OLTRE IL FILO SPINATO – DOSSIER RAGAZZI & DINTORNI – Marzo 2014

Dossier_Marzo 2014

OLTRE IL FILO SPINATO

di Cecilia Salizzoni

Tratto dal romanzo dell’irlandese John Boyne (2006), Il bambino con il pigiama a righe è un racconto di fantasia dal l’epilogo tragico, sul tema della shoah.

Bruno, 8 anni, figlio di un ufficiale dell’esercito tedesco, è costretto a trasferirsi con la famiglia da Berlino nei pressi di un campo di concentramento nazista, il cui comando è stato affidato al padre. Ma Bruno non ha idea di cosa sia un campo di concentramento e nessuno, in famiglia, ha voglia di spiegarglielo.
Così, nonostante i divieti dei genitori, un giorno va a vedere di persona che cos’è quella che, dalla sua stanza, gli appare come una strana fattoria dove tutti girano con in dosso un pigiama a righe. E lì, al di là del recinto di filo spinato che circonda la strana fattoria, conosce Shmuel, 8 anbambinini come lui, ma ebreo.
E fa amicizia. È un’amicizia difficile da riconoscere davanti ai familiari e ai nazisti fanatici, come il tenente Kotler, che girano per casa, mettendo paura a Bruno e affascinando la sorella maggiore, Gretel. È un’amicizia che lo mette alla prova e, se in un primo momento Bruno cede alla paura e tradisce l’amico, esponendolo all’ira violenta di Kotler, in seguito troverà il coraggio per ritornare e stargli accanto fino in fondo, passando al di là del re cinto e finendo insieme con lui nella camera a gas.

Il film, come il romanzo, è un apologo paradossale sulla cecità morale che ha consentito l’avvento e la crescita del Terzo Reich germanico. L’incapacità del bambino di comprendere il senso reale delle cose intorno a lui, il persistere in uno sguardo ingenuo, di normale umanità, con il suo terrificante epilogo smaschera nel modo più diretto e doloroso la cecità degli adulti, il loro non voler vedere le cose come realmente stanno. Mette a nudo la menzogna su cui si ergeva tutto il castello ideologico e permetteva l’infamia dello sterminio: «Quelli al di là del recinto non sono uomini».   

Discorso storico su nazismo e shoah a parte, ciò che interessa portare all’attenzione dei ragazzi, in questa sede, è il dato universale della storia: la capacità innata e non corrotta di Bruno, di vederebambino righe nell’altro colpito dalla sventura, la comune umanità. Bruno sembra non vedere i segni della sventura impressi con evidenza nel corpo e nell’abito dei detenuti allo scopo di marchiarli e farne oggetto di rigetto. Vede persone come lui, che non stanno bene, che hanno bisogno del  suo aiuto.

Non è solo inconsapevolezza infantile, o proiezione del proprio mondo privato, protetto e sereno, sull’esterno, perché, a differenza di Gretel, Bruno rifiuta di indossare gli occhiali dell’ideologia che gli vorrebbe imporre il precettore, o il padre, o Kotler. Spinge il suo sguardo dove gli altri evitano di guardare, e confronta ciò che vede con ciò che gli è detto e mostrato, anche se questo mette in crisi la sua felice visione del mondo e gli insinua il dubbio che suo padre «sia cattivo».
In questo dubbio, venuto a galla nella sua coscienza, sta forse la molla che lo spinge a varcare il confine che separa i due mondi, deponendo i suoi abiti per indossare quelli da prigioniero. Aiutare Shmuel a ritrovare il padre, scomparso da tre giorni, risponde infatti al bisogno che lui stesso prova di ritrovare la fiducia nel proprio. È l’apparentamento definitivo, irrevocabile – a lui come al coaltalena bambinoetaneo ebreo, bastano una divisa e un berretto ad annullare le differenze e a trascinare anche lui nei meccanismi di annientamento dell’altro, che regge il campo, dimostrazione estrema che obbliga i familiari a riconoscere in tutto il suo orrore la realtà cui hanno aderito.

In alternativa a questo film, se si volesse un approccio meno straordinario e storico, e soprattutto un finale più lieto, si può riprendere il film di Gabriele Salvatores, Io non ho paura, che sviluppa un discorso tematico del tutto affine, però con modalità di racconto più crude.
Per un approccio meno duro, si potrebbe utilizzare invece il film di Cristophe Barratier, Les choristes.

PER SCANDAGLIARE IL RACCONTO

  • Che cosa induce Bruno a recarsi al lager?
  • Cosa separa e cosa accomuna i due bambini da una parte e dall’altra del filo spinato?
  • Che cosa sente Bruno a questo riguardo?
  • Cosa riconosce al di sotto del «pigiama» e del fisico deturpato dalla detenzione disumana?
  • Cosa pensano, invece, il padre, il tenente Kotler, l’insegnante, Gretel?
  • Cosa testimonia Bruno con la sua scelta finale?
  • bambini manoQual è la scelta finale del regime nazista? Se tutto fosse vero e giusto come si asserisce con arrogante sicurezza, per ché il padre realizza un documentario falso sulla vita nel lager? Perché sigilla la finestra nella camera di Bruno? Che cosa induce la madre a cambiare idea?
  • Proviamo ora a universalizzare il messaggio del film: in che modo ciò che fa il piccolo Bruno riguarda anche noi, oggi?
  • In che senso si può paragonare a ciò che fa Gesù verso l’umanità? Per chi è venuto Gesù e come ha fatto ingresso nel mondo?
  • Quale tipo di detenzione sperimenta l’umanità? Chi o che cosa può liberarla? Chi può confortarla e restituirle la dignità perduta?
  • Che cosa è chiesto a ciascuno di noi?
  • Come reagiamo di fronte a persone che portano su di sé il segno della sventura?
  • Come ci comportiamo nei confronti di compagni rifiutati dal gruppo, emarginati o derisi? Ci allineiamo a quello che pensano i più, o giudichiamo con i nostri occhi e il nostro cuore?
  • Siamo capaci di sentire la dignità ferita dell’altro come se fosse la nostra? Siamo capaci di metterci dalla loro parte?

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi nel numero di Marzo 2014di Ragazzi e Dintorni. 

Per info, abbonamenti e novità:

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