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Volto amico: Preghiera e dinamica – da Ragazzi & Dintorni Gennaio 2014

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Carissimi catechisti vi propongo una dinamica e una preghiera pensata per la catechesi con preadolescenti e adolescenti a partire dall’opera di misericordia “Sopportare pazientemente le persone moleste“.

OBIETTIVO:

Aiutare i ragazzi a non fermarsi alle differenze che allontanano, ma a scoprire l’altro come amico, fratello con cui fare la differenza, nel costruire relazioni più positive.

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Abilità, disabilità, handicap… diversità diversamente detta, o no?!

Leggo, rileggo, approfondisco, ascolto e poi penso… e nello specifico penso a tanti miei cari amici, a conoscenti, a gente vista anche solo per pochi istanti e a persone che amo profondamente e che conosco da sempre.

Penso alla loro vita e alla mia, penso alle volte in cui si è incrociata; penso alle scoperte fatte insieme, penso alle loro sconfitte e alle mie, penso ai loro sogni e ai miei… penso e mi dico: Siamo uguali in tutto e allo stesso tempo siamo profondamente diversi. 

Ah scusate, stavo dando per scontato una cosa: io sono Mariangela e loro sono Giuseppe, Alessandro, Andrea, Giulia, Marcella, Maria, Antonella, Claudio, Chiara, Pasquale… Io ho una storia da raccontare e anche loro! Ho un nome, un indirizzo, tanta voglia vivere, esattamente come loro. Eppure siamo profondamente diversi, perché il nostro cuore e la nostra memoria hanno vissuto frammenti di vita diversi; abbiamo nomi, volti, corpo, fantasia che ogni giorno si arricchisce in modo diverso, ma tutti siamo indistintamente persone, uniche e preziose.

Persone e non altro!

E allora su questo fronte il mio cervello va in blackout. Sì, perché vi assicuro che non riesco proprio a capire come una gamba, un braccio, una malattia possa arrivare a definire una persona. È vero: una malattia ci segna profondamente, quando è grave segna il ritmo della nostra vita, ma non può mai arrivare a sostituirsi al nostro nome, a caratterizzarci come fosse una dimensione razziale.

Mi fa problema, parlare di disabilità, tanto quanto di handicap, di “diversamente abili” o di “normodotati”… mi fa problema definire escludendo. Oggi leggevo che qualcuno propone una nuova definizione: “persone speciali”. Sì, mi direte è in nome del rispetto. No! Vi dico è un rispetto segnato dalla falsità, dalla voglia di distinguersi, di considerarsi e considerare gli altri dei diversi inferiori. È vero… è solo un problema di catalogazione, burocratico… come si farebbe altrimenti sui documenti? Come si farebbe per favorire giuste agevolazioni?

E invece non ci credo! Perché di fatto la burocrazia non si preoccupa di quei fratelli e amici che con la malattia convivono notte e giorno. E noi non ci scomodiamo nell’averli per amici, non fanno parte della nostra vita se non per scelta filantropica.

E’ raccapricciante vedere come le bacheche di facebook inneggino alla solidarietà sbandierata davanti a una foto, al “condividi se non ti vergogni di avermi per amico”. Eppure, ve lo dico con tutto il cuore: a me tutto questo lascia l’amaro in bocca e, personalmente, mi RIFIUTO DI FARLO.

Sì cari amici. Sì, caro Giuseppe, Alessandro, Andrea, Giulia, Marcella, Maria, Antonella e tutti gli altri… avete capito bene! Mi rifiuto di mettere le vostre foto sulla mia bacheca ostentando quei problemi già così pesanti, per voi, ogni giorno. Mi rifiuto di farvi cliccare da 1000 persone al giorno. Vi voglio come amici con cui parlare, con cui condividere, con cui spendere del tempo o vedere un film insieme al cinema. Vi voglio tra le mie foto private, personali, quelle che segnano la nostra amicizia, non la pubblicità della vostra malattia.

E allora vi propongo… lo propongo a tutti voi cari amici blogger e abitanti dei social, a te che stai leggendo al volo:

Rifiutiamoci di definire l’ALTRO, incasellandolo in una definizione generica e tutte le volte che di quel mio amico, le cui gambe non funzionano come le mie, dovrò dire qualcosa non dirò: Marco il disabile, ma dirò semplicemente: «Marco… ricordi!? Quel ragazzo con i capelli biondi…»

Io sono Mariangela… tu sei semplicemente Giuseppe, il mio caro amico e fratello, Giuseppe! Felice di averti nella mia vita, felice di imparare da te a vivere!

CATECHISTI PARROCCHIALI – Settembre 2012 – CAMMINI DI FEDE

IL PRODIGIO DELLA DIVERSITÀ

di Franca Feliziani Kannheiser

Le diversità di tipologie dei bambini/ragazzi con cui il catechista si trova a confrontarsi richiedono conoscenze e competenze psicopedagogiche che devono essere perseguite attraverso percorsi formativi sistematici. Qui ci limiteremo a offrire alcune indicazioni e informazioni di base che permettano a chi con generosità e passione accompagna i più piccoli nel cammino della fede a orientarsi, a trovare risposte e, soprattutto, ad avere a disposizione un materiale semplice, ma corretto per discutere insieme con gli altri catechisti di ciò che si vive nel proprio gruppo, spesso non senza fatica e un pizzico di scoraggiamento.
Che cosa rende così vario e mutevole un gruppo di bambini della stessa età, del medesimo ambiente, che condividono in larga misura le stesse esperienze di vita?
La risposta sembrerebbe facile e immediata: «È il carattere». Ma che cos’è il carattere?
• Qualcosa che si eredita dai propri genitori come il colore degli occhi e dei capelli?
• Il prodotto delle esperienze che il bambino fin dalla nascita fa con il suo ambiente?
• L’insieme delle modalità con cui l’individuo reagisce per poter soddisfare i suoi bisogni di crescita?
• Ma, soprattutto, esso è stabile e immodificabile o può essere plasmato dall’educazione?
La risposta a quest’ultima domanda è di fondamentale importanza per ogni educatore.
Se, infatti, ragioniamo in questi termini: «Quel bambino è fatto così e non cambierà mai», partiamo già destinati alla demotivazione e all’insuccesso.
Il nostro senso di autoefficacia come catechisti si nutre, invece, della speranza che ogni bambino sia una realtà dinamica in trasformazione, in grado di rispondere positivamente a chi con pazienza e sapienza lo ascolta, lo accoglie, si cura di lui. Senza indulgere a fantasie di onnipotenza, si può con buona ragione essere sicuri che tutto ciò che spendiamo di intelligenza e di amore porterà frutto e aprirà nuove prospettive di cambiamento.
Se il carattere di un bambino è dedotto dai suoi comportamenti e si ignora il suo mondo interiore con le sue emozioni e intenzionalità, si corre il rischio di mettere etichette immodificabili che diventano anche «profetiche». Così un bambino considerato insopportabile, avrà più occasione di diventarlo di chi percepisce, nelle aspettative che le persone hanno nei suoi confronti, aperture verso il cambiamento e trova rispecchiate nello sguardo dell’altro parti positive di sé che, seppure meno evidenti, esistono e possono essere sviluppate.
Molte ricerche sono state fatte sull’influenza che esercita la stima dell’educatore sulla motivazione e sul successo dell’educando.
Se egli si aspetta risultati positivi da un alunno, gli comunica questa fiducia che diventa il motore per cui il risultato atteso si realizza. Lo stesso avviene con l’insegnante che prevede risultati negativi. Si crea un circolo vizioso: il bambino che si sente considerato stupido o pigro si comporta come tale e incontra, di conseguenza, l’insuccesso che lo conferma e conferma l’insegnante o l’educatore nel giudizio negativo. Si mette, in tal modo, a rischio lo sviluppo dei sentimenti di autostima e di autoefficacia la cui carenza è una delle prime cause dell’insuccesso scolastico, ma soprattutto del malessere personale del bambino e del ragazzo.
Un primo modo, semplice, ma efficace, per renderci conto delle tipologie in cui si suddividono i bambini del nostro gruppo può essere quello di distinguerli tra estroversi e introversi.
Gli estroversi sono caratterizzati da atteggiamenti aperti, vivaci, pronti all’azione; gli introversi appaiono più riservati, riflessivi, a volte «persi nel loro mondo».
Sebbene il contatto con i primi appaia meno complicato, perché sono socievoli ed espansivi, a volte sono i secondi a riservare le più piacevoli sorprese per la profondità degli interventi, l’acutezza del-le domande, l’impegno perseverante.
Il bambino introverso è un bambino che pensa prima di agire, mentre nel bambino estroverso è predominante l’azione.
Tuttavia introversione ed estroversione sono tendenze di fondo: ci serve riconoscerle per valorizzarne gli aspetti positivi, ma anche per sollecitare in ogni bambino e ragazzo lo sviluppo di altri aspetti, ancora latenti  nascosti, che, quando sono integrati, arricchiscono la sua personalità.
Alcuni bambini, è vero, richiedono più cure e attenzioni di altri, ed è più difficile capirli e reagire in modo appropriato. Spesso sembrano sfuggirci o, al contrario, sfidarci e, anche quest’ultimi mettono più a dura prova la nostra pazienza e trasformano spesso l’incontro in «un testa a testa» che impedisce il raggiungimento degli obiettivi.

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi nel numero di Settembre di Catechisti Parrocchiali.

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