Dal Vangelo di Giovanni (Gv 1,29) II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno A
Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Questa è forse la citazione biblica più conosciuta dai cristiani, anche quelli più digiuni di Bibbia, perché a forza di sentirla ripetere (anche se con una variante non da poco: “i peccati” invece di “il peccato”) in tutte le Sante Messe, l’hanno memorizzata. Il celebrante, infatti, la pronuncia, mostrando l’ostia consacrata, prima della Comunione. La frase è – possiamo dire – un “copyright” di Giovanni Battista, perché non trova riscontri precisi in altri brani della Bibbia. Essa può richiamare l’agnello condotto al macello di Isaia (Is 53,7), ma anche il sangue dell’agnello asperso sulle porte degli ebrei (Es 12,21-28) nella notte di Pasqua, nonché l’agnello vincitore dell’apocalisse (Ap 6,16). Sulla bocca del Battista, l’affermazione riassume tutti i diversi riferimenti: Gesù, caricando su di sé il peccato del mondo, lo sconfigge e lo annulla.
IL PECCATO DEL MONDO
Cosa sono i nostri peccati più o meno lo sappiamo, perché fin da piccoli siamo stati abituati a liste di pensieri, parole, opere, e omissioni in contrasto con i comandamenti di Dio e i precetti della Chiesa. Però il Battista non parla di peccati (e speriamo che il nuovo messale recepisca la correzione), ma di peccato del mondo. Cosa è?E’tutto ciò che degrada l’uomo, allontanandolo da Dio e da come Dio lo ha pensato e creato. E’ la volontà delle creature di non riconoscersi tali. Continua a leggere Buona domenica! – II del Tempo Ordinario – Anno A→
Canto al Vangelo (Lc 21,28) XXXIII DOMENICA del TEMPO ORDINARIO – Anno C
Meglio lasciar perdere, siamo onesti. Leggere o ascoltare le notizie di cronaca o di politica induce alla depressione. La rissosità e la vacuità sono assurti a stile di vita. La crisi è reale, subdola, inchioda le famiglie alle proprie fatiche, impedisce di immaginare un futuro. Ma quello che più scoraggia è la generale disillusione, la cattiveria dilagante, l’aria che tira.Come da fine impero, come a Pompei prima dell’eruzione, come nel più cupo medioevo. Tecnologico e buio. Sapremo di andare a fondo leggendo la notizia su un tablet, bel progresso. Dai roghi tossici ai femminicidi, dai giochi d’azzardo che svuotano le tasche degli italiani regalando un’amara illusione alle cupe previsioni economiche, per la prima volta sperimentiamo sul serio (e non, come spesso accade in Italia, per abitudine scaramantica alla lamentela) la fatica ad andare avanti. Come nel dopoguerra, ma senza guerra. In questi tempi cupi un po’ ci si affida alla fede, molto di più ai cartomanti e ai santoni, vivi o imbalsamati. E, ovviamente, qualche veggente cattolico ci assicura che siamo negli ultimi tempi. Ma dai! Che scoperta! Dalla resurrezione in avanti siamo alla fine dei tempi. State a sentire Luca, allora.
TIME OUT In questa penultima domenica dell’anno liturgico Luca parla alla sua e alla nostra comunità degli ultimi tempi. Quelli che sono già iniziati. Non parla della fine ma del fine. Non della clamorosa implosione del mondo ma del senso della storia. A capirla e saperla leggere. Sta evangelizzando una comunità perseguitata, impressionata dalla distruzione di Gerusalemme e del tempio, impaurita dall’ondata di odio scatenata da Nerone. Siamo perduti?, si chiedono i suoi parrocchiani, È la fine? Non ve lo chiedete mai? Io sì. E se Dio si fosse sbagliato? E se la vita fosse davvero un coacervo inestricabile di luce e di tenebre che mastica e tritura ogni emozione e ogni sogno? E se Dio – tenero! – avesse esagerato con l’idea della libertà degli uomini e del fatto che l’uomo può farcela da solo? Me lo chiedo quando incontro gli amici di Napoli che non sanno più cosa fare, che pensano che, forse, hanno vinto i malvagi. Me lo chiedo quando vedo un giovane papà prendere il camper e andare in Germania a cercare lavoro, con una laurea in tasca e un ex-lavoro da dirigente. Me lo chiedo quando vedo persone sane, trasparenti, volenterose venire offese, turlupinate, ingannate e restano seduti nella sala d’aspetto delle opportunità (sociali, lavorative, economiche) vedendosi passare davanti persone ignoranti e arroganti. È la fine? Dobbiamo arrenderci? Continua a leggere Buona domenica! – XXXIII del Tempo Ordinario – Anno C→
Dal Vangelo di Luca (Lc 20,35) XXXII DOMENICA del TEMPO ORDINARIO – Anno C
Quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito. La risposta di Gesù alla beffarda storiella dei sadducei apre un piccolo spiraglio sul come della vita eterna, un interrogativo che non scompare mai dalla nostra giusta curiosità. L’affermazione può preoccuparci, perché il pensiero che, una volta entrati nella vita eterna, tutti i rapporti vissuti in questa vita siano azzerati, e i nostri genitori, i nostri figli, i nostri compagni di viaggio siano completamente allontanati da noi, sarebbe angosciante e anche crudele. La morte, infatti, distruggerebbe ogni legame con i nostri cari, e sarebbe come se non avessimo mai vissuto. In realtà, Gesù non intende questo, ma che i risorti non prendono né moglie né marito, perché, se sono stati sposati rimangono sposati; così come se sono stati genitori, rimangono genitori; se sono stati compagni di viaggio e amici, rimangono compagni di viaggio e amici. Se è così, Continua a leggere Buona domenica! – XXXII del Tempo Ordinario – Anno C→
«Un povero, di nome Lazzaro,
stava alla sua porta…»
Dal vangelo secondo Luca (Lc 16, 20) XXVI DOMENICA del TEMPO ORDINARIO – Anno C
Facciamoci due conti in tasca, così come mettiamo molto impegno nelle cose della terra, e nella gestione dei soldi, in particolare. Investiamo in ciò che davvero può colmare il nostro cuore, senza lasciarci riempire la testa dall’ansia dell’accumulo. Così diceva la Parola domenica scorsa e oggi, a degna conclusione, Luca ci lascia una tragica parabola che ci scuote nel profondo: la storia di Lazzaro e del ricco epulone (che ho scoperto essere un soprannome che potremmo tradurre: “festaiolo e mangione”). Un storia che potrebbe ben descrivere la stridente contraddizione del nostro mondo attuale, che costringe alla morte per fame centinaia di migliaia di persone, mentre per molti la preoccupazione è quella di perdere di peso…
NOMI
Dio conosce per nome il povero Lazzaro (il nome in Israele è manifestazione dell’intimo: Dio conosce la sofferenza di questo mendicante!) mentre non ha nome il ricco epulone che – peraltro – non è descritto come una persona particolarmente malvagia, ma solo troppo assorbita dalle sue cose per accorgersi del povero che muore davanti a causa sua… Dio non conosce il ricco epulone, egli è bastante a se stesso, non ha bisogno di Dio, non si pone, all’apparenza, alcun problema religioso, è saldamente indifferente e si tiene debitamente lontano dalla sua interiorità. E Dio rispetta questa distanza. Il cuore della parabola non è la vendetta di Dio che ribalta la situazione tra il ricco e il povero, come a noi farebbe comodo pensare, in una sorta di pena del contrappasso. Il senso della parabola, la parola chiave per capire di cosa parliamo, è: abisso.
ABISSI
C’è un abisso fra il ricco e Lazzaro, c’è un burrone incolmabile. La vita del ricco, non condannato perché ricco, ma perché indifferente, è tutta sintetizzata in questa terribile immagine: è un abisso la sua vita. Probabilmente buon praticante (come causticamente dice Amos condannando i potenti del Regno del sud indifferenti al crollo del Regno del Nord, avvenuto ad opera degli Assiri nel 722 a.C.), non si accorge del povero che muore alla sua porta. L’abisso invalicabile è nel suo cuore, nelle sue false certezze, nella sua supponenza, nelle sue piccole e inutili preoccupazioni. In altri tempi, quest’atteggiamento veniva chiamato“omissione”: atteggiamento che descrive un cuore che si accontenta di stagnare, senza valicare l’abisso e andare incontro al fratello. Abisso di chi pensa di essere sufficientemente buono, e devoto e normale rispetto al mondo esterno, malvagio e corrotto. Di chi pensa di non essere migliore, ma certo non peggiore dei tanti delinquenti che si vedono in giro. L’obiezione “Che ci posso fare?”, di fronte alle immense ingiustizie dei nostri giorni, qualche offerta caritativa, qualche buona devozione, tacitano e asfaltano le coscienze, intorpidiscono il cuore. E l’abisso diventa invalicabile. Neppure Dio riesce a raggiungerci.
DI NUOVO IL SOCIALE No, non so cosa fare di fronte alle tragedie di questo mondo. So che non posso rifugiarmi nel caloroso rapporto intimo con Dio; so che se la mia fede non valica la mia devozione personale e diventa servizio, impegno, resta sterile. Come dicevamo domenica scorsa, il Signore loda la scaltrezza, l’arguzia di chi si siede e riflette, cerca soluzioni. Là dove viviamo siamo chiamati ad amare nella concretezza. Se abbiamo già compiuto le nostre scelte, lavorative, affettive, siamo chiamati a vivere una cittadinanza consapevole, che si fa carico del proprio vicino, come il Samaritano. Se sentiamo che questo mondo ci va stretto, che questa vita che altri hanno scelto per noi e che altri dirigono ci va stretta, possiamo avere il coraggio del dono: partire, restare, cambiare, l’importante è agire con amore umile e concreto.
COMPASSIONE
Ma, prima dell’impegno, esiste un atteggiamento che, tutti, possiamo avere, anche se non siamo in grado o non possiamo fare nulla di diverso da quello che stiamo già facendo. Stai serena sorella che lavori e ti occupi di tuo marito e dei tuoi bambini: quella è la tua Nigeria. Sta’ sereno fratello che stai studiando economia: in quel mondo di squali sei chiamato a disegnare nuovi sentieri di umanizzazione! Ma tutti, tutti noi, sempre, siamo chiamati a vedere, a capire, a prendere a cuore.
Dio si è chinato sulla sofferenza degli uomini. Prima del ragionamento sociale o politico, prima dell’arrendersi o del rimboccarsi le maniche, prima di tutto, siamo chiamati ad avere compassione. A sentire dentro, a sentire il dolore come Dio lo sente (quanto dolore in Dio! Quanto amore, in lui!). Questo sì, tutti possiamo viverlo. Un mondo pieno di compassione adulta (non pietistica, non mielosa, non rassegnata) cambierebbe il nostro fragile e incarognito mondo, statene certi.
SOLUZIONI
Il Vangelo di oggi, concludendo la riflessione di domenica scorsa, ci dice che l’anticonsumismo è la solidarietà, la condivisione. Una condivisione, però, intelligente. È finito il tempo delle elemosine “una tantum”, dell’euro sganciato per far tacere il fastidio dell’insistenza di chi chiede e della coscienza. Dio chiama per nome Lazzaro, non gli sgancia un euro. Si lascia coinvolgere, ascolta le sue ragioni, non accetta gli inganni, aiuta a crescere. Così la nostra comunità, sempre più, deve lasciare che lo Spirito susciti in mezzo a noi nuove forme di solidarietà che rispondano alle nuove forme di povertà. La sete del ricco, finalmente sete di chi ha capito, è una sete che fin d’ora percepiamo se abbiamo il coraggio di ascoltarci dentro. L’ammonimento di Amos che condanna gli “spensierati di Sion”, cioè i superficiali di tutti i tempi, ci aiuta a spalancare gli occhi e vedere i nuovi Lazzaro alla porta. Infine ci giunge un richiamo forte alla conversione: epulone rimpiange il fatto di avere vissuto con superficialità i tanti richiami che gli venivano fatti, ed invoca un miracolo per ammonire i suoi fratelli. Ma non gli sarà dato alcun miracolo, alcun segno ulteriore: ha avuto sufficienti occasioni per capire. E per cambiare. I profeti e la Parola del vangelo dimorano abbondanti in mezzo a noi, a noi di accoglierli!
PAOLO CURTAZ
Imagine no possessions I wonder if you can No need for greed or hunger A brotherhood of man Imagine all the people Sharing all the world…
«Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione»
Dal vangelo secondo Luca (Lc 16, 2) XXV DOMENICA del TEMPO ORDINARIO – Anno C
A me il Dio di Gesù ha cambiato la vita. O rovinata, fate voi. È che, frequentandolo, uno impara chi è lui “dentro”, quale immenso progetto di amore Dio ha sull’umanità. E allora tutte le cose, o quasi, cambiano, acquistano una coloritura diversa. Incontrare Dio, il Dio di Gesù, significa cambiare ordine alle cose, priorità alla vita, energia alle scelte. In questo senso i discepoli, in qualche modo, incidono nella storia. Incidono (o potrebbero) nella storia reale del nostro paese inquieto e alla deriva, che abbandona la profondità del messaggio evangelico per lasciarsi sedurre dal gossip di turno, che scorda l’essenziale trasmesso dai padri (?) per cedere ad una logica piccina e opportunista, superficiale ed inquietante. E uno dei problemi concreti che dobbiamo affrontare è quello di un’economia che, indifferente ad ogni etica, assetata solo di guadagno, sta mandando al macero milioni di sogni, di valori, di persone.
LA PAROLA CHE ILLUMINA
Tutti, se seriamente avvinti dal Maestro, se affascinati dal suo Vangelo, portano una domanda conficcata nel cuore: come cambiare il destino del mondo? Come arginare la deriva dell’economia che spazza la dignità degli uomini, come evitare questa spietata e indolore dittatura del capitalismo? In altri tempi ci sono state altre risposte, da parte dei discepoli del Risorto: comunità solidali, la carità come dimensione necessaria alla vita interiore, opere di carità, ospedali. Altri tempi, ambigui, forse, ma evidenti, leggibili, rintracciabili: un padrone cristiano era tenuto a comportarsi prima da cristiano e poi da padrone. Ma ora tutto è complesso, contorto: la new economy, la globalizzazione, il mercato che impera e divora, un sistema basato sul guadagno, costi quel che costi, e di lì organizza la politica, le guerre, pianifica il futuro. Come fare, noi cittadini del mondo?
preparartiseguendo le indicazioni, i post, le riflessioni che saranno pubblicati ogni giorno dal 22 al 25 su questo blog. Ci sarà anche un piccolo vademecum con alcune attenzioni da avere per far sì che l’evangelizzazione sia il più capillare ed efficace possibile.
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Come paoline, nello stile dell’apostolo Paolo, tendiamo a raggiungere i più lontani e pertanto ogni forma di proselitismo aggressivo, fondamentalismo, non rispetto di valori ecumenici e interreligiosi, sarà segnalato e bloccato come non coerente all’esperienza proposta.
Non saranno pubblicati, come materiale proprio dell’animazione, eventuali link, foto o post pervenuti quella sera, se non previa, se possibile, valutazione.
Chiediamo a chi desidera vivere l’esperienza di evangelizzazione di far proprio lo stile proposto. La proposta è aperta a tutta: laici, religiosi/e, sacerdoti, giovani e adulti… tutti coloro che, da credenti, vogliono “darsi” perchè il Vangelo corra e sia glorificato.
INSIEME, con Paolo, PER LE VIE DEL MONDO:
Io Paolo ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo e questi crocifisso. La mia parola e la mia predicazione, non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perchè la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana ma sulla potenza di Dio”
Dal Vangelo di Luca (Lc 9, 51 – 62)
XIII DOMENICA del TEMPO ORDINARIO
Anno C
È l’opinione di moltissimi: Francesco è entrato nel cuore di tanti, anche di persone scettiche e lontane della Chiesa. Ho avuto modo di parlarne con quanti ho incontrato in questi primi sei mesi di attività, oltre cinquemila persone. In realtà tutti quelli che vanno oltre l’apparenza sanno bene che Francesco dice ciò che diceva Benedetto e Giovanni Paolo. Il vangelo è lo stesso. Ovvio. Ma ciò che forse mancava era un discepolo che avesse il dono di tornare all’essenziale. Di essere credibile. Di essere suo. Di lasciare le cose seconde e terze al secondo e terzo posto. Ci ha pensato lo Spirito. Il vangelo oggi parla del discepolato. E, fidatevi, non è proprio un’allegra lettura estiva da spiaggia.
AHIA
Diventare discepoli del Dio di Gesù è un impegno che dura tutta la vita, che richiede molta energia e molta verità con noi stessi. La posta in gioco è alta: il senso stesso della vita, scoprire la ragione del nostro esistere e il disegno nascosto dietro gli eventi della Storia. Gesù non è un rabbì bramoso di discepoli, né abbassa il tiro per raccogliere la folla, né cede a compromessi per suscitare consensi: diversamente dai guru di ieri e di oggi non desidera essere famoso, né di avere attorno a sé folle plaudenti. Egli vuole solo annunciare il Regno, mostrare lo splendido e inatteso volto del Padre. Anche quando questo costa fatica e sangue. Contrariamente a quanto avveniva con i rabbini del suo tempo, Gesù non si fa scegliere, ma sceglie i discepoli e pone loro condizioni tutt’altro che scontate…
UN MAESTRO RISOLUTO
Le condizioni per diventare discepoli di Gesù sono motivate dal livello della sfida: egli vuole discepoli disposti a mettersi in gioco totalmente, non soltanto nel momento mistico della vita. La pagina di oggi è introdotta dal fatto che Gesù risolutamente s’incammina verso Gerusalemme, luogo dove l’annuncio del Vangelo verrà messo alla prova. Gesù indurisce il volto, assume pienamente la sfida: si incammina senza indugio verso la città che uccide i profeti, che massacra ogni opinione, che annienta ogni novità creduta pericolosa. Gesù è disposto a morire per raccontare il vero volto di Dio. Dai suoi discepoli pretende la stessa convinzione.
ATTENTI AI MISTICI
Una convinzione che non può mai diventare violenza, anche solo verbale, anche per una buona causa. La sconfortante figuraccia di Giovanni il mistico ammonisce i fratelli che, nel percorso di fede, hanno avuto la gioia di sperimentare la dolcezza della preghiera e della meditazione, del silenzio e della contemplazione, raggiungendo vette spirituali non abituali. L’avere ricevuto enormi grazie non ci mette al riparo da clamorosi errori, tanto peggiori quanto motivati da presunte rivelazioni interiori. Il discepolo è un amante della pace, un pacifista pacificato, uno che sa che la scelta del Vangelo è – appunto – una scelta, uno che sa valutare il fallimento del proprio annuncio nella paziente logica del Vangelo. Non basta una bella esperienza di fede per avere un cuore convertito, né un’intensa vita di preghiera per non cadere nel rischio del fanatismo e dell’intolleranza.
Quante volte misuriamo la nostra pastorale dai risultati, convinti – in teoria – che ciò che a noi è chiesto è solo di seminare, depressi – in realtà – se non ne raccogliamo i frutti. Animo, fratelli sacerdoti, se il vostro sforzo non è apprezzato e capito. Coraggio, educatori e catechisti, se il vostro servizio umile e fedele non è valorizzato. La logica del Regno ci fa credere che Dio solo suscita la fede. Il discepolo dimora nella pace, perché sa che è il Maestro che annuncia e conosce, e noi a corrergli dietro…
ALTRI ERRORI Il discepolo che segue colui che non ha dove posare il capo, non cerca Dio per placare la propria insicurezza.Tanti, troppi cristiani, hanno un rapporto con Dio intimista e rassicurante, si rivolgono a Dio per avere certezze, fanno della propria fede una cuccia, un nido, sono spaventati dal “mondo”, che vedono sempre come un luogo pieno di pericoli, non escono dalla propria parrocchia, dal proprio movimento, perché intimoriti da una logica anti-evangelica che non riescono ad accogliere con serenità e criticità. Il Maestro Gesù, invece, non ha dove posare il capo, non ha un comodo nido in cui nascondere i propri discepoli.
Il discepolo che segue il Signore della vita, colui che è più di ogni affetto, più di ogni relazione, più di ogni emozione, chiede di ridimensionare anche i rapporti familiari, di appartenenza al clan, nella logica del Vangelo, sapendo che anche l’amore più assoluto, più intenso è sempre e solo penultimo rispetto alla totalità assoluta di Dio. Perciò il discepolo di Gesù abbandona i sentimenti mortiferi, le relazioni all’apparenza splendide ma che, a volte, nascondono ambiguità e schiavitù.
Il discepolo vive l’amore, ogni amore, i rapporti, ogni rapporto, come un riflesso adulto e maturo dell’amore che Dio riversa nel proprio cuore, sapendo che anche i rapporti familiari rischiano di diventare mortiferi, se cadono nella trappola del ruolo senza nutrirsi dell’autenticità e del rispetto. Non basta avere generato un bambino per essere padre, non basta allattare un neonato per essere madre. Gesù sa che i rapporti di discepolato, talora, sono più intensi e veri degli stanchi rapporti familiari. E ci invita a lasciare i morti seppellire i morti e a giocare la nostra vita nella totalità del dono di sé. Il discepolo che segue Gesù, sempre proteso al futuro, non resta inchiodato al proprio passato, non resta tassellato alle proprie abitudini, non si nasconde dietro il “si è sempre fatto così”, guarda avanti, punta la fine del campo, è più attento a tenere in profondità l’aratro che a verificare ciò che ha fatto, voltandosi indietro. Troppe volte le nostre comunità sono più preoccupate a conservare, che a far vivere il Vangelo. Troppe volte la logica soggiacente alle nostre scelte di Chiesa è quella della tutela di un privilegio, del mantenimento disperato di uno status quo che, però ci allontana dal Maestro.
MANNAGGIA
Inquietante, vero? Gesù non ci dice queste cose per scoraggiarci, tutt’altro. Vuole verità, autenticità, persone disposte a mettersi a nudo di fronte all’assoluto di Dio. È così esigente perché vuole uomini e donne autentici, non animali impauriti da sacrestia o evangelizzatori fanatici. Uomini e donne riempiti dalla gioia della ricerca, dal fascino del Rabbì, che mettono le proprie energie a servizio del Regno. Lo seguiremo?
(PAOLO CURTAZ)
Buone vacanze! Buona domenica!riprenderà puntualmente a Settembre
“Beati gli operatori di pace, perchè saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perchè di essi è il Regno dei cieli”. Si può leggere una frase del genere e continuare a far finta di nulla? Si può semplicemente pensare che sia solo una questione di metafore? E’ davvero così radicale la proposta? O non è forse semplicemente Vangelo? Già… Vangelo allo stato puro!!! Continuiamo a invocare la pace su territori lontani eppur la cronaca ci sta paurosamente riportando al centro di noi stessi, al cuore delle nostre scelte dove, al di là di ogni intenzione o ipocrisia, decidiamo liberamente chi essere e come vivere.
Dal Vangelo di Luca (Lc 9, 18 – 24) XII DOMENICA del TEMPO ORDINARIO
Anno C
Chi sei, Nazareno? Chi sei, per me? Senza risposte automatiche, a tavolino, finte, solo io e te, guardandoci negli occhi. Chi sei, Nazareno? Non chi eri dieci anni fa, o quand’ero giovane ed entusiasta, o quando sentivo forte la tua presenza col parroco giusto ma chi sei per me oggi, ora? Tra ieri e oggi, milioni di persone si sono radunate e si raduneranno per ascoltare la tua Parola, per celebrare, in obbedienza al tuo comando, la cena che ti rende presente nel segno del pane e del vino. Ciò non accade per Garibaldi, o per Napoleone o uno dei grandi della storia. Nessuno si radunerà per ascoltare le loro parole ed invocare la loro presenza. Accade invece per un oscuro carpentiere di Nazareth, ebreo marginale, perso nei meandri della storia, la cui presenza viene ancora professata da milioni di persone diverse, eppure affascinate e rese discepole dalla testimonianza di coloro che dicono averlo incontrato. Chi sei veramente Jeoshua di Nazareth?
SONDAGGI
Si parla, spesso, di Gesù e dei suoi discepoli. Appena l’attenzione cala, ecco un qualche evento che lo riporta alla ribalta: una scoperta archeologica che conferma o smentisce la versione ufficiale della vita di Gesù (ricorrono a ciclo periodico, boiate incluse), un qualche evento drammatico che ci riporta alla mente la fatica della testimonianza pagata da alcuni con la vita, qualche audace opera propagandistica sempre alla ricerca del Gesù “alternativo”, quello nascosto dalla Chiesa… Gesù fa discutere, schierare, accende gli animi, ognuno, un poco, si sente di difenderlo, di proteggerlo, di capirlo, di interpretarlo. Credenti o non credenti, quest’uomo che paga con la vita la sua coerenza e la sua non-violenza ancora scuote e interroga.Chi sei, davvero, Nazareno? Un grande uomo della storia divinizzato dai propri discepoli? Un profeta sopravvalutato, un anarchico inquadrato dalla storiografia ufficiale?Nessuno potrà mai possederti in pienezza, nessuno afferrarti con verità, nessuno dare di te una visione definitiva, neppure la comunità dei tuoi discepoli, che pure conserva fedelmente la tua Parola e che, sempre, apre il cuore alla comprensione del Mistero della tua presenza per vivere il Vangelo lungo la Storia in attesa del tuo ritorno.
SI, D’ACCORDO, MA TU?
Eppure, alla fine, la domanda arriva diretta, senza scantonamenti: “Lascia stare cosa ne pensa la gente e dimmi: chi sono, io per te?”A voi la risposta, amici, senza tentennamenti o risposte da catechismo, per favore. Cuore a cuore, nudi davanti alla nostra coscienza, disarmati dai tanti pregiudizi nei confronti della Chiesa e di Cristo, con cui il nostro tollerante mondo ci riempie la testa, chi è per me il Nazareno? Compagno? Amico? Dio? Maestro? Nostalgia? Ricerca? Rabbia? Pietro risponde, con forza e decisione, osando dire ciò che gli altri discepoli neppure hanno il coraggio di pensare: “Tu sei il Cristo”, cioè l’atteso, l’inviato da Dio, il consacrato, il Messia atteso con passione da Israele. Così diverso dal Dio che tutti aspettiamo. Non un eroe guerriero come Davide, pronto a riscattare la Patria. Ma un Messia dimesso e pacifico, mite e misericordioso. Pietro ancora non sa cosa lo aspetta. Gesù lo ammonisce: sì, lui è l’atteso, lo svelatore di Dio, il raccontatore del suo volto. E il volto di Dio, che Gesù conosce bene, perché lui e il Padre sono una cosa sola, è così diverso da quello che Pietro (e noi) ci saremmo aspettati.
IL DIO DI GESU’
Non un Dio forte che mostra i bicipiti, non un Dio onnipotente che sbaraglia gli avversari, non un Dio vincitore da corrompere e convincere, da blandire e sedurre, no. Un Dio schivo e amorevole, timido, quasi. Un Dio nascosto che vuole essere amato perciò che è, non per ciò che dà. Un Dio che vale la pena di seguire, talmente bello da dimenticarsi di sé, pur di conoscerlo. Un Dio che vale la pena di conoscere al costo di perdere ogni cosa, un Dio che è più di ogni affetto, più di ogni gioia, più della più grande cosa che possiamo possedere. Un Dio che vale la pena di conoscere, anche a costo di perdere la faccia. Perdere la faccia per lui, svergognarsi, così come la vergogna più grande per il mondo antico era essere crocifissi, nudi, ostesi al pubblico ludibrio, la più temuta e odiata forma di umiliazione che i romani, tra gli altri, infliggevano come somma punizione. Vergogna al punto che anche le prime comunità cristiane stentavano ad usare la croce come segno di appartenenza. Fino a che, dice Gesù, non ci saremo appassionati di Lui al punto da poter perdere la faccia, al punto da essere con-crocifissi con lui, avremo ancora uno spazio di crescita nella nostra consapevolezza della sua vera identità. Iniziamo la nostra estate con questa domanda pungete, politicamente scorretta, da portarci in spiaggia o al lago, da lasciar crescere in noi.
(PAOLO CURTAZ)
For who you are – Hillsong con sottotitoli in italiano