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Campo online: Triduo Pasquale

SUI PASSI DI GESU’… UN DESERTO NELLA CITTA’

VIVI CON NOI IL CAMPO 

GIORNO x GIORNO

dal 20 al 23 aprile 2011!!!


PROGRAMMA DEL CAMPO ONLINE!!! I LINK SARANNO AGGIORNATI GIORNO x GIORNO!!!

Mercoledì 20: Start, si parte! Sui passi di Gesù: un deserto nella città!

Giovedì 21: L’amore immenso di Dio!

“Esercizi” per la vita e per la celebrazione del pomeriggio

Venerdì 22: …e nella notte Dio c’è!

“Esercizi” per la vita e per la celebrazione del pomeriggio

Sabato 23: La Pasqua: un incontro che ti chiama alla vita!

Buona Pasqua a tutti e buon passaggio verso la vita: Tempo Pasquale, tempo di pietre rimosse! 

Buona domenica!

Osanna al Figlio di Davide.
Benedetto colui che viene nel nome del Signore:
è il Re d’Israele.
Osanna nell’alto dei cieli.

Antifona d’ingresso
DOMENICA DELLE PALME -Anno A-

La parola a…
Paolo Curtaz

Siamo talmente abituati alla morte di Dio, talmente riempiti di riflessioni e meditazioni, e stanche prediche sulla salvezza, da avere tutto chiaro, tutto colto, tutto imparato. Non ci serve null’altro. Al più qualche emozione resa possibile dalle nuove tecniche, dalla modernità e dai prodigi della tecnica, una cruenta passione come quella di Gibson, ma nulla di più.
E assistiamo ancora una volta al dono di Dio come se fosse una cosa dovuta, un evento banale, quasi abitudinario, presente ma debole, scontato ma inutile.
Peggio: ci fermiamo alla crosta, ascoltiamo e diciamo parole di cui non conosciamo veramente il significato.
Gesù è morto per noi.
E nessuno sente il bisogno di salvezza.
Egli è morto per i nostri peccati.
E noi stiamo attenti a sottolineare i peccati degli altri.
Ha donato se stesso.
E non sappiamo che farcene di questo dono.
Avessimo il coraggio di tornare a quei giorni, di riviverli, di lasciarci interrogare e scuotere! Avessimo il coraggio di osare perforare i Vangeli, di toglierli dalla patina di incenso che li avvolge per guardare negli occhi il Nazareno che ha deciso di donarsi fino in fondo.
Lo spettacolo è pronto, tutti i protagonisti sono al loro posto.
Ha inizio la morte di Dio.

Altro è dire: “Dio vi ama!”, altro morire.
Altro dire: “Il Padre vi perdona!”, altro pendere, nudo, da un palo.
E perdonare.

Una cosa è parlare, un’altra morire. Urlando.
Capiranno, gli uomini?
O Dio sarà uno dei tanti sconfitti della storia, dimenticati?

La posta in gioco è immensa: l’esistenza stessa di Dio.
Quanti crocifissi sono morti nella storia antica? Cinquecentomila? Un milione? Di quanti di loro ricordiamo il nome e la vita? Di nessuno.
Il rischio che Dio corre in questo gesto è quello di scomparire per sempre. L’uomo avrebbe continuato ad immaginarsi Dio con un volto proiettando in esso i propri desideri. O le proprie paure.
Gesù accetta, rischia, si dona.
Forse sarà tutto inutile, come insinua l’avversario nell’orto degli ulivi. Forse. L’agonia di Gesù, nell’orto degli ulivi, l’agonia che lo fa sudare sangue, è tutta lì, in quella scelta. Non nel dolore che Gesù deve affrontare, non nel senso di abbandono da parte dei suoi, no.
Il dolore, inaudito, che Gesù prova, nasce dal dubbio dell’inutilità della sua scelta definitiva.
L’avversario, che torna ora che è giunta l’ora, cerca di scoraggiarlo: “è tutto inutile”.
Inutile: non vedi che ti stanno venendo a prendere per arrestarti?
Inutile: i tuoi stanno dormendo, non hanno capito la gravità della situazione.
Inutile, l’uomo non cambierà mai.
Gesù accetta, corre il rischio, si dona. Morirà.
Lì, appeso alla croce, Dio è evidente, inequivocabile, non vi è alcuna possibilità di ambiguità.
Il cuore della passione di Cristo è l’amore, non la violenza.
Gesù muore affidando al Padre il proprio cuore, e donando a noi lo Spirito.
Dio è evidente: osteso, mostrato, nudo. Dio è così, amici: arreso. A noi, ora, la prossima mossa.

 

…e per riflettere puoi scaricare: Tradimenti

 

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RAGAZZI & DINTORNI – Aprile 2011 – Timore di Dio

LA RISPOSTA È NEL VENTO… DELLO SPIRITO

di Fausto Negri

Al Congresso Eucaristico di Bologna del 1997 fu invitato il famoso cantautore americano Bob Dylan. Egli cantò, alla presenza di Giovanni Paolo II, una delle sue canzoni più famose: Blowing in the wind. Essa, tra l’altro, recita: «Quante le strade che un uomo farà, e quando fermarsi potrà? Quanti mari un gabbiano dovrà attraversar, per giungere e per riposar?… Quando dal mare un’onda verrà che i monti lavare potrà?». E il ritornello: «Risposta non c’è, ma forse chi lo sa, perduta nel vento sarà». Il Papa, alla fine del concerto, commentò: «Quante strade? C’è una sola strada. È Cristo la strada che un uomo deve percorrere prima di essere chiamato uomo! La risposta soffia nel vento… Ma c’è un vento malvagio che spinge verso il nulla e c’è il vento dello Spirito Santo che conduce a Dio».
Il timore di Dio non è un atteggiamento di paura nei confronti di Dio, bensì la preoccupazione di piacere a lui più che agli uomini e l’impegno di seguire Gesù a qualsiasi costo. Il timore ci fa tendere al vento dello Spirito e, insieme, ci fa percepire la gravità dell’indifferenza, la gravità degli «strappi» nella vela (i peccati), a causa dei quali il Vento non può esercitare la sua potenza. Timore è quel sentimento giusto di un figlio che non vuol far soffrire il Padre. Il timore non è in contrasto con l’amore. Esso ci dona un senso di dipendenza profonda. È l’atteggiamento che ci fa compiere il volere di Dio, avere rispetto e stima verso di lui perché si è consapevoli della sua grandezza e della nostra pochezza.
Mentre l’amore ci fa accelerare il passo, il timore ci induce a guardare dove posiamo il piede per non cadere. Ci evita di incorrere nel male del nostro tempo: la superficialità e la disinvoltura morale.
Non esiste la libertà assoluta. Libertà implica sempre un’obbedienza. L’obbedienza sbagliata schiavizza. Ognuno diventa ciò che sceglie e ama.
Il «timore» ci aiuta a rispettare Dio e gli altri. Hetty Hillesum, una delle ebree eliminate dai nazisti, pregava così: «Non si cade nelle grinfie di nessuno, se si è nelle tue braccia, o Signore!». Il timor di Dio non è il timore dello schiavo, ma un timore buono di chi non ha paura «di coloro che uccidono il corpo, ma non hanno il potere di uccidere l’anima».
Qual è il mio rapporto con il Signore? Nei momenti di difficoltà mi affido a scaramanzie, segni superstiziosi, talismani, o mi fido del Signore e mi sento figlio tra le braccia di un Padre-Madre da cui sono amato di amore infinito?
Ho una paura angosciante di chi mi può fare del male, o mi sento sostenuto da una Presenza che mi illumina e mi dà le parole e la forza necessaria per affrontare ogni provocazione?
La persona «timorata di Dio» si rivela «non timorosa» del giudizio degli altri. Non ripete a pappagallo le opinioni dei leader e gli slogan dei media.
Ha un proprio pensiero e la forza interiore di sostenerlo. Chi ha in Dio la propria àncora, non si lascia trascinare dal vento mutevole delle opinioni altrui; non costruisce la propria casa sulla sabbia dell’illusione per essere apprezzato.

Questo e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi sul numero di Aprile dell’inserto Ragazzi & Dintorni dossier mensile di Catechisti Parrocchiali.

Per vedere il sommario di Ragazzi & Dintorni clicca qui

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Buona domenica!

“Signore, se tu fossi stato qui,
mio fratello non sarebbe morto!”
Gesù allora, quando la vide piangere,
e piangere anche i giudei che erano venuti con lei,
si commosse profondamente…”

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 11,1-45)
V DOMENICA DI QUARESIMA -Anno A-

 

La parola a…
Paolo Curtaz

È splendido, Dio.
Disseta l’anima, ridona luce alla nostra cecità. La Quaresima è il tempo in cui riscoprire l’essenziale della fede, entrando nel deserto delle nostre giornate ingombre di cose da fare.
Un tempo per lasciare che l’anima ci raggiunga.
E oggi, alla fine di questo breve percorso, troviamo un vangelo da brividi, il racconto di un’amicizia travolta dalla morte e dalla disperazione. È lì, a Betania, il piccolo villaggio che sorge sul monte degli ulivi, nel declivio opposto a quello che sovrasta Gerusalemme, che Gesù volentieri si rifugia, in casa di questi tre suoi coetanei, Lazzaro, Marta e Maria, per ritrovare un po’ del clima familiare di casa. Per fuggire dalla Gerusalemme che uccide i profeti.
Che bello pensare che anche Dio ha bisogno di una famiglia.
Che bello fare della nostra vita una piccola Betania!
E in questo contesto che avviene il dramma: Lazzaro si ammala e muore, e Gesù non c’è.
Come succede anche a noi, a volte, e davanti alla malattia e alla morte di una persona che amiamo, scopriamo che Gesù è distante.

Nello straordinario e complesso racconto giovanneo, esiste un passaggio che voglio sottolineare. Quando Marta e Maria, sorelle di Lazzaro, abituate ad accogliere il Signore nella loro casa a Betania, sanno della presenza di Gesù, escono di casa, disperate, si affidano all’amico e Maestro. Il racconto è un crescendo di emozioni, di testimonianze di fede delle sorelle, ma anche di umanissimo sconforto e pena.
Quando Gesù vede la disperazione delle sorelle e della folla, resta turbato, e scoppia in pianto.
Quel pianto ci sconcerta, ci scuote, ci smuove.
Dio, ora, sa cos’è il dolore.
Fra poche ore andrà fino in fondo, portando su di sé tutto il dolore del mondo.
Dio e il dolore si incontrano. Non è bastato che Dio diventasse uomo per condividere con noi la vita.
Ha voluto imparare a soffrire, per redimere ogni pena.


CI BASTA?

…e per riflettere puoi scaricare: L’azione e la sofferenza

 

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Tra note e realtà – Hai un momento Dio

C’è un po’ di traffico nell’anima,
non ho capito che è.
Ciò il frigo vuoto, ma voglio parlare […]
Hai un momento Dio, non perché sono qua,
insomma ci sarei anch’io.
Hai un momento Dio, o te o chi per te
avete un attimo per me?
[…]
Quanto mi costa una
risposta, da te lissù… quant’è.
Ma tu sei lì per non rispondere e indossi un gran bel gilè.
E non bevi niente o io non ti sento com’è, perché…
Hai un momento Dio non perché sono qua,
se vieni sotto offro io.
Hai un momento Dio lo so che fila c’è,
ma tu hai un attimo per me.

Se stai ridendo, io non mi offendo però, perché?
Perché nemmeno una risposta ai miei perché, perché?…
(Ligabue,
Hai un momento Dio)

«Tutti abbiamo un po’ di traffico nell’anima ed è per questo che siamo alla ricerca continua di risposte…». Non so quanti anni abbia con esattezza, ma a scrivere è una giovanissima ragazza. Le domande del Liga, continua, sono le stesse che tutti prima o poi ci facciamo…
Una fede piena di troppe domande, qualcuno la definisce adolescente, come se la maturità del credere non vivesse di dubbi, di confronti, di luce chiesta e accolta, ogni giorno. Ci si stupisce poi se si scopre che santi e sante di una certa popolarità abbiano vissuto notti profonde, totalmente immerse nel silenzio costante di Dio… forse qualcuno lassù ama a intermittenza?
Mi piacerebbe spostare l’attenzione su due aspetti, a mio parere centrali: la bellezza del chiedere e la visibilità di Dio.
Chiedere, porre e porsi domande, dubitare
non è principio di allontanamento, ma di ricerca e di profondità. Non è pericoloso che qualcuno dubiti di Dio; in fondo nella scienza il dubbio è stata la condizione di possibilità di ogni conoscenza, ma è estremamente rischioso che al dubbio non si mostri la luce, che al viandante non si indichi la via. Troppe volte davanti al dubbio, consentitemelo, lecito di gente di ogni età sulla reale presenza di Dio in una storia troppo ferita, l’unica risposta è stata una porta sbattuta in faccia. Questo è pericoloso ed estremamente grave. Questo è principio di un allentamento.
Chi chiede cerca la verità e con la Verità in persona ha bisogno di entrare in contatto.
Beati coloro che hanno il coraggio di dubitare: incontreranno Dio faccia a faccia.

Ehi Dio! Dove cercarti per incontrarti seriamente, per poterti parlare con calma, per dirti finalmente quello che penso? Hai un momento?
Ligabue fa un inciso di non poco conto: «O te o chi per te…»
. Uomini e donne, tutti chiamati in causa. In quel chi per te ci siamo tutti… tutti quei figli che hanno incontrato il Padre, che lo hanno visto in azione nella propria vita, che si sentono amati. Qualcuno più di un altro, perché chiamato a una scelta più radicale, ma tutti, perché cristiani siamo chiamati a essere visibilità di Dio oggi.
Non si tratta di costruire al di là della storia, ma di tenere aperte le porte di ogni storia perché Dio vi entri. Testimoni della Verità che vuole incontrare il dubbio; della Via che da tutti vuole essere percorsa; della Vita che dà senso a ogni esistere .
Beati coloro che accoglieranno chi cerca e indicheranno loro sentieri di Vita: il Padre farà di loro la sua dimora.

di suor Mariangela fsp

Guarda il video

CATECHISTI PARROCCHIALI – Aprile 2011: Annuncio di vita e speranza

IL TRIDUO PASQUALE

di Roberto Laurita

Con la Domenica delle Palme comincia la Settimana Santa, cioè i sette giorni che precedono la Pasqua.
Nel suo ingresso trionfale a Gerusalemme, Gesù era stato acclamato dalla folla che agitava rami in segno di gioia.
La benedizione dell’ulivo ricorda questo avvenimento e nello stesso tempo ci permette di non dimenticare che «il trionfo di Gesù» segna l’inizio della sua passione, il cui racconto è proclamato durante la Messa. Lunedì, martedì e mercoledì della Settimana Santa si collocano nella prospettiva del Cristo che va incontro alla sofferenza e alla croce.
Negli ultimi tre giorni della Settimana Santa seguiamo, passo passo, gli avvenimenti che conducono Gesù alla sua Passione, fino a contemplarlo sul calvario, inchiodato alla croce, per cantare il giorno di Pasqua la gioia della risurrezione.
Se distinguiamo i tre giorni, ci accorgiamo nel contempo di non poterli separare. Il Venerdì della morte perde il suo autentico significato se non appare come la realizzazione del dono di sé che fa Gesù la sera del Giovedì e se non trova sbocco nel giorno della risurrezione.

Nel GIOVEDI SANTO in cui Gesù celebra la Cena della Pasqua antica prima di affrontare la sua Pasqua di morte e risurrezione, gli evangelisti menzionano due gesti diversi: Matteo, Marco e Luca ricordano il Pane spezzato e il calice del Vino offerto ai commensali; Giovanni la lavanda dei piedi.
A entrambi i gesti è legato un comando esplicito di Gesù perché i discepoli li ripetano.
Anche nella liturgia della sera del Giovedì santo si fa solenne memoria dei due gesti di Gesù.
• L’uno, la lavanda dei piedi, segno di servizio, è proposto annualmente;
• l’altro, l’istituzione dell’Eucaristia (il Pane spezzato e il calice del Vino che si condivide), raduna l’assemblea dei cristiani ogni domenica.

Malgrado il clima austero, il Venerdì non è un giorno di lutto, ma la celebrazione riconoscente dell’amore infinito che Dio ha manifestato al mondo nella passione del suo Figlio.
Il VENERDI SANTO, allora, i cristiani non si radunano per piangere un morto, ma per adorare il vincitore della morte. Questo giorno è segnato dal grande racconto della Passione secondo Giovanni.
Quattro momenti ne scandiscono la liturgia:
• la contemplazione del Salvatore nella sua passione e morte (ascolto della parola di Dio);
• l’intercessione, nel suo nome, per la salvezza di tutti (solenne preghiera universale);
• la venerazione del «legno della croce che ha portato la salvezza del mondo» (adorazione della croce);
• la partecipazione al Corpo del Signore crocifisso e risorto (Comunione eucaristica).

La VEGLIA PASQUALE è tutta orientata verso la luce: è la grande festa della risurrezione. È anche il momento in cui la Chiesa accoglie con gioia i nuovi battezzati che rinascono a vita nuova in Cristo.
Il Triduo pasquale ha il suo culmine nella Veglia che si celebra la notte tra il Sabato santo e la Domenica della risurrezione. Il terzo dei giorni santi è, fra tutti, il più ricco di parole e di segni che esprimono la vittoria sulla morte e sulle oscure forze del male, e la speranza offerta a tutti coloro che credono nel Signore crocifisso e risorto.
• È una notte buia, in cui i cristiani accendono una luce capace di sfidare qualsiasi oscurità, per ridestare la speranza e tracciare il cammino della gioia, che sfocia nell’eternità.
• È una notte di silenzio, fatta per intendere una Parola d’amore, che narra la storia di Dio con gli uomini e le donne, un disegno di salvezza che si realizza a dispetto di tanti ostacoli, limiti e infedeltà.
• È una notte in cui ricevere un’acqua viva, che zampilla per sempre nella nostra esistenza, l’acqua del nostro Battesimo che ci immerge nella morte di Cristo per farci rinascere con lui risorto alla vita nuova.
• È una notte in cui condividere un Pane e un Vino che ci parlano di lui; una notte in cui spezzare il suo Corpo offerto, cibandoci di lui, e in cui bere al calice del suo Sangue, invitati a una mensa che prelude al banchetto eterno.

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi  nel numero di Aprile di Catechisti Parrocchiali

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Buona domenica!

Rabbì, chi ha peccato,
lui o i suoi genitori, perchè sia nato cieco?
Rispose Gesù: “Nè lui ha peccato nè i suoi genitori,
ma è perchè in lui siano manifestate le opere di Dio

Dal Vangelo di Giovanni (Gv 9,1-41)
IV DOMENICA DI QUARESIMA (laetare) – Anno A-

La parola a…
Paolo Curtaz

È Gesù che, passando, vede il cieco nato.
Non grida, il poveretto, non chiede, forse neppure sa chi sia il Nazareno.
La sua è una vita fatta di ombre, di fantasmi.
Non ha mai visto la luce, come desiderarla? Perché?

E Dio lo vede, vede il suo dolore, il suo bisogno, la sua pena, la sua vergogna.
Vergogna, certo, perché è un innocente che paga i peccati dei genitori. Anzi, forse ha già commesso peccato nel grembo della madre, come sostenevano alcuni rabbini. È Dio che lo ha punito, perché chiedere qualcosa a questo Dio terrificante? Così tutti pensano.
E invece.
Un po’ di fango sugli occhi, e l’uomo torna a vedere.
Gesù, intanto, se n’è andato, non vuole applausi, vuole solo dimostrare che Dio non è quel bastardo che a volte gli uomini (religiosi) dicono che sia.

Inizia un feroce dibattito: chi lo ha guarito? Perché? E perché di sabato?
Molti sono i personaggi coinvolti: la folla, i farisei, i suoi genitori, i discepoli…
Ma lui solo è il protagonista, il cieco che recupera prima la vista, poi l’onore, poi la fede.
Prima descrive Gesù come un uomo,
poi come un Profeta, poi lo proclama Figlio di Dio.
La fede è una progressiva illuminazione, passo dopo passo, ci mettiamo degli anni per riuscire a proclamare che Gesù è il Signore.

E anche la sua forza cresce: il suo senso di colpa svanisce, acquista coraggio. Interrogato, risponde, quando viene inquisito dai devoti, sa cosa dire. Infine è ironico, controbatte, argomenta. Come può un peccatore guarire un cieco nato? E osa: volete farvi discepoli anche voi? Non ha timore, nemmeno dei suoi genitori, pavidi, divorati dal giudizio degli altri, che si rifiutano di schierarsi, intimoriti dalla tragica logica comune.
È libero, il cieco.
Ci vede, ci vede benissimo, con gli occhi e col cuore.
È un progressivo cammino verso la luce, la fede.
Nessuna apparizione o folgorazione, fidatevi, ma un lento incedere della verità in chi le lascia spazio nel proprio cuore.

Dio vede la nostra tenebra e desidera illuminare la nostra conoscenza, i nostri sensi. E pone una sola condizione: lasciarci mettere in dubbio, porci delle domande, indagare.

…e per riflettere puoi scaricare: Liberare l’uomo

 

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RAGAZZI & DINTORNI – Marzo 2011 – Dossier Pietà

GUIDATO DAL CUORE

di Cecilia Salizzoni

È un film duro quello che proponiamo, un film che mette in scena un mondo spietato, arcaico e feroce, dove l’umanità sembra non riuscire a farsi strada e a trasformarsi in cultura condivisa; dove anche la religione non supera lo stadio della superstizione, e i bambini assimilano e ripetono i modelli degli adulti.
Io non ho paura, il film che Salvatores parte proprio da questa spietatezza infantile che fa il verso al mondo circostante, mettendo in scena una gara di bambini e l’imposizione di un pegno sessualmente umiliante alla bambina arrivata ultima. Subito, però, presenta anche l’obiezione a questo mondo, nella figura del protagonista Michele, 10 anni, ricci neri e volto sensibile come di cerbiatto, che prova pietà e si offre lui in cambio.
Il racconto che segue lo vedrà ripetere più in grande e in profondità lo stesso gesto verso il coetaneo, che scopre in fondo a una buca nel terreno, dove è tenuto prigioniero dai «grandi» che lo hanno rapito per chiedere un riscatto.
In fondo a questa buca scavata nella terra di un non precisato posto del profondo Sud, è incatenato appunto un bambino che ha la stessa età di Michele, ma sembra il suo opposto, biondo e chiaro di carnagione com’è, settentrionale di Milano: Filippo.
Quando Michele lo scopre, cercando gli occhiali che la sorellina ha perso nella corsa all’inizio del film, non capisce che cosa sia, perché fuori il sole è accecante, ma nella fossa è buio; Filippo è imbrattato di fango e sporcizia, ed è coperto da un telo. La prima volta vede solo un piede; poi una specie di «zombie» che lo terrorizza, e finalmente un bambino, esattamente come lui. Michele non solo ritorna alla fossa con acqua e pane acquistato con i propri risparmi, ma vi scende dentro e porta fuori, sulle proprie spalle, il bambino traumatizzato, perché riesca a convincersi di essere vivo.
«I grandi», invece, cooperano alla morte di quel bambino: manovalanza accecata dalla miseria e dal miraggio di nuovi stili di vita che i media diffondono anche in quest’angolo remoto d’Italia, come il padre di Michele; oppure vittime di una cultura maschilista, come la madre, che subisce e può solo farsi promettere dal figlio che, da grande, se ne andrà via di lì. Michele stesso, mosso dal desiderio di un’automobilina che un compagno di giochi ha ricevuto dallo zio d’America, metterà a repentaglio la vita di Filippo, rivelando il suo segreto a quel compagno che, prima, preferirebbe non sapere e, poi, vende il segreto a uno dei guardiani di Filippo, per guidare una macchina vera.
Allora le cose precipitano e, mentre Sergio, l’organizzatore milanese del sequestro, convince «i grandi» che il bambino è da eliminare perché sa troppo e le forze dell’ordine sono ormai vicine, Michele rischia di finire ammazzato dal padre, pur di far scappare Filippo.
Salvatores imposta la struttura espressiva del racconto sui contrasti tra la potenza della luce naturale saturata dall’oro dei campi di grano, e l’ombra della notte che dentro la fossa diventa perenne; tra la bellezza del paesaggio e il trogloditismo degli uomini che lo abitano.
Michele è un bambino che non ha paura di affrontare l’oscurità che lo circonda; a differenza degli altri tiene gli occhi aperti e vuole vedere fino in fondo.
La chiave espressiva dominante suggerirebbe di utilizzare il film per il dono dell’intelletto; tuttavia lo sguardo del protagonista è guidato dal cuore, un cuore che egli nutre e rafforza quotidianamente nel dialogo interiore, che gli permette di riconoscere l’altro come «uguale» a sé, e di farsene carico fino quasi al dono della propria vita.

Questo e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi sul numero di Marzo dell’inserto Ragazzi & Dintorni dossier mensile di Catechisti Parrocchiali.

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Tra note e realtà – Che fantastica storia è la vita

Mi chiamo Antonio e faccio il cantautore,
e mio padre e mia madre mi volevano dottore,
ho sfidato il destino per la prima canzone,
ho lasciato gli amici, ho perduto l’amore.
E quando penso che sia finita,
è proprio allora che comincia la salita.
Mi chiamo Laura e sono laureata…
Mi chiamano Gesù e faccio il pescatore…
Mi chiamo Aicha, come una canzone,
sono la quarta di tremila persone…
E quando penso che sia finita,
è proprio allora che comincia la salita.

(Antonello Venditti, Che fantastica storia è la vita)

La vita… che fantastica storia!
Lo è per tutti, per i tantissimi Antonio, Laura, Aicha, Carol, Michael a qualsiasi latitudine si trovino. Meravigliosa avventura senza limiti: nessuno sa come inizi e nessuno sa dove e perché finirà… ma è vita, pur sempre vita.

E’ vita quella di un piccolo grumo di cellule e quella dell’impegnato uomo d’affari.
E’ vita quella difesa con forza dai piccoli pugnetti stretti del bambino e dai muscoli tesi di un malato.
E’ sempre vita: il pianto che accoglie la nascita e quello che accompagna la morte; il canto dei riti e delle liturgie di un popolo e quello di un singolo uomo che canta alla luna; le righe scritte nel diario segreto di una ragazza e quelle che popolano i romanzi; la voce rotta da un singhiozzo e gli occhi luccicanti di stupore.
Che forza la vita… e non lo dice chi ha tutto. Ma lo crede chi non ha niente!
Cos’ è per te vivere?
Da qualche parte, in questo mondo, ci sarà un senso?

Perché ogni giorno il sole fa brillare i tuoi occhi?
Perché la sera stende un velo sulle tue fatiche e poi ti riconsegna al giorno?
C’è un tesoro dentro te! Scrigno segreto che solo tu puoi vedere e scoprire. Solo tu, un giorno potrai apr
ire.
Tra i tanti, c’è stato anche Gesù.
Uomo come noi eppure così diverso da noi. Così amante della vita, da donarci totalmente la sua.
Lui ha scelto di vivere questa meravigliosa avventura, di scoprirla fino in fondo, di assaporarla fino all’estremo.
Lui… il Dio che dell’amore ha fatto un dono e alla vita ha dato un senso.

Cosa vuol dire vivere, perché esistere?
Qualcuno un giorno ha detto all’umanità: «Ti chiedo solo un sì e ti prometto la felicità».
Un sì a cosa?
«Un unico grande e coraggioso alla vita».

di suor Mariangela fsp

Guarda il video


CATECHISTI PARROCCHIALI – Marzo 2011: Un dono di amore

TIMELINE: UNITI E DIVISI DALLA LINEA DEL TEMPO

di Marco Sanavio

Nel 1985 fu Robert Zemeckis a riaccendere la fantasia del mondo sui viaggi nel tempo con l’intramontabile Ritorno al futuro.
Prospettiva interessante: scorrere avanti e indietro nel tempo, rendendo reversibile ciò che, di solito, scorre solamente in un verso.
Non risulta, fino a oggi, che a qualcuno sia venuto in mente di girare un film che riporti personaggi contemporanei ai tempi di Gesù; potrebbe essere, però, un’idea carina per realizzare un video in parrocchia in vista della Pasqua, ad esempio.
In molte località esiste già la tradizione della Via crucis vivente, si potrebbe chiedere a un gruppo di adulti di far rivivere i diversi personaggi coinvolti nella passione e, poi, far transitare in mezzo a loro i nostri ragazzi, chiedendo di descrivere ambienti, sensazioni, scene e, nel caso avessimo la disponibilità di persone preparate, di realizzare anche qualche intervista agli attori della Via crucis.
Se questa prima ipotesi non ci sembrasse percorribile, potremmo verificare l’utilità di realizzare una linea del tempo casalinga, ponendo alcune domande sulla storia della salvezza:
• Mosè viene prima o dopo Noè?
• Sapresti collocare il periodo in cui è vissuto Abramo?
• Viene prima il regno di Davide o la deportazione in Babilonia?
Partiamo dalla soluzione più semplice: un cartellone rettangolare sufficientemente esteso in lunghezza e foglietti colorati. Potremmo scegliere i gialli per le persone (es. re Davide), gli azzurri per gli eventi (es. deportazione a Babilonia) e gli arancioni per i luoghi da segnalare.
Potremo poi consegnare ai ragazzi alcune schede relative a personaggi ed eventi biblici, chiedendo di riportare avvenimenti, persone e date sui foglietti colorati, e poi di collocarli nella linea temporale che avremo già provveduto a graduare con tacche di 50 o 100 anni l’una.
Il prodotto finale sarà una linea orizzontale punteggiata di foglietti che racconterà la cronologia della storia della salvezza.
Per chi avesse dimestichezza con i bit, sarà possibile realizzare una timeline elettronica, utilizzandola sia negli incontri di catechesi sia rendendola disponibile per la fruizione domestica dei ragazzi.
Le timeline elettroniche ci consentiranno di sperimentare un’interattività utile e piacevole nel rapportarci con la cronologia di eventi e persone che hanno abitato la storia della salvezza.
Ad esempio in http://www.timerime.com sarà possibile inserire immagini e informazioni che si renderanno disponibili al passaggio del mouse.
In queste applicazioni online la dimensione di gioco è quantomai necessaria, perché rende interessante l’approccio didattico e stimola la curiosità dei ragazzi.
Per completare l’approccio pastorale a questo curioso strumento, potremmo proporre al gruppo di catechesi un’attività sulle proprie radici, collocando su linee del tempo cartacee oppure elettroniche la storia della famiglia, fino a quando risulti possibile ricostruirla.
Varianti curiose possono essere quella di realizzarla con foto di famiglia o con disegni che rappresentino, anche con raffigurazioni fantasiose, antenati e dimore del passato. Oppure realizzare un giornale murale che rappresenti gli ultimi 200 anni e cercare di raccontare la storia di ciascuna famiglia dei ragazzi nella stessa timeline.
Questa proposta apre la strada per leggere con i ragazzi la genealogia di Gesù (Mt 1,1-16 e Lc 3,23-38) e spiegare loro come la lunga sfilza di nomi sia funzionale per collegare l’Emmanuele con la storia del popolo ebraico ed evidenziare la sua natura messianica.

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi  nel numero di Marzo di Catechisti Parrocchiali

Per vedere il sommario di Catechisti Parrocchiali di Marzo 2011 clicca qui

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