«Un bambino è nato
per noi, ci è stato
dato un figlio»
Dal libro del profeta Isaia (Is 9,1-6)
NATALE DEL SIGNORE
Ci siamo. Ci siamo preparati, abbiamo percorso il sentiero dell’avvento, abbiamo lasciato che la Parola ci conducesse, che illuminasse questi tempi fragili, questi momenti inquieti, che ci donasse una speranza ora che tutti usano parole forti come crisi, fallimento, sacrifici…
Chi ci può veramente salvare?
Gli organismi internazionali, certo, che devono trovare il modo di uscire fuori dalla dittatura dei mercati, dalla follia di un’economia che condiziona le nostre scelte, dall’ineluttabilità di un capitalismo senza freni, senza regole, senza misura.
Ma quella salvezza non ci è sufficiente; necessaria, certo, per vivere dignitosamente del frutto del nostro ingegno e del nostro lavoro, ma ben altra è la salvezza di cui abbiamo bisogno.
Cesare Augusto, grazie alla sua abile politica, inaugurò l’epoca d’oro della pax romana e la sua venuta fu salutata come un segno di abbondanza per tutto l’Impero. Il 23 settembre, data della sua nascita fu festeggiato come l’inizio dell’anno solare. Fu proclamato salvatore di ogni uomo. E proprio sotto il suo Impero, in un oscuro villaggio di pastori, una giovane coppia della Galilea fa nascere il suo primogenito, il Salvatore. Quello vero.
DISINTOSSICARSI
Vorrei tanto che la crisi ci portasse almeno un buon risultato: quello di riportarci all’essenziale,
di farci tornare al significato profondo di quello che stiamo vivendo, quello di riprenderci il Natale, svenduto dai cristiani alla fiera dei buoni sentimenti. E senza combattere.
L’atmosfera che circonda il Natale ci emoziona, ed è inevitabile che sia così. Ma è giunto il momento di lasciare che oltre all’emozione sia la teologia a parlare al nostro cuore. Crediamo di sapere tutto degli eventi. Forse bisogna avere il coraggio di azzerare i nostri ricordi, la nostra fantasia, per tornare a quella sera.
ACCADDE CHE
Una giovane coppia giunge a Betlemme, la città che ha visto nascere il re Davide.
È un censimento ad averli portati laggiù, forse un censimento regionale, un modo che, da sempre, i potenti hanno di manifestare la loro autorità.
La donna aspetta il suo primogenito e viene accolta in casa di qualche parente (inimmaginabile che fossero rifiutati con il senso sacro dell’ospitalità nel mondo orientale!), ma per tutelare il suo pudore partorisce nel retro della casa, normalmente costituita da un unico vano, là dove si custodivano gli animali di piccola taglia e le derrate alimentari, la cassaforte di ogni abitazione.
La scena si sposta all’esterno, da un gruppo di pastori che passano le giornate e le notti, da marzo ad ottobre, nei brulli pascoli della Giudea.
Non i pastorelli dei nostri presepi, ma persone poco raccomandabili indurite dal lavoro, che rabbini del tempo paragonano ai pubblicani, considerati bugiardi (non potevano testimoniare ad un processo) e inaffidabili. Loro ricevono l’annuncio: gli sconfitti, i perdenti, i condannati.
Non i sacerdoti di Gerusalemme, tutti presi dal funzionamento del ricostruito tempio per aspettare davvero un messia inopportuno. Non Erode, che ha ottenuto il trono con determinazione e ferocia, e che vede nel Messia un pericoloso concorrente. Non la brava gente di Gerusalemme, tutta presa dalla quotidianità.
ACCESSIBILITA’
La ragazza partorisce, lava il bambino, lo avvolge nelle fasce, lo depone nella mangiatoia. Nessuna lucina misteriosa, nessun prodigio, nessun effetto speciale. Dio nasce come ogni bambino, la salvezza ci giunge nel più banale dei modi. E i pastori cercheranno una mangiatoia per riconoscere il Messia. E gli astronomi una stella. Dio si fa incontrare là dove siamo, parla ai nostri cuori con il linguaggio che conosciamo.
È il nostro sguardo che cambia, è la luce del nostro cuore che sa vedere al di là dell’apparenza. Ecco il nostro Dio: è un neonato con i pugni chiusi
e la pelle arrossata, gli occhi che mal sopportano la luce e la piccola bocca che cerca l’acerbo seno della madre. È un bambino impotente, fragile, che va lavato e scaldato, cambiato e baciato, ed è tenuto a contatto della pelle ruvida del padre, Giuseppe, che lascia l’emozione inumidirgli gli occhi per poi tornare alla concretezza di una situazione problematica.
Non dona, chiede, non ha deliri di onnipotenza, ha svestito i panni della regalità, li ha deposti ai piedi della nostra inquieta umanità. Non gli angeli, ma una ragazza inesperta e generosa si occupa di lui.
Vorrei un Dio che mi risolvesse i problemi, non un Dio che me li crea.
Vorrei un Dio potente e forte, non un neonato bisognoso di tutto.
Vorrei un Dio più efficiente, non perdente. Schierato con i forti, non difensore dei deboli. Vorrei qualche effetto speciale, così, per convincermi.
E invece.
BUON NATALE
Che Dio nasca nel mio cuore, nel tuo, amico lettore. Il Dio vero, non quello dei nostri deliri, delle nostre vane aspirazioni. Il Dio che condivide con i poveri, che salva chi pensa di essere perduto.
(PAOLO CURTAZ)
«Buona domenica!» è anche una newsletter che puoi ricevere, ogni settimana, direttamente nella tua casella di posta elettronica: Vangelo, riflessioni, novità in libreria, notizie dalle missioni, iniziative…
Scrivi a buonadomenica_fsp@yahoo.it e la riceverai…











nelle caverne? Perché con una ragazzina di tredici anni? Perché non a Roma, in casa dell’Imperatore? Perché non oggi, con i satelliti e internet?

settant’anni di deportazione. Il rientro a casa è difficile e pieno di pericoli ma, la cosa peggiore, è che a Gerusalemme nessuno più si ricorda di loro. I deportati vengono confinati al margini della città, sull’altura di Sion, le loro terre sono ormai coltivate da altri, ebrei senza scrupoli approfittano della crisi finanziaria (!) per prestare a tassi di usura e un’inattesa carestia porta alle soglie della morte gli scampati. Sopravissuti alla prigionia, ora rischiano di morire di stenti nella città che li ha dimenticati. E Isaia, il cosiddetto terzo Isaia, profetizza e invita tutti alla gioia.

sulla statuetta del bambino Gesù nel presepe, posta sulla mangiatoia, circondata da Maria e Giuseppe, oltre che dal bue e dall’asinello. Un Dio che si affida a persone umane, che appare fragile, che suscita in noi tenerezza, che ha bisogno di noi per realizzare il suo progetto di salvezza… e non lo compie mai senza l’uomo!
Possiamo accostarci al Figlio di Dio con questo atteggiamento di tenerezza e ammirazione, stupore e curiosità.
alizzare con i fanciulli la statuetta del bambino Gesù, usando sagome di polistirolo. La statuetta potrà essere posta, poi, sopra la mangiatoia e tenuta in camera o in altre parti della casa come simbolo del Natale, per vivere in famiglia brevi momenti di preghiera. Materiale: una pallina di polistirolo del diametro di 4 cm, un ovetto di polistirolo di 6 cm di altezza, stuzzicadenti, un pennellino, colori a tempera.
e con i colori a tempera come nella foto
azzi nella realizzazione di questi oggetti, è bene mostrare, prima d’iniziare l’attività, un esempio di prodotto finito. I fanciulli hanno bisogno di vedere, per entusiasmarsi e impegnarsi, cosa realizzeranno, altrimenti è più facile che si perdano d’animo o sbuffino prima ancora di mettersi all’opera.






essere operatori di pace, concordi e unanimi nella sua casa. Se siamo figli di Dio, rimaniamo nella pace di Dio. Coloro che hanno ricevuto un unico Spirito, abbiano un cuor solo e un’anima sola. Dio non accoglie il sacrificio di chi è in discordia, anzi comanda di lasciare l’altare e riconciliarsi prima con il fratello. Soltanto così le nostre preghiere saranno ispirate alla pace e gradite a Dio. Il sacrificio più grande da offrire a Dio è la nostra pace e la concordia fraterna».
o vivere, lasciano che le cose vadano come vadano.
n altro, conservano la comunione dove altri la infrangono, rinunciano all’affermazione di sé e tengono a freno l’odio e l’ingiustizia. Essendo coinvolti nell’opera di pace di Cristo, anch’essi saranno chiamati figli di Dio».

ma diversamente da come lo hanno conosciuto i discepoli. 

uno che spesso passa inosservato: la mangiatoia. Ci sono Maria e Giuseppe in attesa di Gesù, i pastori che si avviano alla capanna, case e casette, angeli e greggi… e la mangiatoia resta nell’ombra della stalla di Betlemme.
cioè:
le restanti strisce sulla base così formata, creando il piano d’appoggio della mangiatoia;
Si comincia con la preghiera, i ragazzi sono in piedi, in cerchio; al centro, su un piccolo tavolo, la Bibbia aperta e un cero acceso. Si predispone un cartellone e dei pennarelli colorati.
pace fraterna, che scalda i nostri cuori e li rende attenti e solidali. In realtà la pace, frutto dello Spirito Santo, è molto più di questo. Essa scaturisce come dono da Gesù, morto e risorto per salvarci, e ci ristora dalle fatiche che incontriamo nella vita quotidiana.