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Buona domenica! – XIII del Tempo Ordinario – Anno C

annunciare alla radio cv«Va’ e annuncia
il regno di Dio»

Dal Vangelo di Luca  (Lc 9, 51 – 62)
XIII DOMENICA del TEMPO ORDINARIO
Anno C

È l’opinione di moltissimi: Francesco è entrato nel cuore di tanti, anche di persone scettiche e lontane della Chiesa. Ho avuto modo di parlarne con quanti ho incontrato in questi primi sei mesi di attività, oltre cinquemila persone. In realtà tutti quelli che vanno oltre l’apparenza sanno bene che Francesco dice ciò che diceva Benedetto e Giovanni Paolo. Il vangelo è lo stesso. Ovvio. Ma ciò che forse mancava era un discepolo che avesse il dono di tornare all’essenziale. Di essere credibile. Di essere suo. Di lasciare le cose seconde e terze al secondo e terzo posto. Ci ha pensato lo Spirito. Il vangelo oggi parla del discepolato. E, fidatevi, non è proprio un’allegra lettura estiva da spiaggia.

AHIA
Diventare discepoli del Dio di Gesù è un impegno che dura tutta la vita, che richiede molta energia e molta verità con noi stessi. La posta in gioco è alta: il senso stesso della vita, scoprire la ragione del nostro esistere e il disegno nascosto dietro gli eventi della Storia. Gesù non è un rabbì bramoso di discepoli, né abbassa il tiro per raccogliere la folla, né cede a compromessi per suscitare consensi: diversamente dai guru di ieri e di oggi non desidera essere famoso, né di avere attorno a sé folle plaudenti. Egli vuole solo annunciare il Regno, mostrare lo gerusalemme cristiana cvsplendido e inatteso volto del Padre. Anche quando questo costa fatica e sangue. Contrariamente a quanto avveniva con i rabbini del suo tempo, Gesù non si fa scegliere, ma sceglie i discepoli e pone loro condizioni tutt’altro che scontate…

UN MAESTRO RISOLUTO
Le condizioni per diventare discepoli di Gesù sono motivate dal livello della sfida: egli vuole discepoli disposti a mettersi in gioco totalmente, non soltanto nel momento mistico della vita. La pagina di oggi è introdotta dal fatto che Gesù risolutamente s’incammina verso Gerusalemme, luogo dove l’annuncio del Vangelo verrà messo alla prova. Gesù indurisce il volto, assume pienamente la sfida: si incammina senza indugio verso la città che uccide i profeti, che massacra ogni opinione, che annienta ogni novità creduta pericolosa. Gesù è disposto a morire per raccontare il vero volto di Dio. Dai suoi discepoli pretende la stessa convinzione.

ATTENTI AI MISTICI
Una convinzione che non può mai diventare violenza, anche solo verbale, anche per una buona causa. La sconfortante figuraccia di Giovanni il mistico ammonisce i fratelli che, nel percorso di fede, hanno avuto la gioia di sperimentare la dolcezza della preghiera e della meditazione, del silenzio e della contemplazione, raggiungendo vette spirituali non abituali. L’avere ricevuto enormi grazie non ci mette al riparo da clamorosi errori, tanto peggiori quanto motivati da presunte rivelazioni interiori. Il discepolo è un amante della pace, un pacifista pacificato, uno che sa che la scelta del Vangelo è – appunto – una scelta, uno che sa valutare il fallimento del proprio annuncio nella paziente logica del Vangelo. Non basta una bella esperienza di fede per avere un cuore convertito, né un’intensa vita di preghiera per non cadere nel rischio del fanatismo e dell’intolleranza.perplessa cv
Quante volte misuriamo la nostra pastorale dai risultati, convinti – in teoria – che ciò che a noi è chiesto è solo di seminare, depressi – in realtà – se non ne raccogliamo i frutti.  Animo, fratelli sacerdoti, se il vostro sforzo non è apprezzato e capito. Coraggio, educatori e catechisti, se il vostro servizio umile e fedele non è valorizzato. La logica del Regno ci fa credere che Dio solo suscita la fede. Il discepolo dimora nella pace, perché sa che è il Maestro che annuncia e conosce, e noi a corrergli dietro…

ALTRI ERRORI
Il discepolo che segue colui che non ha dove posare il capo, non cerca Dio per placare la propria insicurezza. Tanti, troppi cristiani, hanno un rapporto con Dio intimista e rassicurante, si rivolgono a Dio per avere certezze, fanno della propria fede una cuccia, un nido, sono spaventati dal “mondo”, che vedono sempre come un luogo pieno di pericoli, non escono dalla propria parrocchia, dal proprio movimento, perché intimoriti da una logica anti-evangelica che non riescono ad accogliere con serenità e criticità. Il Maestro Gesù, invece, non ha dove posare il capo, non ha un comodo nido in cui nascondere i propri discepoli.
Il discepolo che segue il Signore della vita, colui che è più di ogni affetto, più di ogni relazione, più di ogni emozione, chiede di ridimensionare anche i rapporti familiari, di appartenenza al clan, nella logica del Vangelo, sapendo che anche l’amore più assoluto, più intenso è sempre e solo penultimo rispetto alla totalità assoluta di Dio. Perciò il discepolo di Gesù abbandona i sentimenti mortiferi, le relazioni all’apparenza splendide ma che, a volte, nascondono ambiguità e schiavitù.
Il discepolo vive l’amore, ogni amore, i rapporti, ogni rapporto, come un riflesso adulto e maturo dell’amore che Dio riversa nel proprio cuore, sapendo che anche i rapporti familiari rischiano di diventare mortiferi, se cadono nella trappola del ruolo senza nutrirsi dell’autenticità e del rispetto. Non basta avere generato un bambino per essere padre, non basta allattare un neonato per essere madre. Gesù sa che i rapporti di discepolato, talora, sono più intensi e veri degli stanchi rapporti familiari. E ci invita a lasciaregiovani e futuro cv i morti seppellire i morti e a giocare la nostra vita nella totalità del dono di sé.
Il discepolo che segue Gesù, sempre proteso al futuro, non resta inchiodato al proprio passato, non resta tassellato alle proprie abitudini, non si nasconde dietro il “si è sempre fatto così”, guarda avanti, punta la fine del campo, è più attento a tenere in profondità l’aratro che a verificare ciò che ha fatto, voltandosi indietro. Troppe volte le nostre comunità sono più preoccupate a conservare, che a far vivere il Vangelo. Troppe volte la logica soggiacente alle nostre scelte di Chiesa è quella della tutela di un privilegio, del mantenimento disperato di uno status quo che, però ci allontana dal Maestro.

MANNAGGIA
Inquietante, vero? Gesù non ci dice queste cose per scoraggiarci, tutt’altro. Vuole verità, autenticità, persone disposte a mettersi a nudo di fronte all’assoluto di Dio. È così esigente perché vuole uomini e donne autentici, non animali impauriti da sacrestia o evangelizzatori fanatici. Uomini e donne riempiti dalla gioia della ricerca, dal fascino del Rabbì, che mettono le proprie energie a servizio del Regno. Lo seguiremo?

(PAOLO CURTAZ)

soleBuone vacanze!
Buona domenica! riprenderà puntualmente a Settembre

Inno GMG Rio 2013 – Versione italiana

Buona domenica! – XI del Tempo Ordinario – Anno C

ha molto amato«Sono perdonati
i suoi molti peccati,
perché ha molto amato»

Dal Vangelo di Luca  (Lc 7, 36-8,3)
XI DOMENICA del TEMPO ORDINARIO – Anno C

L’episodio della peccatrice perdonata, perché ha molto amato, ci invita a riflettere sui nostri criteri di giustizia, alla luce dell’insegnamento di Gesù, che indica nell’amore il compimento vero della legge.

Normalmente la nostra attenzione, come quella dei pittori e dei poeti, si concentra sul gesto della donna, carico di amorosa umiltà: “stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo. Domandiamoci: perché questo gesto? Questa donna, “saputo che Gesù si trovava in casa del fariseo”, decide di andare a rendergli omaggio, portando un “vaso di profumo”. E’ evidente: conosce Gesù, altrimenti non sarebbe andata a cercarlo. E’ chiaro che ha nei suoi confronti un grande debito di riconoscenza, altrimenti non avrebbe azzardato l’irruzione nella casa di un fariseo, sapendo di essere conosciuta come “peccatrice”, consapevole che avrebbe dovuto affrontare l’ironia e il disprezzo del padrone di casa e dei suoi commensali, e forse anche di essere sbattuta fuori in malo modo.
Sì, sicuramente, conosceva Gesù. Sicuramente l’aveva incontrato, e quell’incontro le aveva cambiato la vita. Perciò, quando Gesù dichiara: “Sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato”, non si riferisce soltanto al gesto che la donna ha compiuto dentro la casa del fariseo, ma a qualcosa di più grande che gli aveva rivelato la grande capacità di amore di quella “peccatrice”.
Cosa sarà stato? L’incontro con Gesù avrà fatto scattare in lei un gesto clamoroso di cambiamento di vita come quello di Zaccheo? Non lo sappiamo. E’ certo, però, che Gesù le ha riempito il cuore di riconoscenza, felici con gli altri cvrendendola desiderosa di sdebitarsi alla prima occasione, anche se rischiosa, come quella di entrare non invitata nella casa del fariseo.
Il racconto della peccatrice ci ricorda una verità molto importante: per essere perdonati dei nostri peccati dobbiamo amare, e amare molto. Lo sappiamo, ma spesso rischia di rimanere un’affermazione scontata e pia. Deve essere invece una vera e propria scelta di vita. Siamo stati abituati a fare il nostro esame di coscienza, puntando lo sguardo sui nostri peccati e sulle nostre debolezze. Serve a poco! Fermarci sulla consapevolezza dei nostri peccati può creare tutt’al più il senso di colpa. Impariamo, invece, a esaminare la nostra vita – il più spesso possibile, ma almeno alla fine di ogni giornata – chiedendoci: “Quanto ho amato oggi?.  Se abbiamo amato molto, siamo perdonati: i nostri peccati non ci sono più. Se abbiamo amato poco, non limitiamoci a batterci il petto. Impegniamoci a riempire il domani di amore.
E’ così che la nostra vita cambia e si rinnova continuamente con il perdono di Dio, ottenuto dal nostro amore. Allora, le nostre debolezze, i nostri errori, i nostri peccati non saranno un peso che ci frena e ci intristisce, ma una carica per amare di più, cioè a dare agli altri e non a rapinarli, come ci ricorda il peccato di Davide.In questa domenica, non possiamo dimenticare l’affermazione di Paolo: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me”.  Come il gesto della peccatrice, ci lascia a bocca aperta. cuore che battePerò, non basta ammirarla e lodare la profondità della fede raggiunta dall’apostolo. Ci deve coinvolgere, perché dichiarando questa sua condizione ai cristiani della Galazia, Paolo la propone come impegno a ogni discepolo di Gesù. “Anche per noi, cristiani così così, che questa proposta spaventa solo a pensarla?”. Anche per noi. Perché far vivere Cristo in noi significa iniziare ogni giorno con il proposito di amare di più, dando agli altri tutto ciò che possiamo, anche pochissimo, e chiudere ogni giorno con il proposito di donare domani ciò che non siamo riusciti a donare oggi.

(DON TONINO LASCONI)

Amore più vero di Cristina Damonte
in Il senso della vita (Paoline 1998)

3170553bASCOLTA tutti i 10 canti su iTunes

Buona domenica! – IV di Pasqua – Anno C

mani cv«Nessuno le strapperà dalla mia mano»

Dal Vangelo di Giovanni (Gv 10, 27-30)
IV DOMENICA DI PASQUA – Anno C

Oggi parliamo di pastori, come ogni quarta domenica di Pasqua. Gesù si propone come pastore cosa che non stupisce in un paese in cui la pastorizia era una delle principali fonti di sussistenza. Ed è l’occasione, nella Chiesa, per interrogarci su chi è Chiesa e su come, in questa Chiesa, ognuno abbia delle responsabilità reciproche e sul fatto che alcuni fratelli siano chiamati a indicare il Pastore e a radunare attorno a lui il gregge. La vita è un tempo che ci è dato per imparare ad amare. Scoprirsi amati da Dio scoprire in lui la sorgente dell’amore è l’esperienza più bella che possiamo fare e questa esperienza è il cuore dell’annuncio della Chiesa. Anche in tempi difficili come quelli che stiamo vivendo (ma esistono tempi “facili”?). Oggi vogliamo ascoltare la parola del Pastore, l’unico, che ci incoraggia e ci sprona ad avere fiducia nel Padre.

PASTORE GRINTOSO
Tutti pensiamo al pastore che va in cerca della pecora che si è persa e che la riporta caricandosela sulle spalle. Immagine dolcissima e commovente che ci consegna Luca e che, in trasparenza, svela l’esperienza interiore dell’evangelista. Ma il pastore di Giovanni, quello di cui si parla nel Vangelo di oggi, assume altre caratteristiche: è duro e determinato e lotta strenuamente per difendere il gregge dai lupi e dai mercenari. Un pastore che veglia, che lotta, disposto a dare la propria vita per la salvezza del gregge, diversamente da come fanno i pastori per professione. Gesù ci sta dicendo che siamo nelle sue mani, in mani sicure, che nessuno ci strapperà mai dal suo abbraccio, che solo in lui riceviamo la vita dell’Eterno. Ma per seguirlo occorre ascoltare cvascoltarlo e riconoscere la sua voce, cioè frequentare la sua Parola, meditarla assiduamente. Quella Parola che diventa segno della sua presenza, che illumina ogni altro segno della presenza del Risorto.

UDITORI
Diventare adulti nella fede significa scoprire ciò che Gesù dice: nulla mai ci potrà allontanare dalla mano di Dio. Gesù ci tiene per mano, con forza. Ci ama, come un pastore capace, come qualcuno che sa dove portaci a pascolare. Non come un pastore pagato a ore, ma come il proprietario che conosce le pecore ad una a una. Siamo stati comprati a caro prezzo dall’amore di Cristo. Perché dubitare della sua presenza? Nulla mi può separare dalla sua mano. La fonte della fede, l’origine della fede è l’ascolto. Ascolto della nostra sete profonda di bene e di luce. Ascolto della Parola che Gesù ci rivolge svelando il Padre. Questo ascolto ci permette di ascoltare la nostra vita in maniera diversa, di mettere il Vangelo a fondamento delle nostre scelte. Ci conosce, il Maestro. Conosce il nostro limite, la nostra fatica, ma anche la nostra costanza e la gioia che abbiamo nell’amarlo. E Gesù, oggi, ci esorta: niente ti strapperà dal mio abbraccio. Non il dolore, non la malattia, non la morte, non l’odio,POPE FRANCIS INAUGURATION MASS non la fragilità, non il peccato, non l’indifferenza, non la contraddizione di esistere. Nulla. Nulla ci può rapire, strappare, togliere da Lui. Siamo di Cristo, ci ha pagati a caro prezzo. Siamo di Cristo.

PASTORI NEL PASTORE
Sono tempi grandiosi, per la Chiesa. La Quaresima che abbiamo appena vissuto ha visto la rinuncia di Benedetto (che, come previsto, fa esattamente ciò che ha detto di voler fare: si nasconde e prega per noi!) e l’accettazione di Francesco, diretto ed evangelico, che ha ridato grande speranza a tutti i discepoli. Molti perdono fiducia nella Chiesa e nei suoi pastori, guardando alle mele marce (che necessitano della nostra preghiera, ma anche di essere fermate) e scordando le centinaia di migliaia di preti, di catechisti, di religiosi che vivono con generosità e correttezza il loro ministero. Questa domenica, dedicata alla preghiera per i pastori, diventa, quest’anno, densa di significato e di coinvolgimento. È questo il momento di pregare per i nostri pastori, questo il momento di fare penitenza, di andare all’essenziale. Di chiedere preti santi, a immagine del Santo. Quanta sofferenza mi raccontano i miei fratelli, persone trasparenti, evangeliche, veramente avvinte dal Signore, travolti dalle cose da fare, spesso ingabbiati in una struttura e nelle attese della gente che li considera dei funzionari e non dei fratelli nella fede! sacerdote cvA loro papa Francesco ricorda:

Chi non esce da sé, invece di essere mediatore, diventa a poco a poco un intermediario, un gestore. Tutti conosciamo la differenza: l’intermediario e il gestore “hanno già la loro paga” e siccome non mettono in gioco la propria pelle e il proprio cuore, non ricevono un ringraziamento affettuoso, che nasce dal cuore. Da qui deriva precisamente l’insoddisfazione di alcuni, che finiscono per essere tristi, preti tristi, e trasformati in una sorta di collezionisti di antichità oppure di novità, invece di essere pastori con “l’odore delle pecore” – questo io vi chiedo: siate pastori con “l’odore delle pecore”, che si senta quello.

È questo silenzio preghiera cvil tempo della preghiera e della conversione. È l’intero corpo che soffre e l’intero corpo deve guarire, purificandosi, facendo penitenza. Con sguardo profetico e spirituale, papa Francesco invita tutti noi ad accettare questo momento non per chiuderci a riccio, o lamentarci, o metterci sulle difensive, ma per stringere, forte, la mano del Signore. Nulla ci può rapire dalla sua mano. Anche se siamo un gregge testardo, incoerente, spelacchiato, il Signore non ci abbandona. Ancora per dire e per dirci che la Chiesa non è il popolo dei perfetti, ma dei perdonati. Non il popolo dei giusti, ma dei figli.

(PAOLO CURTAZ)

21 aprile 2013
GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA
PER LE VOCAZIONI poster 2013 cv
Le vocazioni, segno della Speranza fondata sulla Fede
(Spe Salvi, 34)

 

La Pasqua un giorno da far esistere e resistere!

sepolcro vuoto

Carissimi amici, non volevo che la Pasqua passasse senza un augurio per tutti voi, cari amici, ma non avrei neppure voluto che gli auguri avessero il sapore dello scontato e del frettoloso.

Nel realizzare questo desiderio mi aiuta la pedagogia pasquale che ci consegna un giorno lungo, straordinariamente, otto giorni e un tempo pasquale di cinquanta giorni.

Sentimenti forti e contrastanti hanno caratterizzato questa Pasqua: un giorno segnato dalla gioia della
Risurrezione
e dal pianto dei poveri, dalle grida sguaiate di animalisti in difesa di innocenti agnelli da salvare e da lamenti silenziosi e amari di chi non aveva pane per i propri figli. Non è retorica ciò che leggete, ma una cruda realtà che continuamente mi spiazza e mi rimette in discussione.

E anche in un giorno come la Pasqua, in cui a farla da padrone dovrebbe essere la gioia, non riesco a non sentire quell’eco profondo del Vangelo: “I poveri li avrete sempre con voi”povertà
Già… i poveri… quanta Pasqua celebrano? Quanta gioia ricevono? Quanto amore riescono a sperimentare?

Ma nel volto del povero, mi dicevo, c’è il volto di Dio, quel suo darsi totale per amore, quel lasciarsi spezzare per essere per tutti, di tutti!

Ma con il povero ci sono anche la tante famiglie, i figli senza futuro, la speranza infranta, i sogni disattesi, le infinite solitudini e la paura…

E allora Signore, come sfamare i poveri? Come seminare vita? Come diffondere semi di speranza, come far profumare il mondo di risurrezione?

Sapete cosa mi spaventa di noi credenti e di noi essere umani? L’abitudine alla sofferenza, ma non alla nostra, a quella non ci abituiamo mai. Noi ci abituiamo alla sofferenza altrui, fino a considerarla solo retorica, una sorta di dato di fatto di fronte al quale restare per lo più indifferenti o a cui rispondere con un misero pacco di pasta, zucchero e farina. Misero! Perché altro non è. Ma a noi spesso basta, per credere di sfamare famiglie numerose e senza lavoro.

disperazioneMa è questa la Pasqua? E’ questa la Risurrezione? E’ questa la vita nuova che il Signore ha portato?

Lo chiedo a voi e lo chiedo a me, e mi auguro e vi auguro notti insonni: notti tormentate dall’altrui sofferenza, notti travagliate per l’altrui dolore.

Oggi il mondo ha bisogno della Pasqua! Ha bisogno di vivere un giorno di Risurrezione in cui nel cuore di ogni credente svetti lo splendore di quel: “come ho amato io, così amate anche voi”.

Oggi il mondo ha bisogno della vita nuova che il giorno di Risurrezione inaugura, segnata dalla gratuità, dal perdono, dalla generosità, dal bene comune, dalla condivisione e da una nuova solidarietà.

Auguriamoci reciprocamente di far sorgere, in questo tempo prossimo, il sole della Pasqua nella nostra vita, nelle scelte che operiamo, nel posto che l’altro ha nella nostra casa e attorno alla nostrapoverta tavola. Auguriamoci di far esistere concretamente la Pasqua, di farla sorgere nella vita di altri e di impedire che il suo sole tramonti, oscurando la fraternità.

La risurrezione inaugura un nuovo orizzonte di vita, un nuovo stile di esistenza: semina luce nella notte, rende possibile l’impossibile, spezza la morte per rigenerare vita. Ma oggi questo sole per sorgere, ha bisogno di noi! Questo profumo per diffondersi ha bisogno di noi! L’incredibile miracolo dell’amore può ripetersi in ogni uomo e donna che amando, fa vivere!

Possa ognuno di noi far esistere la Pasqua in questa porzione di storia e possa farla resistere contro ogni tentativo di soffocare il profumo della vita.

Buona Pasqua e buon tempo pasquale a tutti noi!

suor Mariangela, fsp

Preghiera per la Pasqua

Buona domenica! – XXX del T.O. – Anno B

Cominciò a gridare e a dire:

«Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!»

Dal Vangelo di Marco (Mc 10, 46-52)
  XXX Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

Gesù sta per salire a Gerusalemme. Meno di trenta chilometri lo separano dalla sua morte. L’ultima tappa, Gerico, conclude la parte centrale del vangelo di Marco. Nelle ultime settimane abbiamo letto i tanti discorsi che Gesù ha fatto ai suoi discepoli, temi centrali quali il matrimonio, la sequela, la povertà. Ma i discepoli, anche domenica scorsa, sembrano proprio non capire. Gerico è l’ultima tappa per i pellegrini che stanno salendo a Gerusalemme: perciò, all’uscita della città, decine di mendicanti si accalcano sperando di ottenere qualche spicciolo dai passanti bendisposti. Fra i tanti Bartimeo, che diventa modello del discepolo.

BARTIMEO
Il racconto della guarigione del cieco è una folgorante metafora del cammino del discepolo. Del vero discepolo. Non come gli apostoli che sono davvero ciechi, illudendosi ancora di fondare un regno terreno, minimizzando le profezie d Gesù riguardanti la sua morte. Bartimeo è fermo ai lati della strada, non può far altro che aspettare come molte persone che incontro oggi, rassegnate dalla situazione economica, dallo sconforto esistenziale, da una prospettiva limitata e asfittica della vita. Come noi, Bartimeo vive solo di elemosina. Finché sente parlare di Gesù. Non lo conosce, ma qualcuno gliene parla. Il desiderio, la curiosità, ora, prendono il sopravvento. Prima sussurra, poi grida. Chiede pietà.
Pietà: non ha luce nel cuore.
Pietà: è paralizzato dalla paura.
Pietà: non sa come fare.
Come quell’urlo ancestrale che sale dal nostro profondo quando la vita ci bastona e non ci rassegniamo. Come quel desiderio che sembra impazzire in noi quando ci poniamo il senso della vita. Come la presa di consapevolezza di essere mendicanti, di non avere in noi stessi le risposte.

SILENZIO!
Bartimeo viene cortesemente invitato a tacere
. Dagli amici del bar, da quelli che considerano idiozia la scoperta dell’interiorità, da quelli che, senza avere cercato, impediscono agli altri di partire. Ma anche dai credenti che pongono paletti e limiti, che pongono condizioni, che guardano dall’alto delle loro certezze di fede chi elemosina senso. Meglio tacere, amico mio, rassegnarsi. Dio non è e, se è, non è certo per quelli come te. Invece Bartimeo grida, urla. Urla, come la possente immagine del livido quadro di Munch. Urla la propria angoscia ma per liberarsene. E Gesù ascolta e manda qualcuno. Gesù sceglie di raggiungerci attraverso il volto di un fratello cui stiamo a cuore, anche se non ci conosce. E parla.

CORAGGIO!
Qualcuno, un discepolo, un amico, un evento, ci ripete: “Coraggio! Alzati, ti chiama”. Ci fidiamo (i fratelli che ci invitano ad avere coraggio lo fanno con amore e disinteresse!), ci alziamo dalle nostre paralisi, abbandoniamo le nostre incommensurabili paure, gettiamo il mantello della lamentela e siamo raggiunti dal Signore. Getta il mantello, Bartimeo. L’unico vestito del povero. Fa ciò che il giovane ricco non è stato capace di fare. Il mantello ripiegato e posto sulle gambe per raccogliere i pochi spiccioli, vola via. Balza, il cieco. Ha intuito, ha capito, ma prima deve liberarsi. Spesso gridiamo il nostro dolore a Dio ma non siamo disposti a fidarci di lui, a corrergli intorno, a liberarci del mantello.
Il dialogo fra il cieco e Gesù mette i brividi. Cosa vuoi che ti faccia? Il Signore, oggi e sempre, ci chiede cosa vogliamo da lui. Potremmo chiedere mille cose: fortuna, denaro, affetto, carriera. Chiediamone una sola: la luce.
Luce: che importa avere fortuna se non sappiamo riconoscere chi ce l’ha donata?
Luce: quanto denaro serve per colmare il cuore incolmabile di desiderio?
Luce: quante volte l’affetto diventa oppressione e dolore?
Luce: che ci importa diventare qualcuno se restiamo tenebra?
E accade: il Signore ci ridà luce agli occhi e al cuore. Ora, illuminati, come Bartimeo, possiamo diventare discepoli.

ILLUMINATI
Bartimeo è rimasto lo stesso, la sua vita non cambia ma, ora, ci vede, ora sa dove andare, ora si mette a seguire Gesù. Lo segue lungo la strada. Il cristiano vive le difficoltà e i problemi di tutti, non è diverso, né migliore, solo ci vede alla luce del vangelo. E le cose non fanno più paura, il buio è sopportabile, il Signore ci cambia la vita. Ecco cosa dobbiamo annunciare: c’è qualcuno che ti ridona luce, che ti permette di vederci chiaro, e questo qualcuno è Dio.
I discepoli di Gesù, nei primi anni, venivano chiamati in diversi modi: i “Nazareni”,“coloro che seguono la via” e, ancora, gli “illuminati”. Non dobbiamo portare una nostra luce, solo restare accesi, abbracciare stretti il Vangelo e il Maestro per ricevere da lui luce e pace. Nelle tenebre fitte del dolore diventiamo capaci di comunicare luce, non la nostra ma quella del Maestro. Il cristiano diviene, come Bartimeo, colui che grida che Gesù, il Figlio di Davide, lo ha guarito, incurante dei rimproveri di chi gli sta intorno. Il cristiano racconta, narra, le opere di guarigione interiore che ha avuto, attento più a testimoniare la straordinaria generosità di Cristo che a soffermarsi sulle proprie povertà. Il cristiano è attento alle mille cecità, ai mille mendicanti di senso e di felicità che incontra sulla strada. Questa luce, in questo anno della fede, dobbiamo imparare a raccontare.

(PAOLO CURTAZ)


°°
Cantautori °°
Ascoltate o scaricate il canto Mendicante d’amore
per riflettere, in musica, sul Vangelo di oggi e sull’uomo che cerca Dio

Buona domenica! – XXVIII del T.O. – Anno B

..si fece scuro in volto e se ne andò rattristato..

Dal Vangelo di Marco (Mc 10, 17-30)
  XXVIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

Corre, il giovane ricco, come se avesse una malattia. Corre per sapere come vivere nella logica di Dio. È anche corretto e onesto nel suo porsi: sa che la salvezza non si “merita” ma si riceve in eredità se la si desidera con cuore puro. Teologicamente impeccabile. Gesù lo accoglie con simpatia, gli chiede, con semplicità, di osservare i comandamenti. Ignora i primi, quelli rivolti a Dio, si concentra su quelli rivolti all’uomo: solo nel servizio all’uomo facciamo piacere al Dio che lo ha creato. Il ricco risponde di averli sempre osservati, fin dalla più tenera età. Forse ha ragione, forse millanta, va bene lo stesso. Gesù lo ama, fissandolo. Uno sguardo di bene, uno sguardo che vede il positivo, anche se il ricco esagera. Gesù ha sempre e per sempre uno sguardo positivo su di me, anche quando faccio finta di non vedere le ombre del mio cuore.Ama e chiede. Chiede perché ama. Osa: lascia tutte le tue ricchezze. Fine del bel momento mistico.

RICCHEZZA
Marco pone a metà del suo vangelo le cose più impegnative: la pagina sul matrimonio, quella sulla ricchezza. Bisogna conoscere Cristo prima di potere vivere le sue esigenze urticanti, sentirsi amati prima di poter osare. Gesù non chiede al ricco di gettare il denaro, ma di condividerlo. Di entrare nella logica di chi si sente fratello, di chi sa che la ricchezza è dono di Dio, ma la povertà è colpa del ricco. Non se la sente, il giovane ricco. Resterà ricco, ma triste.
Non usa la sapienza invocata nella prima lettura. Non accoglie la spada della Parola che trancia descritta dalla lettera agli ebrei. Il suo problema non è la ricchezza, ma l’egoismo. Lo capiscono bene i discepoli che ricchi non sono ma che si sentono a disagio per questa Parola. La ricchezza non è questione di portafoglio ma di cuore. Gesù insiste: una logica così gretta, “ricca”, impedisce di entrare nella logica di Dio. Anche la famiglia (!) può diventare un possesso, anche gli affetti. Perciò bisogna lasciare tutto, Dio restituisce nella maniera corretta.

L’ORIGINALE
Gesù non condanna tout court la ricchezza
, né esalta la povertà. Lo dico perché spesso noi cattolici scivoliamo nel moralismo criticando i soldi (degli altri) e invitando a generosità (sempre gli altri). Gesù AMA il giovane ricco, lo guarda con tenerezza, vede in lui una grande forza e la possibilità di crescere nella fede. Gli chiede di liberarsi di tutto per avere di più, di fare il miglior investimento della sua vita.
Gesù frequenta persone ricche e persone povere, è libero. Ma ammonisce noi, suoi discepoli: la ricchezza è pericolosa perché promette ciò che non può in alcun modo mantenere. Dunque, dice Gesù, la ricchezza può ingannare, può far fallire miseramente una vita, la pienezza è altrove, non nella fugace emozione di avere realizzato il sogno di possedere il giocattolo prezioso cui anelo. Ma la povertà non è auspicabile, la miseria non avvicina a Dio ma precipita nella disperazione. Perciò il Signore ci chiede di avere un cuore libero e solidale: la povertà è scelta dai discepoli perché ci è insopportabile vedere un fratello nella miseria, tutto lì.

DIVERSI
Ancora una volta il Signore ci chiede di essere diversi, il “fra voi non sia così” che è caratterizzato, in questo caso, dalla scelta della condivisione e della essenzialità, del soccorrere le povertà e accontentarsi mantenendosi nell’essenzialità, senza finire nella spirale della cupidigia. Soprattutto in questi tempi di delirio. I fatti di cronaca delle ultime settimane, le spese folli e offensive di chi usa il denaro pubblico per proprio tornaconto, di chi, piccino, usa la politica in maniera orribile, ci richiamano al principio dell’onestà e della solidarietà.
Dio si schiera dalla parte degli ultimi, dei licenziati, dei poveri. Noi, anche nel piccolo, siamo chiamati ad essere trasparenti e corretti, nel piccolo come nel grande. Onestà, elemosina, condivisione, dono, sono ancora i protagonisti di una sana vita da discepolo, senza affannarsi dell’accumulo ma coscienziosamente affidandosi a quel Dio che veste splendidamente l’erba del campo. E questa logica deve permeare anche i rapporti nelle comunità, i soldi delle comunità che servono all’annuncio del vangelo senza fumosità, senza ambiguità. Se facciamo parte di una comunità manteniamola anche economicamente, chiediamo e offriamo trasparenza, orientiamo le nostre scelte a servizio dell’annuncio. Che tra noi, nelle nostre chiese, nelle nostre scelte, prevalga sempre la generosità e la fiducia nella Provvidenza al calcolo che appanna la libertà che dobbiamo tenere nei confronti del possesso. Facciamoci dono, facciamo della nostra vita un dono e avremo – stupore – cento volte tanto, come sperimenta Pietro.

(PAOLO CURTAZ)

°° Spettacolo musicale °°
Ascoltate o scaricate il canto Quale mondo vuoi
una piccola provocazione sul Vangelo di oggi in musica

Buona domenica! – XXV del T.O. – Anno B

«Da dove vengono le guerre e le liti
che sono in mezzo a voi?»

Dalla lettera di San Giacomo apostolo (Giac 3,16-4,3)
  XXV Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

Per strada rischiamo di perdere la direzione giusta. Comprensibile: poche indicazioni, molto traffico interiore, ostacoli visivi… e, soprattutto, guai a chiedere informazioni. Troppi vanno a caso, indicando luoghi senza esserci mai stati. E lo fanno con tale sfrontatezza e convinzione da apparire credibili. Fatevi un giro in rete, o leggete qualche giornale su una questione di cui conoscete bene le sfumature, ad esempio, che so, il cardinal Martini, per restare legati all’attualità. Tuttologi e opinionisti forniscono chiavi di lettura che disorientano e sconcertano, senza andare all’essenziale.
Così nella vita: se chiedete a qualcuno dove si trova la felicità, rischiate di finire in una discarica. Sono sempre esistiti i confusi che amano trascinare nella confusione, ovvio.Già ne parla il libro della Sapienza, scritto in greco nella pagana Alessandria per rafforzare la fede della numerosa comunità ebraica ivi presente. Guardati con sufficienza dalle nuove mode, derisi dagli ebrei che avevano abbracciato il paganesimo, i fedeli erano frastornati dalle cose che udivano. L’autore del libro sacro è molto chiaro: credere è una scelta, seguire una certa strada, andare in una direzione, costa fatica, ma ne vale la pena.Combattendo la parte oscura, la bramosia, la violenza che è in noi, aggiungerebbe Giacomo alla sua comunità, possiamo incontrare la verità.
Così accade, oggi, a ciascuno di noi, in questi tempi difficili. Il rischio è quello di mollare. O, peggio, di dare retta ai tanti gufi che, disamorati della vita, quasi godono nel fare proseliti del nulla. Come i discepoli del vangelo di oggi.

LA VIA
Per la seconda volta Gesù parla di croce, di morte e di resurrezione. La sua volontà di donarsi è totale, Dio si consegna senza limiti, desidera più di ogni altra cosa svelare il suo volto agli uomini, anche se questi lo rifiutano. Gesù è motivato e deciso: non è disposto a cedere a compromessi, non è disposto a barattare il vero Dio, anche se ciò comportasse la morte. Sono attoniti, i discepoli, come già era accaduto con Pietro che lo aveva professato Messia. Non capiscono proprio di cosa stia parlando, il Signore…
È evidente la ragione dell’incomprensione: sono tutti concentrati nello stabilire i propri ruoli, nel ritagliarsi una poltrona, nell’ottenere benefici. Troppo ripiegati su loro stessi per accorgersi del Signore. E Gesù, l’immenso Gesù, il Rabbi Gesù, questo Dio paziente e misericordioso, ancora una volta si mette da parte, non pensa al proprio dolore, e insegna: “tra voi non sia così…” Che emozione, amici. Che tristezza.
Tristezza, sì, perché gli apostoli ci assomigliano, siamo loro simili anche in questa piccineria insostenibile. Tutti cerchiamo la gloria, anche spintonando, anche calpestando gli altri, e facciamo diventare normalità la barbarie che ci sta invadendo. Anche nella Chiesa.

LOGICHE
Portiamo scolpita nel cuore la logica del mondo. Anche nella Chiesa necessitiamo continuamente di purificazione e di conversione. E non pensiamo solo all’esteriorità, ai privilegi, agli onori, pesante eredità di un passato che dobbiamo comunque rispettare, anche se va ridotto all’essenziale. La logica del mondo entra nelle nostre parrocchie, quando misuriamo l’efficacia della pastorale con metodi da economisti. O quando, santamente, ci prendiamo a coltellate (spirituali) per far prevalere la nostra prospettiva sugli altri. O quando (orribile!) rilasciamo patentini di ortodossia. Ho visto parrocchie dividersi fra fautori del parroco di prima e di quello nuovo, fra viceparroco e parroco, fra catechisti ed educatori, fra associazioni e movimenti… È dentro di noi la bramosia, sempre. Gesù, sedutosi come fanno i rabbini pronti ad insegnare, ci offre una soluzione: diventare come i bambini.

BAMBINI
Gli apostoli “Principi della Chiesa”? No, miseri peccatori, miseri e meschini, come me, come voi. Che ce ne saremmo fatti di splendidi discepoli? Cosa avremmo capito, noi discepoli, dalle loro vite perfette? Nelle loro fragilità scopriamo le nostre, nelle loro piccole miserie rispecchiamo le nostre e ne proviamo vergogna.
Al Rabbì dobbiamo guardare, non a noi, non alle nostre rivendicazioni ecclesiali, al nostro metterci a confronto per individuare chi abbia il carisma più efficace. La Chiesa non è la comunità dei perfetti ma dei perdonati. Gli apostoli pagheranno a caro prezzo la loro supponenza: davanti allo scandalo della croce e davanti alla loro paura ritroveranno l’autenticità del loro cuore e diventeranno – finalmente – capaci di amare.
Fra noi non sia così: guardiamo ai bambini che tutto attendono dagli adulti, che si fidano, che attendono. Non diventiamo infantili, ma trasparenti e puri, desiderosi di essere presi in braccio da Dio, capaci di vedere la luce e la bellezza e il gioco in ogni evento. BAMBINI nel cuore e nel giudizio, ADULTI nelle azioni e nella forza di amare. COME CRISTO.

(PAOLO CURTAZ)

°° Riflettendo con Pier Giorgio Frassati °°

Liturgia di domenica 23/09/2012 – XXV T.O.

 «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato»

Mc 9,30-37

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Per te catechista, che scegli di usare anche l’immagine per aiutare i tuoi ragazzi a entrare nel dinamismo del Vangelo.

  1. Leggete con i ragazzi l’immagine:
    • diversamente dal solito, un bambino tende una mano a un adulto, verosimilmente alla madre. Un piccolo si fa sostegno per un grande. Quanta provocazione e quanto scandalo per una società abituata a credere opportuno il contrario. Eppure il Vangelo chiede proprio questo: mettere al centro i piccoli, riconoscere in loro la presenza di Dio. Nel piccolo, nel povero, nell’emarginato, nello straniero, nell’escluso Dio vive e ci raggiunge.
    •  La mano del bambino ci ricorda che Dio, in Gesù ha scelto di incarnarsi, di farsi uomo… decisamente mortale, vulnerabile; semplicemente piccolo. Servire è la logica del Vangelo. Comandare è la logica che l’opinione pubblica propone e cerca. E noi? Da che parte stiamo? 
  2. Leggere insieme il Vangelo 
  3. Aiutare i ragazzi a farne risonanza in gruppo 
  4. Trasformare la Parola in preghiera
  5. Insieme:Ti benediciamo, Padre, perché in Gesù ci hai manifestato un amore senza limiti. Egli si è fatto nostro Servo. Tutto ci ha donato: tempo ed energie, e la sua stessa vita. Egli è la nostra salvezza per i secoli dei secoli. Amen [Roberto Laurita]
  6. Destinatari:adolescenti e giovani

Suggerimenti per la lettura dell’immagine
a cura di Sr. Mariangela Tassielli, fsp

Il Vangelo nella vita: dinamiche, attività e una preghiera  da poter trascrivere, stampare e consegnare ai ragazzi! Tutto su Catechisti Parrocchiali n.6, Settembre 2012, pagg. 23-24.

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Buona domenica! – XXIV del T.O. – Anno B

«Ma voi, chi dite che io sia?»

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 8, 27-35)
  XXIV Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

Ogni anno, puntuale, all’inizio dell’anno pastorale nelle nostre parrocchie, chiusa la parentesi estiva, troviamo lo stesso vangelo: opportuno, insistente, destabilizzante.
Non possiamo essere discepoli per abitudine, con stanchezza, lasciando passare anno dopo anno, dimorando nelle nostre consolidate e piccole condotte di vita cristiana: non ha dove posare il capo, il nostro Maestro, non vuole cristiani a traino, non gradisce finte devozioni. La domanda, allora, è posta in maniera diretta.

CAFARNAO
I Dodici, gongolanti, hanno tra le mani un futuro di grande carriera politica e religiosa: Gesù piace, è credibile, ha successo, gratifica. Intorno al fuoco discutono, si animano, interagiscono. Gesù, defilato, li ascolta, sorride. Poi, come se nulla fosse, pone la domanda.  La gente chi dice che io sia?.  Si parla molto di Gesù, ieri come oggi. Sui giornali, nei dibattiti, tra amici, Gesù è un mistero irrisolto, inquietante, difficile da decifrare. Chi è, veramente, Gesù di Nazareth?
Le risposte le conosciamo: un grand’uomo, un uomo mite, un messaggero di pace, uno dei tanti uccisi dal potere. Tutto vero, ma ci si ferma qui; difficilmente si accetta la testimonianza della comunità dei suoi discepoli: Gesù è Cristo, Gesù è Dio stesso. È meglio mantenersi nel vago e rassicurante convincimento che Gesù sia una personalità della storia da ammirare ma che nulla ha a che vedere con la mia vita, meglio gestire il rapporto con Gesù riducendolo a memoria storica, invece che ammettere un’inquietante Presenza. Meglio dar retta alla teoria di moda per dire sempre e solo una cosa, da duemila anni: il Gesù vero non è quello (sconcertante) che vi hanno raccontato…

LASCIA STARE GLI ALTRI
Gesù non ci sta e, a bruciapelo, pone oggi a ciascuno di noi la domanda: Voi chi dite che io sia?
. Già. E per me? Per me solo, dentro, senza l’assillo di dare risposte sensate o alla moda, senza la facciata e l’immagine da tenere in piedi? A me, nudo dentro, Gesù che dice? Quante risposte! Gesù diventa una speranza, una nostalgia, una tenerezza, la tenerezza del sogno dell’’uomo che vorrebbe credere in un Dio vicino, che condivide, che partecipa. Oppure, attenti al rischio catechismo, abbiamo la risposta confezionata: “Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio”. Affermazione “corretta”, ma così lontana dal cuore! La folla lo aveva riconosciuto il Messia. Così i discepoli, così gli apostoli, così la comunità di Roma a cui Marco indirizza il suo Vangelo. Ma, in realtà?

SIMONE E PIETRO
Simone osa, si lancia: tu sei il Messia. Risposta forte, esagerata, ardita: in nessun modo Gesù assomiglia al messia che la gente si aspetta, così comune, dimesso, arrendevole, misericordioso. Nulla. Gesù lo guarda, contento, e gli annuncia di essere Pietro, di essere una roccia, dentro di sé. Simone il pescatore riconosce in Gesù il Cristo. E Gesù, riconosciuto Cristo, gli restituisce il favore e gli svela che egli è una Pietra. Se ci avviciniamo a Gesù e lo riconosciamo Signore, subito riconosciamo chi siamo in noi stessi, chi siamo in verità. Dio svela l’uomo a se stesso, sempre.

CRISTO SECONDO GESU’
Gesù subito presenta ciò che significa essere Cristo: donarsi fino alla morte. E qui si resta sgomenti, attoniti, scandalizzati.
Ma come… e allora il Dio onnipotente, efficiente, che interviene a sanare le nostre malattie? Dov’è? Sicuramente c’è, ma dopo essere passato nella scandalosa logica della croce. Non dite che Gesù è Cristo se prima non siete saliti con Lui sulla croce. Non osate fare questa affermazione se prima non avete assaporato l’esagerazione e la sofferenza del dono, se prima la vostra vita non è stata arata e scavata dal solco della croce, amici, se prima non avete amato fino a star male, se il vostro cuore non è stato convertito dal dono della compassione. Questa croce che diventa misura del dono, giudizio sul mondo, unità di misura del nuovo sistema di amare il fratello.
Anche Pietro e gli altri dovranno passare per il Golgota prima di entrare definitivamente nella dinamica del Regno. Isaia intuisce e profetizza questa nuova prospettiva di un Messia sofferente e Giacomo ci ricorda che la nostra fede non si ferma alle Parola ma diventa Gesto e che solo così testimoniamo di avere incontrato il Cristo Signore.
Iniziamo così il nostro anno pastorale, il rientro all’attività autunnale: chiediamoci, ancora, chi è per noi, oggi, il Signore Gesù.

(PAOLO CURTAZ)

°° Bellezza e profondità per cantare la nostra fede °°

Buona domenica! – XIV del T.O. – Anno B

«Ascoltino o non ascoltino
– dal momento che sono una genìa di ribelli – sapranno almeno che un profeta
si trova in mezzo a loro»

Dal libro del profeta Ezechièle (Ez 2, 2-5)
  XIV Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

Ancora profeti. Dopo la nascita del Battista la Parola, oggi, ci invita ancora a riconoscere i profeti. Come Ezechiele, nella prima lettura, che si trova in esilio in Babilonia, con la maggioranza dei capi-famiglia di Gerusalemme, città rasa al suolo dalla ferocia di Nabucodonosor. E la sua parola spiazza: invita la gente a non illudersi, non ci sarà nessun ritorno alla patria amata, meglio godere del poco che si ha. Invece di volgersi al passato e rimpiangerlo, dice, occorre guardare avanti e lottare, vivere il presente così com’è, senza paura. Richiamo forte alle nostre comunità sbandate, affaticate; smettiamola di guardarci indietro e di lamentarci: questo è il tempo e il luogo in cui il Signore ci ha messi a fiorire. Se Ezechiele è riuscito a profetare in esilio, perché non dovremmo farlo noi?

STUPORI
È tutto uno stupore il Vangelo di oggi. Lo stupore della gente di Nazareth che vede il piccolo Gesù tornato come un Profeta dalla sua esperienza a Cafarnao, la città sul lago, lo stupore di Gesù che si meraviglia della loro incredulità. Uno stupore negativo, un dolore condiviso, un’incomprensione che si consuma proprio in casa del Nazareno, proprio in mezzo ai suoi compagni di giochi.
In sinagoga, a Cafarnao, si era deciso di ucciderlo. In sinagoga, a Nazareth, cresce la tensione. Ma non sono più i sacerdoti e gli scribi a contrastarlo: ora è la gente povera, il popolino. Se gli uni erano infastiditi dalla libertà che Gesù si assumeva nell’interpretare i precetti, il popolo è spiazzato dalla poca solennità del loro concittadino. Alcuni, fra la folla divertita che lo ascolta, hanno comprato nella sua bottega un solido tavolo di cedro… Cosa pretende di fare il figlio di Maria, uno che, pur non avendo studiato in una scuola rabbinica di Gerusalemme e pur provenendo da una famiglia onesta ma povera, si è messo in testa di fare il profeta?

INCOMPRENSIONI
Anche noi, spesso, siamo scandalizzati dal fatto che la Parola di Dio, la Parola di salvezza, che converte e riempie, sia affidata alle fragili mani dei discepoli. Di noi discepoli. Vorrei parlarvi della fragilità, quindi. Della fragilità degli uomini di fede e dei nuovi profeti che sono gli uomini di Chiesa. Una fragilità reale, documentata, un’infedeltà fin troppo evidente nel corso della storia, e tutti sappiamo – a volte più per stereotipo che per oggettiva e documentata conoscenza – degli errori commessi da Papi, Vescovi e semplici cristiani. Il ragionamento è semplice e disarmante: gli uomini di fede, spesso, non danno una gran testimonianza di coerenza nella loro vita, non nella preghiera, non nella tolleranza, non nella vita evangelica. Quindi, si conclude, il vangelo è una montatura e chi ne parla un presuntuoso in malafede, magari pure moralista. Il ragionamento non fa una grinza, specie in questo tempo in cui si esige dagli altri un’integra rettitudine morale, salvo essere pronti a giustificare sempre se stessi davanti ai piccoli compromessi e alle piccole ruberie quotidiane.
Gesù non viene accolto perché conosciuto, banale, normale, privo di quell’aura di ascetismo che dovrebbe caratterizzare gli uomini religiosi. Ecco, diciamolo chiaramente: Gesù è poco religioso per pretendere di parlare di Dio (!). (Non c’è nulla di più difficile di parlare di Gesù a dei cristiani, qui in occidente. Tutti sanno già tutto, il prete parla di Dio perché è il suo mestiere e così il Vangelo viene dato per scontato e, perciò, drammaticamente abbandonato).

I CRISTIANI (SECONDO GESU’)
I cristiani non sono perfetti e forse neanche più buoni degli altri e forse nemmeno tanto coerenti. Ma questo non basta a fermare la Parola, non basta a fermare il Cristo, non sgambetta il contagioso annuncio della Parola. Nel vangelo gli apostoli, ben lontani dal nostro modello asettico e idealista di uomo di fede, vivono la loro pesantezza con realismo e tragicità. Ma Gesù li ha scelti, perché sappiano comprendere le miserie degli altri, accettando anzitutto le proprie. La Chiesa non è la comunità dei perfetti, dei giusti, dei puri, ma dei riconciliati, dei figli. Fatichiamo ad accettarlo, rischiamo di voler correggere il Vangelo perché noi, in fondo in fondo, siamo un po’ meglio della gente che critichiamo. Sogno il sogno di Dio: una comunità di persone che si accolgono per ciò che sono, che hanno il coraggio del proprio limite, che non hanno bisogno di umiliare l’altro per sentirsi migliori.

RIFIUTI
Gesù è rifiutato, e con lui viene rifiutato il vangelo e la presenza di Dio: troppo umano questo Messia, troppo pesante il suo passo, banale il suo vivere, troppo povero, troppo fragile. Talora anche noi siamo talmente attenti a sottolineare l’incoerenza dei discepoli da non accogliere il vangelo, talmente scandalizzati dai presunti difetti degli altri da non voler entrare a un altro livello di autenticità e vedere che l’essenziale non è la coerenza costi quel che costi, ma la misericordia. Così Israele, nella sua splendida e luminosa storia, ci parla di questi uomini di Dio – i profeti – capaci di leggere il presente, non di indovinare il futuro, e di richiamare a Dio la realtà. Ma il destino dei profeti, lo stesso Gesù lo sperimenta, è di essere ignorati in vita e celebrati da morti. Ancora intorno a noi uomini e donne profetizzano, leggono la realtà, ci richiamano all’essenziale, innalzano la loro voce nel deserto mediatico che ci circonda. Ascoltiamoli da vivi i profeti, non da morti! Riconosciamo i profeti, diventiamo profeti, lasciamo che la Parola ci aiuti a leggere questi tempi e raccontiamolo – Dio benedetto – questo Vangelo. Malgrado e attraverso la nostra fragilità.

(PAOLO CURTAZ)