Archivi tag: cantalavita

PREGARE, NON DIRE PREGHIERE – DOSSIER RAGAZZI & DINTORNI – Maggio 2014

Dossier_Maggio 2014

PREGARE, NON DIRE PREGHIERE

di Tonino Lasconi

È possibile educare i ragazzi a «pregare Dio per i vivi e per i defunti», a praticare quest’opera di misericordia che non ha riferimenti concreti necessari per attirare i loro interessi e la loro attenzione? Non solo è possibile, ma necessario, perché la preghiera è ciò che prepara la mente, il cuore, la volontà preghieraa ospitare gli altri dentro la nostra vita, per aprirla alla misericordia verso tutti: vivi e defunti.
Per riuscirci è necessario far comprendere ai ragazzi che la preghiera non è recitare formule, per chiedere a Dio di fare ciò che tocca a noi, ma è luce, che apre i nostri occhi sulla vita, e forza per viverla secondo la sua Parola.
Esortare i ragazzi a vivere la carità, senza educarli a sentirsi figli di Dio e tutti fratelli e sorelle in Gesù, può creare gente che, tutt’al più, dice preghiere per cercare di convincere Dio ad aiutarla a realizzare i propri progetti, non a lasciare la propria terra (se stessi) e andare su quella che egli ci indica: i fratelli e le sorelle.preghiera2
Invece di fare discorsi complicati, lasciamoci, ora, ispirare da una preghiera «tipo», tratta dal mio libro, Amico Dio, scritto per educare a pregare.

Un esempio di preghiera da far vivere ai ragazzi potrebbe essere questa:
Questa mattina, Gesù, non ho detto la preghiera. Ero troppo impegnato a ripassare la lezione: dovevo essere interrogato. L’interrogazione è andata bene. Ma poi tutto è andato storto.
In classe con noi c’è una ragazza debole: non è sveglia, agile, spigliata come noi, e fa gesti strani con il viso e con le mani.
Approfittando del fatto che la prof. ci aveva lasciati momentaneamente soli, un compagno ha cominciato a prenderla in giro, a dirle: «Mongoloide!», a tirarle i capelli, a ripeterle i suoi gesti davanti la faccia.
Io volevo ipregontervenire, ma ho avuto paura: quel compagno è un bullo e mena le mani.
Gli altri si sono comportati come me, anche quando altri due ragazzi e una ragazza si sono uniti agli scherzi crudeli del prepotente, nonostante la poveretta fosse scoppiata a piangere, finché non hanno sentito arrivare la prof.
Quando le ha chiesto: «Perché piangi?», lei ha continuato a piangere senza dire niente. E quando ci ha chiesto: «Perché piange?», noi zitti. Io zitto. Gesù, questa mattina non ho detto la preghiera. Ti prego adesso, mentre torno a casa, per chiederti perdono. Per me e per i miei amici. Con molti di loro ci troviamo la domenica a Messa, ma a cosa ci serve se, poi, non abbiamo il coraggio di difendere un’amica debole e indifesa?
Perdonami, Gesù! Perdonaci, Gesù!

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi nel numero di Maggio 2014 di Ragazzi e Dintorni. 

Per info, abbonamenti e novità:

—> Clikka sull’immagine <—

IL RAPPORTO CON LE FAMIGLIE. Qualcosa è cambiato? – CATECHISTI PARROCCHIALI – Maggio 2014

Copertina_Maggio

IL RAPPORTO CON LE FAMIGLIE. Qualcosa è cambiato?

di Franca Feliziani Kannheiser

Siamo ormai al termine dell’anno catechistico e in procinto di fare un bilancio sul rapporto che abbiamo costruito con le famiglie dei bambini con i quali abbiamo condiviso il cammino di catechesi.
È bene chiedersi:
percorso• Rispetto all’inizio dell’anno, c’è una maggior cono scenza delle situazioni familiari dei nostri ragazzi?
• Abbiamo potuto incontrare personalmente alcuni genitori? In quali occasioni?
• È stato possibile realizzare incontri comunitari? Momenti di preghiera?
• Ho l’impressione che ci sia un rapporto più cordiale e collaborativo almeno con alcuni di loro?
• Come è cambiato il mio modo di pensare la famiglia? È aumentata la fiducia nelle risorse che essa può mettere in campo nell’educazione dei figli?
Forse a qualche catechista questa ultima domanda può sembrare fuori luogo, eppure una risposta affermativa ad essa è un importante indicatore che qualcosa nel rapporto «catechista – genitori» sta cambiando, perché uno degli elementi del sistema di comunicazione (catechista) sta modificando il suo atteggiamento e, in questo modo, mette in movimento gli altri elementi del sistema (genitori, bambino). È, infatti, una legge fondamentale della comunicazione che il cambiamento di uno dei protagonisti influisca su quello degli altri.

Avremmo raggiunto un obiettivo veramente importante se insieme, catechisti e genitori, cominciassimo a percepirci come alleati nello stesso compito educativo, coinvolti nella stessa passione per il bene del bambino, nel rispetto dei diversi ruoli.
L’alleanza richiede diverse condizioni come, ad esempio, la condivisione degli obiettivi, un atteggiamento di rispetto nei confronti del lavoro, l’uno dell’altro, la possibilità di scambiarsi impressioni e idee e il fare esperienze insieme.accoglienza
In questo contesto è tempo anche di verificare quanti e quali incontri con la presenza dei genitori è stato possibile realizzare, qual è stata la frequenza e la qualità della partecipazione delle famiglie.
Anche se i risultati ci sembrano inferiori alle aspettative, dobbiamo saper vedere, però, anche i piccoli segnali di cambiamento e rallegrarcene: anche una sola coppia di genitori in più è da festeggiare! In caso di risultati deludenti diventa naturale pensare: «I genitori non sono interessati, né preparati; tempo perso cercare di coinvolgerli».
È un pensiero comprensibile che, però, non possiamo permetterci: la comunità parrocchia le non può fare a meno del coinvolgimento delle famiglie. Si tratta, allora, di valutare attentamente i dettagli di ogni incontro: come sono stati fatti gli inviti, la scelta di orari, temi, relatori… ed essere pronti a pensare nuove strade.

Ciò che distingue in modo sensibile i percorsi di catechesi da altri percorsi educativi scolastici ed extrascolastici è il riferimento costante a una realtà trascendente, più precisamente a quel Dio che Gesù ci ha insegnato a chiamare Padre e che è fonte di ogni paternità famigliae maternità umane. Come sottolinea decisamente il Documento Base, diventare cristiani significa incontrare una persona: Gesù Cristo e, attraverso lui, il Dio relazione, amore, Trinità.
Questo orizzonte di significato determina la funzione e della famiglia e della comunità parrocchiale, coinvolte nel cammino di fede dei bambini: è una funzione di accompagnamento e di affidamento in mani più forti e amorevoli delle proprie, è una funzione di testimonianza. Per svolgere questo compito genitori e catechisti devono trovare nutrimento nella pre ghiera, nel rapporto personale con Dio.

Molti genitori fanno fatica a percorrere la via della preghiera, e alcuni hanno perso (altri, forse, non hanno mai trovato) l’abitudine a pregare insieme. Per tutti il catechismo dei figli può trasformarsi in occasione per imparare a pregare sia personalmente sia comunitariamente.
Per questo motivo i momenti di preghiera, con bambini e famiglie, devono essere particolarmente curati dai catechisti, nella quantità e nella qualità.

Questi e molti altri suggerimenti, nel numero di Maggio 2014 di Catechisti Parrocchiali. 

Per info, abbonamenti e novità:

—> Clikka sull’immagine <—

PORTATORE DI BUONE NOTIZIE – DOSSIER RAGAZZI & DINTORNI – Aprile 2014

Dossier_Aprile copertina

PORTATORE DI BUONE NOTIZIE

di Cecilia Salizzoni

Monsieur Lazhar«Afflitti», come i bambini di una scuola elementare del Quebec la cui maestra – Martine, una maestra amata – si è impiccata in classe durante la ricreazione.
Profondamente afflitti, come Simon e Alice che l’hanno trovata e sono bloccati nel dolore dalla violenza di un gesto che scarica su loro la disperazione dell’adulto e li colpevolizza. In particolare colpevolizza Simon («Sapeva che portavo io il latte su, il giovedì. Sapeva che l’avrei vista così!»); Simon, che aveva reagito a un gesto di affetto della maestra, denunciandolo come molestia, ora si rode dentro.
Afflitti, perché Simon e Alice erano amici, e ora sono divisi, in quanto anche Alice è convinta che sia colpa di Simon. Sembra non esserci nessuno fra gli adulti in grado di aiutarli a uscire dal blocco gelato della sofferenza.
Sembrerebbe anzi che lo sforzo principale di genitori e insegnanti sia quello di non entrare in contatto con i bambini – fisicamente, psicologicamente, educativamente – e di non permettere a nessuno questo contatto. Per rispettarne la libertà, in teoria; per non fare loro violenza, per evitare ambiguità e sospetti. In realtà lasciandoli soli di fronte a ciò che essi non sono in grado di gestire.

Inizia così Monsieur Lazhar, il film del canadese Philippe Falardeau, tratto dall’opera teatrale di Evelyne de la Chenelière, che racconta l’arrivo in classe di Bachir Lazhar, esule algerino in attesclassea di asilo politico, ingaggiato come supplente da una preside desiderosa di lasciarsi alle spalle la tragedia al più presto e senza spese aggiuntive. Tutto ciò che la scuola può permettersi è ridipingere le pareti della classe e spedire ogni tanto la psicologa a parlare con i ragazzini. Come se questo potesse cancellare il persistere della memoria e l’orrore che l’accompagna…
Può sembrare un film inadatto ai ragazzi, rivolto esclusivamente agli adulti che mette sotto accusa. In vece il modo in cui Bachir entra in questo dolore e lo accompagna, e il modo in cui il regista racconta il percorso di guarigione, permette anche ai ragazzi, non solo di seguirlo, ma di trarne beneficio.

Bachir vuol dire «portatore di buone notizie», lo dice presentandosi agli allievi il nuovo assunto. La buona notizia che porta, passa per le parole di quella lingua che lui, francofono, ama profondamente: le parole che permetteranno infine a Simon, ad Alice e ai compagni di classe di formulare il proprio dolore e di liberarsi.
foto-profesor-lazharMa, prima ancora, passa attraverso la presenza fisica di questo insegnante disponibile a stare a fianco di quel dolore, ad accoglierlo e a condividerlo, tutto il tempo che serve: lui, che pure è segnato da un lutto tragico e ingiusto (la guerra civile, in Algeria, gli ha ucciso moglie e figli, e il Canada ora non sembra disposto a riconoscerlo); lui, che pure ha bisogno di guarire.
Stare accanto, senza la pretesa di trovare un senso, o una ragione, o una giustificazione al gesto della maestra, mettendo la propria esperienza e maturità a servizio dei piccoli, perché possano ritrovare la strada interrotta e riprenderla con fiducia.
Perché, per utilizzare la metafora di cui si serve Bachir quando sarà costretto ad accommiatarsi dagli allievi (verrà fuori, infatti, che lui non è un insegnante), «la crisalide possa diventare farfalla e prendere il volo ad ali spiegate nel cielo azzurro e senza nuvole, ebbra di zucchero e di libertà».
Ciò che ai suoi figli non è stato concesso, lui lo permetterà ai giovani allievi. E anche il suo cuore «distrutto dalle fiamme e consumato dal lutto», in questa restituzione alla vita, ritrova vita. La sophie-monsieur-lazhardanza a cui si lascia andare inaspettatamente, e che libera per un attimo il suo corpo dalla rigidezza della postura, annuncia il ritorno alla vita; l’abbraccio finale, contro le regole della scuola, ad Alice che soffre per la sua partenza, lo suggella.

Un testo, che affronta con delicatezza e discrezione il tema del dolore e della morte, richiede anche al catechista un accompagnamento analogo a quello che Bachir Lazhar attua nei confronti dei suoi scolari, perché i ragazzi possano non solo sentire l’afflizione dei giovani protagonisti, ma affrontarla e superarla insieme con loro, cogliendo i momenti salienti che caratterizzano il passaggio dal blocco del dolore al movimento della vita.
Che cosa chiude Simon in un atteggiamento scontroso e irascibile? Quando e in che modo riesce a venire allprofesor-lazhara luce la ragione?
Che cosa prova Alice nei confronti di Martine e di Simon? Che cosa rimprovera loro? Di cosa soffre a livello personale?
Che cosa affliggeva la vita della maestra? In che modo ha risposto al dolore?
Che cosa affligge Bachir e come reagisce lui all’afflizione?
Che cosa gli permette di ridonare serenità ai suoi allievi?
Cosa c’entra con tale storia la favola della crisalide e della farfalla che chiude il racconto?
Quali scene e immagini, in particolare, suggeriscono nel film il superamento del dolore e la ripresa della vita?
Anche Bachir Lazhar è un taumaturgo, uno che risana; che cosa si potrebbe dire che abbia in comune con Gesù?
«Beati gli afflitti perché saranno consolati», è la buona notizia di Gesù. In che modo si compie questa promessa e per opera di chi: è un premio futuro, opera esclusiva di Dio, in un’altra vita successiva alla presente?
Oppure è operante già ora, e ciascuno di noi può collaborare a questa consolazione?

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi nel numero di Aprile 2014 di Ragazzi e Dintorni. 

Per info, abbonamenti e novità:

—> Clikka sull’immagine <—

DUE MEDICINE ANTI-CRISI – DOSSIER RAGAZZI & DINTORNI – Aprile 2014

Dossier_Aprile copertina

DUE MEDICINE ANTI-CRISI

di Fausto Negri

tristeSecondo le statistiche realizzate nei Paesi occidentali, la malattia del secolo è la depressione. Le ricerche dicono che l’8,5% dei pazienti, che si rivolgono al medico di famiglia, soffre di depressione.
• In Europa la depressione colpisce il 14% della popolazione.
• In Italia ne soffrono il 17% e, ogni anno, si verificano 250 casi in più ogni 10 mila abitanti.
Significativo, a questo proposito, l’aumento dell’uso di farmaci antidepressivi nel nostro Paese: più di 30 milioni di confezioni all’anno.
• Degli adolescenti italiani soffre di depressione il 27,5% fra i 15 e i 17 anni, mentre a livello mondiale ne soffre il 13% della stessa fascia di età.
• Con l’attuale crisi economica i dati sono sempre più allarmanti. I disoccupati nel mondo hanno superato quota 200 milioni e tra questi i suicidi sono cresciuti del 37%, mentre il rischio povertà sta riguardando più di 15 milioni di italiani. Nell’ultimo anno la richiesta di aiuto alla Caritas e nei Servizi pubblici è aumentata del 15-20%. C’è chi protesta e si chiude in casa o, peggio ancora, c’è chi tenta di sanare i conti tramite il gioco o l’alcol.

E allora viene da chiedercitristezza: siamo tristi e senza speranza perché ci stiamo impoverendo, o siamo sempre più poveri perché non abbiamo più speranza?
• La speranza pare sia la grande malata del nostro tempo. Si è passati da una fiducia smisurata a una diffidenza altrettanto estrema nei confronti del futuro. Eppure senza «il principio speranza», che è il lievito della realtà, non c’è avvenire.
• L’essere umano vive di tante piccole speranze umane, ma ha bisogno di una speranza che vada oltre; solo la Speranza con la «S» maiuscola dà fondamento e orizzonte a tutte le altre. Questa grande Speranza può essere solo Dio. Ecco perché la speranza è sempre collegata alla fede, anzi spesso nella Bibbia i due termini sono intercambiabili.
• Se mette Dio a fondamento della vita, la persona trova la giusta collocazione nel mondo: dalla fede è esaltata la sua unicità e irripetibilità, la sua libera responsabilità di custode e coltivatore del creato, insieme però con la sua finitezza e limitatezza. Egli non è né frutto del caso, né «un dio».
gioia e tristezza• Papa Francesco, la domenica delle Palme, ha invitato a non essere mai uomini e donne tristi, a non lasciarsi prendere dallo scoraggiamento. La gioia cristiana, infatti, nasce non dal possedere tante cose, ma «dall’aver incontrato una Persona, Gesù, che è in mezzo a noi; con lui non siamo mai soli, anche nei momenti difficili; lui ci accompagna e ci carica sulle sue spalle: qui sta la nostra gioia, la speranza che dobbiamo portare in questo nostro mondo. E, per favore, non lasciatevi rubare la speranza, quella che ci dà Gesù».

Mentre il clima atmosferico della terra si va sempre più riscaldando, quello dei rapporti fra le persone si va paurosamente raffreddando.
• Il ritorno della cortesia, dell’ascolto, di un sorriso, di un consiglio sarebbe come un’esplosione di primavera. In questo tempo di solitudine e di arroganza si avverte la nostalgia di cose «buone». È significativo che in Italia si celebri il mese della gentilezza e la campagna Salva il saluto.
sperareQualcuno ha scritto che «la vera e provocatoria trasgressione sarebbe, oggi, il ricupero della normalità, del buon gusto, della misura».
• Madre Teresa raccomandava: «Fate che chiunque venga a voi se ne vada sentendosi meglio e più felice. Tutti devono vedere la bontà nel vostro viso, nei vostri occhi, nel vostro sorriso. La gioia traspare dagli occhi, si manifesta quando parliamo e camminiamo. Non può essere racchiusa dentro di noi. Trabocca. La gioia è molto contagiosa».

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi nel numero di Aprile 2014 di Ragazzi e Dintorni. 

Per info, abbonamenti e novità:

—> Clikka sull’immagine <—

ALLA MENSA DELLA COMUNIONE – Imparare a condividere – CATECHISTI PARROCCHIALI – Aprile 2014

Copertina_Aprile

ALLA MENSA DELLA COMUNIONE
Imparare a condividere

di Emilio Salvatore

L’icona biblica della Cena del Signore è un invito alla comunione, a partire dalle nostre mense familiari per comprendere il valore del sacramento della Comunione, che sperimentiamo alla mensa dell’altare. Vi è troppo poca attenzione al rituale familiare e, di conseguenza, a quello ecclesiale.cenare
Spetta agli educatori riscoprirlo e farlo riscoprire!

I ragazzi, spesso non conoscono la gioia del mangiare insieme. Abituati a pranzi veloci e ai fast-food, hanno perso il senso della solennità dello stare a tavola.
Il pasto condiviso, riuniti intorno a una tavola apparecchiata, è diventato solo l’immagine di una pubblicità di merende.    
Nell’antichità aveva un ruolo molto importante. In genere o si sceglievano gli amici con cui mangiare (i grandi simposi della tradizione greco-romana) o si diventava amici mangiando (le cene che sancivano la fine delle ostilità). A questa logica non si sottraeva il mondo giudaico, che vedeva nella cena un luogo esclusivo, cui potevano accedere solo persone degne. Continua a leggere ALLA MENSA DELLA COMUNIONE – Imparare a condividere – CATECHISTI PARROCCHIALI – Aprile 2014

OLTRE IL FILO SPINATO – DOSSIER RAGAZZI & DINTORNI – Marzo 2014

Dossier_Marzo 2014

OLTRE IL FILO SPINATO

di Cecilia Salizzoni

Tratto dal romanzo dell’irlandese John Boyne (2006), Il bambino con il pigiama a righe è un racconto di fantasia dal l’epilogo tragico, sul tema della shoah.

Bruno, 8 anni, figlio di un ufficiale dell’esercito tedesco, è costretto a trasferirsi con la famiglia da Berlino nei pressi di un campo di concentramento nazista, il cui comando è stato affidato al padre. Ma Bruno non ha idea di cosa sia un campo di concentramento e nessuno, in famiglia, ha voglia di spiegarglielo.
Così, nonostante i divieti dei genitori, un giorno va a vedere di persona che cos’è quella che, dalla sua stanza, gli appare come una strana fattoria dove tutti girano con in dosso un pigiama a righe. E lì, al di là del recinto di filo spinato che circonda la strana fattoria, conosce Shmuel, 8 anbambinini come lui, ma ebreo.
E fa amicizia. È un’amicizia difficile da riconoscere davanti ai familiari e ai nazisti fanatici, come il tenente Kotler, che girano per casa, mettendo paura a Bruno e affascinando la sorella maggiore, Gretel. È un’amicizia che lo mette alla prova e, se in un primo momento Bruno cede alla paura e tradisce l’amico, esponendolo all’ira violenta di Kotler, in seguito troverà il coraggio per ritornare e stargli accanto fino in fondo, passando al di là del re cinto e finendo insieme con lui nella camera a gas.

Il film, come il romanzo, è un apologo paradossale sulla cecità morale che ha consentito l’avvento e la crescita del Terzo Reich germanico. L’incapacità del bambino di comprendere il senso reale delle cose intorno a lui, il persistere in uno sguardo ingenuo, di normale umanità, con il suo terrificante epilogo smaschera nel modo più diretto e doloroso la cecità degli adulti, il loro non voler vedere le cose come realmente stanno. Mette a nudo la menzogna su cui si ergeva tutto il castello ideologico e permetteva l’infamia dello sterminio: «Quelli al di là del recinto non sono uomini».    Continua a leggere OLTRE IL FILO SPINATO – DOSSIER RAGAZZI & DINTORNI – Marzo 2014

TANTI PONTEFICI… IN CARCERE – DOSSIER RAGAZZI & DINTORNI – Marzo 2014

Dossier_Marzo 2014

TANTI PONTEFICI… IN CARCERE

«Grazie, padre, per essere venuto, oggi. Ma io voglio sapere una cosa: perché sei venuto, oggi, qua a Casal del Marmo? Bcarcereasta, solo quello». Con queste parole un po’ tremolanti, un ragazzo si è rivolto a Papa Francesco durante la sua visita nel carcere minorile di Roma, per celebrare l’Eucaristia con «la lavanda dei piedi» del Giovedì santo. Egli ha risposto: «È un sentimento che mi è venuto dal cuore… Ho domandato: “Dove sono quelli a cui piacerebbe una mia visita?”. E mi hanno detto: “Casal del Marmo, forse”. Così sono venuto qui».     Continua a leggere TANTI PONTEFICI… IN CARCERE – DOSSIER RAGAZZI & DINTORNI – Marzo 2014

IL TALENTO DELL’EDUCATORE – CATECHISTI PARROCCHIALI – Febbraio 2014

Catechisti Feb14

IL TALENTO DELL’EDUCATORE

di Emilio Salvatore

Il padrone della parabola, che dona i talenti prima della sua assenza, mette in atto una sorta di fiducia piena nei servi. Consegnando a ciascuno, «nella misura delle sue possibilità», una somma ingente di danaro, costituisce il servo come persona responsabile ossia capace di corrispondere alla fiducia del proprio Signore.educatore
Tutti i padri della Chiesa hanno visto in questa figura, assente fisicamente nella sua comunità, l’immagine del Signore Risorto.

Il Signore, anche se non è più fisicamente presente, ha distribuito alla Chiesa i suoi doni. È importante riflettere sulla natura di questi doni.
• Ogni dono crea un legame tra il donatore e il destinatario; suscita un processo di rivelazione di ognuno a se stesso, disvelando possibilità inedite. Il dono è sempre educativo in quanto dice qualcosa di chi lo dona, ma soprattutto investe chi lo riceve di una serie di input: cosa mi rivela del mio Signore? Cosa farò di questo dono?
• I doni del Signore non sono soltanto quelli di natura per cui la parabola, nel corso della storia dell’interpretazione, è servita molto anche sul piano psicologico a provocare un processo di crescita personale, ma soprattutto i doni dati al singolo per il servizio della comunità.
educatore_1• È attraverso il servizio che i servi della parabola sono chiamati al successo. Tutto questo è la regola della comunità cristiana. Oggi, spesso, proprio facendo leva sulle capacità personali, il talento diventa una sorta di requisito per il successo sulla base di istanze meramente esteriori: la bellezza (per le veline); l’abilità fisica (per gli atleti); le risorse imprenditoriali (per i manager).
• Una visione dei talenti, basata solamente sull’elemento naturale, risulta connotata da una sorta di fatalistica predisposizione, per alcuni, o a una forza di slancio prometeico, per altri.
I talenti della parabola, al contrario, sono doni diversificati, che sembrano inglobare capacità naturali e anche doni di grazia, di indole spirituale.

Il ritorno del padrone, che sembra essere collegato con la venuta del Signore, alla fine dei tempi, comporta un giudizio. Nel giudizio è implicata sempre «un’immagine» di colui che esprime il giudizio (Chi è? Quale autorità ha per giudicare?): molto severa nella parabola; e anche «un’immagine» di coloro che sono «giudicati» (Cosa hanno fatto per meritare tale giudizio?). I primi si rivelano buoni e saggi, il terzo pigro e infedele.
• Il giudizio non dipende soltanto da un’adesione a standard esteriori, ma è conseguenza dell’agire e, quindi, del cammino educativo di ciascuno dei servi.lavoro-educatori
– I primi due sono usciti dalla logica autoreferenziale, mettendosi in gioco, facendo fruttificare i talenti.
– Il terzo è restato nella paura per se stesso e per la propria vita, chiudendosi in una sorta di legittima difesa dalle eventuali sanzioni del padrone.
• Il coraggio dei primi due, con il giudizio positivo, è direttamente proporzionato alla sintonia con il proprio Signore. Il vero premio consiste, come dice bene il testo, in una partecipazione alla gioia di lui.
• Il rendiconto, il giudizio, oggi così poco avvertito anche nelle nostre comunità, appare una sorta di realtà, o troppo lontana e, quindi, da snobbare, oppure troppo forte e di cui avere paura.
• È, invece, il continuo richiamo ad essere fedeli al dono ricevuto.
La logica della minimum tax per Gesù non serve, non aiuta a crescere né noi stessi, né la comunità ecclesiale sulle orme del Vangelo.

Ogni educatore è, da una parte, una persona che ha ricevuto personalmente tanti doni. Nella misura in cui egli è grato per essi, riesce a infondere gratitudine nei soggetti a lui affidati; nella misura Animatoriin cui li mette in circolazione intorno a sé, diventa talent-scout, ossia persona capace di suscitare valorizzazione e riconsegna dei talenti agli altri.
Nella Chiesa, in passato, erano tante le persone dotate di questa coscienza, oggi sono sempre di meno, non perché non abbiano questi doni dal Signore, ma perché la pigrizia invade anche gli educatori, rendendoli spesso incapaci di dare di più, di offrirsi con amore.

DOMANDIAMOCI…
• La nostra visione della famiglia e della Chiesa è improntata al conseguimento di un successo effimero e di apparenza, oppure di quello vero?
• Ci attiviamo per corrispondere ai doni che il Signore ci ha fatto, riconsegnandoli nel vissuto a parenti, amici, fratelli, sorelle, agli uomini e alle donne che incontriamo sul nostro cammino.

Questi e molti altri suggerimenti, nel numero di Febbraio 2014 di Catechisti Parrocchiali. 

Per info, abbonamenti e novità:

—> Clikka sull’immagine <—

IL GESTO CHE FA LA DIFFERENZA – DOSSIER RAGAZZI & DINTORNI – Febbraio 2014

Dossier Feb14

IL GESTO CHE FA LA DIFFERENZA

di Cecilia Salizzoni

Leo ha 16 anni, frequenta il terzo liceo, senza profitto perché la sua testa, piena di ricci spettinati, è da tutt’altra parte. Non riesce a staccarsi dai capelli rossi di Beatrice, stesso liceo un biancaanno più grande, e dal pensiero di come fare a conoscerla.
Quando finalmente questo accade, è una batosta, perché Beatrice è ammalata. Gravemente. Fa chemioterapia, i capelli che hanno preso tanto Leo, sono una parrucca e lei è quasi rassegnata a lasciare una vita che avrebbe voluto esplorare, divorare, vivere.
Un colpo basso di estrema violenza. Se Leo non trovava il coraggio per rivolgerle la parola prima, in condizioni normali, ora che l’ha vista in ospedale, ora che sa come stanno le cose, ora che i colori brillanti e pulsanti della vita – quelli che lui ama appassionatamente – sembrano sbianchire di colpo, come il sangue di Beatrice, deve trovare il coraggio per non scappare.

Lo aiuta il prof. di lettere che insegna ai ragazzi a coltivare un sogno e, quando la vita lo manda in pezzi, li invita a non desistere, ad affrontarla, anche nella sua durezza. A prenderla a pugni, magari, ma a non mollare, perché il sogno può andare oltre il limite della vita, e la vita resta bella anche se non è sempre colorata. E Leo che non è un vigliacco (anche se temeva di esserlo), si presenta a casa di Beatrice.bianca chitarra
Si dichiara. Inizia una personale battaglia contro il male di lei che ha esaurito le proprie energie e può solo rivolgersi a Dio per trovare un senso a ciò che le sta accadendo.
Lui, invece, è convinto di poterla salvare; è sicuro che il suo midollo spinale sia compatibile con quello di lei e si iscrive nella lista dei donatori contro la volontà dei genitori che hanno paura.
Lo attende un nuovo colpo basso: l’incompatibilità è al 90%. Tempo dopo, tuttavia, il suo sangue si rivelerà compatibile con quello di un’altra persona, sconosciuta, e restituirà la vita a una mamma.

Oltre al prof. c’è Silvia a sostenere Leo nel suo percorso d’iniziazione alla vita: l’amica di sempre, innamorata non riconosciuta e poi, anzi, respinta rabbiosamente, fin quando – con l’aiuto di Bea – si accorgerà che anche l’amore, come la vita, è speciale proprio quando è normale. Non è un percorso eclatante, quello di Leo, ma il Leo di fine film è cambiato e, con lui, il mondo intorno a lui.
bianca come il latteTratto dal romanzo di successo del vero prof. Alessandro D’Avenia, Bianca come il latte, rossa come il sangue, riesce a evitare le trappole sentimentali e melodrammatiche e a delineare con tratti autentici un racconto di formazione, che si rivolge agli adolescenti e cerca di fare quello che, troppo spesso, gli adulti non sanno fare: stare accanto ai ragazzi davanti alla sofferenza e alla morte.

PER SCANDAGLIARE IL RACCONTO
Nonostante il genere e il tono tra commedia e dramma rischino di appiattire la visione dei ragazzi sulla linearità narrativo-sentimentale di un teen-movie, il racconto offre spunti tematici per approfondire il discorso. Si tratta di farli venire a galla, proponendo il percorso di Leo, gli scontri e gli incontri che lo caratterizzano, il disegno dei personaggi in gioco.
• Un prof. che non è «uno sfigato», che non si fa mettere i piedi sulla testa dagli studenti, che accetta le sfide:

– come risponde alle provocazioni di Leo?film
– come stanno insieme i discorsi sui sogni, il dolce stil novo e i guantoni da box?
– qual è il vero coraggio, secondo il prof.?

• Quando il gioco si fa duro, come reagisce Leo?
• Che cosa crede di poter dare a Beatrice inizialmente? Che cosa le dà realmente?
• Che cosa Beatrice dà a lui?
• Che cosa vuole dire Beatrice quando afferma che quello di Leo non è vero amore, ma solo passione? Quando è vero l’amore?
• Che cosa succede quando Leo accetta di mettersi in gioco per Beatrice? Che cosa cambia nelle relazioni intorno a lui? Con i genitori? Con la scuola? Con Silvia?
• Anche l’ambientazione della storia, i luoghi inediti di questa Torino cinematografica, offrono spesso un contrasto significativo, tra modernità e tradizione, tra bruttezza e bellezza, tra fatiscenza e una nuova vita, imprevedibile: in che modo si inserisce nel di scorso tematico questa scelta del regista?
• All’inizio della storia il bianco, per Leo, non è un colore, è vuoto, è noia: come si colloca alla fine del racconto?

Per il trailer ufficiale:

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi nel numero di Febbraio 2014 di Ragazzi e Dintorni. 

Per info, abbonamenti e novità:

—> Clikka sull’immagine <—

UNA COMUNITÀ, NON UN TALENT SHOW – CATECHISTI PARROCCHIALI – Febbraio 2014

Catechisti Feb14

UNA COMUNITÀ,
NON UN TALENT SHOW

di Fabrizio Carletti – Mirella Spedito

In tv sono di moda i talent show, spettacoli dove una giuria giudica i partecipanti per selezionare quelli che hanno talento e scartare gli altri. Diversa è una comunità: essa non seleziona i pochissimi che hanno talento, ma opera per far emergere ed esprimere i talenti che Dio hatalenti donato a ognuno, in vista del bene comune. Il problema nasce se non si mettono i talenti a disposizione degli altri; solo condividendoli, le persone possono realizzare pienamente il proprio essere cristiani e sperimentarne la gioia.

Il percorso di iniziazione cristiana è un tirocinio, un allenamento per configurarci sempre più a Gesù. L’allenamento richiede costanza, disciplina interiore, il mettersi alla prova. La proposta di questo mese richiede ai bambini (ed eventualmente ai loro genitori) di allenarsi quotidianamente ad assumere comportamenti cristiani.

TALENTI DA IMPEGNARE E COSTRUIRE!!!     Continua a leggere UNA COMUNITÀ, NON UN TALENT SHOW – CATECHISTI PARROCCHIALI – Febbraio 2014