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PASSARE DALL’«OSTILE» ALLO «STILE» – DOSSIER RAGAZZI & DINTORNI Gennaio 2014

Dossier Gen14

PASSARE DALL’«OSTILE» ALLO «STILE»

di Fausto Negri

Molesto è colui che è di peso, che risulta sgradevole, che con il suo comportamento o con il suo linguaggio dà sui nervi. Tutti i sociologi moderni sono d’accordo sul fatto che le relazioni sono, oggi, la maggiore fonte di ansia. Infatti, essendo più facili i contatti, è aumentatayell-for-help_8-self-defense-tips-every-woman-should-know enormemente anche la possibilità di entrare in rapporto con persone seccanti, insistenti, fastidiose, sgradevoli, irritanti, noiose…

Tutte le opere di misericordia sono attive e, quindi, praticare «la sopportazione» non significa subire tutto quanto. L’indicazione di Gesù: «Siate semplici come le colombe e furbi come i serpenti» (Mt 10,16) è il giusto equilibrio sempre da ricercare. Non significa cedere al buonismo, cioè tacere sul male altrui e rinunciare alla propria identità. L’obiettivo rimane, comunque, sempre l’amore, cioè il bene dell’altro. Talvolta è opportuno comunicare il proprio disappunto in modo schietto e produttivo; altre volte occorre prendere le distanze, proteggere la propria sfera privata; altre volte occorre farsi aiutare da chi ha l’autorevolezza di farlo. Altre, infine, è bene soprassedere… Il verbo «tollerare» significa infatti «sostenere, portare un peso». Pazienza e sopportazione sono collegate tra loro. Non è solo passività, ma esige una buona dose di resistenza, nutrita dalla speranza che anche nell’altro c’è del buono.    Continua a leggere PASSARE DALL’«OSTILE» ALLO «STILE» – DOSSIER RAGAZZI & DINTORNI Gennaio 2014

Abilità, disabilità, handicap… diversità diversamente detta, o no?!

Leggo, rileggo, approfondisco, ascolto e poi penso… e nello specifico penso a tanti miei cari amici, a conoscenti, a gente vista anche solo per pochi istanti e a persone che amo profondamente e che conosco da sempre.

Penso alla loro vita e alla mia, penso alle volte in cui si è incrociata; penso alle scoperte fatte insieme, penso alle loro sconfitte e alle mie, penso ai loro sogni e ai miei… penso e mi dico: Siamo uguali in tutto e allo stesso tempo siamo profondamente diversi. 

Ah scusate, stavo dando per scontato una cosa: io sono Mariangela e loro sono Giuseppe, Alessandro, Andrea, Giulia, Marcella, Maria, Antonella, Claudio, Chiara, Pasquale… Io ho una storia da raccontare e anche loro! Ho un nome, un indirizzo, tanta voglia vivere, esattamente come loro. Eppure siamo profondamente diversi, perché il nostro cuore e la nostra memoria hanno vissuto frammenti di vita diversi; abbiamo nomi, volti, corpo, fantasia che ogni giorno si arricchisce in modo diverso, ma tutti siamo indistintamente persone, uniche e preziose.

Persone e non altro!

E allora su questo fronte il mio cervello va in blackout. Sì, perché vi assicuro che non riesco proprio a capire come una gamba, un braccio, una malattia possa arrivare a definire una persona. È vero: una malattia ci segna profondamente, quando è grave segna il ritmo della nostra vita, ma non può mai arrivare a sostituirsi al nostro nome, a caratterizzarci come fosse una dimensione razziale.

Mi fa problema, parlare di disabilità, tanto quanto di handicap, di “diversamente abili” o di “normodotati”… mi fa problema definire escludendo. Oggi leggevo che qualcuno propone una nuova definizione: “persone speciali”. Sì, mi direte è in nome del rispetto. No! Vi dico è un rispetto segnato dalla falsità, dalla voglia di distinguersi, di considerarsi e considerare gli altri dei diversi inferiori. È vero… è solo un problema di catalogazione, burocratico… come si farebbe altrimenti sui documenti? Come si farebbe per favorire giuste agevolazioni?

E invece non ci credo! Perché di fatto la burocrazia non si preoccupa di quei fratelli e amici che con la malattia convivono notte e giorno. E noi non ci scomodiamo nell’averli per amici, non fanno parte della nostra vita se non per scelta filantropica.

E’ raccapricciante vedere come le bacheche di facebook inneggino alla solidarietà sbandierata davanti a una foto, al “condividi se non ti vergogni di avermi per amico”. Eppure, ve lo dico con tutto il cuore: a me tutto questo lascia l’amaro in bocca e, personalmente, mi RIFIUTO DI FARLO.

Sì cari amici. Sì, caro Giuseppe, Alessandro, Andrea, Giulia, Marcella, Maria, Antonella e tutti gli altri… avete capito bene! Mi rifiuto di mettere le vostre foto sulla mia bacheca ostentando quei problemi già così pesanti, per voi, ogni giorno. Mi rifiuto di farvi cliccare da 1000 persone al giorno. Vi voglio come amici con cui parlare, con cui condividere, con cui spendere del tempo o vedere un film insieme al cinema. Vi voglio tra le mie foto private, personali, quelle che segnano la nostra amicizia, non la pubblicità della vostra malattia.

E allora vi propongo… lo propongo a tutti voi cari amici blogger e abitanti dei social, a te che stai leggendo al volo:

Rifiutiamoci di definire l’ALTRO, incasellandolo in una definizione generica e tutte le volte che di quel mio amico, le cui gambe non funzionano come le mie, dovrò dire qualcosa non dirò: Marco il disabile, ma dirò semplicemente: «Marco… ricordi!? Quel ragazzo con i capelli biondi…»

Io sono Mariangela… tu sei semplicemente Giuseppe, il mio caro amico e fratello, Giuseppe! Felice di averti nella mia vita, felice di imparare da te a vivere!

RAGAZZI & DINTORNI – Maggio 2013 – “… Ridire il Credo oggi”

Dossier Maggio 2013

CREDO NEI DIRITTI DELLA PERSONA

di Fausto Negri

Albert Einstein, premio NobeUGUALIl per la fisica nel 1921, è uno dei geni dell’umanità. Durante il nazismo dovette fuggire in America, essendo ebreo. Prima di arrivare, sul piroscafo su cui si trovava, fu obbligato a compilare la carta per il permesso di soggiorno, con i suoi dati personali. Alla domanda: razza? Lui, molto contrariato, scrisse: umana!
Il regime nazista, come tutti sanno, uccise ben sei milioni di ebrei nei campi di concentramento. Dopo la seconda guerra mondiale, il 10 dicembre 1948, a Parigi, si firmò la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, promossa dalle Nazioni Unite. Il primo articolo recita: «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza».

In questo tempo di arroganza e volgarità, di fratellanzaanonimato e trasgressione delle regole, si ha nostalgia di «buone relazioni» e di rispetto verso tutti. In molte tradizioni esiste la regola, definita «regola aurea» (d’oro): «Non fare agli altri quello che non vuoi che gli altri facciano a te»; o, in forma positiva: «Fai agli altri quello che vuoi che gli altri facciano a te». Da essa si possono trarre quei comandamenti universali che riassumiamo in cinque proposizioni – contenute nella Bibbia – e che determinano le basi essenziali del comportamento civile.
1. Non uccidere. O in forma positiva: Rispetta ogni vita. Ogni persona ha diritto all’integrità fisica e al libero sviluppo della propria personalità. Nessuno può tormentare, ferire o uccidere un’altra persona. Anche la vita degli animali e delle piante merita protezione e cura. Nessuno si illuda: non c’è sopravvivenza senza non-violenza e senza pace.
2. Non commettere adulterrispetto della vitaio. O in forma positiva: Rispettatevi e amatevi a vicenda. Agisci in modo responsabile nell’ambito dell’amore, della sessualità e della famiglia. No alla discriminazione sessuale e all’abuso. Sì alla fedeltà nell’amore. Nessuno si illuda: non c’è vera umanità senza rispetto.
3. Non rubare. O in forma positiva: Agisci in maniera corretta e leale. Nessuno può derubare o frodare un’altra persona. Nessuno si illuda: non c’è pace senza giustizia.
4. Non testimoniare il falso. O in forma positiva: Parla e agisci con sincerità. Nessuno si illuda: non c’è giustizia senza sincerità e tolleranza.
5. Onora tuo padre e tua madre. I genitori non devono sfruttare i figli, né i figli i genitori, ma «onorarsi» e sostenersi. Nessuno si illuda: si attua a livello mondiale solo ciò che si vive nelle relazioni reciproche.regole

La Dichiarazione dei diritti dell’uomo è un codice etico di importanza storica fondamentale, perché sancisce universalmente (per ogni epoca e luogo) i diritti dell’essere umano, indipendentemente da: colore della pelle, sesso, religione e condizione sociale. Idealmente è il punto di arrivo di un dibattito sulla fraternità umana, che nelle diverse epoche ha visto impegnati molti pensatori.

ATTIVITÀ
Sfogliando giornali e riviste, si scelgono alcune foto e si prepara un cartellone – diviso a metà – in cui si pongono, a sinistra, foto di violenza o divisione, di realtà in cui sono negati i diritti umani; a destra, immagini o disegni che rimandano a rispetto, accoglienza e fraternità.
In un confronto di gruppo cogliere quali atteggiamenti caratterizzano più fortemente la propria esistenza, se di violenza o di rispetto. E decidere cosa si vuole scegliere di essere.

Questo e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi sul numero di Maggio dell’inserto Ragazzi & D’intorni dossier mensile di Catechisti Parrocchiali.

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