Buona domenica! – I di Quaresima (Anno B)

«Stava con le bestie selvatiche e
gli angeli lo servivano»

Dal Vangelo di Marco (Mc 1, 12-15)
I DOMENICA DI QUARESIMA – Anno B

Via le maschere, adesso! Quelle di Carnevale, certo, ma soprattutto quelle che indossiamo sempre. E’ iniziata la Quaresima, il tempo che ogni anno ci viene donato per tornare all’essenziale, per tornare a noi stessi, per fare in modo che l’anima ci raggiunga, per incontrare Dio. Lo desideriamo, certo, ma sappiamo bene quanto sia difficile conservare la fede, fare del Vangelo il metro di giudizio della nostra vita, restare in intimità con noi stessi. Questo tempo di essenzialità ci prepara alla grande festa della Pasqua e dobbiamo vegliare finché le tante iniziative proposte dalle parrocchie in queste settimane non ci giungano abitudinarie e fiacche. Non lasciamo la maschera che indossiamo per indossare la maschera del penitente pensando, così, di far piacere a Dio. Il problema non è mangiare il prosciutto di venerdì, o mettere da parte dei soldi per le missioni, né fare le facce da mortificati, ma vivificare la nostra fede. Come Gesù è entrato nel deserto per decidere come affrontare la sua missione, così anche noi entriamo del deserto per mettere a fuoco le scelte che vogliamo fare. Certo: leggendo il vangelo di Marco si resta piuttosto delusi: l’evangelista sintetizza le tentazioni di Gesù in due soli versetti, senza entrare nel dettaglio. Ma stiamo imparando a diffidare dell’apparente semplificazione di Marco. Le sfumature che contraddistinguono il suo racconto sono un universo da scoprire.

LO SPIRITO
È lo Spirito che spinge Gesù nel deserto per soddisfare il suo desiderio di verità, di preghiera, di silenzio. Lo abbiamo già incontrato, di notte, da solo, a pregare il Padre, il Maestro.  Ora lo ritroviamo per un lungo periodo a concentrarsi solo sul suo rapporto con Dio. Avessimo il coraggio anche noi di imparare il silenzio! Di scoprire una preghiera fatta di ascolto! Di osare, sospinti dallo Spirito, qualche giorno all’anno da dedicare allo spirito! Avessimo anche noi il coraggio di ridire al nostro cristianesimo tiepido che lo Spirito ci spinge! Che ci obbliga all’interiorità!
Per quaranta giorni Gesù resta nel deserto, tentato da satana. Non è una parentesi nella sua vita: i quaranta giorni, nel cammino dell’Esodo, indicando una generazione, cioè una vita.  Per tutta la vita Gesù ha voluto stare in contatto intimo con Dio, nel deserto del suo cuore.  Per tutta la vita Gesù ha combattuto contro colui che divide, contro l’avversario, il satana. Il termine usato da Marco, uno dei tanti a sua disposizione, non indica, in questo caso, la personificazione del male, ma lo spirito maligno, l’avversario, il divisore. La parte oscura della realtà che ci mette a dura prova, continuamente. Esiste il male e ci porta alla paralisi, come dicevamo domenica scorsa. Esiste ed agisce continuamente nelle nostre vite. Siamo liberi ed è impegnativo scegliere la parte luminosa della realtà, quella che proviene da Dio. Anche noi a volte abbiamo l’impressione di essere sempre in battaglia.  È consolante sapere che anche Gesù ha vissuto così. E ha vinto.

FIERE E ANGELI
Fiere e angeli lo servono. Che significa? Gli esegeti danno due spiegazioni, scegliete voi quella che vi convince di più. Forse Marco sostiene che Gesù sta creando una nuova realtà. L’uomo che vive in armonia con il creato, con le bestie feroci, richiama lo stato iniziale di Adamo. Come a dire: Gesù è il nuovo Adamo.  Ma, aggiungo io da birichino, come a dire che nel deserto il Maestro ritrova l’armonia primigenia, e anche noi. Cosa altro dobbiamo sentirci dire per riappropriarci del silenzio e della preghiera? Forse Marco si riferisce alle fiere della profezia di Daniele: lì indicavano le grandi potenze straniere dell’epoca, qui indica i poteri contro cui Gesù deve fare i conti (Roma, il sinedrio, i farisei…) ma, anche, i poteri che riconoscono la supremazia del Signore.
La nostra vita è come un tessuto: la trama siamo noi a disegnarla, ma deve essere necessariamente intrecciata con l’ordito. La sensazione che la nostra vita non vada da nessuna parte ci deriva, forse, dal fatto che ci illudiamo di intessere una stoffa senza un ordito a cui appoggiare le nostre trame. Gli angeli, in questo caso, indicano le tante presenze che Gesù, e noi, incontriamo nel nostro percorso di fede e che ci riportano verso Dio. Un amico, un prete, un evento, un libro possono diventare angeli che ci aiutano a superare le tentazioni.

GALILEA
Marco è l’unico che lega la fine del deserto con l’inizio della predicazione in Galilea. Non entriamo nel deserto per restarci, non costruiamo un mondo a parte, ma il superamento della tentazione e il ritorno all’armonia iniziale, conseguiti grazie all’aiuto dei tanti inviati con cui Dio accompagna il nostro cammino ci spingono a diventare testimoni. Credibili.
Buona Quaresima, cercatori di Dio, lasciamo che lo Spirito ci spinga nel deserto.

(PAOLO CURTAZ)

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Uno per tutti, tutti per Uno – Incontri online/febbraio2012_Step5

E ci siamo, l’austero tempo della Quaresima è iniziato!

Ma dico: si può iniziare così un articolo? Bene se volessi comunicarvi la necessità della penitenza e del digiuno, direi che inizio migliore, forse non ci sarebbe… o comuque questo sortirebbe un certo effetto.
Ma non voglio comunicarvi questo! E allora azzeriamo il conta chilometri e ripartiamo!

Ci siamo, lo straordinario tempo di un face to face con Dio è finalmente inziato!

E’ così che mi piace pensare la Quaresima, come un tempo prezioso, speciale, unico… un tempo da vivere, da scegliere, da non lasciar andare inconsapevolmente. Lo sentirete dalla video-catechesi e dalla relativa  traccia di riflessione: la Quaresima ci lascerà alle soglie degli eventi pasquali, ci chiederà di entrare con i nostri piedi, coscientemente; ci preparerà a vivere da protagonisti o meno il grande dono dell’amore di Dio.

Il Signore ci porterà con sè, in questo itinerario, ci chiederà di dare tempo e spazio alla sua Parola, di aderirvi, di non mantenere distanze di sicurezza dal suo amore. Andare con lui, dietro di lui, verso Gerusalemme, luogo dell’amore fatto dono. Non aggiungo altro… se non qualche nota tecnica.

  1. Per chi volesse dividere la visualizzazione il consiglio è di dividerla in due parti, fermandosi intorno ai 24:37 minuti. Siamo davanti ai tre annunci fatti da Gesù. Siamo tutti in cammino con il Maestro, con colui che sta per essere “fatto dono”. Nella scheda FocusOn5 troverete come sempre la pista per esercitarsi in una fede chiamata a diventare vita.
  2. Come file da scaricare avrete anche quello relativo ai tre annunci, perchè ognuno possa averli, con immediatezza tra mano.
  3. Prima di partire, fermatevi su voi stessi, su ciò che il vostro cuore sta vivendo… non avanzate per inerzia: scegliete se dare a questo tempo un valore speciale, o viverlo semplicemente come uno dei tanti momenti.

E non resta che augurarvi un ascolto fecondo. Buon tutto!

Video catechesi

Come una voce sola davanti a Dio
Preghiera conclusiva

Conoscerti, Signore;
accogliere la radicalità della tua proposta di vita e di amore;
seguirti senza ripensamenti,
imparare da te il dono,
forte e dirompente nella sua radicalità.

È questo ciò che vorrei;
è di questo che mi piacerebbe fosse capace la mia vita;
è di questo che vorrei diventasse testimone la mia fede.
Al tuo essere dono per me, io oppongo i miei personali interessi;
al tuo farti totalmente uomo fino a condividerne la morte
io riesco a rispondere, a malapena, con un Sì a distanza di sicurezza;
alla tua proposta decisamente alternativa
non riesco a non pensare a ciò che il mio mondo propone
e che spesso preferisco.

Ma non mi basta!
Questo dicono le mie notti;
questo sussurra il mio cuore
nelle poche volte che gli permetto di parlare;
questo risuona dentro quando ho voglia di vita.
Non mi basta, Signore, questa vita che della Vita piena ha solo il nome,
spesso imbrattata da pennellate capaci di mascherare una verità,
che non convince più fino in fondo.

Riempimi di te, Signore! Questo desidero.
Sia questo il dono che mi permette di vivere e di scegliere.
Riempimi del tuo amore per scoprire cosa significa amare.
Riempimi di ogni tua parola perché nuova luce illumini la strada della vita.
Ho paura di dirti amen per ciò che chiedi, ma so che tocca a me.
Oggi è il tempo favorevole.
Ora è il tempo in cui bussando alla mia porta mi dici:
«Tu! Da che parte stai? Dentro o fuori? »

La strada verso Gerusalemme è lunga,
ma io voglio viverla in te. E questo sia il mio Amen!

Preghiamola tutti costantemente, se possibile ogni giorno. Sia preghiera reciproca in cui, gli uni per gli altri, come fratelli e sorelle nel Signore, invochiamo la sua grazia e benedizione, la sua pace, perchè, percorrendo questo tempo, come Chiesa, radunata nel suo nome, il nostro sia un itinerario interiore capace di portarci nel cuore della nostra fede.

L’Unigenito si è fatto dono!
La sua uguaglianza con Dio lo rende
amore visibile che entra nella storia salvandola.
Lui è l’Uno consegnato per tutti noi
perchè ognuno di noi tutti possa diventare,
in Lui, DONO!


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Sr Mariangela: m.tassielli@paoline.it

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Inoltre se hai meno di 30 anni ti proponiamo il gruppo facebook:

GEP – Giovani Evangelizzatori Paolini

Se desideri vivere momenti di preghiera ti consigliamo il libro: Attirerò tutti a me – Adorazioni eucaristiche per ogni tempo dell’anno. Autore: Suor Mariangela Tassielli – Ed. Paoline

Ti auguriamo buon cammino e buon tutto!

Ti ricordiamo il cammino di incontri online 2012 -2013

Felici di vivere

STEP PRECEDENTI

Buona domenica! – Mercoledì delle Ceneri

«Laceratevi il cuore e non le vesti»

Dal libro del profeta Gioèle (Gl 2, 12-18)
MERCOLEDI DELLE CENERI

Se in questo Mercoledì delle Ceneri qualcuno si presentasse in mezzo a noi girando per le strade, nei luoghi di lavoro e di studio con gli abiti strappati, seminudo e lacero, è molto probabile che qualche pietosa e anonima telefonata lo farebbe velocemente prelevare e ricoverare in qualche casa di cura. Se ci capitasse di vedere qualcuno impegnato a far rimanere visibile sulla fronte per tutta la durata della Quaresima la cenere ricevuta durante la Messa del mercoledì, scuoteremmo la testa disgustati dall’inutilità e dall’ostentazione del suo gesto.
È ovvio che non ci occorrono spiegazioni complicate per chiarire che cosa intende il profeta Gioèle quando esorta: “Laceratevi il cuore e non le vesti”. Il simbolo delle vesti strappate e del cuore lacerato è così chiaro ed eloquente che per capirlo non c’è bisogno di aver studiato né l’ebraico né le figure stilistiche del linguaggio biblico. L’immagine del cuore lacerato fa subito intuire che siamo di fronte ad una decisione seria in merito ad un cambiamento di vita radicale e che non si tratta solo di un gesto esterno limitato ad un determinato periodo di tempo.  Quanti propositi quaresimali, però, sono davvero un ritorno radicale al Signore misericordioso e pietoso e quanti invece solo un esteriore strapparsi le vesti che – passati i quaranta noiosi e tetri giorni – vengono di nuovo ricucite come se niente fosse?

(ANNA MATIKOVA, fsp)

Per riflettere con la Chiesa…

Messaggio di Benedetto XVI per la Quaresima 2012
(clikka e scarica)

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CATECHISTI PARROCCHIALI – Febbraio 2012: AMANTI DELLA VITA

I PORCOSPINI:
IMPARARE A GESTIRE I CONFLITTI

di Franca Feliziani Kannheiser

Un giorno d’inverno glaciale, un gruppo di porcospini si strinsero
gli uni agli altri per proteggersi contro il freddo e scaldarsi a
vicenda. Stringendosi però si procuravano punture dolorose a
causa delle spine lunghe e acuminate di cui è fatto il loro mantello.
Furono così costretti ad allontanarsi. Obbligati a riavvicinarsi
a causa del freddo intenso, si punsero un’altra volta e così via di
seguito. L’alternarsi di avvicinamenti e allontanamenti durò finché
essi non riuscirono a trovare una distanza giusta in cui erano
al riparo sia dal freddo che dalle punture.

Credo non sia difficile per noi catechisti riconoscere in questa piccola famiglia di porcospini il nostro gruppo di ragazzi e la difficoltà che sperimenta nel trovare la giusta distanza. Stare insieme comporta spesso conflitti che non possono essere eliminati del tutto, proprio perché le idee, i temperamenti, i desideri sono tanti e diversi. I conflitti non possono essere cancellati ma devono essere gestiti.

Molto spesso i conflitti nascono… fuori! Antipatie maturate sui banchi di scuola, litigi sorti nel gioco e non ancora risolti, piccole storie d’incomprensioni che riemergono alla minima occasione. Altri conflitti sorgono proprio durante l’incontro di catechesi: per la scelta del posto, la condivisione del materiale di lavoro, uno scherzo di troppo…

Molti catechisti considerano i conflitti qualcosa da evitare a tutti i costi. La loro idea del gruppo è quella (irrealistica!) di un gruppo di amici che procede d’amore e d’accordo. In realtà, proprio perché il gruppo è un cantiere sempre in costruzione, i momenti di conflitto sono inevitabili, anzi, necessari per crescere nella comunicazione e nello scambio.

Alcune regole possono aiutarci nella loro gestione:
• prima regola è evitare i conflitti non necessari con una giusta organizzazione degli spazi e dei tempi. Come abbiamo spesso ricordato, una stanza d’incontro ben ordinata, con il materiale al suo posto, l’assegnazione chiara dei posti, consegne precise tolgono molte occasioni di litigi.
• seconda regola è quella di parlarne, quando, nonostante tutto, si creano disaccordi. Se, infatti, il motivo del conflitto non è chiaro, è impossibile anche risolverlo! Imparare a esplicitare i propri sentimenti e le proprie ragioni è, inoltre, presupposto per ogni forma di comunicazione: in famiglia, a scuola, nel gioco, al catechismo.
Qual è il problema? Invitiamo i contendenti a illustrare ciò che ha portato al conflitto. In questo modo li aiutiamo a distinguere le impressioni ed emozioni da divergenze di idee e di comportamenti su cui si può discutere.
Il catechista non deve dimenticare che più il bambino è piccolo, più ritiene che l’altro sappia già ciò che lui pensa e sente: lo sviluppo della capacità di mentalizzazione, l’uscita dal pensiero egocentrico è un processo lungo e impegnativo in cui i bambini devono essere accompagnati.
• terza regola è cercare insieme soluzioni, in cui non c’è un vincente e un perdente, una vittima e un colpevole, ma un cambiamento che sia di utilità per se stessi e per l’intero gruppo. Alcuni catechisti sono, a volte, tentati di prendere la scorciatoia di decidere immediatamente loro chi ha ragione e chi ha torto, e d’infliggere punizioni che non hanno alcun legame con l’accaduto. Oppure, in caso di impossibilità di trovare il colpevole, di punire l’intero gruppo.
Si tratta, però, ancora di un ragionamento nella logica «colpa-punizione» invece di «problema-soluzione».
Individuare il problema e cercare insieme il modo migliore per risolverlo, chiama in gioco le risorse del gruppo che riflette, propone, valuta.
Dare, inoltre, la possibilità ai ragazzi, coinvolti nel conflitto, di riconoscere ed esprimere le loro emozioni, è insegnare loro che di ciò che ci fa arrabbiare «si può parlare» e non è inevitabile giungere subito alle mani!

L’invito a comprendere le ragioni dell’altro e a mettersi nei suoi panni, facendo leva sulla capacità innata del bambino e del ragazzo di provare empatia, offre uno stimolo per sviluppare il comportamento prosociale, che è una delle basi antropologiche da cui può scaturire e crescere l’amore per il prossimo.

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi nel numero di Febbraio di Catechisti Parrocchiali.

Per vedere il sommario di Catechisti Parrocchiali di Febbraio 2012 clicca qui

Per info e abbonamenti:

GP2 GenerAzioni – Una cultura dei diritti umani!

        Una cultura dei diritti umani, responsabilità di tutti

Vorrei sottolineare che nessun diritto umano è sicuro, se non ci si impegna a tutelarli tutti. Quando si accetta senza reagire la violazione di uno qualsiasi dei diritti umani fondamentali, si pongono a rischio tutti gli altri. E’ indispensabile, pertanto, un approccio globale al tema dei diritti umani e un serio impegno a loro difesa. Solo quando una cultura dei diritti umani, rispettosa delle diverse tradizioni, diventa parte integrante del patrimonio morale dell’umanità, si può guardare con serena fiducia al futuro.

E, in effetti, come potrebbe esservi guerra, se ogni diritto umano fosse rispettato? L’osservanza integrale dei diritti umani è la strada più sicura per stringere relazioni solide tra gli Stati. La cultura dei diritti umani non può essere che cultura di pace. Ogni loro violazione contiene in sé i germi di un possibile conflitto. Già il mio venerato Predecessore, il Servo di Dio Pio XII, alla fine della seconda Guerra mondiale, poneva la domanda: «Quando un popolo è schiacciato con la forza, chi avrebbe il coraggio di promettere sicurezza al resto del mondo nel contesto di una pace durevole?».

Per promuovere una cultura dei diritti umani che investa le coscienze, è necessaria la collaborazione di ogni forza sociale.
Vorrei fare specifico riferimento al ruolo dei mass-media, tanto importanti nella formazione dell’opinione pubblica e, di conseguenza, nell’orientamento dei comportamenti dei cittadini. Come non si potrebbe negare una loro responsabilità in violazioni dei diritti umani che avessero la loro matrice nell’esaltazione della violenza da essi eventualmente coltivata, così è doveroso attribuire loro il merito di quelle nobili iniziative di dialogo e di solidarietà che sono maturate grazie ai messaggi da essi diffusi in favore della comprensione reciproca e della pace.

          Tempo di scelte, tempo di speranza

Il nuovo millennio è alle porte ed il suo avvicinarsi ha alimentato nei cuori di molti la speranza di un mondo più giusto e solidale. E un’aspirazione che può, anzi, che deve essere realizzata!

E in questa prospettiva che mi rivolgo ora in particolare a voi, cari Fratelli e Sorelle in Cristo, che nelle varie parti del mondo assumete a norma di vita il Vangelo: fatevi araldi della dignità dell’uomo!
La fede ci insegna che ogni persona è stata creata ad immagine e somiglianza di Dio. Dinanzi al rifiuto dell’uomo, l’amore del Padre celeste rimane fedele; il suo è un amore senza confini. Egli ha inviato il Figlio Gesù per redimere ogni persona, restituendole piena dignità.
Dinanzi a tale atteggiamento, come potremmo escludere qualcuno dalle nostre cure?

Per saperne di più: Giornata Mondiale della Pace 1999

Dal messaggio di Giovanni Paolo II
per la celebrazione della
XXXII Giornata Mondiale della Pace

1° Gennaio 1999 
 

Buona domenica! – VII T.O. (Anno B)

«Che cosa è più facile: dire al paralitico
“Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire
“Àlzati, prendi la tua barella e cammina”?»

Dal Vangelo di Marco (Mc 2, 1-12)
VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno B

Il lebbroso, domenica scorsa, ha chiesto di essere purificato e Gesù lo ha esaudito. La lebbra, dicevamo, è la malattia della solitudine, dell’assenza di contatto fisico, del senso di colpa. L’evolversi della malattia corre parallelo all’evolversi dell’abisso morale in cui si cade: i lebbrosi erano convinti, come l’approssimativa visione di Dio lasciava intendere, di essere puniti per qualche colpa nascosta. Non c’era compassione verso i lebbrosi, né verso gli ammalati, in genere. La compassione è un sentimento entrato nel mondo religioso da quando un falegname di Galilea si è identificato con gli ammalati.
Oggi incontriamo nuovamente un ammalato, un paralitico. E Gesù lo libera dai suoi peccati e, davanti allo scetticismo degli scribi, lo guarisce fuori, dopo averlo guarito dentro. Non lo guarisce subito, la chiassosa testimonianza del lebbroso ha messo a dura prova il Maestro che non vuole essere scambiato per un guaritore. Lo guarisce quando vede i devoti scettici e polemici con la sua pretesa di donare il perdono divino. Sì, c’è una continuità nei due racconti: anche il peccato, in un certo modo, è un lebbra che ti consuma.

DOMANDE
Perché costui parla così? La domanda posta dagli scribi è al centro del racconto, il punto focale della narrazione, secondo gli esegeti. È la domanda che si pone il discepolo davanti a quest’uomo che pretende di liberare il paralitico dal peccato. Hanno ragione gli scribi scettici: solo Dio può liberare dai peccati. Se Gesù libera il paralitico dal suo peccato, e conferma questa liberazione con la guarigione, allora la sua identità crea problema.
Tutto il vangelo di Marco ruota intorno a questa domanda: chi è veramente il Nazareno? Marco dona la sua testimonianza: il titolo che usa, figlio dell’uomo, il più usato nel suo vangelo per indicare Gesù, richiama l’Antico Testamento dove il termine viene usato per indicare un uomo con una prerogativa divina ma anche, in altri casi, come segno di umiltà. Le due cifre del mistero di Gesù: l’umanità e la divinità, sono presenti sin dall’inizio. Ma ci sono molti altri particolari, nel racconto, che ci allargano il cuore.

NOMI E SPAZI
Il racconto definisce l’ammalato semplicemente paralitico. È identificato con la sua malattia, con la tragica conseguenza della sua patologia. La malattia ha invaso ogni suo spazio mentale, al punto da togliergli identità. Identità che Gesù gli restituisce: viene chiamato figlio. Noi non siamo la nostra malattia, le nostre disgrazie, i nostri peccati. Noi siamo anzitutto e per sempre figli.
E anche l’annotazione dello spazio è importante: la folla fa ressa davanti alla casa di Pietro, è accalcata. Quella folla che, due domeniche fa, cercava Gesù per “costringerlo” a tornare, lui che invece vuole andare altrove. Questa chiusura si apre, improvvisamente, quando qualcuno sfonda la terrazza fatta di canne e terra che copre l’abitazione. Il movimento non è più orizzontale, ma verticale. E le cose cambiano: il paralitico, scopertosi figlio, torna a casa sua tenendo in mano la barella, la folla anonima se ne va, lodando Dio, diventando testimone della meraviglia che si sta compiendo. Come sarebbe bello se anche noi la smettessimo di accalcarci intorno alle nostre piccole convinzioni per essere finalmente la Chiesa sognata da Dio!

PECCATO
Oggi non si pecca più, meno male! Per peccare bisogna almeno fare il kamikaze o stuprare i bambini, per il resto sono solo cattive abitudini o innocenti trasgressioni. Forse è una reazione ad una visione incentrata sul peccato di una certa predicazione del passato (tutta da dimostrare, io non c’ero): da “tutto è peccato” a “quasi nulla è peccato” il passo è stato breve ma, ahimè, ci ha fatto perdere l’equilibrio. In un giorno di nebbia tutto è grigio uguale: solo la Parola di Dio può disegnare le ombre della nostra vita. Purtroppo abbiamo ancora un approccio moralistico al peccato, come se peccare fosse trasgredire alla legge di un Dio geloso della nostra libertà che ci mette i paletti nella vita solo per farci tribolare (e tanto). Un approccio adolescenziale: in fondo ci sono persone che vivono peggio di me, cosa vuole Dio dalla mia vita? Nulla, Dio non vuole nulla dalla mia vita. La Scrittura ci svela un Dio che desidera per me la felicità, e sa come ottenerla. È lui che mi ha creato, lui sa come funziono, forse varrebbe la pena di ascoltarlo con maggiore attenzione e serietà…

LIBERI E GUARITI
Le parole che Dio ci dona sono l’indicazione verso un percorso di pienezza, di libertà, di gioia profonda e duratura. Il peccato è male perché ci fa del male, Dio mi ha pensato come un capolavoro, e io mi accontento di essere una fotocopia sbiadita… Il peccato dovrebbe essere la nostra prima preoccupazione, perché c’è in gioco la nostra realizzazione profonda, la nostra verità interiore che Dio conosce e che mi aiuta a scoprire… Non possiamo inventarci i peccati, o farci fare l’esame di coscienza dal mondo contemporaneo (non è vero che non c’è più senso del peccato, c’è, fortissimo, il senso del peccato. Quello degli altri!): è la frequentazione di Cristo che ci porta alla conoscenza del nostro limite, per affidarglielo e trasfigurarlo. È difficile conoscere ciò che è male, il male si presenta sempre come un ipotetico bene per sedurci e ingannarci.
Lasciamoci guarire, dentro e fuori.

(PAOLO CURTAZ)

Per riflettere sorridendo…

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Tra note e realtà – Istruzioni per l'(ill)uso

Il 51% delle famiglie italiane
possiede 3 o più televisori,

un adolescente su due
passa almeno 3 ore al giorno davanti alla tv.

La sua coscienza viene bombardata
quotidianamente da programmi
che propongono falsi miti e inducono a facili illusioni.
Se avessi in mano il telecomando di tuo figlio
tu cosa faresti?

Cosa ci fai davanti a quello schermo,
fuori c’è un inferno e tu rimani fermo:

te ne pentirai, non perdere tempo, usa il tuo talento al 100%!
(Gemelli diversi, Istruzioni per l’(ill)uso)

È solo l’inizio di uno dei testi più interessanti dei Gemelli Diversi: anche questa volta provocanti e assolutamente “disturbanti”. Sostanzialmente scomodi, ma dichiaratamente autentici.
Con il mondo della comunicazione e della cultura contemporanea sotto tiro finisce anche la forma mentis, la mentalità attualmente in vigore… (e la scelta delle parole non è casuale).
A questo punto però, piuttosto che aggiungere altro, preferisco richiamare parti, a mio parere provocanti, del testo:
Se avessi in mano il telecomando di tuo figlio, tu cosa faresti?
La domanda è interessante, ma verrebbe da chiedersi cosa ci impedisce di riaverlo… o forse non basta ancora. Cosa spinge un adolescente su due a preferire la tv, i social network, la chat, il virtuale al reale?
Cosa ci fai davanti a quello schermo, fuori c’è un inferno e tu rimani fermo…
Perché abbiamo bisogno di occhiali protettivi a forma di schermo per entrare in quel mondo che ci appartiene per nascita?
Chi stiamo generando? Identità forti o fragilità resistenti?
“Vuoi lasciare un segno nel mondo, cercare te stesso, scavare più a fondo… ma vah… è un conto a 7 zeri che fa la felicità. Oh…”
Detto così sembra un colpo basso alle nostre coscienze, sempre così desiderose di lasciare un segno nella storia. Di fatto a crederci siamo in molti e ad agire di conseguenza siamo quasi la totalità.
Non è pessimismo, né è il sol leone a farci straparlare. La verità dice se stessa, e si dice proprio dalla realtà delle situazioni concrete, dalle tante notizie che riempiono la cronaca, dalle parole, spesso in esubero, di chi ogni giorno annuncia, dal pulpito dei talk-show, varietà o reality, le personalissime verità oggettive…
La soluzione a tutto questo è ancora da inventare, o forse si tratta semplicemente di imparare a costruire… se stessi, la propria vita, le proprie scelte e poi il mondo.

di suor Mariangela fsp

Guarda il video

RAGAZZI & DINTORNI – Febbraio 2012 – Fedeltà

CARRI DI FUOCO

di Cecilia Salizzoni

Quello che proponiamo, è una «vecchia gloria» degli anni ’80: “Momenti di gloria”. Ambientato agli inizi degli anni Venti in Inghilterra, il film che, più di ogni altro, ha mitizzato lo sport, in realtà coglie il momento di passaggio da una concezione antica alla modernità incipiente: il gioco ginnico che completa la formazione del «gentiluomo» e ne rinsalda l’appartenenza sociale, a fronte dell’agonismo professionista che esalta le doti dell’individuo, disancorandole da un contesto di valori superiori ed esponendole al rischio dello show-business.
Nella tensione conflittuale tra le due concezioni, si pone la questione della fedeltà che darà filo da torcere ai due protagonisti principali realmente vissuti: Harold Abrahams e Eric Liddell.

Il racconto parte dalla morte del primo, prendendo spunto dalla cronaca londinese del 1978, e va a ricostruirne gli esordi sportivi di scattista all’Università di Cambridge che lo porteranno a Parigi, nel 1924, all’VIII Olimpiade e alla medaglia d’oro nei 100 metri piani.
La ricostruzione storica non si ferma ad Abrahams, ma riguarda l’intero ambiente universitario che costituisce l’ossatura dell’atletica nazionale inglese e ne detta lo spirito.
L’esperienza universitaria di Abrahams è contrappuntata in parallelo dalla vicenda dell’altra medaglia d’oro britannica nella corsa, ai giochi parigini, lo scozzese Eric Liddell.

I due protagonisti rappresentano, ciascuno a modo proprio, degli out-sider rispetto alla classe dominante. Abrahams, figlio di un finanziere ebreo di origine lituana, si pone nella condizione di «fuori casta»: l’identità culturale e l’appartenenza sociale costituiscono il suo rovello, e lui si serve dello sport come di un’arma contro la discriminazione strisciante della società britannica razzista d’inizio secolo, ma anche contro il proprio essere ebreo. Per lui, che vive la contraddizione di sentirsi inglese a tutti gli effetti, ma di non sentirsi accettato dall’Inghilterra «cristiana e anglosassone», la questione della fedeltà si pone innanzitutto come fedeltà a se stesso, alla propria dignità e riscatto sociale.
Eric Liddell, invece, porta il discorso su un livello più alto, di fede religiosa. «La più grande ala di Scozia» è nato in Cina da un missionario della Chiesa scozzese, e studia per tornare in Cina da missionario. Correre, per lui, significa sviluppare un talento che Dio gli ha donato; allo stesso tempo, però, rappresenta una tentazione che lo distoglie dall’obiettivo principale. È quanto teme la sorella, alla quale Eric chiede di mandare avanti la missione da sola, per il momento. «Io credo che il Signore mi abbia fatto per uno scopo: la Cina. Però, il Signore mi ha fatto anche veloce e, quando corro, io lo sento compiaciuto. Sento che abbandonare sarebbe come disubbidirgli. Vincere è onorare lui».

La fedeltà è dovuta a se stessi, alla famiglia, agli amici, al Paese, a Dio; ma a volte tali realtà entrano in conflitto, l’interesse o il desiderio personale con quello comunitario, la terra con il cielo. È quanto capita ai due protagonisti del film: qual è il problema personale; come lo risolvono?

Il rigorismo con cui è interpretato il precetto festivo è proprio del calvinismo scozzese, che prende alla lettera il riposo festivo del settimo giorno. Tuttavia, a volte, la «legge» divina richiede cose che non comprendiamo o che sembrano in contrasto con il nostro bene: cosa permette di rimanere fedeli? Cercate alcuni di questi casi nella Bibbia e confrontateli.

Eric Liddell, nel film, oltre che con l’esempio, dà un’indicazione anche con le parole, quando paragona la fede a una gara di corsa: che cosa dice esattamente?


Il comitato olimpico britannico che aveva tentato di dissuaderlo, alla fine riconosce il legame tra la forza atletica e la fede di Liddell, e l’errore di voler separare l’una dall’altra. Il titolo originale del film, Chariots of fire (Carri di fuoco), è ripreso dal poemetto Jerusalem di William Blake (1804), che esprime il suo impegno a servire gli scopi di Dio sulla terra: la Gerusalemme come immagine del regno di Dio da costruire in Inghilterra: che cos’è per voi il regno di Dio? Come potete contribuire per realizzarlo nella vita? Come ha concluso la sua vita il vero Eric Liddell?

Questo e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi sul numero di Febbraio dell’inserto Ragazzi & Dintorni dossier mensile di Catechisti Parrocchiali.

Inoltre  prossimamente ON LINE l’aggiornamento del materiale per il post riservato ai lettori della rubrica Musica di Catechisti Parrocchiali – Febbraio 2012. Per accedere è necessaria la password indicata nell’articolo.

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Buona domenica! – VI T.O. (Anno B)

«Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto… andrà gridando:
“Impuro! Impuro!”.  Sarà impuro finché durerà in lui il male;  è impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento»

Dal libro del Levitico (Lv 13, 1-2.45-46)
VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno B

Ci sono delle esperienze o delle situazioni che ci isolano dagli altri, che ci fanno piombare in un non richiesto gruppo speciale, condannato ad essere marginalizzato. Come quando perdiamo una persona cara, come quando il dolore fisico irrompe nella nostra vita, come quando un fallimento affettivo resetta la nostra vita. Allora ci sentiamo estranei alla vita e la gente ci sfugge. Di cosa parlare? Con chi? Chi vuole accanto a sé qualcuno che è stato azzannato dal demone della sofferenza? In quel caso, a volte, ci si avvicina a Dio. Solo a volte: più spesso nel dolore e nella solitudine la fede la si perde, altro che storie. Il lebbroso di oggi ne sa qualcosa.

LEBBROSO! LEBBROSO!
È una malattia della povertà, la lebbra. Devastante, inarrestabile, immonda, che ti consuma facendoti marcire. Anche Israele, come tutte le civiltà del passato, aveva capito bene la gravità della malattia e del contagio e imposto ai lebbrosi di stare alla larga dai centri abitati, di gridare la propria condizione in caso di incontro con un’altra persona. Una malattia appesantita dal senso di colpa che tutti riversavano sull’ammalato. La lebbra era la più terribile delle punizioni di Dio. Nessuna pietà per i lebbrosi, nessuna pena, solo fastidio e paura nei loro confronti. Una malattia che isola, un cancro dell’anima.
Il breve racconto di oggi è un gioiello di sfumature.
Il lebbroso ha fiducia in Gesù, si avvicina a lui con confidenza, con cautela, con umiltà. È l’unico caso, nel vangelo di Marco in cui un ammalato si presenta da solo. E non chiede la guarigione, ma la purificazione. In lui è più forte il desiderio del riscatto sociale che del tornare sano. Così per noi: ciò che uccide è la solitudine, non il male fisico. Gesù ha compassione, diversamente da tutti gli altri. Sente il patire del lebbroso. E lo tocca.

IL NOSTRO DIO
I devoti del tempo (e di oggi) dividevano la realtà in due categorie: nella luce e nella purezza c’era Dio e tutti i bravi ragazzi, fra cui loro, ovviamente. Dall’altra parte la tenebra, l’impurità e tutti gli altri. Che Dio tocchi un lebbroso è fuori da ogni immaginazione. Una provocazione infinita. Eppure è questa la grande novità, la conversione da accogliere, la follia già espressa nel Battesimo, quando il Figlio si è messo in fila con i peccatori. Dio si sporca le mani. E non è mai il buio che entra in una stanza, ma la luce che esce dalla finestra a rischiarare la notte. E così accade: il puro contagia l’impuro e lo guarisce. Da ogni male, da ogni solitudine, da ogni peccato, da ogni impurità siamo guariti.
Ma.

FASTIDIO
Il tono cambia improvvisamente. Gesù sembra essere un’altra persona: si scalda, ammonisce e intima, è evidentemente infastidito. Deve tacere, il lebbroso, star zitto, andarsene, farsi visitare dai sacerdoti per essere riammesso nella comunità, come previsto dalla Legge che Gesù non ignora né snobba. Ma il lebbroso disubbidisce, esagera, sbraca. Al punto che Gesù non può più entrare in una città. Dalla compassione alla rabbia, che cosa è successo?

GURU
Gesù chiede al lebbroso guarito il silenzio. Non vuole passare come un guaritore, come un santone, come un guru. Come può invitare la gente ad ascoltare la sua Parola e la novità del Regno se la folla lo cerca solo per risolvere i propri problemi? Come potrà gestire la folla che chiede a Dio guarigione e non certo conversione? Come potrà far capire alle persone il senso profondo della vita se questi pensano già di conoscerlo e chiedono a Dio, eventualmente, di adeguarsi? Allora come oggi è questo il dilemma che attanaglia Dio: provare compassione, certo, e intervenire, ma senza diventare il Dio fantoccio che portiamo nel cuore, il Dio a nostro servizio.

TESTIMONI
Leggendo questa pagina, mi è venuto in mente padre Damiano de Veuster che nel 1873 sbarcava a Molokai, vicino alle Hawaii, un’isola in cui venivano rinchiusi i lebbrosi (più di seicento!), isola in cui la violenza e la depravazione erano seconde solo all’inumanità della malattia. Padre Damiano morì a Molokai, facendo rinascere la dignità dei lebbrosi, dando loro fede, speranza, feste, un cimitero, il canto (!), affetto, Cristo.
Costretto a confessarsi urlando i propri peccati ad un confratello che li ascoltava da una barca, guardato con fastidio dai suoi superiori che lo consideravano un eccentrico, padre Damiano morirà di lebbra dopo aver trascorso sedici anni a restituire dignità ai lebbrosi di Molokai.
Sulle pagine della stampa internazionale, dopo la sua morte, finirà un osceno articolo di un polemista inglese, che insinuava l’idea che la lebbra padre Damiano l’avesse contratta tramite rapporti sessuali, facendo diventare un truce personaggio il santo dei lebbrosi.
Letto l’articolo, dal suo letto di malattia (aveva la tubercolosi), il grande scrittore Stevenson, di fede anglicana, (L’isola del tesoro, Dottor Jekill e mister Hyde) inviò una lettera aperta a tutti i quotidiani inglesi dicendo che chi oltraggiava la memoria di padre Damiano “era rimasto immerso ingloriosamente nel suo benessere, seduto nella sua bella camera (…) mentre padre Damiano, coronato di glorie e di orrori, lavorava e marciva in quel porcile, sotto le scogliere di Kalawao”.

(PAOLO CURTAZ)

Fede & sofferenza…

Giulia Gabrieli, quattordici anni, malata di tumore

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vita… solo chi ne scopre il senso può cantarne la bellezza