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GESÙ VIENE: LA BELLA NOTIZIA DA RACCONTARE – CATECHISTI PARROCCHIALI – Dicembre 2013

Catechisti Dic13

GESÙ VIENE: LA BELLA NOTIZIA DA RACCONTARE

di Anna Teresa Borrelli

Per i ragazzi è importante e preziosa la presenza di quanti si prendono cura di loro, li sostengono nelle scelte della vita e li accompagnano nella loro crescita,
illuminandoli con la luce della Parola che è lo stesso Gesù.
• I ragazzi imparano, così, a sentirsi parte di una comunità che, in ascolto del Signore, valorizza il loro pensiero, li rende protagonisti della Paperboy selling newspapers shouting through megaphonevita e della storia della Chiesa.
• È bene valorizzare l’esperienza che essi vivono con il gruppo, luogo in cui si sentono chiamati ad accogliere il progetto d’amore di Dio che si rende presente nel suo Figlio Gesù.

L’obiettivo di questo incontro è orientare i ragazzi a:
• ascoltare con la comunità la parola di Dio e ad accogliere Gesù che si fa Bambino;
• scoprire quanto di nuovo Dio dice, ogni giorno, nella loro vita;
• vivere, seguendo gli insegnamenti di Gesù e il suo modo di agire.

Il catechista, dopo il confronto personale con il brano di Matteo e il commento relativo, realizza un’edizione straordinaria del giornale di gruppo: la notizia da raccontare a tutti è che, con la nascita di Gesù, il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce e che il regno di Dio è vicino. È tempo, quindi, di convertirsi! Può utilizzare l’immagine di copertina, dove è riportata la natività con diversi personaggi.
Il catechista, in gruppo, annuncia l’edizione straordinaria del giornale e consegna una copia a ciascun componente del gruppo.    Continua a leggere GESÙ VIENE: LA BELLA NOTIZIA DA RACCONTARE – CATECHISTI PARROCCHIALI – Dicembre 2013

CATECHISTI PARROCCHIALI – Maggio 2013 – SERVI DELLA PAROLA

Catechisti Maggio 2013

CONCLUSIONI E PROSPETTIVE

di Franca Feliziani Kannheiser

Al termine del percorso di quest’anno ci sembra necessario ricordare gli obiettivi che hanno guidato il nostro cammino e, fra tutti, quello di riconoscere e valorizzare le diversità che rendono vivo e dinamico il nostro gruppo di catechesi, attenti ai differenti bisogni formativi di cui sono portatori i nostri bambini.osservare
Auguriamoci di aver fatto esperienza di ciò che scrive Daniel Pennac: «Ogni bambino suona il suo strumento, non c’è niente da fare. La cosa difficile è conoscere bene i nostri musicisti e trovare l’armonia. Un buon gruppo non è un reggimento che marcia al passo, è un’orchestra che suona la stessa sinfonia. E se hai ereditato il piccolo triangolo che sa fare solo tin tin, o lo scacciapensieri che fa soltanto bloing bloing, la cosa importante è che lo facciano al momento giusto, il meglio possibile, che diventino un ottimo triangolo, un impeccabile scacciapensieri, e che siano fieri della qualità che il loro contributo conferisce all’insieme. Siccome il piacere dell’armonia li fa progredire tutti, alla fine anche il piccolo triangolo conoscerà la musica, forse non in maniera brillante come il primo violino, ma conoscerà la stessa musica…».

Quale musica si è prodotta nel corso di questi mesi? Ogni bambino, nel suo modo specifico, ha potuto contribuire alla sua creazione, oppure qualcuno è rimasto fuori, o addirittura ha reso difficile il fluire dell’armonia nel gruppo? Qualunque siano i risultati, magari non suonaredel tutto soddisfacenti, o addirittura deludenti, forse però uno lo abbiamo ottenuto e cioè l’aumento di un elemento indispensabile del nostro essere educatori: la capacità di osservare, di riconoscere le peculiarità di ogni componente del gruppo. La capacità di osservazione rientra nelle competenze del catechista assieme a quella di provocare il cambiamento. Infatti, come abbiamo già sottolineato nel primo articolo, se non partissimo dal presupposto che ogni bambino è in grado di fare progressi e di cambiare, non avrebbe senso intraprendere alcuna opera educativa.
Naturalmente è necessario riconoscere i limiti oggettivi della nostra influenza dati dal fatto che ogni bambino è plasmato dalle esperienze che vive in famiglia e in altri ambienti extracatechistici e che i nostri incontri sono limitati nel tempo, ma proprio per la plasticità  della mente del bambino qualsiasi esperienza, soprattutto se ripetuta, lascia la sua impronta.

Osservare ciò che accade nel gruppo e ciò che ogni bambino esprime con il suo comportamento non è certamente facile, soprattutto perché contemporaneamente dobbiamo+ dare indicazioni, spiegare, rispondere alle domande, ecc.osservo
È necessario, però, ritagliare alcuni spazi a questa attività, per esempio mentre i bambini giocano (il gioco rivela molto del temperamento e del carattere di ciascuno), mentre disegnano o conversano fra di loro.
L’atto dell’osservare è prima di tutto un atto di accoglienza che ha a che fare con il conservare negli occhi e nella mente ciò che vediamo.
Questo ha come conseguenza pratica il non passare subito al giudizio su ciò che osservia-mo o magari alla correzione. Prendiamoci tempo, piuttosto, per renderci conto di ciò che accade nel gruppo e, soprattutto, di come ogni bambino agisce e reagisce. Possiamo così con più facilità farci un’idea di lui e, quindi, corrispondere, in modo più adeguato, ai suoi bisogni.

Secondo un detto buddhista potremmo dire che l’osservazione richiede di avere una mente da principiante, di guardare, cioè, una persona o una cosa come se la vedessimo per la prima volta, sospendendo il giudizio, evitando le associazioni, distinguendo tra osservazione e interpretazione. Se osservo veramente Giacomo dirò: diventa rosso, parla con un tono più alto della media, fa cadere il gruppolibro. Registrerò,cioè, le sue azioni, cercherò di capirne le motivazioni, non passerò subito al giudizio: «È prepotente, maleducato, cerca di provocarmi». Chiamerò, poi, Giacomo da parte (non lo mortificherò di fronte al gruppo!), dicendogli che cosa ho osservato e aiutandolo così a prendere coscienza di come si comporta.
Soltanto in questo modo il bambino non si sentirà giudicato e, quindi, non si metterà sulla difensiva, accentuando, magari, le sue reazioni, ma al contrario si sentirà rispettato, nel significato profondo di questa parola che etimologicamente significa proprio «guardare con attenzione ciò che ho di fronte».
Per questo motivo osservare per capire, e non in prima istanza per giudicare o per modificare, è il punto di partenza di ogni atto educativo.

Ci piace concludere le nostre conversazioni di quest’anno con uno stralcio del discorso tenuto da Benedecamminotto XVI ai ragazzi di Azione Cattolica (nel 2009) e, attraverso loro, a tutti i bambini e i ragazzi del mondo. Il papa parla ai piccoli, ma al tempo stesso rivolge agli educatori l’invito ad avere nei loro riguardi lo stesso atteggiamento di Gesù: vederli e ascoltarli, sintonizzarsi sulla loro onda, stabilire con ciascuno un forte legame affettivo, impegnarsi perché crescano e siano felici.
«Gesù vi vede e vi sente anche se siete piccoli, anche se a volte gli adulti non vi considerano come vorreste. Gesù… vuole fermarsi da voi, stare con voi, stabilire con ciascuno una forte amicizia. Questo lo ha fatto nascendo a Betlemme e facendosi vicino ai ragazzi e agli uomini di ogni tempo… Accoglietelo nella vostra vita tutti i giorni, tra i giochi e gli impegni, nelle preghiere, quando chiede la vostra amicizia e la vostra generosità, quando siete felici e quando avete paura. Solo la presenza di Gesù nelle vostre vite dà la gioia piena, perché lui è capace di rendere sempre nuova e bella ogni cosa. Lui non vi dimentica mai».

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi nel numero di Maggio di Catechisti Parrocchiali

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CATECHISTI PARROCCHIALI – Dicembre 2012 – L’AMORE HA PRESO DIMORA FRA NOI

Catechisti Dic12

IL BAMBINO ESCLUSO
Perché nessuno gioca con me?

di Franca Feliziani Kannheiser

«No, tu non giochi con noi!», dice Mauro, spingendo via Simone dalla fila. «Non ti voglio vicino a me», sussurra Laura alla compagna, ben attenta a non farsi sentire dal catechista. Anche nel nostro gruppo può accadere che un bambino sia escluso dai compagni, per motivi che spesso sfuggono al catechista. A volte il meccanismo di esclusione si è già instaurato prima dell’inizio della catechesi, a volte si genera nel gruppo stesso, dove il bambino è preso di mira da un compagno, che ha maggior influenza sugli altri, o dove lui stesso manifesta comportamenti giudicati «strani» dagli altri.
bambino

Il bambino impopolare è escluso dai giochi, non è scelto nella formazione delle squadre, nessuno vuole sedersi vicino a lui o lavorare in coppia con lui. Spesso è considerato «diverso», per l’aspetto fisico, ma anche per il suo modo di fare. Questo meccanismo di rigetto provoca in chi lo subisce chiusura ed eccessiva dipendenza dall’adulto, oppure aggressività e azioni violente. Il bambino escluso diventa allora il bambino che picchia i compagni spesso senza un’apparente ragione, il bambino ribelle che «merita» di essere escluso.

Come si può intervenire per interrompere queste dinamiche?
È evidente che i rimproveri e le esortazioni, anche quelle che si riferiscono al Vangelo («Gesù vuole che ci amiamo tutti come fratelli», ecc.), sortiscono scarso effetto perché operano a livello razionale, ma non toccano le emozioni e non portano, quindi, modificazioni profonde nel modo di ragionare del bambino. Il catechista come può operare perché ogni bambino possa sperimentare l’appartenenza albambino solo gruppo dei pari, esperienza indispensabile per la crescita? Come può aiutare il bambino a sviluppare le abilità sociali necessarie per comunicare con gli altri, per confrontarsi, per condividere pensieri e progetti?
Se essere Chiesa significa anche vivere una qualità nuova di essere insieme, fondata sull’appartenenza a Cristo da cui ciascuno è cercato, amato, accolto, il gruppo della catechesi deve costituire uno spazio concreto dove tutto questo diventa percepibile e realizzabile, prima di tutto attraverso la persona del catechista che rappresenta per il bambino l’intera comunità cristiana nella sua capacità di accoglienza, poi attraverso l’interazione con i compagni con cui gustare quanto afferma il Salmo 132: «Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme!».

Molto spesso la strategia del catechista si esaurisce nel fare discorsi «persuasivi » che, tuttavia, il più delle volte non convincono, anzi annoiano i piccoli «persecutori» e non incoraggiano «le vittime».

differenze

La strada passa invece attraverso piccole modifiche nella struttura del gruppo: saranno i bambini stessi a diventare agenti di cambiamento. Come?
Prima di tutto il catechista deve sviluppare una capacità di osservazione, per cogliere i segnali della presenza di processi di esclusione che avvengono nel gruppo: bambini che sono fatti oggetto di scherzi, allontanati dal gioco o costretti ad assumere sempre gli stessi ruoli di «perdenti», presi in giro per il loro modo di parlare, di muoversi, ecc. Anche se non sempre è opportuno l’intervento diretto, l’educatore deve però essere consapevole di ciò che avviene, così che ogni bambino senta di essere visto e protetto da lui.
Questo atteggiamento generale di vigilanza e di cura condurrà, poi, ad adottare alcune modalità concrete che favoriscano l’integrazione di tutti, come lavorare a coppie o a piccoli gruppi di tre o quattro bambini. Proporre attività come la drammatizzazione, lo scambio dei ruoli nel gioco. Narrare piccole storie (e inventarne insieme altre) che abbiano come tema l’amicizia. Spesso i bambini impopolari sono figli unici che hanno poche occasioni di incontrarsi con altri bambini.

bambino gruppo

È importante suggerire ai genitori, dove è possibile e con la dovuta discrezione, di trovare momenti in cui i loro figli possano socializzare con bambini più grandi e più piccoli di loro, invitandoli i casa oppure trovandosi al parco-giochi, ecc.
Un bambino impopolare è un bambino con scarsa autostima, proprio perché non trova nell’ambiente il riconoscimento del suo valore.
Sarà necessario incoraggiarlo a esprimere i suoi talenti che spesso lui stesso non riconosce. A causa della sua insicurezza ha bisogno di regole chiare e motivate, perché l’incertezza lo spaventa e lo spinge a ritirarsi per paura di essere deriso.
Più è chiaro e definito il compito che gli è affidato e più si sente sicuro, soprattutto se può svolgerlo con l’aiuto di un compagno più estroverso e socievole, ma anche capace di empatia.
Nel gruppo, poi, bisogna favorire quegli atteggiamenti che dimostrano capacità di ascolto, comprensione, condivisione, che sono più importanti del compito fatto bene o della verifica ben riuscita.

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi nel numero di Dicembre di Catechisti Parrocchiali.

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RAGAZZI & DINTORNI – Novembre 2012 – “… in Gesù Cristo”

IO CREDO IN GESÙ CRISTO

di Tonino Lasconi

Gesù di Nazaret è il pilastro della nostra fede. Credere in lui è ciò che ci fa cristiani e ci distingue dalle altre religioni monoteistiche: l’ebraismo e il musulmanesimo. Questo risalta dal Credo degli Apostoli che dedica a Gesù dieci delle sedici affermazioni di cui si compone: «… e (credo) in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore, – il quale fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine, – patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto; discese agli inferi; – il terzo giorno risuscitò da morte; salì al cielo, – siede alla destra di Dio, Padre onnipotente; – di là verrà a giudicare i vivi e i morti».
Nel proporre ai bambini e ai ragazzi il cristianesimo non dobbiamo mai dimenticarci che esso è la fede in Gesù. Tutto il resto vale se conduce a lui, ruota intorno a lui, si riferisce a lui.
Il fondamento di questa centralità sta nel suo essere vero uomo e vero Dio. L’antichissimo Simbolo apostolico lo evidenzia molto bene: fu concepito e nacque da Maria, da una donna, come noi (vero uomo), ma di Spirito Santo (vero Dio); patì sotto Ponzio Pilato, un personaggio della nostra storia (vero uomo), risuscitò da morte, cosa che non accade nella nostra storia (vero Dio). Perciò, quello che dobbiamo annunciare a bambini e ragazzi (e a tutti!) è Gesù, vero uomo e vero Dio. A questo scopo, sono utili alcune attenzioni.

GESÙ «VERO UOMO»: Per scolpire questa verità nei ragazzi è importante che, fin dai primi incontri, evitiamo ogni modalità comunicativa che assomigli alla favola, al fantastico, alla leggenda. Anche con i piccoli, che non hanno ancora la capacità di reggere un discorso storico vero e proprio, la comunicazione migliore è prendere una cartina della Palestina e indicare dov’è Nazaret, Betlemme, Cafarnao, Gerusalemme, Roma…, per continuare con immagini, fisse o in movimento, sui ritrovamenti archeologici dei luoghi evangelici. Questa storicità dovrà essere, poi, approfondita e arricchita man mano che i ragazzi crescono e a scuola studiano la storia.
Quanto detto fin qui, vale anche per il Natale. La televisione, la grande catechista dei nostri giorni, si è impadronita di questa festa e, per scopi pubblicitari, ne parla e straparla, accentuando gli elementi favolistici e folcloristici. La nostra catechesi non deve assecondare questo andazzo, con l’illusione di giovarsene, ma contrastarlo intelligentemente e senza dogmatismi, aiutando i ragazzi a distinguere la verità storica dalle modalità poetiche e artistiche con le quali è raccontata, a cominciare dal presepio. Questa operazione critica occorre farla anche quando si propongono ai ragazzi immagini e filmati che raccontano la nascita e la vita di Gesù con cartoni animati che «piacciono tanto», ma che possono essere fuorvianti, se recepiti alla stregua di quelli su maghi e supereroi che abbondano nei canali televisivi.

GESÙ «VERO DIO»: Gesù è vero Dio: lo ha affermato e dimostrato con le sue opere, impossibili a noi uomini; ha perdonato i peccati, ha guarito i malati, ha fatto tornare in vita i morti, è risorto dalla morte. Ci sono prove che è tutto vero? Sì! Gli amici vissuti con lui hanno sacrificato la loro vita per testimoniare quello che Gesù ha detto e fatto. Tale testimonianza non si è mai interrotta fino a oggi, a volte anche a costo della vita. Nel cammino seguireraccontare i miracoli e le parabole è importante seguire la sobrietà dei Vangeli, senza arzigogoli e sentimentalismi:
• le cinque righe della pecora perduta (Lc 15,4-6) non devono diventare la telenovella della pecorella che vaga belando tra burroni e spine;
• la parabola del Padre misericordioso (Lc 15,11-32) non deve trasformarsi in quella dei porcellini che rubano le carrube allo sventurato giovanotto;
• quella del buon samaritano (Lc 10,29-37) non è il manifesto del volontariato, ma la sintesi della proposta cristiana: «Va’ e anche tu fa’ così».
• Stessa attenzione per i miracoli. È importantissimo sottolineare che Gesù non li compie per meravigliare la gente e per portarla dalla sua parte, come fanno i maghi, gli illusionisti, i prestigiatori, (i politici!), ma per confortare la fede di chi ha il coraggio di credere in lui e di ricorrere a lui, riconoscendolo Figlio di Dio.

GESÙ IN «SÌ»: Guai far conoscere Gesù ai bambini come quello che non vuole che si faccia, che si dica, che si vada, che si veda… I catechisti devono giocarsi tutto sulla capacità di dimostrare che i no di Gesù, in realtà, sono grandi sì.

Nel parlare di Gesù, i catechisti devono prendere coscienza che i bambini/ragazzi non sono «piccoli cristiani», ma «grandi pagani», zeppi di proposte di vita, assorbite in modo inconsapevole e acritico, alternative o contrarie a Gesù e al suo messaggio. È fondamentale che i catechisti abbandonino il ruolo dell’insegnante per entrare in quello del missionario, consapevoli che niente di ciò che propongono è scontato. Perciò tutto deve essere ragionato, discusso, provato. I ragazzi devono imparare che ciò che propone Gesù non è quello che viene facile, che fanno tutti, che va di moda, che si gusta e diverte, ma quello che richiede impegno e coraggio di andare contro corrente.

Di seguito proponiamo un’attività da svolgere in gruppo con i ragazzi.
Dividere i ragazzi in gruppetti e affidare, a ciascun gruppo, alcune riviste, anche di quelle dedicate ai ragazzi e alle ragazze, per analizzare, in un confronto reciproco:
– il tipo di messaggi proposti;
– su quali dimensioni della persona tali messaggi cercano di fare presa: intelligenza, volontà, sentimenti, inconscio, istintualità, sensualità, corpo…;
– se aiutano il ragazzo o la ragazza a crescere nella sua integralità;
– se li rispettano come persone, nella loro unicità e dignità;
– se favoriscono una relazione significativa e promuovente con gli altri;
– quali finalità si propongono.
È importante affidare, poi, a ogni gruppo un brano del Vangelo, fra quelli citati nell’articolo (o altri), e invitare ad analizzarlo con la stessa griglia utilizzata precedentemente individuando qual è la proposta e il progetto di Gesù per noi.
Confrontare le due proposte evidenziate e aiutare i ragazzi a decidere da che parte stare, per scegliere «la vita» e donare «vita e amore agli altri».

Questo e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi sul numero di Novembre dell’inserto Ragazzi & Dintorni dossier mensile di Catechisti Parrocchiali.

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CATECHISTI PARROCCHIALI – Settembre 2012 – CAMMINI DI FEDE

IL PRODIGIO DELLA DIVERSITÀ

di Franca Feliziani Kannheiser

Le diversità di tipologie dei bambini/ragazzi con cui il catechista si trova a confrontarsi richiedono conoscenze e competenze psicopedagogiche che devono essere perseguite attraverso percorsi formativi sistematici. Qui ci limiteremo a offrire alcune indicazioni e informazioni di base che permettano a chi con generosità e passione accompagna i più piccoli nel cammino della fede a orientarsi, a trovare risposte e, soprattutto, ad avere a disposizione un materiale semplice, ma corretto per discutere insieme con gli altri catechisti di ciò che si vive nel proprio gruppo, spesso non senza fatica e un pizzico di scoraggiamento.
Che cosa rende così vario e mutevole un gruppo di bambini della stessa età, del medesimo ambiente, che condividono in larga misura le stesse esperienze di vita?
La risposta sembrerebbe facile e immediata: «È il carattere». Ma che cos’è il carattere?
• Qualcosa che si eredita dai propri genitori come il colore degli occhi e dei capelli?
• Il prodotto delle esperienze che il bambino fin dalla nascita fa con il suo ambiente?
• L’insieme delle modalità con cui l’individuo reagisce per poter soddisfare i suoi bisogni di crescita?
• Ma, soprattutto, esso è stabile e immodificabile o può essere plasmato dall’educazione?
La risposta a quest’ultima domanda è di fondamentale importanza per ogni educatore.
Se, infatti, ragioniamo in questi termini: «Quel bambino è fatto così e non cambierà mai», partiamo già destinati alla demotivazione e all’insuccesso.
Il nostro senso di autoefficacia come catechisti si nutre, invece, della speranza che ogni bambino sia una realtà dinamica in trasformazione, in grado di rispondere positivamente a chi con pazienza e sapienza lo ascolta, lo accoglie, si cura di lui. Senza indulgere a fantasie di onnipotenza, si può con buona ragione essere sicuri che tutto ciò che spendiamo di intelligenza e di amore porterà frutto e aprirà nuove prospettive di cambiamento.
Se il carattere di un bambino è dedotto dai suoi comportamenti e si ignora il suo mondo interiore con le sue emozioni e intenzionalità, si corre il rischio di mettere etichette immodificabili che diventano anche «profetiche». Così un bambino considerato insopportabile, avrà più occasione di diventarlo di chi percepisce, nelle aspettative che le persone hanno nei suoi confronti, aperture verso il cambiamento e trova rispecchiate nello sguardo dell’altro parti positive di sé che, seppure meno evidenti, esistono e possono essere sviluppate.
Molte ricerche sono state fatte sull’influenza che esercita la stima dell’educatore sulla motivazione e sul successo dell’educando.
Se egli si aspetta risultati positivi da un alunno, gli comunica questa fiducia che diventa il motore per cui il risultato atteso si realizza. Lo stesso avviene con l’insegnante che prevede risultati negativi. Si crea un circolo vizioso: il bambino che si sente considerato stupido o pigro si comporta come tale e incontra, di conseguenza, l’insuccesso che lo conferma e conferma l’insegnante o l’educatore nel giudizio negativo. Si mette, in tal modo, a rischio lo sviluppo dei sentimenti di autostima e di autoefficacia la cui carenza è una delle prime cause dell’insuccesso scolastico, ma soprattutto del malessere personale del bambino e del ragazzo.
Un primo modo, semplice, ma efficace, per renderci conto delle tipologie in cui si suddividono i bambini del nostro gruppo può essere quello di distinguerli tra estroversi e introversi.
Gli estroversi sono caratterizzati da atteggiamenti aperti, vivaci, pronti all’azione; gli introversi appaiono più riservati, riflessivi, a volte «persi nel loro mondo».
Sebbene il contatto con i primi appaia meno complicato, perché sono socievoli ed espansivi, a volte sono i secondi a riservare le più piacevoli sorprese per la profondità degli interventi, l’acutezza del-le domande, l’impegno perseverante.
Il bambino introverso è un bambino che pensa prima di agire, mentre nel bambino estroverso è predominante l’azione.
Tuttavia introversione ed estroversione sono tendenze di fondo: ci serve riconoscerle per valorizzarne gli aspetti positivi, ma anche per sollecitare in ogni bambino e ragazzo lo sviluppo di altri aspetti, ancora latenti  nascosti, che, quando sono integrati, arricchiscono la sua personalità.
Alcuni bambini, è vero, richiedono più cure e attenzioni di altri, ed è più difficile capirli e reagire in modo appropriato. Spesso sembrano sfuggirci o, al contrario, sfidarci e, anche quest’ultimi mettono più a dura prova la nostra pazienza e trasformano spesso l’incontro in «un testa a testa» che impedisce il raggiungimento degli obiettivi.

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi nel numero di Settembre di Catechisti Parrocchiali.

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