averne di gente così durante le nostre omelie! Non fa voli pindarici, né citazioni teologiche. Non sappiamo cosa abbia detto. E forse le persone nemmeno se ne ricordano. Ma si ricordano del fatto che Gesù parla con autorevolezza, non come gli scribi. Colpisce perché parla di cose che sta vivendo. Parla non perché conosce, ma perché fa diventare vita ciò che legge. Averne.

INDEMONIATI
Nell’assemblea c’è un indemoniato. Capiamoci: con le scarse conoscenze mediche dell’epoca si attribuiva a forze oscure ciò che non si era in grado di spiegare. Malattie come epilessia o comportamenti bipolari erano semplicemente attribuiti ai demoni e si cercava di guarirli con complessi rituali di esorcismo. Non sappiamo cosa avesse questo poveraccio. Sappiamo bene, però, cosa vuole dirci Marco. Il male è presente nella sinagoga, il male è presente nella Chiesa. La prima purificazione da fare, la prima conversione da praticare è all’interno della comunità, non fuori. Iniziare da dentro, dal nostro ambiente, da noi. Perché ci sono dei modi di intendere la fede che sono “demoniaci”, anche dentro la Chiesa.

PROVOCAZIONI
L’affermazione del credente indemoniato è terribile: “Che c’entri con noi, sei venuto per rovinarci!”  È demoniaca una fede che tiene il Signore lontano dalla quotidianità, che lo relega nel sacro, che sorride benevola alle pie esortazioni, senza calarle nella dura quotidianità. È demoniaca una fede che vede in Dio un concorrente e che contrappone la piena riuscita della vita e la fede: se Dio esiste io sono castrato, non posso realizzare i miei desideri. È demoniaca una fede che resta alle parole: il demone riconosce in Gesù il santo di Dio ma non aderisce al suo vangelo.
Ecco tre rischi concreti e misurabili per noi discepoli che frequentiamo la sinagoga: professare la fede in un Dio che non c’entra con la nostra vita, un Dio avversario, un Dio da riconoscere solo a voce.  “Che c’entri con noi?”.
Il rischio, diffuso e presente nella Chiesa del terzo millennio, nel nostro occidente che crede di credere, pasciuto e annoiato, è quello di possedere una fede che resta chiusa nel prezioso recinto del sacro, di una fede fatta di sacri formalismi e di tradizioni, che però non riesce ad incidere, a cambiare la mentalità e il destino del mondo. Una fede che non cambia la vita, i rapporti in economia, in politica, nella giustizia, è una fede fintamente cristiana.
Non basta credere: anche il demonio crede, anch’egli sa bene chi è Gesù e, proprio per questo, sa che egli è venuto per distruggere le tenebre che abitano prepotenti il nostro mondo. Ecco la sfida che il Signore lancia alla sua Chiesa, all’inizio di questo 2012: tornare ad essere davvero credenti, finalmente discepoli.

(PAOLO CURTAZ)

Un’intervista per riflettere…

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CATECHISTI PARROCCHIALI – Gennaio 2011: Il compiersi della Parola, oggi

DOVE VIVE LA CHIESA?

di Anna Maria D’Angelo

La Chiesa esiste soltanto quando i cristiani sono riuniti
in assemblea attorno all’altare del Signore?

Dov’è la Chiesa quando i cristiani sono a casa, in ufficio, in fabbrica o a scuola?
In ogni ambiente, situazione, è possibile vivere la parola del Signore,
accogliersi l’un l’altro con scoprire la forza e la gioia della preghiera comune.

In questa tappa dell’itinerario è coinvolta più direttamente la comunità cristiana, chiamata a esprimere il volto di Chiesa comunione, perché i ragazzi comprendano meglio il rapporto tra l’Eucaristia della domenica e la vita di ogni giorno; prendano coscienza che sono parte di una comunità e membra vive della Chiesa; vivano la Messa in casa, a scuola, con gli amici; sperimentino la Chiesa presente nel quotidiano.
Per i fanciulli mancano pochi mesi alla «prima Comunione». Il parroco e i catechisti già pensano come dare continuità al cammino iniziato. In effetti il percorso realizzato finora è orientato a far vivere ai fanciulli e alle loro famiglie l’Eucaristia nella vita quotidiana. È importante che comprendano che l’Eucaristia non è soltanto rito, ma anche scuola di vita; è il sacramento che ci fa vivere in comunione profonda con il Signore e con i fratelli e le sorelle, e ci rende capaci di vivere la vita di fede. In forza di essa, ci si può impegnare a fare della famiglia «una piccola Chiesa», Chiesa domestica, e a diventare protagonisti nella comunità ecclesiale.
Quando si parla della Chiesa, i fanciulli pensano all’edificio di pietra, dove la domenica si riuniscono per celebrare l’Eucaristia e che desiderano lasciare presto, per incontrare gli amici «altrove»: ai giardinetti, in piazza, nel parco. I genitori che, pur accompagnandoli per la Messa, non vi partecipano, comunicano il messaggio che la chiesa è un luogo per bambini e anziani.
La stessa vita delle comunità parrocchiali non sempre presenta il volto di «famiglia di famiglie», dove ci si vuole bene e ci si aiuta a vicenda. Invidie e gelosie mostrano ai ragazzi «una realtà diversa» da quella che noi presentiamo.
Dove abitano i cristiani?
Proponiamo, ai fanciulli, di esplorare il territorio circostante, il luogo dove abitano i cristiani che celebrano l’Eucaristia domenicale.
Si invita ognuno a disegnare, su un foglio, al centro la chiesa parrocchiale e il percorso dalla propria casa alla chiesa.
Si riportano, poi, i diversi percorsi su un grande foglio, con al centro la foto della chiesa parrocchiale; si completa, indicando con un simbolo le abitazioni dei ragazzi e dei catechisti; si amplia la cartina topografica disegnando le strade in cui abitano le persone della parrocchia che si conoscono. I catechisti aiutano a completare il disegno, avvalendosi delle proprie conoscenze, oppure di una carta topografica del paese o del quartiere.
Si pongono, quindi, i simboli per indicare la presenza di scuole, centri sociali, ricreativi, culturali, sportivi, associazioni. A conclusione avviamo con i ragazzi un dialogo sul territorio, sulle persone che lo abitano, cogliendone le positività, e sulle caratteristiche dei diversi centri e le loro finalità.
Aiutati da questa cartina e dalle scoperte dei ragazzi, continueremo la riflessione con i genitori e la comunità parrocchiale sulla necessità di fare alleanza fra loro e con altre agenzie educative, ponendo «i fanciulli al centro» dei progetti educativi.
Un’altra attività da proporre ai ragazzi può essere l’intervista; assieme ai fanciulli stiliamo un elenco delle persone che svolgono compiti in parrocchia (parroco, diaconi, accoliti, lettori, ministri straordinari dell’Eucaristia, catechisti, ministranti, cantori, animatori…, rappresentanti di gruppi e di esperienze di servizio).
Ogni ragazzo comunica ciò che sa dei diversi ministeri, dei gruppi e delle esperienze elencate, poi prepariamo, insieme, alcune domande «per saperne di più». Invitiamo, quindi, le persone da intervistare. A conclusione proponiamo ai ragazzi di collaborare alla vita della comunità, assumendo piccoli compiti.
E ancora si può proporre ai fanciulli la ricerca di foto e disegni: i catechisti portano all’incontro alcune riviste missionarie e invitano i fanciulli a ritagliare le foto di chiese dei diversi Paesi del mondo. Con l’aiuto delle illustrazioni del catechismo si possono anche immaginare e disegnare quelle di altri Paesi.
Porre i disegni e le foto ritagliate su un planisfero, in corrispondenza dei rispettivi Paesi. Si può, quindi, parlare ai fanciulli della Chiesa «diffusa su tutta la terra, guidata dai vescovi e dal papa».
A conclusione si prega insieme e si sceglie insieme ai ragazzi un impegno comune che può essere di supporto alla comunità e che permetta ai fanciulli di sentirsi parte attiva della comunità stessa.

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi nel numero di Gennaio di Catechisti Parrocchiali

Per vedere il sommario di Catechisti Parrocchiali di Gennaio 2011 clicca qui

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