Parabolando – Per una fede che diventa vita – La preghiera/4

Domenica 23 gennaio, nella comunità delle Figlie di San Paolo (Paoline) di Napoli, Viale dei Colli Aminei, si è tenuto il terzo incontro di formazione e spiritualità per giovani dai 17 ai 30 anni: Parabolando – Per una fede che diventa vita:

«Ciao ragazzi! Che bell’incontro ho vissuto domenica, ma l’avrei dovuto capire già dal tema: la preghiera! Abbiamo iniziato la nostra giornata con una dinamica dove ognuno doveva rappresentare nel modo che preferiva, il proprio modo di pregare. I miei compagni hanno scelto di realizzare dei disegni o dei fumetti, io ho preferito una piccola scenetta di muto con cui ho reso in pochi minuti il mio modo di pregare durante la giornata, sempre di corsa e, beh, inutile scendere nei particolari si sa bene com’è la vita di un universitario… Nella scenetta sono stati solo due i momenti in cui facevo vedere che rallentavo: nella Messa giornaliera e nella riflessione sulle letture, in cui finalmente mi sedevo e prendevo la Bibbia tra le mani. Dopo questa divertente dinamica abbiamo iniziato la preghiera, quella ‘vera’ stavolta , che abbiamo concluso con la visione di un videoclip sulla preghiera realizzato sulla canzone Perdonami di Enrico Boccadoro. Dopo, con la catechesi di suor Mariangela, abbiamo riflettuto sul brano del Vangelo di Luca 18, 1-8. Sì, proprio il brano della vedova importuna; il brano che mostra i frutti della richiesta costante e che mi ha scatenato molti interrogativi di cui alcuni proprio in merito all’ultima frase: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”. Finita la catechesi, dopo uno spazio di riflessione personale, siamo andati nella vicina parrocchia per la Messa e poi abbiamo pranzato, dividendo ciò che avevamo portato. A seguire abbiamo vissuto un simpatico e “giocoso” momento di fraternità e distensione. Nel primo pomeriggio ci siamo riuniti nella cappella grande del convento che per l’occasione abbiamo trovato… completamente al buio! Solo la lampada del Santissimo Sacramento brillava, e questo non certo perché le Paoline avessero voluto improvvisamente risparmiare sulla corrente, ma perché la cappella raffigurava simbolicamente un po’ noi stessi prima di metterci a pregare. La presenza del Signore è in noi, costante e luminosa, ma per illuminare tutto il nostro essere, il signore ha bisogno del nostro desiderio di metterci in comunione con Lui. A volte possiamo essere sconfortati dal fatto di “non sentire la sua presenza”, la sua fiamma in noi può essere affaticata dal peccato… questo è possibile, ma sapete cosa c’è dopo una caduta? La volontà di rialzarsi, di chiedere aiuto, il sussurrare a denti stretti ma pieni di fiducia: “Signore aiutami tu”. Invocata la presenza del Signore tramite lo Spirito saremo sempre e immancabilmente inondati dalla sua presenza calda e luminosa. Provate ad immaginare la cappella in penombra con la luce del Santissimo a rischiarare un po’ il Tabernacolo. Appena ci siamo messi a pregare, appena in noi è comparsa la volontà di entrare in rapporto col Signore, ecco che la luce si è fatta davvero strada nelle tenebre e tutto si è illuminato! Cappela compresa! Interiormente, ma anche visivamente ed emotivamente mi sono sentita davvero figlia e amica di Dio. In quel momento di luce, accompagnato da un canto, è stato esposto il Santissimo Sacramento ed è iniziata l’Adorazione: il modo migliore per raccogliere la giornata e deporla ai piedi di Cristo. Non vi nascondo che gli ho affidato anche tutti voi che seguite le nostre esperienze e condivisioni. Chissà, magari la prossima volta sarai proprio tu che ora leggi a condividere come hai vissuto la tua giornata con il gruppo giovani ».

Chiara – Salerno

Buona domenica!

Ma quello che è stolto per il mondo,
Dio lo ha scelto per confondere i sapienti;
quello che è debole per il mondo,
Dio lo ha scelto per confondere i forti;
quello che è ignobile e disprezzato per il mondo,
quello che è nulla, Dio lo ha scelto
per ridurre al nulla le cose che sono

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (1Cor 1,26-31)
IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO -Anno A-

 

La parola a…
Paolo Curtaz

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Cioè beati quelli che sono consapevoli della loro povertà interiore, del limite che portiamo scolpito nel cuore e che, perciò, cercano altrove, cercano il senso. Ma anche beati coloro che vivono con un cuore semplice, essenziale, trasparente. Beati perché, anche se non se ne accorgono, lasciano Dio regnare in loro.

Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
Beati coloro che, pur essendo nella sofferenza, sanno volgere lo sguardo oltre l’orizzonte, al Dio che fa compagnia, che con-sola, che sta con chi è solo. Beato chi sa che la vita è inserita in un grande progetto e che se anche la singola vicenda umana può essere avvilente, può essere sconfitta, il grande progetto di Dio avanza. Beato chi scopre che la vita è preziosa agli occhi di Dio, che nessun uomo, mai, è solo e abbandonato, che anche i capelli del nostro capo sono contati (Mt 10,30) e le lacrime raccolte (Sal 56,9), perché il Dio di Gesù protegge i passeri che si vendono per due spiccioli (Lc 12,6). La sofferenza, allora, non è la parola definitiva della vita.

Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che non cedono alla violenza che portano in loro stessi, che vedono il lato positivo delle persone, che credono nella redenzione dell’uomo. Anche se all’apparenza vincono i malvagi, la storia vera, quella di Dio, passa attraverso le persone che hanno imitato Dio nella sua mitezza compassionevole.

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati quelli che non si arrendono all’ingiustizia, che sanno mettersi in gioco, che sono autentici e sinceri, che portano il peso delle loro scelte e dei loro sbagli. Beati quelli che non cedono alla seduzione del compromesso, dell’astuzia malevola, del basso profilo.

Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati quelli che, come Dio, guardano alla miseria col cuore, che non giudicano sé e gli altri impietosamente, che chiedono responsabilità e coerenza ma che non fanno della giustizia un idolo. Se giudicano gli altri con verità e compassione troveranno verità e compassione per loro stessi.

Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati quelli che hanno uno sguardo trasparente, che non sono ambigui, che non hanno malizia, che non vedono sempre e solo il negativo, che non passano il tempo a sottolineare l’ombra degli altri per attenuare la propria, la loro purezza diventa una trasparenza da cui poter accedere a Dio.

Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati quelli che scommettono sulla pace, che sono pacifisti perché pacificati, che non fanno della razza, del paese, della propria religione un idolo. Beati quelli che non solo parlano di pace, ma che la pace la costruiscono giorno per giorno con le loro azioni.

Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi.
Beati quelli che si assumono le proprie responsabilità, che non scaricano sugli altri, che hanno il coraggio di pagare fino in fondo le proprie scelte, e anche i propri errori. Beati i discepoli che non rinnegano la loro fede per paura.

 

…e per riflettere puoi scaricare: Prendere sul serio il cielo

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Adorazione eucaristica – Costruisci la tua casa sulla roccia!

Costruire è sinonimo di scavare, pazientare, progettare, valutare, non improvvisare e in ultimo, perché no, anche di osare! Quando applichiamo tutto questo al Vangelo, costruire diventa sinonimo anche di ascoltare e l’ascolto diventa non un’operazione casuale, ma il frutto di una volontà personale, di un’adesione consapevole, di una reale decisione che cambia le routine quotidiane e ci permette di dare spazio a ciò che più conta… togliendone magari al superfluo, non solo inutile, ma spesso anche non edificante. Invocare con il cuore, con una mente consapevole, con un forte desiderio non significa dire: “Signore, Signore”… non basta! Ascoltiamo quanto oggi il divino Maestro ci propone; entriamo nel vivo del suo messaggio, lasciamoci toccare da Lui e cambiare.

Lc. 6, 46 – 49

Gesù disse al popolo che lo seguiva: «Perché mi invocate: “Signore, Signore!” e non fate quello che dico? Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene. Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la distruzione di quella casa fu grande».

C’è qualcosa che, oggi, mi risuona dentro: “Perché mi chiamate? Perché dite: Signore vieni? Perché volete sentire le mie parole se poi, ritornate sui vostri passi, senza credere a nessuna delle cose che vi dico?”.
Oggi nel cuore non sembra esserci posto per altro… Signore, queste tue parole risuonano con una forza spaventosa. Non è già troppo dura la vita, perché tu debba aggiungere peso a peso? Venire da te, restare ad ascoltarti, ricevere sempre tutto, senza mai l’ombra di un giudizio, sapere di essere da te attesi, desiderati, amati è l’unica vera forza di questa vita a volte così estenuante… Ci hai chiamato beati, ci hai fatto vedere le vie di una nuova felicità, ci hai parlato di misericordia, di amore, di accoglienza del fratello… perché allora ascoltarti e ritornare rasserenati, sui nostri passi, non può bastare? Perché non può bastare una vita tranquillizzata dalle tue parole? In fondo lo sai anche tu. Quello che proponi solo tu lo puoi realizzare! Nessuno in questo mondo può trasformarlo in realtà. Perché allora, lasciarci così? Perché dopo tutto quel tempo trascorso a pendere dalle tue labbra, prima di lasciarci, ci dici questo? Eravamo venuti perché dicevano che ci avresti guariti tutti, nel corpo e nello spirito. E tu ci hai lasciato qui, soli e te ne sei andato verso nuovi incontri… l’unica eredità è questa domanda, pesante, sul cuore, come una grossa macina: “Perché mi cercate e poi non realizzate ciò che vi dico?” Ascoltare, non basta! Venire da me solo perché non c’è di meglio, non serve! Sentire e ignorarmi, non vi aiuta. Sentir parlare di nuova felicità, immaginare il vostro cuore come un tesoro, sapere di poter essere un albero buono che dà frutti buoni, sentirvi chiamare per nome per una promessa di dono infinito e poi ritornare alla vita di sempre, come se nulla fosse, fa male. Chi viene a me, venga per ascoltare e trasformare in realtà le mie parole! Chi viene, scelga di ascoltare, lo scelga con tutto se stesso, con tutta la volontà, con tutte le energie. La vostra vita è come una casa. Se decidete di costruirla con me, restate con me, credete alle mie parole anche quando sconvolgono i vostri piani, scavate in profondità, senza arrendervi, senza temere la stanchezza, le mani doloranti, le braccia stanche. Restate, perché solida è la casa di chi costruisce con pazienza. I fiumi irruenti della sfiducia, della paura, delle delusioni, dei sogni infranti, nulla potranno contro quella casa che ha in me, e sulla mia parola, il fondamento.

Venite e me tutti! Insieme per pregare la Parola e adorare la presenza Eucaristica del Signore. Questo è il valore delle tracce di preghiera che settimana dopo settimana ci accompagneranno in questo anno liturgico. Le tracce complete da scaricare resteranno disponibile solo per una settimana! Ci auguriamo di poter costruire tra noi, seppur virtualmente, una comunione di preghiera che ci unisca e ci rafforzi nel credere.
Buon cammino nel Signore Gesù, crocifisso e Risorto!

Chi volesse un sussidio che accompagni la preghiera per ogni tappa dell’anno liturgico, può acquistare nelle librerie paoline Attirerò tutti a me, adorazioni eucaristiche per tutto l’anno liturgico, di sr. Mariangela Tassielli, autrice anche delle tracce di preghiera che ci saranno proposte, ogni settimana.


Tra note e realtà – Non si fa giorno mai

Qui dove sto il tempo è assente
non lo vedo però mi pesa un po’…
Qui dove sto niente coscienza
violenza sì perdono no
qui dove sto la vita è spenta
anche se bisogno di verità
qui ancora c’è.
Fatti da te creati ad arte
allora perché tante disparità
che questa umanità si perde sempre
col tuo silenzio e il dubbio crescerà.
Non siamo angeli…
sempre più deboli…
tu ci hai lasciati qui
(Coro) così, potresti perderci
(Coro) lo sai, su questi cuori sai

non si fa giorno mai…
Guardaci! Ascoltaci! Perdonaci!

( Renato Zero
Non si fa giorno mai)

 

In sei miliardi parcheggiati qui” su un pianeta comune, sotto un cielo comune, con una storia in comune.
Chi siamo?
Tessere preziose di un infinito mosaico o forze risultanti di una misteriosa casualità?
Sei miliardi così uguali eppure tanto diversi: tutti pronti a “percorrere la terra”, nel bene e ad alzare gli occhi al cielo, nel male. Ognuno con la propria fede: tutti con un proprio dio, ciascuno con i propri diritti da salvaguardare e imporre.
Giustizia, uguaglianza e libertà per tutti. Questa è la democrazia: decisione di pochi, dovere per molti.
Democraticamente scelgo cosa potrebbe servirti. Democraticamente ti dico cosa devi fare. Democraticamente scelgo ciò in cui devi credere e chi sono coloro di cui devi fidarti.
E’ la democrazia personale di chi confonde e non ricorda più… o forse preferisce ignorare…

Sotto lo sventolio delle bandiere, troppe sono le coscienze intorpidite e sonnolenti, troppe le intelligenze abdiganti, troppe le ideologie defunte.
Chi ha il coraggio di credere ancora in qualcosa?
Chi ha la forza di difendere la verità?
Chi riesce a schierarsi dalla parte dei perdenti?
Chi non ha paura di scendere nei sentieri del perdono?

Siamo pronti a condannare il Cielo con numerose domande e infinite accuse: i tuoi silenzi, la tua mano, le tue distanze.
Eppure ogni giorno, come sempre, su di noi continua a sorgere il sole. Sulle nostre notti continua a brillare la luna.

Guardaci, ascoltaci, perdonaci… ogni giorno i raggi del Sole ci sfiorano…

Tu ci sei!… e noi?

di suor Mariangela fsp

 

 Guarda il video 

 

CATECHISTI PARROCCHIALI – Gennaio 2011: Il compiersi della Parola, oggi

La scelta di un metodo

di Franca Feliziani Kannheiser

La scelta dei metodi all’interno di un percorso di catechesi non è mai cosa improvvisata ma, al contrario, è frutto di un’attenta riflessione sugli obiettivi a cui si tende e sui contenuti, oggetto di comunicazione e di riflessione.
Nell’incontro di catechesi il fanciullo è invitato a fare esperienza concreta di comunità, a sperimentare il valore della comunicazione e della condivisione, non soltanto perché indispensabile alla crescita umana, ma perché il Signore si manifesta ed è presente «là dove sarete riuniti nel mio nome».
Ogni metodo, quindi, che favorisce l’ascolto rispettoso, lo scambio e il dialogo, permette l’esercizio dello «stile» cristiano che deve permeare tutta la vita. In questa ottica pensiamo anche a introdurre, nell’incontro di catechesi, metodi come il lavoro a coppie e i lavori di gruppo.
Lavorare in coppia può raggiungere diversi obiettivi, come quello di favorire una conoscenza più approfondita dei membri del gruppo, che si attuerà, soprattutto, con un opportuno ricambio dei partner; di stimolare processi di socializzazione, permettendo anche ai più timidi di esporre le proprie idee; di confrontarsi attivamente con i compagni.
Per evitare che il lavoro in coppia degeneri in discussioni senza fine o in bla-bla superficiali, è necessario che il catechista affidi ai due partner compiti ben precisi, come ad esempio:
• intervistarsi a vicenda sulla tematica in questione, formulando precedentemente per iscritto determinate domande;
• ricercare materiale sul tema in oggetto;
• sviluppare una tesi pro e una contro e saperla giustificare;
• riportare su un cartellone i risultati a cui si è pervenuti e verificarli, poi, con i compagni, ecc..
Attraverso il lavoro di gruppo, invece,  si possono raggiungere i seguenti obiettivi:
• un’accresciuta socializzazione: i fanciulli imparano a conoscersi, a parlare fra loro, ad ascoltarsi con attenzione…
• un aumento della cooperatività: i membri del gruppo devono accordarsi sui criteri comuni di scelta, devono saper distribuire il lavoro, tenendo conto degli interessi e delle competenze di ciascuno;
• un maggiore coinvolgimento personale: il piccolo gruppo permette anche ai più timidi di essere protagonisti; di esprimere senza paura le loro opinioni; di fare tentativi senza esporsi a tutto il gruppo.
Questi obiettivi sono raggiungibili solamente se il catechista conosce e applica correttamente i criteri di questa tecnica che richiede tempo, capacità organizzativa e (almeno all’inizio) una buona dose di flessibilità e di pazienza per riuscire a indirizzare il gruppo, pur rimanendo dietro le quinte, e senza perdere il controllo del processo educativo che si sta svolgendo.
Le fasi principali del lavoro di gruppo sono:
1a fase: scelta del tema o dei temi intorno a cui lavorare e ricognizione del materiale necessario. Il catechista propone, orienta o, soprattutto se i fanciulli non sono abituati a lavorare in gruppo, offre precise direttive. Tutto ciò avviene in assemblea. La chiarezza e la precisione che caratterizzeranno questa fase saranno decisive per l’intero processo.
2a fase: formazione dei gruppi. È un momento molto delicato: è, infatti, necessario trovare un equilibrio tra la naturale esigenza dei ragazzi di lavorare con chi trovano amico, simpatico, affine  e la necessità di non emarginare nessuno, e di estendere il processo di socializzazione così che tutti i membri del gruppo imparino a conoscersi sempre meglio.
È importante, inoltre, ricordare che il gruppo deve essere abbastanza piccolo per permettere la partecipazione di ognuno, ma anche sufficientemente numeroso per favorire uno scambio fecondo di esperienze. Il numero ottimale è di cinque/sette persone.
3a fase: distribuzione delle mansioni all’interno del gruppo. Si dovrà soprattutto attribuire il ruolo del coordinatore che avrà il compito di:
• chiarire il lavoro che il gruppo deve affrontare;
• vigilare perché ciascuno svolga la sua parte;
• fare attenzione che si rimanga nel tempo a disposizione;
• sintetizzare e riportare in assemblea le conclusioni del lavoro.
4° fase: a conclusione dei lavori, il gruppo decide in quale forma esprimere i risultati della sua ricerca (attraverso una relazione orale, un cartellone, un grafico, ecc.).
Un buon lavoro di gruppo è caratterizzato da un elevato grado di autonomia: ciò significa che il catechista deve essere chiamato in causa il meno possibile, sia per spiegare i contenuti della ricerca, sia per sedare eventuali conflitti fra i componenti.
Egli sarà, quindi, attento a non intralciare con i suoi interventi il cammino del gruppo che, per paura di sbagliare o per semplice pigrizia, potrebbe tendere a delegargli la propria responsabilità.

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi nel numero di Gennaio di Catechisti Parrocchiali

Per Per vedere il sommario di Catechisti Parrocchiali di Dicembre 2010 clicca qui

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Buona domenica!

Il popolo che abitava nelle tenebre,
vide una grande luce,
per quelli che abitavano

in regione e ombra di morte
una luce è sorta.

Dal Vangelo di Matteo (Mt 4,12-23)
III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO -Anno A-

 

La parola a…
Paolo Curtaz

Dio, preferisce i discoli ai bravi ragazzi, invita i primi della classe ad uscire e sporcarsi le mani, obbliga chi lo segue ad andare verso le inquiete frontiere della storia, piuttosto che serrare i recinti delle false certezze della fede.
Dio è così, ama il rischio, vuole sporcarsi le mani, parte ad annunciare il Regno là dove nessuno lo aspetta.
Né lo desidera.
E così può e deve diventare la comunità cristiana, capace di uscire dalle chiese per ridare Dio al popolo, per condividere con esso il cammino.
E così possiamo e dobbiamo diventare noi, a imitazione del Maestro, noi che viviamo nella città, nei luoghi in cui del cristianesimo sono rimaste pallide tracce culturali, fra le persone che credono di credere, che vivono lontane da Dio, pur desiderando conoscere il senso senza saperlo.
Così siamo noi, meticci, imbastarditi, fragili perché figli di questo tempo, discepoli sì, ma più nel desiderio che nella coerenza di vita.

 A loro, a noi, Gesù rivolge la Parola. Bruciante. “Convertitevi perché il Regno si è fatto vicino”.

 

…e per riflettere puoi scaricare: Periferie

 

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RAGAZZI & DINTORNI – Gennaio 2011 – Dossier Fortezza

Fuori la grinta, ragazzo!

di Fausto Negri

Alla fine del secondo episodio della saga di Harry Potter, «La camera dei segreti», il protagonista combatte da solo contro l’orrendo Basilisco. Pur assalito dalla paura, lo affronta con un moto d’orgoglio: «Ho visto chi tu sei veramente. Sei un relitto. Più morto che vivo. Sei brutto, sei vigliacco!». Harry tira fuori tutta la sua grinta e solo allora arriva l’aiuto dall’alto: la Fenice, dal canto ultraterreno. Senza di lei, Harry non ce la farebbe mai, anche se l’aiuto che gli dà sembra poca cosa. La Fenice acceca il serpente e dal cappello esce la spada che Potter conficcherà nel palato del Basilisco, uccidendolo. Saranno poi le lacrime taumaturgiche della Fenice a guarire la ferita mortale del ragazzo. È sempre lei che lo riporta in superficie, vincente e determinato più che mai.

Lo Spirito Santo è proprio un dono simile a questo: scende dall’alto, ci rende forti contro il male e guarisce le nostre ferite. L’intelletto e il consiglio devono essere completati dalla fortezza, che dona la capacità di portare avanti le scelte e abilita ad affrontare il combattimento contro ogni tempesta e nubifragio.
Chiedere il dono della fortezza non significa non temere più nulla. Chi non teme niente è un incosciente. Fortezza significa che, anche avendo paura, si va avanti lo stesso. La fortezza dona tre grandi qualità: la fiducia in se stessi, una grande speranza e la resistenza al sacrificio.
La fortezza è il dono che infonde decisione e coraggio, costanza e tenacia, perseveranza e coerenza.
La fortezza ci dona la forza di essere solidali con coloro che hanno bisogno. E, infine, ci dà la forza di testimoniare la fede, superando la paura.
Rende robusta la fede, invincibile la speranza, operosa fino al sudore la carità. Non toglie le croci, ma ci dà il coraggio di portarle con serenità.
È il dono della costanza e della tenacia. Non della volontà di potenza, ma della potenza della volontà.

Si può affrontare questo tema con i ragazzi partendo proprio dal racconto di Harry Potter e poi in gruppo si può attualizzare l’argomento riportandolo alla vita dei ragazzi attraverso alcune sottolineature: la fortezza come dono e come lotta, i frutti che produce, le forme in cui si esplica.
Rifocalizzarne il significato nelle sue specificazioni e sollecitare i ragazzi a trovare i termini che la spiegano nella sua valenza positiva e farne un elenco scritto.
Poi, invitare a raccontare un’esperienza personale negativa, in cui non hanno affrontato le difficoltà, oppure una in cui sono stati aggressivi e prepotenti, e come l’hanno vissuta.
Far raccontare, successivamente, un’esperienza positiva, in cui si sono comportati con coraggio, fermezza e anche con umiltà, e che cosa hanno provato.
Chiedere, infine, in quali occasioni è importante mettere in atto il dono della fortezza. Forse sempre?

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi sul numero di Gennaio dell’inserto Ragazzi & Dintorni dossier mensile di Catechisti Parrocchiali.

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