Buona domenica! – IV di Pasqua – Anno A

pecore cvConosco le mie pecore
e le mie pecore conoscono me

Dal Vangelo di Giovanni  (Gv 10,14)
IV DOMENICA di PASQUA – Anno A

Al tempo di Gesù le pecore venivano radunate durante la notte e chiuse in un basso recinto fatto di pietre accatastate. A volte, ad aumentare un po’ la sicurezza, di aggiungeva una fila di rovi spinosi, in modo da impedire ai ladri e ai lupi di accedere e di fare scempio del gregge. Il recinto, normalmente, sorgeva nei pressi del villaggio e radunava le pietre di numerosi proprietari. A turno, poi, questi si alternavano per la veglia della notte: si ponevano nell’unica apertura del recinto di pietre e, seduti, si appoggiavano con la schiena ad uno stupite e con le gambe rannicchiate chiudevano il passaggio: diventavano loro stessi la “porta” del recinto.
Impedivano così ai malintenzionati di avvicinarsi. Sul fare del mattino, quando arrivavano i singoli proprietari, bastava una voce per svegliare le proprie pecore che, a questo punto, venivano lasciate passare per andare a pascolare. Avendo ora davanti agli occhi questa immagine capiamo meglio l’allegoria usata da Gesù nel decimo capitolo del pecore2 cvvangelo di Giovanni e che leggiamo ogni anno, dividendola in tre parti, durante la quarta domenica di Pasqua.

LA PORTA
Gesù è quel pastore che passa la notte a vegliare, accovacciato all’apertura del recinto di pietre, diventando egli stesso la porta che lascia passare solo chi ha a che fare con le pecore e tiene lontano i nemici, i briganti, i ladri. Le pecore fanno gola a molti, allora come oggi. Noi pecore, spesso, veniamo coinvolte da persone cui non stiamo a cuore. Dai politici che hanno bisogno del voto dei cattolici, come se esistesse un voto dei cattolici! Da alcuni che pensano sempre di coinvolgere i cristiani a diventare gli infermieri della Storia per tamponare le gravi inadempienze di uno Stato ormai allo sbando. Da coloro che pensano di trarre profitto dalla fede, anche economico, ora che il Papa “tira” e sta diventando un personaggio fin troppo amato. Molti, troppi, si avvicinano a noi con seconde intenzioni, a volte, purtroppo, all’interno della stessa Chiesa. Come i devoti del tempo, i sacerdoti e i farisei, che trattavano le pecore come dei beoti da indottrinare e condurre, come persone senza spina dorsale da usare come specchio del proprio ego spirituale.  Come chi pensa di ottenere un tornaconto dalle pecore, veri mercenari. Continua a leggere Buona domenica! – IV di Pasqua – Anno A

IL RAPPORTO CON LE FAMIGLIE. Qualcosa è cambiato? – CATECHISTI PARROCCHIALI – Maggio 2014

Copertina_Maggio

IL RAPPORTO CON LE FAMIGLIE. Qualcosa è cambiato?

di Franca Feliziani Kannheiser

Siamo ormai al termine dell’anno catechistico e in procinto di fare un bilancio sul rapporto che abbiamo costruito con le famiglie dei bambini con i quali abbiamo condiviso il cammino di catechesi.
È bene chiedersi:
percorso• Rispetto all’inizio dell’anno, c’è una maggior cono scenza delle situazioni familiari dei nostri ragazzi?
• Abbiamo potuto incontrare personalmente alcuni genitori? In quali occasioni?
• È stato possibile realizzare incontri comunitari? Momenti di preghiera?
• Ho l’impressione che ci sia un rapporto più cordiale e collaborativo almeno con alcuni di loro?
• Come è cambiato il mio modo di pensare la famiglia? È aumentata la fiducia nelle risorse che essa può mettere in campo nell’educazione dei figli?
Forse a qualche catechista questa ultima domanda può sembrare fuori luogo, eppure una risposta affermativa ad essa è un importante indicatore che qualcosa nel rapporto «catechista – genitori» sta cambiando, perché uno degli elementi del sistema di comunicazione (catechista) sta modificando il suo atteggiamento e, in questo modo, mette in movimento gli altri elementi del sistema (genitori, bambino). È, infatti, una legge fondamentale della comunicazione che il cambiamento di uno dei protagonisti influisca su quello degli altri.

Avremmo raggiunto un obiettivo veramente importante se insieme, catechisti e genitori, cominciassimo a percepirci come alleati nello stesso compito educativo, coinvolti nella stessa passione per il bene del bambino, nel rispetto dei diversi ruoli.
L’alleanza richiede diverse condizioni come, ad esempio, la condivisione degli obiettivi, un atteggiamento di rispetto nei confronti del lavoro, l’uno dell’altro, la possibilità di scambiarsi impressioni e idee e il fare esperienze insieme.accoglienza
In questo contesto è tempo anche di verificare quanti e quali incontri con la presenza dei genitori è stato possibile realizzare, qual è stata la frequenza e la qualità della partecipazione delle famiglie.
Anche se i risultati ci sembrano inferiori alle aspettative, dobbiamo saper vedere, però, anche i piccoli segnali di cambiamento e rallegrarcene: anche una sola coppia di genitori in più è da festeggiare! In caso di risultati deludenti diventa naturale pensare: «I genitori non sono interessati, né preparati; tempo perso cercare di coinvolgerli».
È un pensiero comprensibile che, però, non possiamo permetterci: la comunità parrocchia le non può fare a meno del coinvolgimento delle famiglie. Si tratta, allora, di valutare attentamente i dettagli di ogni incontro: come sono stati fatti gli inviti, la scelta di orari, temi, relatori… ed essere pronti a pensare nuove strade.

Ciò che distingue in modo sensibile i percorsi di catechesi da altri percorsi educativi scolastici ed extrascolastici è il riferimento costante a una realtà trascendente, più precisamente a quel Dio che Gesù ci ha insegnato a chiamare Padre e che è fonte di ogni paternità famigliae maternità umane. Come sottolinea decisamente il Documento Base, diventare cristiani significa incontrare una persona: Gesù Cristo e, attraverso lui, il Dio relazione, amore, Trinità.
Questo orizzonte di significato determina la funzione e della famiglia e della comunità parrocchiale, coinvolte nel cammino di fede dei bambini: è una funzione di accompagnamento e di affidamento in mani più forti e amorevoli delle proprie, è una funzione di testimonianza. Per svolgere questo compito genitori e catechisti devono trovare nutrimento nella pre ghiera, nel rapporto personale con Dio.

Molti genitori fanno fatica a percorrere la via della preghiera, e alcuni hanno perso (altri, forse, non hanno mai trovato) l’abitudine a pregare insieme. Per tutti il catechismo dei figli può trasformarsi in occasione per imparare a pregare sia personalmente sia comunitariamente.
Per questo motivo i momenti di preghiera, con bambini e famiglie, devono essere particolarmente curati dai catechisti, nella quantità e nella qualità.

Questi e molti altri suggerimenti, nel numero di Maggio 2014 di Catechisti Parrocchiali. 

Per info, abbonamenti e novità:

—> Clikka sull’immagine <—

Buona domenica! – III di Pasqua – Anno A

giovani cvGesù Dio lo ha risuscitato
e noi tutti ne siamo testimoni.

Dagli Atti degli Apostoli  (At 2,32)
  III DOMENICA di PASQUA – Anno A

In questa domenica, terza di Pasqua, la proclamazione del brano ci trova con gli occhi pieni delle folle che domenica scorsa hanno gioito per la santità di due cristiani “coraggiosi”, che hanno saputo vivere la loro fede in maniera esemplare – pur essendo di carne e ossa come noi, di carne e ossa come Cleopa e il suo amico – tanto da suscitare grande ammirazione non solo tra i credenti. papi santi cvQueste folle osannanti hanno dato vita a un evento “storico”, “unico”, “emozionante”…, come ci siamo sentiti ripetere dai media e dalle voci più diverse. Ma possiamo accontentarci di questa “eco” mondiale? No. La risonanza si spegnerebbe in pochissimo tempo, magari in attesa di qualche altro cristiano “coraggioso” che susciti la meraviglia delle folle. E’ necessario, invece, che la santità “coraggiosa” – che la provvidenza di Dio ogni tanto fa risplendere in maniera così evidente – diventi l’impegno delle folle dei cristiani, a partire da quelle presenti in san Pietro, di quelle che l’hanno visto in tivù, fino a quelle che l’hanno semplicemente sentito raccontare. Cioè di tutti noi. Questa “festa” per rimanere un “evento” (ciò qualcosa che cambia la vita di chi vi ha partecipato) deve spronarci a portare nella piccola vita di ogni giorno, almeno un po’ del loro coraggio dei due nuovi santi, per avere, almeno un po’, della loro la capacità di dare “testimonianza alla Chiesa e al mondo della bontà di Dio, della sua misericordia”. E’ possibile tutto questo per noi piccoli cristiani, feriali? Non è un impegno che supera le nostre deboli spalle? Non è una grandezza che noi possiamo soltanto ammirare, ragazza e bibbia cvringraziando Dio per i pochi che ci riescono?

Deve essere possibile, perché credere in Gesù significa poter ripetere con Pietro: “Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni”.
Per avviarci su questa strada, per non accontentarci di essere folla che con orgoglio ammira la santità dei “cristiani” coraggiosi, dobbiamo entrare nella convinzione che la fede in Gesù non è bene da tenere per noi, ma un annuncio da portare. I discepoli di Gesù sono chiamati per essere mandati. E qui entriamo in crisi. Infatti, se ci si chiede più preghiera, più sacramenti, più carità e anche più testimonianza, ci stiamo. Ma se ci si chiede di annunciare il Risorto, non sappiamo cosa fare e nemmeno cosa vuol dire, perché da troppo tempo il compito di “annunciare il Risorto” è stato delegato o riservato ad alcuni cristiani. Quando i cristiani “semplici, feriali” vengono stimolati ad annunciare Gesù, la reazione è sempre la stessa: “Ma come posso annunciare il Risorto, nel palazzo, in ufficio, nel negozio, tra gli amici? Mica mi posso mettere a predicare… Mi tirerebbero addosso tutto quello che trovano in giro”. Purtroppo, il fatto di avere delegato (o di esserci fatti portare via) l’annuncio del vangelo ad alcune categorie di cristiani, ha creato la convinzione che annunciare il Risorto è fare le prediche che sentiamo in chiesa e in ambienti simili. Non è così. Gesù che si accompagna ai due discepoli di Emmaus ci offre indicazioni per un annuncio che può essere fatto in evangelizzare cvtutti i luoghi e in tutte le situazioni.  
Leggiamo il brano non dall’angolo di visuale dei due discepoli delusi e tristi, noi (è giustissimo farlo quando ci capita di essere nella stessa situazione dei. Però non basta), ma di quello di Gesù che si mette accanto a loro, e cerchiamo di imparare da lui.
Gesù si avvicina e cammina con loro. Non irrompe, non pretende il centro della scena. Arriva con discrezione. Non impone il suo passo e la sua direzione. Cammina con loro. E ascolta. Entrato nei loro problemi, non parte con la predica, con il consiglio non richiesto, ma suscita domande: “Che sono questi discorsi che state facendo con il volto triste?”. Fatte emergere le domande spiega, partendo da quello che a loro interessa (quante prediche partono da ciò che interessa a coloro che ascoltano?). Non dà spiegazioni prefabbricate e scontate, da “catechismo”, ma tali da fare ardere il cuore. evangelizzatori2 cvTerminato il dialogo, Gesù non chiede verifiche, non cerca subito il consenso alle sue spiegazioni, né tanto meno pretende cambiamenti immediati di vita: “Adesso tornate a Gerusalemme”. No. Fa finta di andare oltre, perché una presenza è gradita e fruttuosa soltanto se richiesta (se ci si ricordasse di più della manzoniana donna Prassede…). Una volta a tavola con loro, conquistata la loro fiducia e simpatia, non smentisce le parole, ma le conferma con un segno tanto praticato che lo identifica e lo fa riconoscere: lo spezzare il pane, cioè la condivisione, la carità, la gratuità.
Questo percorso di evangelizzatori possiamo farlo con tutti “gli Emmaus” che ogni giorno incontriamo tra coloro con i quali viviamo, lavoriamo, ci relazioniamo  in tutti gli ambienti e in tutte le situazioni. E’ quello che hanno fatto “alla grande” san Giovanni XIII e san Giovanni Paolo II, e che, umilmente, siamo chiamati a fare anche noi.

DON TONINO LASCONI

Foto: 1. archivio Paoline, 2. dal web, 3. 4. 5. S. Mattolini

PORTATORE DI BUONE NOTIZIE – DOSSIER RAGAZZI & DINTORNI – Aprile 2014

Dossier_Aprile copertina

PORTATORE DI BUONE NOTIZIE

di Cecilia Salizzoni

Monsieur Lazhar«Afflitti», come i bambini di una scuola elementare del Quebec la cui maestra – Martine, una maestra amata – si è impiccata in classe durante la ricreazione.
Profondamente afflitti, come Simon e Alice che l’hanno trovata e sono bloccati nel dolore dalla violenza di un gesto che scarica su loro la disperazione dell’adulto e li colpevolizza. In particolare colpevolizza Simon («Sapeva che portavo io il latte su, il giovedì. Sapeva che l’avrei vista così!»); Simon, che aveva reagito a un gesto di affetto della maestra, denunciandolo come molestia, ora si rode dentro.
Afflitti, perché Simon e Alice erano amici, e ora sono divisi, in quanto anche Alice è convinta che sia colpa di Simon. Sembra non esserci nessuno fra gli adulti in grado di aiutarli a uscire dal blocco gelato della sofferenza.
Sembrerebbe anzi che lo sforzo principale di genitori e insegnanti sia quello di non entrare in contatto con i bambini – fisicamente, psicologicamente, educativamente – e di non permettere a nessuno questo contatto. Per rispettarne la libertà, in teoria; per non fare loro violenza, per evitare ambiguità e sospetti. In realtà lasciandoli soli di fronte a ciò che essi non sono in grado di gestire.

Inizia così Monsieur Lazhar, il film del canadese Philippe Falardeau, tratto dall’opera teatrale di Evelyne de la Chenelière, che racconta l’arrivo in classe di Bachir Lazhar, esule algerino in attesclassea di asilo politico, ingaggiato come supplente da una preside desiderosa di lasciarsi alle spalle la tragedia al più presto e senza spese aggiuntive. Tutto ciò che la scuola può permettersi è ridipingere le pareti della classe e spedire ogni tanto la psicologa a parlare con i ragazzini. Come se questo potesse cancellare il persistere della memoria e l’orrore che l’accompagna…
Può sembrare un film inadatto ai ragazzi, rivolto esclusivamente agli adulti che mette sotto accusa. In vece il modo in cui Bachir entra in questo dolore e lo accompagna, e il modo in cui il regista racconta il percorso di guarigione, permette anche ai ragazzi, non solo di seguirlo, ma di trarne beneficio.

Bachir vuol dire «portatore di buone notizie», lo dice presentandosi agli allievi il nuovo assunto. La buona notizia che porta, passa per le parole di quella lingua che lui, francofono, ama profondamente: le parole che permetteranno infine a Simon, ad Alice e ai compagni di classe di formulare il proprio dolore e di liberarsi.
foto-profesor-lazharMa, prima ancora, passa attraverso la presenza fisica di questo insegnante disponibile a stare a fianco di quel dolore, ad accoglierlo e a condividerlo, tutto il tempo che serve: lui, che pure è segnato da un lutto tragico e ingiusto (la guerra civile, in Algeria, gli ha ucciso moglie e figli, e il Canada ora non sembra disposto a riconoscerlo); lui, che pure ha bisogno di guarire.
Stare accanto, senza la pretesa di trovare un senso, o una ragione, o una giustificazione al gesto della maestra, mettendo la propria esperienza e maturità a servizio dei piccoli, perché possano ritrovare la strada interrotta e riprenderla con fiducia.
Perché, per utilizzare la metafora di cui si serve Bachir quando sarà costretto ad accommiatarsi dagli allievi (verrà fuori, infatti, che lui non è un insegnante), «la crisalide possa diventare farfalla e prendere il volo ad ali spiegate nel cielo azzurro e senza nuvole, ebbra di zucchero e di libertà».
Ciò che ai suoi figli non è stato concesso, lui lo permetterà ai giovani allievi. E anche il suo cuore «distrutto dalle fiamme e consumato dal lutto», in questa restituzione alla vita, ritrova vita. La sophie-monsieur-lazhardanza a cui si lascia andare inaspettatamente, e che libera per un attimo il suo corpo dalla rigidezza della postura, annuncia il ritorno alla vita; l’abbraccio finale, contro le regole della scuola, ad Alice che soffre per la sua partenza, lo suggella.

Un testo, che affronta con delicatezza e discrezione il tema del dolore e della morte, richiede anche al catechista un accompagnamento analogo a quello che Bachir Lazhar attua nei confronti dei suoi scolari, perché i ragazzi possano non solo sentire l’afflizione dei giovani protagonisti, ma affrontarla e superarla insieme con loro, cogliendo i momenti salienti che caratterizzano il passaggio dal blocco del dolore al movimento della vita.
Che cosa chiude Simon in un atteggiamento scontroso e irascibile? Quando e in che modo riesce a venire allprofesor-lazhara luce la ragione?
Che cosa prova Alice nei confronti di Martine e di Simon? Che cosa rimprovera loro? Di cosa soffre a livello personale?
Che cosa affliggeva la vita della maestra? In che modo ha risposto al dolore?
Che cosa affligge Bachir e come reagisce lui all’afflizione?
Che cosa gli permette di ridonare serenità ai suoi allievi?
Cosa c’entra con tale storia la favola della crisalide e della farfalla che chiude il racconto?
Quali scene e immagini, in particolare, suggeriscono nel film il superamento del dolore e la ripresa della vita?
Anche Bachir Lazhar è un taumaturgo, uno che risana; che cosa si potrebbe dire che abbia in comune con Gesù?
«Beati gli afflitti perché saranno consolati», è la buona notizia di Gesù. In che modo si compie questa promessa e per opera di chi: è un premio futuro, opera esclusiva di Dio, in un’altra vita successiva alla presente?
Oppure è operante già ora, e ciascuno di noi può collaborare a questa consolazione?

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi nel numero di Aprile 2014 di Ragazzi e Dintorni. 

Per info, abbonamenti e novità:

—> Clikka sull’immagine <—

Santità… un raggio luminoso, una porta spalancata!

La Santità…

…un raggio luminoso che fa risplendere il mondo…

…una porta verso il cielo, spalancata per tutti!

Questo sono i santi, tra noi!
Dicono al mondo due cose:

  1. la fedeltà di Dio, instancabile! Il suo amore capace dell’impossibile;
  2. la bellezza e la pienezza che una creatura può raggiungere, accogliendo Dio nella vita, dandogli spazio, lasciandosi trasformare in capolavoro.

Oggi, con gratitudine, lodiamo il Signore per le meraviglie che continua a operare nella sua Chiesa e nella storia del mondo… per Giovanni XXIII e per Giovanni Paolo II, per il loro sì a Lui, per il bene della Chiesa e del mondo.

Possa la loro intercessione ottenere per noi, per questa storia, la pace!

Canonizzazione 2papi

Buona domenica! – II di Pasqua – Anno A

Cover BD II di Pasqua A cvAbbiamo visto il Signore!

Dal Vangelo di Giovanni  (Gv 20,24)
  II DOMENICA di PASQUA – Anno A

È risorto! Abbiamo lungamente atteso la notizia passata da bocca a orecchio, ci siamo preparati in questi quaranta giorni. Lo abbiamo cantato durante la notte pasquale e ripetuto durante gli otto giorni che seguono. È risorto! Lo credo, lo credo con ogni mia fibra. Credo che Gesù sia vivo, accessibile, incontrabile. Credo che egli sia raggiungibile e che abiti nei mille segni che ci ha lascito. Non come sbiadito ricordo ma come misteriosa (misterica) presenza.
Eppure: come vorrei poterlo vedere! E conoscere! E abbracciare! Così le prime comunità cristiane, morti gli apostoli, desideravano in cuor loro. È allora che esultanti cvGiovanni l’evangelista ha deciso di raccontare la storia di uno degli apostoli, Tommaso. Beato non perché ha visto ciò che noi non vediamo. Ma perché ha creduto senza vedere. Esattamente come accade a noi.

FERITE
Gesù, la sera di Pasqua, appare ai suoi. Manca Tommaso. Quando torna, i suoi amici gli danno la notizia, confusi e stupiti, raggianti e pieni di entusiasmo. È gelida la risposta di Tommaso. No, non crede. Non crede a loro. Loro che dicono che Gesù è risorto, dopo essere fuggiti come conigli, senza pudore. Non crede, Tommaso, alla Chiesa fatta da insopportabili uomini fragili che, spesso, nemmeno sanno riconoscere la propria fragilità. Non crede ma resta, e fa bene. Non fugge la compagnia della Chiesa, non si sente migliore. Rassegnato, masticato dal dolore, segnato dal sogno infranto, ancora resta. Tenace. Torna Gesù, apposta per lui. So che hai molto sofferto, Tommaso. Anch’io, guarda qui. Gli mostra le mani, il risorto, trafitte dai chiodi.triste cv
Ora cede, Tommaso, il grande credente. Si getta in ginocchio, piange, come un bambino che ritrova i propri genitori. Piange e ride e, primo, professa la fede che sarà di tutti: Gesù è Signore e Dio. Può il dolore avvicinarci a Dio? Sì, se scopriamo che Dio lo condivide senza riserva. Il risorto, ormai, lo riconosciamo solo attraverso dei segni: le bende, la voce, il pane spezzato, il segno della pesca. Ma anche le ferite del risorto, la partecipazione al dolore di Dio diventano segno.

FEDE
Gioca con noi l’evangelista. È un crescendo di titoli rivolti a Gesù, il suo vangelo. Come una piccola traccia fatta di briciole che ci conducono alla pienezza della verità. I primi due discepoli lo hanno chiamato rabbì (Gv 1,38), poco dopo Andrea dice a Simone di avere trovato il messia (Gv 1,41), Natanaele osa chiamarlo Figlio di Dio (Gv 1,49), i samaritani lo proclamano salvatore del mondo (Gv 4,43) e la gente lo acclama come un profeta (Gv 6,14). Per il cieco guarito egli è il Signore (Gv 9,38) e Pilato gli attribuisce il titolo di re dei giudei (Gv 19,19). Ma è Tommaso ad avere l’ultima parola proclamandolo mio Signore e mio Dio, un’espressione che la Bibbia attribuisce solo a Jahwé (Sal 35,23). Continua a leggere Buona domenica! – II di Pasqua – Anno A

Il BACIO – allenandosi per imparare a perdonarsi – Step5 di “Training di misericordia”

LuceUn BACIO

Siamo nel pieno della quinta tappa dell’itinerario training di misericordia. L’esercizio su cui dovremmo esercitarci è forse uno dei più difficile e quasi certamente dei più trascurati: perdonarsi!

Non è questione di banalizzare il male generato attorno a noi, o nella nostra stessa vita, o di una possibilità di bene trascurata per superficialità o comodità. Non è questione di far finta di niente, tutt’altro! Solo chi è consapevole di un male compiuto, solo chi vive uno stato di reale sofferenza interiore, può perdonare, anche a se stesso.

Il perdono non punta sulla nostra bravura, sulle nostre capacità personali, su una potenziale perfezione. Il perdono è consapevole della precarietà, della fragilità, degli errori, dei limiti, di tutto ciò che ci vive dentro, anche oltre i nostri desideri. Ma proprio in questa consapevolezza del limite, il perdono diventa possibile perché al centro non ci siamo noi stessi e la nostra perfezione o le nostre cadute, ma Dio e il suo amore.
La sua vita, il suo dono, il suo sì, la croce vissuta fino in fondo per amore, dicono a ognuno di noi quanto siamo preziosi e amati, quanto siamo unici, quanto sia importante che ognuno scopra, custodisca e doni se stesso, la sua storia, le sue esperienze, la sua capacità e possibilità di amare.

Per questo dobbiamo imparare ad amare noi stessi, le nostre povertà, ciò che siamo! Dobbiamo amarci con semplicità e tenerezza, riconoscendo i doni, ma ancheTatuaggio_di_una_farfalla accarezzando con la forza del perdono quelle ferite che portiamo dentro. Dentro tutto ciò che è stato c’è sempre un bene da riconoscere, ma non nel silenzio del proprio cuore. Riconoscerci come un Bene che il Signore ha donato al mondo, non è contrario all’umiltà, anzi! Essere consapevoli di chi siamo e cosa il Signore ci ha affidato è alimentare in noi la forza e i coraggio di perdonarci, di non lasciarci uccidere dalle tante forme di senso di colpa.

Il BACIO della RICONCILIAZIONE e del PERDONO

Vi propongo un segno da vivere, in questi giorni! Il BACIO del PERDONO e della riconciliazione

Il bacio è atto di amicizia profonda e intima, per questo quando è falso viene appellato come tradimento. Il bacio vero, quello in cui vibra qualcosa di noi non si dà a tutti, né si dà con superficialità. Il bacio che unisce la mente e il cuore fa uscire una strana forza vitale dalla nostra vita e la dona all’altro/a. Baciare è in questo senso, far vivere! 

Passi, allora, dalla disarmante forza del bacio il nostro perdono, il riconoscere il bene che abbiamo dentro di noi, che è presente nella nostra storia, nelle ferite e negli errori, bene che è presente anche in chi ci vive accanto. 

L’esercizio da vivere

Oggi, venerdì santo, la liturgia, come atto di adorazione ci chiederà di baciare la croce. Vi propongo di rendere questo gesto diffusivo.
Oggi, dopo aver baciato la croce, baciate anche le vostre mani e, tornando a casa, baciate le mani di chi ha fatto parte della vostra vita e storia – genitori, amici, marito/moglie, figli – baciate le mani di chi ha dato senso alla vostra vita.

Il gesto potete viverlo oggi o in un altro giorno, che ritenete essere più opportuno. Vivetelo dandogli profondità e forza, coinvolgendo la vostra memoria e facendo emergere gratitudine per un bene che continua a esistere, anche quando è sommerso da varie forme di male.  

La preghiera per ritmare l’allenamento

Ogni giorno, ti suggerisco di trovare qualche minuto per rimetterti alla presenza del Signore:

Abbracciati nell’amore

Un abbraccio, Padre, non ti chiedo altro.
Un abbraccio forte e deciso, come il tuo amore.
Un abbraccio che sa sollevarmi dalla morte,
che sa farmi assaporare l’amore. 

Un abbraccio, Padre Dio,
capace di stringere le mie paure,
e di convincermi di quanto
immenso e paziente sia l’amore.
Non torno a te con promesse,
so di non riuscirle a mantenere;
ma ho fame, Padre,
e questo mi spinge a cercarti.
Ho fame di verità, di vita, di felicità.
Ho fame, ma nessuno riesce a saziarmi. 

Questo abbraccio, inatteso e insperato
mi stupisce e mi travolge.
Mi guardi da lontano, mi aspetti
e, in un istante, azzeri le distanze
e l’amore, il tuo amore, mi fa sentire
vivo, amato… felice. 

Stringimi, Padre, e insegnami
a credere nel tuo amore, sempre. Amen

Ti aspettiamo ogni lunedì ONLINE per dare ritmo al nostro allenamento e far diventare vita la liturgia domenicale!

Il nostro obiettivo finale è

…imparare a pensare e scegliere alla luce del Vangelo. Vietato dimenticarlo!

Ti aspettiamo ogni lunedì ONLINE per dare ritmo al nostro allenamento e far diventare vita la liturgia domenicale! 

>>> *Scarica la TRACCIA COMPLETA: Perdonarsi scheda dello step 5

Il nostro obiettivo finale è

…imparare a pensare e scegliere alla luce del Vangelo. Vietato dimenticarlo!

Step successivo

  • lunedì 28 AprileMISERICORDIA è RISURREZIONEStep 6

Appuntamenti precedenti…


TI ASPETTIAMO ONLINE ogni LUNEDì con riflessioni, approfondimenti, suggerimenti… per DARE RITMO AL NOSTRO ALLENAMENTO!

Se desideri vivere momenti di preghiera personali o da condividere in parrocchia ti consigliamo i libri:

  • Non temere! Io sono con te – Adorazioni eucaristiche per ogni tempo dell’anno. Autore: Suor Mariangela Tassielli – Ed. Paoline
  • Attirerò tutti a me – Adorazioni eucaristiche per ogni tempo dell’anno. Autore: Suor Mariangela Tassielli – Ed. Paoline

Buona domenica! – Palme e Passione del Signore – Anno A

Ecce homo tiziano cvPer noi Cristo si è fatto obbediente fino alla morte

Acclamazione al Vangelo  (Fil 2,8-9)
  DOMENICA DELLE PALME E DELLA PASSIONE DEL SIGNORE– Anno A

Sono convinto che non serva commentare il racconto della passione del Signore, perché ogni parola umana toglierebbe forza alla parola di Dio. Sappiamo che prima che i vangeli fossero scritti, questo racconto era “il vangelo”: la buona notizia di fronte alla quale gli ascoltatori o si allontanavano increduli e infastiditi, o sentendosi trafiggere il cuore, esclamavano: “Cosa dobbiamo fare, fratelli?” (At 2,37). Perciò mettiamo da parte le nostre riflessioni, e impegniamoci ad ascoltarlo come se fosse la prima volta, facendolo entrare dentro di noi “come l’acqua e la neve”, nella certezza che produrrà i suoi frutti (Is 55,10).

Per un ascolto efficace è utile seguire il criterio interpretativo, suggerito da Paolo: “Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini… Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome”. discesa cvCioè la discesa verso l’umanità e la salita verso il Padre.
La “discesa” dalla natura divina alla forma umana si manifesta in tutte le righe del racconto: il tradimento di un amico (nel racconto di Matteo, Giuda ha un rilievo molto più accentuato rispetto agli altri evangelisti); la tristezza per gli amici che non sanno rimanere svegli accanto a lui; l’arresto come fosse un brigante; il tribunale beffa del sinedrio; il rinnegamento di Pietro; la folla che gli preferisce Barabba; la crocifissione in mezzo a due ladroni; il gridare “a gran voce”: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”; “il nuovo grido a gran voce” prima di spirare e toccare il fondo della discesa.
La “salita” non avviene soltanto dopo, con la risurrezione che ascolteremo nella veglia pasquale, ma anche durante lo “scendere”, perché ogni gradino dello “svuotamento della divinità” contiene in sé già il momento della salita. salire cvNella Cena emerge la grandezza del suo farsi dono anche a chi non lo capisce e lo tradisce; nell’abbandono dei suoi amici c’è la promessa che tornerà a convocarli di nuovo in Galilea; nel sinedrio smaschera una religione che finge goffamente di adorare Dio mentre ha a cuore soltanto gli interessi di coloro che la professano; davanti a Pilato mette a nudo la pericolosità del potere umano quando non è vissuto come servizio, ma come oppressione, nonché l’illusione di poter contare sulla simpatia delle folle; nello spirare in croce dà la prova suprema della coerenza alla sua scelta di obbedire al Padre, anche nella sensazione drammatica di essere stato abbandonato: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”. Così la morte, il punto più profondo della discesa, diventa il punto più alto della salita. Infatti, “il centurione e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù” – cioè quelli i Giudei ritenevano incapaci di conoscere Dio – lo riconoscono, mentre la terra che trema, le rocce che si spezzano, il velo del tempio che si squarcia in due, i sepolcri che si aprono annunciano già che il suo sepolcro si spalancherà, e la morte sarà vinta.
Van-Dyck-Crocifissione cvLasciamoci trafiggere il cuore! Per accogliere Gesù dobbiamo seguire il suo percorso di discesa e salita: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Mc 8,34).  I tentativi di salire con lui senza scendere dal nostro io portano alla religione del sinedrio, al potere di Pilato, alle folle che cambiano bandiera, ai sepolcri che rimangono chiusi e puzzolenti.
Un’ attenzione. Per la nostra sensibilità moderna, attentissima alla libertà personale, il fatto che Matteo sottolinei puntigliosamente come Gesù sia il compimento delle Scritture dei profeti potrebbe dare l’impressione che egli sia una specie di robot, programmato a subire passivamente e drammaticamente un percorso già scritto. Non è così. La corrispondenza puntuale con “le Scritture” (è impressionante come il brano di Isaia – la prima lettura – anticipa con precisione il racconto della passione) non è l’annullamento della libertà personale, ma l’affermazione della fedeltà di Gesù alla promessa liberamente fatta al Padre: “Ecco, io vengo a fare la tua volontà” (Eb 10,9). Grande messaggio per noi! Far corrispondere la nostra vita alle Scritture non è sottoporsi a un diktat che schiaccia e umilia la nostra libertà, ma la scelta libera e consapevole di realizzare la volontà di Dio: il nostro bene, la nostra risurrezione.

DON TONINO LASCONI

IL PANE DELL’AMORE FRATERNO – CATECHISTI PARROCCHIALI – Aprile 2014

Copertina_Aprile

IL PANE DELL’AMORE FRATERNO

di Fabrizio Carletti – Mirella Spedito

Il pane è un simbolo biblico molto importante. Già nel mondo ebraico era il padrone di casa a spezzarlo dopo una preghiera e a distribuirlo ai commensali. Lo stesso fa Gesù, dandopane spezzato però nell’Ultima Cena un nuovo significato.
Gesù, infatti, non distribuisce solo pane, ma dona se stesso. Lo spezzare il pane, anche nel pasto quotidiano, ha un doppio significato: è un gesto di condivisione e di unione.
«In virtù del pane condiviso la comunità a tavola diventa una: tutti mangiano dello stesso pane. La condivisione è un gesto di comunanza, di donazione, che rende partecipi della famiglia anche gli ospiti» (Benedetto XVI).
È mangiando dello stesso pane che diveniamo compagni=cumpanis. Questo legame è fondato su Gesù che «ha vinto il mondo e la sua permanente conflittualità, avendolo “pacificato con il sangue della sua croce” (Col 1,20)».
accoglienza
UN PORTAPANE PASQUALE
Per celebrare il valore della fraternità e dell’amicizia con Dio e fra noi, membri della comunità, attraverso il simbolo del pane, proponiamo la realizzazione di un semplice portapane domestico.
Questo simbolo da tenere nell’aula di catechesi, e nelle case di bambini e ragazzi, sarà strumento per richiamare il valore della comunione fraterna, fondata sull’amore di Dio che, in Gesù, si è donato e si dona per noi. Come ci esorta Papa Francesco in Evangelii gaudium: «Non lasciamoci rubare l’ideale dell’amore fraterno!»

fraternitàMateriale: un foglio di cartoncino A4, forbici den tellate (facoltative), matita, matite colorate, nastrino o cordoncino m 2, punteruolo per bucare il cartoncino negli angoli e far passare il nastrino o il cordoncino.

Al lavoro
1. Fotocopiate su cartoncino il disegno di Gesù Risorto;
2. colorate il disegno con le matite colorate;
3. rifinite, se volete, i bordi del cartoncino con le forbici dentellate;
4. ripiegate all’interno, per circa 4 cm, i bordi del cartoncino;
5. unite gli angoli all’altezza dei ripieghi;
6. forate con un punteruolo (o con altro che può servire al caso) a non meno di 1 cm dal bordo superiore;
7. fate passare attraverso i fori il nastrino o il cordoncino (dopo averlo diviso in 4 parti) e annodatelo, formando un fiocchetto.
Il cestino è pronto per contenere il pane.

Questi e molti altri suggerimenti, nel numero di Aprile 2014 di Catechisti Parrocchiali. 

Per info, abbonamenti e novità:

—> Clikka sull’immagine <—

Testimoni ieri e oggi_ Padre Ettore Cunial: un uomo di Dio!

Padre Ettore Cunial

Un uomo di Dio

di Maria Grazia Meloni 

Il 24 Marzo la Chiesa celebra la memoria dei missionari cristiani uccisi nel mondo e in quel giorno ricorda il valore del loro sacrificio con la preghiera e il digiuno. Ognuno di noi è invitato a condividere questo forte momento di preghiera.martiri

Se ripercorriamo la storia del martirio, scopriamo uomini come il metropolita ortodosso di Kiev, Vladimir, dell’allora unione sovietica, che il 25 gennaio 1918 è stato il primo tra i vescovi russi ad essere fucilato dai rivoluzionari bolscevichi:

“Soffrire è duro, pesante, ma a motivo delle nostre sofferenze sovrabbonda anche la consolazione divina. E’ difficile varcare questo Rubicone, questo confine, e affidarsi totalmente a Dio. Ma quando questo accade, l’uomo è ricolmo di consolazione, non sente più le terribili sofferenze… Adesso è il momento del giudizio”.

Assieme alla memoria di questo grande uomo, dobbiamo ricordare i molti – ortodossi, cattolici latini e orientali, evangelici – che in Ex Unione Sovietica e in Europa Orientale, nella metà del novecento e oltre, hanno offerto la loro vita per il Vangelo, e con loro facciamo memoria anche di Nicu Steinhardt, un grande intellettuale romeno, morto martire dopo essersi convertito al cristianesimo nella Chiesa Ortodossa di Romania. Egli nel riferire le sue dolorose vicende vissute in prigione, esperienza che aveva condiviso con alcuni cattolici orientali e ecumenismoortodossi, nell’esporre lo straordinario evento del suo battesimo, avvenuto proprio in carcere, raccontava:

“I tre preti si consultano tra di loro e poi vengono a interrogarmi: cosa voglio essere, cattolico o ortodosso? Rispondo senza incertezze: ortodosso. Benissimo. Mi battezzerà il monaco. Ma i due preti greco cattolici assisteranno al mio battesimo e io dirò il credo davanti ai preti cattolici sia in omaggio alla loro fede, sia come testimonianza che intendiamo dare vita all’ecumenismo durante il pontificato di Giovanni XXIII. Tutti e tre mi chiedono di considerarmi battezzato in nome dell’ecumenismo e di promettere di lottare – se un giorno uscirò di prigione – per la causa dell’ecumenismo, sempre. Lo prometto con tutto il cuore”.

Queste straordinarie testimonianze ci ricordano il dramma del martirio in nome di Cristo che si è compiuto nel mondo e che ancora oggi si perpetua, anche se spesso noi cristiani non ne siamoPadre Ettore Cunial
completamente consapevoli. Per questo, assieme agli uomini di cui abbiamo fatto memoria, dobbiamo celebrare i molti martiri cristiani uccisi tra il XX e il XXI secolo, e tra loro in particolare desidero ricordare la figura di Padre Ettore Cunial, Giuseppino del Murialdo, morto martire l’8 ottobre 2001 a Durazzo, in Albania. Padre Ettore era un uomo straordinario nella sua umanità e nella sua normalità. Aveva una figura esile e bonaria. Di lui ho un ricordo vivissimo perché da adolescente ho avuto la gioia di averlo come parroco. Raccontava di lui, subito dopo l’uccisione, Padre Luigi Pierini, l’allora superiore generale dei Giuseppini:

“Padre Ettore era davvero un religioso esemplare, molto stimato da tutti noi. La sua tempra di uomo e di sacerdote l’ha dimostrata anche quando, a 68 anni d’età, ha accettato con entusiasmo di fondare una nostra seconda comunità in Albania. Uomo di dialogo. Lì aveva già creato (in soli sei mesi di permanenza) un vivace gruppo di studenti universitari – che comprendeva cattolici, ortodossi e musulmani – per la discussione e l’approfondimento dei temi sociali e spirituali che maggiormente interessano i giovani albanesi”.

Purtroppo però, proprio in questa straordinaria terra è stato ritrovato ucciso. Lì, in quella stessa terra che Padre Ettore amava tanto, e dove aveva fondato “Casa Nazareth”, nata indianaspecificamente per dare ospitalità e rifugio a ragazzi in difficoltà e, soprattutto, per dare loro un aiuto concreto a trovare lavoro, attraverso la formazione professionale. Ma la violenza guidata dall’ignoranza e dall’illusione di uscire indenni da un evento così luttuoso ha portato gli aggressori di Padre Ettore, due uomini, un quarantanovenne e un quindicenne, quest’ultimo figlio della signora delle pulizie che di tanto in tanto lavorava nella casa dei Giuseppini, a infierire su quest’uomo mite. Probabilmente per rubare i pochi spiccioli che portava con sé. Padre Ettore è stato ritrovato riverso in una pozza di sangue nel suo piccolo appartamento, poco più di una baracca, secondo il suo spirito di povertà, massacrato da tredici coltellate, per lo più date sul volto, quasi a voler deturpare proprio il suo viso così bonario e accogliente.

Padre Ettore era un uomo di Dio, era avvinto dallo Spirito di Dio. La sua figura sottile e benevola emanava luce e pace. Era un uomo buono. Ricordo con affetto questa sua figura cosìDSCF0109 gracile che si faceva avvolgere sempre dallo stesso cappotto, quasi a non volersi mostrare troppo. Perché lui era uno di quei preti che lavorava nel nascondimento. Un uomo di grande profondità. E pur essendo veramente colto, non era mai saccente, ma anzi accogliente, e si avvicinava a tutti con semplicità. Ricordo come fosse oggi, in una domenica come tante, una sua omelia, in qui egli ci spiegava con fermezza e delicatezza quanto difficile fosse il cammino verso la santità, e seppure questa è voluta per tutti da Dio, non si può raggiungere come se fosse un battito d’ali, se non con l’impegno di una vita spesa per il Signore. Ma di certo, quando ci “sussurrava” con decisione queste parole non poteva immaginare che sarebbe entrato, suo malgrado, fra coloro che hanno sacrificato la propria vita in nome del Vangelo. E come ha ricordato all’indomani del suo martirio il Cardinale Camillo Ruini in una veglia in sua memoria: “ Padre Ettore Cunial è un altro martire della nostra Chiesa”.

“ O Trinità Santissima,
Padre e Figlio e Spirito Santo,
vi prego di vivere in me in pieno respiro
prendendo possesso stabile e totale di tutto il mio essere: pensieri, progetti, relazioni, sentimenti,
esistenza fisica, spirituale, psichica e intrapsichica,
in modo che nulla si esprima attraverso di me se non in Voi:
la Paternità viva, creante, onnipotente ed amante,
la Figliolanza completa, perfetta, estesa e estensibile,
l’Amore eterno, santificante e consolante…
Che io realizzi Voi, viva di Voi,
chiami Voi in ogni cosa e vi trasmetta in ogni cosa.
Purificatemi da ogni mia colpa,
da tutto quello che non si rispecchia
o in qualche modo non ci è gradito.
E, se nella vostra bontà
volete coinvolgermi nel dono vostro reciproco,
sia questa la ragione della mia vita.
Cambiatemi come ritenete più opportuno,
Vi chiedo perdono per i guai che Vi procuro
e Vi ringrazio tanto, tanto.
Amen”.

Padre Ettore Cunial
(parole ritrovate in mezzo ai suoi appunti)

Per saperne di più —> P.Ettore Cunial

ALTRI TESTIMONI DI FEDE SULLA PAGINA —> TESTIMONI IERI E OGGI

 

vita… solo chi ne scopre il senso può cantarne la bellezza