Nel 1999 due ragazzi della Guinea, Yaguine Koita e Fodè Tounkara, scrissero una lettera ai governanti d’Europa, a nome di tutti i ragazzi africani. Chiedevano ascolto e aiuto: «Se vedete che ci sacrifichiamo e rischiamo la vita, è perché soffriamo troppo in Africa e abbiamo bisogno di voi per lottare contro la povertà e mettere fine alla guerra in Africa…».
Chiedevano un progetto di sviluppo per la loro terra e, in primo luogo, istruzione. Volevano consegnare personalmente la lettera al Parlamento Europeo, per essere sicuri che fosse letta, così pensarono di nascondersi nel vano del carrello di un aereo diretto a Bruxelles, ma non tennero conto delle temperature e della pressione di un aereo in viaggio… Non arrivarono vivi al termine del viaggio. La lettera, però, arrivò: fu trovata nella tasca di uno dei ragazzi, quando i loro corpi furono scoperti, all’atterraggio.
IL FILM
Ora il regista Paolo Bianchini, ambasciatore Unicef dal 2002, raccoglie idealmente quella lettera e la rilancia a un’Europa che appare – per dirla con le parole del Papa – incapace di compassione di fronte all’immensa tragedia in corso. Bianchini intreccia il viaggio verso l’Europa dei due ragazzi guineani – viaggio reale e tragico, di sola andata – con quello ideale che racconta il ritorno in Africa di un ragazzino portato in Italia dal miraggio del calcio e poi scaricato sull’autostrada, come un cane d’estate.
Thabo, questo il nome dell’aspirante calciatore, ripercorre a piedi, ma in senso contrario, uno dei cosiddetti «sentieri delle scarpe» che segnano in modo macabro il deserto africano. Con lui c’è Rocco, tredicenne italiano senza famiglia finito al Nord dalla natia Puglia, dentro lo stesso commercio sportivo. Anche Rocco, come Thabo, sceglie di «tornare a casa», ma dal momento che a Bari una vera casa non ce l’ha, prosegue il viaggio insieme con l’amico per aiutarlo nella ricerca del villaggio, di cui, non avendo mai frequentato scuole, lui conosce soltanto il nome. Quando, alla fine, arriveranno in quel villaggio, troveranno Chiara, volontaria Unicef belga, figlia di immigrati italiani, che si spende per dare assistenza ai ragazzi africani e almeno qualcosa di quello che Yaguine e Fodè chiedevano.
Siamo entrati nella NOVENA… e ora più di ogni altro momento dobbiamo esercitarci nell’accogliere l’altro, il fratello, la sorella diverso/a da me.
Sembra scontato ma non lo è! Eppure è proprio in questo atteggiamento che si invera (diventa vera) la nostra fede nel Dio di Gesù Cristo. Perchè? Semplice! Lui si è fatto altro… altra persona, altro rispetto a se stesso (da Dio si è fatto uomo), altro rispetto a me e altro rispetto all’idea di Dio che c’era prima della sua nascita e che, in molte religioni, c’è ancora.
Dio, incarnandosi, è diventato il primo Fratello, il diverso da me, a bussare alla mia porta e a chiedere di essere accolto. L’esercizio di oggi è a mio parere più impegnativo di quello precedente.
Ebbene sì, paradossalmente, credo che, per il nostro modo di vivere, sia più facile accogliere Dio che non l’altro. Non pensatemi folle, perché non credo siano folli questi pensieri. Per il nostro modo di credere in Dio, noi abbiamo operato una sorta di riduzione, mettendoci al sicuro dai paradossi che Dio ha sempre usato nel suo essere accanto a Israele e a ogni suo figlio. Guardiamoci dentro con verità: spesso silenziamo Dio, gli permettiamo di parlare con le nostre idee, gli permettiamo di diventare una conferma al nostro stile di vita, ma èraro incontrare qualcuno che si lasci mettere radicalmente in discussione dalle sue logiche, dalla sua morte, dal suo perdono, dalla sua incarnazione. Continua a leggere Accogliere il fratello… diverso da me – esercitandoci in accoglienza→
«Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?»
Dal Vangelo di Matteo (Mt 11,3) III DOMENICA DI AVVENTO (Gaudete) – Anno A
Possiamo celebrare cento natali senza che, mai, Dio nasca nei nostri cuori. Perciò ci dedichiamo del tempo, perciò ci concentriamo in questo breve tempo di Avvento. Siamo qui per essere presi, strappati al turbinio della quotidianità, per fare come Maria e dimorare nell’ascolto, per riconoscere i tanti profeti che stanno intorno a noi e ci indicano il Cristo. Il finto Natale che scorda il festeggiato sfodera il suo nulla: le luminarie addobbano le nostre città, le vetrine si riempiono di seducenti (e spesso inavvicinabili) doni, lo scipito bambinello è ormai definitivamente dimenticato in nome di una distorta visione del rispetto delle fedi altrui. L’aria, però, è greve. La crisi continua a togliere prospettive, lo scenario politico è inquietante, la quasi totalità dei miei amici, e anch’io, stringe alleanze coi famigliari chiedendo di non fare regali per non doverli fare e non gettare dalla finestra la preziosa tredicesima, ci scopriamo più poveri, intimoriti, scossi. Dopo duemila anni di natali, non avete l’impressione che poco o nulla sia cambiato? Dio è venuto. Evviva. E allora? I forti continuano a fare i prepotenti, le logiche dell’egoismo prevalgono (a volte anche nella Chiesa), le miserie abbondano, alla faccia del radioso futuro per l’umanità.
UN PROFETA DUBBIOSO Giovanni è in carcere e sa che sta per essere giustiziato a causa della sorda rabbia di una stizzita e isterica femme fatale e dalla debolezza di un re-fantoccio. Giovanni ha vissuto tutta la sua urticante vita solo per preparare la strada al Messia, lo ha riconosciuto il Messia, nascosto tra la folla dei penitenti che giungevano a farsi battezzare, lo ha accolto, stupito e frastornato per l’atteggiamento nascosto e umile del Salvatore del mondo. Ma ora è perplesso, Giovanni, dubbioso. Le notizie che gli giungono dai suoi discepoli lo lasciano costernato: il Messia non sta seguendo le sue orme, non incita con veemenza la gente, ha assunto un profilo basso, mediocre. Giovanni (ricordate?) minacciava la vendetta di Dio, il fuoco divorante. Gesù, invece, propone un perdono incondizionato, rimette le colpe, non minaccia né attua vendetta, dice che quel fuoco lo vuole accendere, certo, ma a partire dall’amore, non certo dal timore. È troppo diverso questo Messia dal Messia atteso da Giovanni e da Israele, troppo diverso. Diverso dal Dio che vorremmo noi, che vorrei io.
UN DIO DIVERSO Dio ci spiazza sempre, è sempre radicalmente diverso da come ce lo immaginiamo. Anche le persone che, come Giovanni, vivono la radicalità della fede, rischiano di costruirsi un Dio a propria immagine e somiglianza. La venuta di Dio che Giovanni – e noi – si aspetta, è una venuta evidente, un irrompere nella storia con fragore assordante e schiere di angeli trionfanti. Gesù, invece, ci svela il volto di un Dio celato, evidente, sì, ma non banale, pieno di ogni tenerezza e sensibilità. Siamo abituati, come Giovanni, a dividere il mondo in buoni e cattivi, i buoni (spesso noi!) da salvare e i cattivi da punire, per rimettere un po’ in sesto il palese squilibrio di questo mondo, che premia gli arroganti e bastona i giusti. Gesù ci spiazza svelandoci che Dio, invece, divide il mondo in chi ama, o cerca di amare, o almeno si lascia amare, e chi no. E l’amore è una possibilità immensa, l’unica cosa che tutti ci lega. Non i risultati, non gli sforzi, non le buone azioni ci salvano, ma la volontà di amare nella fragilità di ciò che siamo o che vorremmo essere.
Siete certi di Dio? Riprendete in mano il Vangelo e chiedete nella preghiera, a Dio, di condurvi nell’autenticità, sempre. Siete pieni di dubbi? Anche il più grande degli uomini, l’ultimo dei profeti, è stato assalito dai dubbi.
ANDATE A DIRE A GIOVANNI
E Gesù, ovvio, non dà una risposta ai discepoli del Battista. E nemmeno a noi. La fede non è evidente, Dio non è il risultato di un ragionamento scientifico, niente “prove” nella fede, con buona pace di quei simpaticoni scettici che fanno le radiografie e non trovano l’anima. Ci sono dati, indizi, solo deboli indizi che lasciano intatta l’ambiguità del segno. Non è Dio che deve dimostrare qualcosa, sono io che devo cambiare ed accorgermi. Gesù elenca i segni messianici profetizzati da Isaia e dice a suo cugino: “Guardati intorno, Giovanni”.Guardiamoci intorno e riconosciamo i segni della presenza di Dio: quanti amici hanno incontrato Dio, gente disperata che ha convertito il proprio cuore, persone sfregiate dal dolore che hanno imparato a perdonare, fratelli accecati dall’invidia o dalla cupidigia che hanno messo le ali e ora sono diventati gioia e bene e amore quotidiano, crocefisso, donato.Guarda, Giovanni, guarda i segni della vittoria silenziosa della venuta del Messia. Anch’io li ho visti, quei segni. Anch’io – credetemi – ho visto la forza dirompente del Vangelo, ho visto persone cambiare, guarire, scoprire. Anch’io ho visto nelle pieghe del nostro mondo corrotto e inquieto gesti di totale gratuità, vite consumate nel dono e nella speranza, squarci di fraternità in inferni di solitudine ed egoismo. Ho visto amici, i tanti segni del Regno. Ho visto, anche recentemente, costruire comunità dal nulla, persone che non si arrendono alla disperazione e combattono per la giustizia, ho visto genitori mettere al centro la famiglia e i propri figli, ho visto persone vere. Che sia questo il nostro problema principale? Una miopia interiore che ci impedisce di godere della nascosta e sottile presenza di Dio? Prepararsi al Natale significa, allora, convertire lo sguardo, accorgersi che il Regno avanza, è presente, che io posso renderlo presente. Impariamo a riconoscere i segni della presenza di Dio, alziamo lo sguardo dal nostro dolore per accorgerci della salvezza che si attua nelle nostre soffocate città.
GUARDA MEGLIO Poco meno di dieci giorni al Natale, per guardare oltre, altrove, riconoscere i segni, magari diventare segno di speranza per i tanti (troppi, sempre di più) che a Natale si sentono soli come cani. E lo sono davvero. Dieci giorni per dire a chi non sa se Dio c’è ed è amore e si chiede se anche il Nazareno, in fondo, sia solo un grande bidone: «Dio c’è, guarda come ha cambiato la mia vita, guarda come il dolore non mi ha sfiancato, guarda che bella la neve che cade, guarda come sorride, contento, tuo figlio, guarda quanto ti voglio bene…
Per i ragazzi è importante e preziosa la presenza di quanti si prendono cura di loro, li sostengono nelle scelte della vita e li accompagnano nella loro crescita, illuminandoli con la luce della Parola che è lo stesso Gesù. • I ragazzi imparano, così, a sentirsi parte di una comunità che, in ascolto del Signore, valorizza il loro pensiero, li rende protagonisti della vita e della storia della Chiesa. • È bene valorizzare l’esperienza che essi vivono con il gruppo, luogo in cui si sentono chiamati ad accogliere il progetto d’amore di Dio che si rende presente nel suo Figlio Gesù.
L’obiettivo di questo incontro è orientare i ragazzi a: • ascoltare con la comunità la parola di Dio e ad accogliere Gesù che si fa Bambino; • scoprire quanto di nuovo Dio dice, ogni giorno, nella loro vita; • vivere, seguendo gli insegnamenti di Gesù e il suo modo di agire.
Il catechista, dopo il confronto personale con il brano di Matteo e il commento relativo, realizza un’edizione straordinaria del giornale di gruppo: la notizia da raccontare a tutti è che, con la nascita di Gesù, il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce e che il regno di Dio è vicino. È tempo, quindi, di convertirsi! Può utilizzare l’immagine di copertina, dove è riportata la natività con diversi personaggi. Il catechista, in gruppo, annuncia l’edizione straordinaria del giornale e consegna una copia a ciascun componente del gruppo. Continua a leggere GESÙ VIENE: LA BELLA NOTIZIA DA RACCONTARE – CATECHISTI PARROCCHIALI – Dicembre 2013→
Carissimi catechisti vi propongo una dinamica e una preghiera pensata per la catechesi con preadolescenti e adolescenti a partire dall’opera di misericordia “Vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini”.
OBIETTIVO:
Fare il primo passo, andare verso l’altro, diventare «cuore ospitale» nei confronti del «diverso da me»: è questa la dinamica da attivare nei ragazzi. Si tratta di aiutarli a diventare concreti, ad assumere nella vita quotidiana atteggiamenti di apertura, di solidarietà e di accoglienza verso tutti.
LA PROPOSTA:
Leggete la parabola del buon samaritano: Lc 10,25-37. Fermatevi al versetto 29 e riascoltate il brano Il buon samaritano di D. Ricci. Sul finire della canzone proclamate i versetti 36-37.
Provocate i ragazzi in modo forte: «Ora tocca a noi! Dobbiamo imparare a farci prossimi, ad avvicinarci agli altri, a diventare fratelli degli ultimi, imparando dal Samaritano-Gesù. Dobbiamo inventare la solidarietà».
Date loro un tempo di silenzio per pensare a un’azione concreta, facile da realizzare da subito: potrebbe essere un sorriso da offrire alle persone che si incontrano, un «buon giorno» da dire, un aiuto da dare in casa, una gentilezza da esprimere a una persona. Si tratta di non aspettare, ma di amare per primi.
Chiedete loro di scrivere l’azione scelta su un rotolino di carta da tenere con sé, fino all’incontro successivo. Poi ne parlate insieme, condividendo fatiche e possibilità.
Pregate insieme con la preghiera qui proposta, che potrà essere consegnata e portata a casa dai ragazzi per essere pregate all’inizio della giornata.
versione stampabile e fotocopiabile della preghiera: Cuore ospitale
Cuore ospitale è la dinamica e la preghiera conclusiva del percorso Ma tu… chi sei fratello straniero? – elaborato da suor Mariangela Tassielli fsp per la rubrica Musica e Fede di Dicembre, nell’ambito del percorso per adolescenti Gesti e parole d’amore, proposte nell’inserto staccabile della nostra rivista Catechisti Parrocchiali.
Nuove indicazioni per mantenere il ritmo e continuare l’esercizio dell’ACCOGLIENZA
Esiste ancora la Brocca? Siete riusciti a metterla in casa o in parrocchia? E’ stato il simbolo che vi ha accompagnato? Prima di aprirci a Dio, è necessario preparare la tenda, fargli spazio, togliere il superfluo, rimuovere tutto ciò che riempie l’anfora/brocca della nostra vita. Se queste parole vi risuonano come nuove, allora vi invito, prima di proseguire la lettura di tornare al passaggio precedente Allenarsi in accoglienza, diversamente possiamo proseguire.
L’esercizio di oggi è semplice e, direi, richiede poco sforzo: accogliere Dio.
Non siete d’accordo? Pensateci bene! E’ lui a rimetterci di più, è lui a perdere, è suo lo sforzo di venirci incontro. Sua è la follia, suo l’amore, sua la vita data per noi, sua la divinità, sua la parola. Mi chiederete: e noi? E io? Il nostro unico sforzo è: lasciarlo agire.
Se davvero abbiamo iniziato a togliere dalla nostra vita certe incrostazioni, se abbiamo iniziato ad alleggerirla da certe abitudini viziate e così poco lungimirante, se nel nostro cuore inizia a sbocciare il desiderio di un di più… di un non so che di diverso, di un non volersi accontentare delle cose, così come vengono, allora Dio inizia ad avere porte aperte, terreno a disposizione: può agire e iniziare far emergere quel capolavoro che ognuno di noi porta dentro.
Dire che lui, Parola, si è fatta carne, è dire qualcosa di grosso che interpella anche la nostra vita. Lui, facendosi carne, si è fatto storia, incontro, evento. Ricordate tutte quelle guarigioni? Nascono sempre da un incontro, da un lasciarsi toccare, da una relazione che accade realmente.
Ma questa non è storia di duemila anni fa. La Parola, Gesù Cristo, continua OGGI a farsi EVENTO REALE anche per noi; continua a INCONTRARCI davvero, e toccandoci cambia la nostra mente, propone ai nostri pensieri possibilità nuove, nuovi orizzonti di comprensione e azione. AVVENTO è il nostro tempo, lo spazio della nostra interiorità, delle nostre convinzioni offerte, aperte a Lui. E allora DUE PROPOSTE per vivere da protagonisti la NOVENA del natale.
Dal Vangelo di Luca (Lc 1, 28) II DOMENICA DI AVVENTO – Anno A
Quest’anno alla nostra seconda domenica di Avvento si sovrappone la festa dell’Immacolata Concezione; due fra i personaggi principali dell’avvento, Maria e Giovanni, ci insegnano il corretto atteggiamento dell’attesa. Natale arriva in fretta e corriamo il rischio di non prepararci con verità a spalancare il cuore all’accoglienza. Rischio reale e sempre attuale, ancora più evidente in questo tempo di profonda crisi in cui la speranza sembra spegnersi giorno dopo giorno. Basta guardare un notiziario per cadere in depressione: la lotta politica intestina è al calor bianco, la crisi economica stenta a risolversi, le diplomazie internazionali fanno i conti con le proprie irrisolte faccende. Perciò abbiamo bisogno di guardare al di là della concretezza, di sollevare lo sguardo, di osare, di credere. L’anno della fede, così denso e stupefacente (abbiamo visto due papi!) ci invita a trovare nell’anima la nostra vera dimensione. Credere è l’unico gesto che ci aiuta a restare ancorati alla vita, a non fuggire. Abbiamo urgente bisogno di uomini che diventino segni. Di profezie viventi.Come Maria, come Isaia, come Paolo, come Giovanni il folle di Dio.
ATTESE
Ci prepariamo al Natale per essere presi, non lasciati. Presi dalla sconcertante notizia di un Dio che si fa uomo, di un Dio che rischia tutto diventando un bambino fragile e inerme. Uomini e donne ci annunciano la venuta di Cristo nella gloria, mentre a noi è dato di accoglierlo nella storia personale di ciascuno.
Isaia, immenso profeta, sogna un mondo in cui il Messia riporta l’armonia che abbiamo perso per strada. Paolo, alla fine del suo percorso di annunciatore, scrive ai cristiani di Roma invitandoli a tenere viva la speranza a partire dalla consolazione che ci deriva dall’ascolto delle Scritture, scritte apposta per noi. Certo: la Storia grande è al di sopra e al di là della nostra capacità di comprensione. Ma Continua a leggere Buona domenica! – II di Avvento – Anno A→
I bambini e i ragazzi non hanno problemi ad accogliere «gli ignudi» che si presentano loro soprattutto come compagni di scuola, diversi per colore della pelle, per nazionalità, per lingua. Con la curiosità che hanno in dotazione spontanea, finché gli adulti non riescono ad attutirne la forza, ciò che è diverso li incuriosisce e li attira. È facile, perciò, trovarli disponibili ai nostri inviti all’accoglienza e alla solidarietà. Attenzione, però, a dare questo per scontato, e a non offrire motivazioni vere e profonde. Occorre, infatti, difenderli dagli adulti, fra i quali – a cominciare dai loro genitori – circolano ostinati luoghi comuni che possono influenzarli, portandoli su posizioni di diffidenza, antipatia e rifiuto. È importante che, negli incontri di catechesi, questi luoghi comuni emergano e si affrontino, perché covano dentro. Elenchiamo i più diffusi. Continua a leggere NO AI LUOGHI COMUNI– RAGAZZI & DINTORNI – Dicembre 2013→
L’ESERCIZIO da vivere per tutto il tempo di Avvento e Natale
ACCOGLIERE: 1. Dio; 2. l’altro nella sua diversità; 3. questo tempo storico dandogli un senso.
Il BRANO biblico di riferimento
Lc 1,26-38 – brano dell’annunciazione.
Il coraggio di un Sì che ha sapore di futuro
Pensiamo a Maria di Nazaret, pensiamo a quel momento particolarissimo della sua vita e, se riusciamo, proviamo ad allontanare dalla nostra mente le idee che tanti film ci hanno messo in testa. Nazareth era una città reale, così come Maria era una ragazza reale, carne e ossa, vita e futuro, promessa sposa a un uomo di cui nessuno degli evangelisti scrive che fosse vecchio, ma solo uomo giusto (cioè uomo davvero credente in Dio). Maria e la sua giovane età; Maria e la sua fede nel Dio dei Padri; Maria e la sua attesa del Messia che era la stessa attesa di ogni buon giudeo. Maria e il suo legittimo desiderio di essere sposa e madre amata. Continua a leggere Allenarsi in accoglienza – Step1 di “Training di misericordia”→
Benvenuti a tutti voi cari amici della parrocchia di San Giorgio Martire di Pignataro Maggiore (CE). Grazie per il bel momento vissuto insieme per immergerci in questo particolare momento dell’anno liturgico: l’Avvento!
Come promesso troverete le foto dell’incontro e del momento di adorazione eucaristica, sulla pagina facebookGiovani & Vangelo.
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