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CATECHISTI PARROCCHIALI – Aprile 2012 – ANNUNCIARE LA PASQUA DI GESÙ

SULLA STRADA E NELLA LUCE DEL RISORTO
Via Lucis

di M. Rosaria Attanasio

Dopo aver accompagnato Gesù sulla via del dolore e dell’amore, ora, con gioia, seguiamo il suo percorso di vita e di luce nel suo manifestarsi «risorto» ai discepoli e alle discepole, per imparare a scoprirlo presente e operante nella nostra vita, nella storia e nella Chiesa, anche oggi.

Condivideremo la meraviglia dei suoi seguaci che, dopo il dolore, la paura e lo scoraggiamento, per la passione e la morte del loro Maestro sulla croce, non riescono a credere che sia risorto dai morti: è troppo bello per essere vero!
Ma Dio Padre supera ogni nostro schema mentale e ogni aspettativa, ed è capace di sorprenderci sempre con la grandezza del suo amore per noi.

Lo Spirito Santo, poi, che è stato sempre presente nella vita e nella persona del Maestro, nel momento della risurrezione spezza le catene della morte e irrompe con potenza in Gesù.
Per questo il primo dono che il Risorto fa agli apostoli riuniti nel Cenacolo è lo Spirito Santo, tanto che lo definiamo anche Spirito del Risorto.

E noi siamo già risuscitati con Cristo. «Grazie allo Spirito Santo, infatti, la vita cristiana, fin d’ora, è una partecipazione alla morte e alla risurrezione di Gesù: “Con lui siete stati sepolti insieme nel battesimo, in lui siete stati insieme risuscitati per la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti” (Col 2,12)».

Lo Spirito del Risorto continua l’azione di Gesù fra i suoi e nel mondo, e questa azione, dopo la risurrezione, si stabilisce nei discepoli: «… sarà in voi» (Gv 14,17).
Se siamo risorti con Cristo, siamo chiamati a cercare «le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio» (Col 3,1).

All’interno della rivista Catechisti Parrocchiali l’itinerario completo della Via Lucis.

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi nel numero di Aprile di Catechisti Parrocchiali.

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RAGAZZI & DINTORNI – Marzo 2012 – Mitezza

NEL NOME DEL PADRE

di Cecilia Salizzoni

Un film per ragazzi dai 14 anni in su, che permette di affrontare sia il tema della mitezza, sia quello del dominio di sé, a seconda che lo si guardi dal punto di vista del protagonista o del padre del protagonista.
Il primo, Gerry Conlon, giovane irlandese di Belfast, negli anni ’70, non ha la più pallida idea di cosa sia il dominio di sé, e non vuole proprio saperne. Lui vuol fare la bella vita e divertirsi, senza pensare alle conseguenze del suo operato. Così a Belfast, dove ruba alla sua stessa gente, incurante della situazione satura di violenza per la guerra civile in corso; così a Londra, dove il padre lo manda per tirarlo fuori dai guai, e dove lui, cercando i paradisi artificiali di sesso e droga, finisce in un vero inferno e vi trascina dentro anche i parenti.
Il padre, Giuseppe Conlon, invece, è l’immagine della mitezza: uno che non si è mai ribellato, ha accettato i limiti imposti agli irlandesi cattolici dagli inglesi protestanti; per amore è rimasto a Belfast, invece di cercar fortuna altrove; ha messo su famiglia e per quella famiglia si è rovinato la salute. «Una vittima che per tutta la vita non ha mai reagito», lo definisce il figlio che lo giudica un perdente e non si immagina di diventare vittima di una «giustizia iniqua», all’interno di una partita politica che ha scelto la via della violenza armata per risolvere un conflitto antico.
Retto da un taglio realistico scabro e dalla forza dell’interpretazione dei protagonistui, il racconto è strutturato come una versione moderna del «figliol prodigo» che, lentamente, matura e impara a riconoscere la statura morale del padre e la forza che lo anima: una forza «debole», capace di cambiare il male in bene, in virtù dell’amore.
Tutto il racconto è teso drammaticamente sulla contrapposizione di forze che si scontrano (libertà e oppressione; giustizia e ingiustizia; debolezza e forza; responsabilità e irresponsabilità) e su due piani che rimandano l’uno all’altro: quello individuale, di Gerry e Giuseppe Conlon, e quello socio-politico del conflitto nord-irlandese.
Dopo la visione del film possiamo analizzare:
• Il conflitto tra padre e figlio è animato da un giudizio di valore emesso dal figlio nei confronti del padre: è «un perdente», uno che si è sempre piegato. In realtà chi si piega in questa vicenda? Perché lo fa? Che cosa gli manca? Quando Gerry diventa «vincente»?
• Come entra in tale struttura tematica l’avvocata, G. Pierce? Cosa la muove? Qual è la sua forza?
• Universalizziamo: anche al tempo di Gesù, la sua terra era oppressa da un impero straniero e gli ebrei attendevano un re potente che li liberasse: quale via abbraccia, invece, il Messia? Come agisce?
• Quali popoli si conoscono che abbiano conquistato la libertà attraverso una lotta nonviolenta? Perché la persona umana è portata ad attribuire valore alla forza fisica e a utilizzare questa invece della forza interiore?
• Rispecchiamoci nel film: in quale personaggio o modello ci identifichiamo? Qual è la nostra opzione circa la forza: siamo deboli o forti? Perché? Come reagiamo all’ingiustizia?

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RAGAZZI & DINTORNI – Marzo 2012 – Mitezza

SEI MACIGNO O SEME?

di Fausto Negri

Se ponessi davanti ai tuoi occhi un grosso macigno e un pugno di semi di grano e ti chiedessi quali dei due è più forte, certamente ti verrebbe spontaneo scegliere, immediatamente, il macigno. Esso è veramente forte di una forza brutale che incute paura: lanciato da un’alta montagna, abbatte tutto ciò che incontra, non si ferma davanti a nessun ostacolo, diventa sempre più potente e veloce: ottiene risultati eclatanti e rapidi. Calma, calma… riflettiamo un poco.

Ricopriamo di terra il macigno. Che succederà? Niente di niente, né oggi, né mai.
Piantiamo in terra, invece, il pugno di semi: attendiamo con pazienza, diamo il tempo necessario, e genereranno qualcosa di molto più grande del macigno, tanto che la grandezza raggiungibile non si può calcolare in partenza! Siamo di fronte a due modalità, due stili di vita, due logiche diverse. Il macigno rappresenta «la forza della forza». Il seme «la forza della debolezza».
Insomma, c’è modo e modo di essere potenti!
Se siamo sinceri, ci accorgiamo che non soltanto il mondo economico, militare, politico, della scienza e dell’informazione privilegia la logica del macigno, ma che anche noi scegliamo ciò che è grande, appariscente e ciò che immediatamente si impone nel segno della forza e del successo. Noi non vogliamo essere «da meno» ed evitiamo ogni forma di debolezza, dando molta importanza a ciò che «ha peso». Il macigno e il seme rappresentano due mondi contrapposti.

L’uno fa molto rumore per essere vincente; l’altro si nasconde per crescere abbondante.
L’uno macina e distrugge chi gli fa ombra e che si frappone al suo cammino; l’altro tende alla luce per crescere e lasciarsi mangiare.
Il macigno, duro e freddo, si impone per la sua grande mole; il seme, diventato biondo campo di grano, attrae per la sua genuina bellezza!
«Tutto questo è molto bello!», dirai, «ma perché scegliere la logica del seme quando è più facile e immediata l’altra possibilità?». La risposta è semplice: perché non può esserci sviluppo di una vita che possa chiamarsi umana, seguendo la logica della pura forza. Nel macigno non può esserci vita felice per il semplice motivo che non c’è neppure vita! La logica del seme richiede di essere grandi dal di dentro. Piccoli, limitati, se vogliamo, ma vivi e amabili.

Stiamo vivendo un periodo di barbarie, in Occidente.
Siamo tutti stanchi di aver a che fare con persone ciniche, furbe, egocentriche. Fra i ragazzi è di moda il bullismo, parola che deriva dall’inglese «bullying», che indica la messa in atto di una serie di prevaricazioni a danno dei coetanei.
Davanti a tali episodi ti consiglio di non far finta di niente: il bullo diventa ancora più forte se trova persone che tacciono e si sottomettono. Occorre non entrare nel suo «gioco», diventando come lui o peggio di lui, ma trovare «comportamenti alternativi», da inventare di volta in volta.
A volte può essere il comunicare il tuo disappunto in modo schietto; altre volte il far finta di niente o il non stare al gioco; altre il chiedere aiuto a chi ha l’autorità di farlo.
Mai come oggi sentiamo il bisogno di rapporti genuini, autentici, veri. Sogniamo sincerità, onestà, gratuità nelle relazioni. Per arrivare a questo occorre diventare miti, togliere le barriere, spezzando il proprio guscio egoistico.

Mitezza e dolcezza d’animo vanno di pari passo. La persona mite è dolce verso gli altri ed è piena di forza. La persona dura, invece, che si è chiusa, è granitica come una pietra: risponde ai primi colpi, ma poi va in pezzi. Chi giudica con durezza, non ha superato i propri difetti e debolezze. Gandhi ha affermato: «Il sole non si adira con i bambini che gli lanciano contro il fango. Essi danneggiano soltanto se stessi».
La mitezza non è vigliaccheria né pura remissività. Essa non rinuncia alla lotta per debolezza, o per paura e rassegnazione; vuole essere come un seme efficace piantato nella storia per la pace e il rispetto di ogni persona. Per fare questo rifiuta la gara distruttiva, l’orgoglio personale e nazionalistico, scegliendo l’assenza di prepotenza, rende il mondo più pacifico e più felice.
La persona mite sa correggere il fratello con dolcezza e bontà: occorre molta forza per essere persone miti!
• Tu senti di essere forte nell’accoglienza, nell’attenzione, nella mitezza verso gli altri?
• Sai aiutare l’altro a migliorarsi, attraverso un dialogo comprensivo e amabile?

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RAGAZZI & DINTORNI – Febbraio 2012 – Fedeltà

COME ALBERI SULLA RIVA DEL FIUME

di Fausto Negri

Un ragazzo sempre indeciso su come doveva agire, chiese al suo maestro spirituale: «Come posso sapere che cosa devo “fare”?». Il maestro lo portò in giardino e, davanti a vari tipi di piante che erano lì cresciute, rispose: «Crescendo, nel posto dove sei, nel momento in cui vivi, con le persone che hai intorno… Come gli alberi!». La vita è come un albero: per crescere ha bisogno di tempo e di durata; solo allora si può radicare.

Viviamo nella società del «tutto e subito». L’impegno prolungato, la durata non sembrano avere un grande indice di gradimento. Oggi si ritiene che nulla duri per sempre. Farsi assorbire troppo profondamente e coinvolgersi emotivamente, prendere impegni di lungo periodo, vincolarsi indissolubilmente con le persone è, per tanti, una cattiva idea. Tutto ciò che oggi fa bene, domani può essere veleno. E, così, molti oggi hanno paura di legarsi con fedeltà a un’altra persona, di dedicarsi con perseveranza a un progetto, perché hanno paura di non poter garantire per sé e per gli altri.
I media ci forniscono questo falso messaggio: c’è un modo semplice e rapido per ottenere tutto ciò che desideriamo; si può perdere dieci chili in una settimana; imparare in poco tempo una lingua straniera; diventare disc-jockey senza fatica; arricchirsi, giocando pochi soldi al momento giusto. Troppe persone si lasciano ingannare da questi specchietti per allodole e adottano una filosofia di vita che spesso li porta alla rovina. Si concentrano, infatti, sull’atto del consumo invece che su quello della produzione, sul piacere immediato piuttosto che sulla soddisfazione a lungo termine.
Siamo, dunque, invitati continuamente a prendere la vita come viene, a frammenti, aspettando che ciascun frammento sia diverso dal precedente.
Cresce la mentalità del disimpegno e della discontinuità, prende forza la cultura dell’adesso e della fretta.

Il termine fedeltà deriva dal latino «fidelis», da «fides», fede. Ha dato origine alla parola «fedele», per indicare il credente esemplare.
La fedeltà è la base delle virtù, perché la virtù è l’essere fedeli alla legge del bene. Essa esclude il tradimento, di qualsiasi genere, e presuppone amore, perché si può essere fedeli soltanto se si ama; implica perseveranza, dal momento che il suo problema è quello di superare il tempo, di sfuggire alla noia, all’abitudine, alle tentazioni esteriori del compromesso, dell’incostanza e della slealtà; non si riferisce solo all’amore coniugale né ai soli tradimenti marito-moglie, ma riguarda qualsiasi ambito di vita. Tutti abbiamo bisogno di persone su cui contare, che ci diano sicurezza e protezione e ciò ci fa bene; è dinamica. La disponibilità a camminare sulla stessa strada con un amico, ad esempio, è la promessa di essere fedele e fidato in tutti i cambiamenti che ci possono essere.
La fedeltà non è quindi immobile, ma viva. Un amico fedele è un dono prezioso.
Non ha bisogno per esprimere la sua amicizia di fare particolari giuramenti. Sa stare vicino, far sentire importanti, cogliere il proprio valore, anche dopo uno sbaglio o una delusione;

L’impegno oggi fa paura. Eppure gli psicologi affermano che l’indecisione costante ha effetti nefasti sulla vita delle persone. Un proverbio dice: «La strada che porta all’inferno è lastricata di buone intenzioni». Se si abbandonano continuamente i propri propositi e progetti, si arriva a non avere più fiducia né in se stessi né nella vita: ci si prepara l’inferno già ora.
La dinamica da proporre ai ragazzi può seguire il seguente schema chiedendo ai ragazzi di verificare nella propria vita:
quali propositi o impegni hanno assunto;
– se sono stati perseguiti, nonostante le difficoltà?
– hanno chiesto consiglio o aiuto a qualcuno?
– quali sentimenti hanno vissuto?
E’ importante ricordare ai ragazzi che non si è obbligati alla riuscita o al successo, ma all’impegno, perché la sola grandezza è provare. Sono persone di rilievo coloro che, alla base della loro esistenza, hanno messo tre requisiti fondamentali:
• l’essere motivati;
• l’aver stabilito alcuni traguardi;
• aver lavorato sodo per raggiungerli.
Si realizza chi si dedica con tenacia a un compito.

Questo e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi sul numero di Febbraio dell’inserto Ragazzi & Dintorni dossier mensile di Catechisti Parrocchiali.

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—> TUTTO PASSA, COGLI L’ATTIMO! <—

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RAGAZZI & DINTORNI – Gennaio 2012 – Benevolenza

UNA CASA ACCOGLIENTE

di Alessandra Beltrami

In questo articolo proponiamo un incontro di preghiera per spiegare ai ragazzi il significato della benevolenza.
Al centro della stanza, sul tavolo o su un leggio, porre la Bibbia e, accanto, un cero acceso. Si predispone un cartellone con, al centro, il disegno stilizzato di una casa, e pennarelli colorati. 

Si comincia l’incontro con il canto iniziale La tua dimora (D. Ricci, La tua dimora, Paoline, 2005)

Il catechista può introdurre l’incontro con queste parole: ci siamo riuniti per ringraziare il Padre per il suo amore che si è rivelato in Gesù, è entrato nella nostra vita tramite lo Spirito Santo e agisce in noi, trasformandoci dal di dentro. La benevolenza, la bontà, la benignità sono atteggiamenti del cuore che impariamo da Dio e sperimentiamo come suo dono.
A noi il compito di irraggiare questo amore verso chi ci sta accanto, in un processo di «restituzione» di tutto il bene che abbiamo ricevuto.
Lasciamoci plasmare dalla Parola e contempliamo, negli atteggiamenti indicati da Paolo, il modo di agire di Gesù.

Si procede con l’ascolto della Parola tratta dalla Lettera ai Romani 12,14-21

A questo punto il catechista procede cercando di sottolineare alcuni aspetti importanti: l’Apostolo delle genti ci invita ad essere attenti a chi soffre, a chi è nel bisogno, anche se ci è ostile, perché soltanto l’amore può vincere il male. Seguire Gesù, imitare i suoi gesti di benevolenza ci rende coraggiosi nel donarci e responsabili gli uni degli altri. Si mettono le basi per una costruzione solida e sicura, «la casa sulla roccia» di cui parla Gesù (Mt 7,24-27).

Si continua con un gesto significativo: durante un tempo di silenzio, si invitano i ragazzi a rileggere il brano e a confrontarsi con la Parola. Poi si chiede loro di ricordare un gesto di bontà che hanno ricevuto e per cui desiderano ringraziare il Signore, o un comportamento generoso di cui si sono resi protagonisti nei confronti di qualcuno. Si apre una condivisione, al termine della quale, a turno, i ragazzi completano il disegno della casa, sul cartellone, inserendo: porta d’ingresso, finestre, persone gioiose, a significare il desiderio di apertura agli altri e la volontà di essere dimora accogliente.

Prima della preghiera e del canto finale il catechista può concludere l’incontro con queste parole: la casa e la famiglia sono il luogo dove si impara e si vive il servizio. Dice un antico racconto rabbinico: «Quando compri una casa o la prendi in affitto, fa’ che abbia finestre grandi, a indicare l’apertura della famiglia alla preghiera e agli altri».

Preghiera: Padre nostro

Canto finale: Nella tua presenza (D. Ricci, La tua dimora, Paoline, 2005)

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RAGAZZI & DINTORNI – Gennaio 2012 – Benevolenza

FILANTROPIA E BENIGNITÀ

di Cecilia Salizzoni

Il film nasce da un’esperienza reale, raccontata dai protagonisti in un libro uscito in America nel 1999 con il titolo The Freedom Writers Diary: How a Teacher and 150 Teens Used Writing to Change Themselves and the World Around Them e cioè «Il diario dei Freedom Writers (scrittori della libertà): come un’insegnante e 150 adolescenti usarono la scrittura per cambiare se stessi e il mondo intorno a loro».
È la storia di Erin Gruwell, insegnante di lettere al suo primo incarico alla «Woodrow Wilson» High School di Long Beach (Los Angeles), nel 1994; un liceo messo a dura prova dal programma di integrazione razziale, seguito agli scontri di Los Angeles del 1992 per la morte di Rodney King.
L’inserimento massiccio di ragazzi di colore con gravi problemi sociali avrebbe compromesso la qualità dell’insegnamento e i risultati scolastici.
Di fatto ciò che la giovane Gruwell trova, entrando in classe, è la riproduzione dei ghetti etnici esterni alla scuola: l’aula come territorio spartito tra ispanici, afro, asiatici, che si guardano in cagnesco,  pronti alla mischia armata e che guardano con odio i bianchi.
Un impatto da shock anafilattico, che dovrebbe far crollare l’idealismo entusiastico della professoressa, che non trova supporto nei colleghi e neppure nel marito.
Invece «la Gruwell» – come la chiamano i ragazzi – tiene la posizione senza lasciarsi intimorire.
Ascolta, si fa carico del punto di vista degli studenti, e rilancia. Ottiene di sovvertire le frontiere non scritte che attraversano la classe; dimostra che sono numerose le cose che accomunano i «diversi»; li mette di fronte all’operato e ai risultati di una «gang» di portata grandemente superiore alle loro, com’è stato il Nazismo e la guerra alle Nazioni, e riesce, così, ad entrare in contatto con questi quattordicenni induriti, che si difendono facendo guerra a tutto e a tutti.
Per farlo, paga di persona, perché la Scuola non intende mettere a repentaglio l’equilibrio precario: rifiuta i libri che «finirebbero distrutti», rifiuta le uscite didattiche. E la Gruwell sopperisce di suo, fa secondi e terzi lavori per pagare libri e uscite, cerca sponsor per organizzare una cena in cui i ragazzi incontrano i sopravvissuti all’Olocausto.
Si scontra con le autorità didattiche, si gioca perfino il matrimonio nell’impresa, perché il marito la ritiene nobile, ma non intende condividerla.
I ragazzi, però, «sentono» quello che fa per loro; sentono il rispetto, un altro tipo di rispetto, un interesse vero per le loro vite. E, per la prima volta, «sentono» il dolore di altri, l’oppressione di altri come loro.
La Gruwell si serve del diario quotidiano, personale e segreto, come strumento per dilatare la sensibilità e sostenere il cammino di cambiamento. Inaspettatamente i ragazzi scrivono e chiedono di essere letti. Arrivano a «tradire» in tribunale la logica della gang, per affermare la verità e la giustizia.
Contro ogni speranza, arriverann al diploma e, perfino, al college.
Ma soprattutto si riconoscono «una famiglia» e la loro aula – la classe 203 – diventa «casa», quella in cui costruire un mondo migliore di quello che è fuori.

Il film è strutturato sulla «visione» contrapposta dei ragazzi e della professoressa, e sul progressivo cambiamento dei ragazzi:
• che idea hanno della città, della scuola, della vita, i ragazzi immigrati di Long Beach? Quale via hanno scelto per ottenere la liberazione? Quale idea di famiglia coltivano? Dove li porta la «guerra tribale» che stanno combattendo?
• Quale via di liberazione propone, invece, Erin Gruwell? Con quali armi combatte la sua battaglia? Quale tipo di famiglia propone ai ragazzi? E soprattutto che cosa la anima? Perché fa quello che fa? Quale prezzo paga?
• In che modo è paragonabile a quello che ci propone Gesù?
• La canzone A dream è ispirata al discorso I have a dream di Martin Luther King: cosa c’entra con questa storia? Che cosa proponeva MLK?
• Nel film Miep Gies afferma: «Io non sono un eroe». Ho fatto quello che dovevo fare perché era la cosa giusta da fare. Noi siamo persone comuni, ma anche una comune casalinga… o un adolescente, possono riuscire ad accendere una piccola luce in una stanza buia. Voi siete eroi tutti i giorni». Che cosa potete fare voi per essere portatori di libertà e di pace?

Abbi fiducia nei tuoi sogni e un giorno,
il tuo arcobaleno sorriderà attraverso te.
Non importa quanto il tuo cuore sia afflitto,
se continui a credere, il sogno che coltivi si avvererà.

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CATECHISTI PARROCCHIALI – Gennaio 2012: IN NOVITÀ DI VITA

SANDALI PER SEGUIRE GESÙ

di F. Carletti – A.M. D’Angelo

La natura dell’uomo è quella del pellegrino, che si incammina lungo la storia della salvezza alla ricerca della verità e della felicità.
Ma Dio non lo lascia solo: si affianca al cammino di ogni persona per farsi conoscere gradualmente, fino alla sua piena rivelazione in Gesù.
I sandali costituiscono un simbolo per rappresentare per i fanciulli l’incamminarsi di ogni uomo e donna a fianco di Gesù, l’accettare il suo invito per giungere alla felicità piena. I sandali, inoltre, sono una calzatura semplice: come il cuore del fedele che si affida a Dio; come il cuore di Bartimeo che con slancio si affida a Gesù, abbandonando il mantello, perché in lui vede la sua ricchezza e il suo futuro.
Si propone ai fanciulli di realizzare sandali speciali: un segnalibro da usare per la Bibbia che si ha in casa, per camminare con Gesù lungo la storia della salvezza. Si ricorderà al fanciullo e a suoi genitori  come la Parola sia la via da percorrere per affiancare Gesù lungo una strada di gioia e comunione.
Materiale: 1 foglio di carta bianca di almeno 220 grammi, 1 stringa per scarpe di colore marrone larga massimo 1 cm, cartone, colla da calzolai, pennarello marrone, mollette per panni, forbici.
Al lavoro:
• Si ritagliano due sagome di piedi come quelle riportate nel disegno (una con le bordature per incollarci le strisce di stringa); le sagome dovranno avere un’altezza di almeno 7 cm e una larghezza di 3 cm.
• Si colorano le sagome di marrone.
• Si ritaglia, poi, la stringa per scarpe ottenendo 3 pezzi da applicare sulla sagoma che ha le opportune alette per il fissaggio. Si incollano le stringhe e si lasciano asciugare stringendole con le mollette per panni.
• Si disegnano due altre sagome di piede e si ritagliano.
• Ritagliare un altro pezzo di stringa più lungo, almeno 15 cm, che servirà da collegamento tra i due sandali per usarli da segnalibro.
• Si applica sulla sagoma semplice la scritta «Vieni e seguimi» e si incolla sulla corrispondente sagoma in cartone, avendo l’accortezza di incollare in mezzo ai due strati un pezzo della stringa tagliata prima.
• Applicare le mollette alla sagoma per fissare meglio la colla.
• Incollare l’altra parte della stringa più lunga dietro al sandalo prima costruito.
Tutti riuniti e seduti. I genitori chiedono al figlio di raccontare l’esperienza di Bartimeo. La mamma accende la lampada al centro della tavola, dove è deposta la Bibbia o il Vangelo, con il sandalo-segnalibro alla pagina di Mc 10,46-52, e invita ad ascoltare il brano del cieco di Gerico: «Cerchiamo di comprendere cosa è avvenuto e quale messaggio ha per noi, oggi». Il papà legge lentamente il brano e depone la Bibbia accanto alla lampada, invitando tutti ad un momento di riflessione su quanto annunciato.

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi nel numero di Gennaio di Catechisti Parrocchiali, dove è anche possibile vedere le foto del lavoro finito.

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RAGAZZI & DINTORNI – Dicembre 2011 – Magnanimità

L’IMPAZIENZA DI GESÙ

di Tonino Lasconi

«Il troppo stroppia», recita il proverbio. Essere troppo magnanimi come Gesù non fa correre il rischio di passare per tonti? Un momento, però! Anche Gesù qualche volta ha perso la pazienza…

Con i farisei. Per chiamarli: «serpenti, razza di vipere» (Mt 23,33), doveva proprio averla persa tutta la pazienza.

Con i mercanti del tempio addirittura: «Fece una frusta di cordicelle e li scacciò fuori dal tempio; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi» (Gv 2,15). Una scena da film western!

Pietro, che gli suggerì di non andare a Gerusalemme dove avrebbe dovuto soffrire, fu apostrofato con un terribile: «Va’ dietro a me, Satana!» (Mt 16,23).

Con la pianta di fico. Gesù si comporta in modo contrario rispetto a ciò che aveva insegnato con una parabola. Sì! Una mattina, uscendo da Betania, paesetto vicino a Gerusalemme, egli, avendo fame, si accostò a un fico per vedere se ci fossero frutti, ma non trovandovi che foglie – e non era la stagione dei fichi – lo maledisse: «Nessuno mai più in eterno mangi i tuoi frutti». La mattina dopo l’albero era seccato dalle radici (Mc 11,12- 14;20). Eppure, nella parabola (Lc 13,6-9), il contadino invita il padrone di un albero di fichi a non tagliarlo, ad avere pazienza, a zappargli intorno e a concimarlo, anche se da tre anni non dava frutti.

La magnanimità e la pazienza non devono essere confuse con la rassegnazione di fronte al male e a coloro che si comportano male; tanto meno, possono significare la rinuncia alla verità e ai propri principi.

Con i farisei Gesù è deciso e netto. Essi si contrappongono al suo messaggio di una fede fondata sulla fiducia in Dio e non sulle pratiche esteriori, e caparbiamente sono sordi a ogni ripensamento. Anzi! Cercano di impedirgli di annunciare la misericordia di Dio: «Se aveste compreso che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrifici, non avreste condannato persone senza colpa» (Mt 12,7).

Con Pietro. Gli apostoli, a cominciare da Pietro, devono superare la convinzione di evitare la croce, fondamento del suo progetto di salvezza e del suo messaggio. Infatti, nonostante la rispostaccia data, Pietro, durante l’Ultima Cena, non voleva farsi lavare i piedi: «Tu non mi laverai i piedi in eterno». Gesù dovette di nuovo essere forte: «Se non ti laverò, non avrai parte con me» (Gv 13,8).

Contro i mercanti del tempio, era necessario un gesto forte, perché il loro commercio annullava la natura di quel luogo: «Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le nazioni? Voi invece ne avete fatto un covo di ladri» (Mc 12,17).

L’impazienza contro il fico è spiegata da Gesù: è un gesto per far comprendere ai discepoli che con la preghiera si può ottenere tutto, anche spostare le montagne (Mc 12,20-24).

Gli scatti di impazienza di Gesù esprimono il coraggio di contrapporsi al male e di portare avanti le proprie convinzioni.
Di questi scatti dovremmo averne anche noi discepoli.

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—> I confini dell’amore <—

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CATECHISTI PARROCCHIALI – Dicembre 2011: NOI CREDIAMO ALL’AMORE

È NATO IL SALVATORE

di F. Carletti – A.M. D’Angelo

La rappresentazione in ogni casa della venuta di Gesù, è incentrata sulla statuetta del bambino Gesù nel presepe, posta sulla mangiatoia, circondata da Maria e Giuseppe, oltre che dal bue e dall’asinello. Un Dio che si affida a persone umane, che appare fragile, che suscita in noi tenerezza, che ha bisogno di noi per realizzare il suo progetto di salvezza… e non lo compie mai senza l’uomo!
Possiamo accostarci al Figlio di Dio con questo atteggiamento di tenerezza e ammirazione, stupore e curiosità.
Sarà bello allora realizzare la nostra statuetta del bambino Gesù per vivere momenti di raccoglimento durante questo speciale periodo di Natale.

In continuità con il numero di novembre, dove si proponeva la costruzione di una mangiatoia, in questa scheda operativa si descrive come realizzare con i fanciulli la statuetta del bambino Gesù, usando sagome di polistirolo. La statuetta potrà essere posta, poi, sopra la mangiatoia e tenuta in camera o in altre parti della casa come simbolo del Natale, per vivere in famiglia brevi momenti di preghiera. Materiale: una pallina di polistirolo del diametro di 4 cm, un ovetto di polistirolo di 6 cm di altezza, stuzzicadenti, un pennellino, colori a tempera.
Al lavoro:
Si uniscono le due sagome di polistirolo attraverso un normale stuzzicadenti.
Si dipingono le due sagome con i colori a tempera come nella foto.
Si attende che la tempera si asciughi (per velocizzare si può lasciare per qualche minuto all’aperto).
A questo punto con un pennarello si possono disegnare gli occhi e la bocca, le braccia e decorare a piacimento.

Un consiglio importante: per motivare fanciulli e ragazzi nella realizzazione di questi oggetti, è bene mostrare, prima d’iniziare l’attività, un esempio di prodotto finito. I fanciulli hanno bisogno di vedere, per entusiasmarsi e impegnarsi, cosa realizzeranno, altrimenti è più facile che si perdano d’animo o sbuffino prima ancora di mettersi all’opera.

La sera, durante le feste di Natale, ci si ritrova davanti alla mangiatoia con il Bambino e il lumino acceso, comodamente seduti. Un tenue sottofondo musicale. Il papà o la mamma legge lentamente il brano della nascita di Gesù (Mt 1,18-24).
Si posa lo sguardo sul Bambino per qualche minuto, rimanendo in silenzio, poi si prega:

Gesù, sei solo un bambino nella
culla, eppure sei già capace di parlarmi.
Sì, davanti a te, non è possibile far tacere
sentimenti ed emozioni, messaggi
che ci dicono semplicemente quanto
tu e il Padre ci amate!
Tu, Figlio di Dio, che non ti dimentichi di noi!
Tu, Figlio di Dio,
che hai scelto di stare con noi!
E tu, Dio Padre, che in Gesù
sei stato fedele alle tue promesse!
Gesù, sei solo un bambino
nella culla, ma sei Dio vicino a noi!
Se teniamo la tua luce accesa,
possiamo vederti sempre.
Aiutaci a riempire il nostro lume
con l’olio dell’amore, perché tu risplenda
nei nostri cuori e nei nostri gesti.
Grazie, Gesù!

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi nel numero di Dicembre di Catechisti Parrocchiali, dove è anche possibile vedere le foto del lavoro finito.

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RAGAZZI & DINTORNI – Novembre 2011 – Pace

DIVENTA UN CANALE DI PACE

di Fausto Negri

Il contrario di pace non è soltanto «guerra», ma anche divisione, violenza, aggressione, disprezzo, razzismo, indifferenza. La pace è dono e compito. Noi non possiamo essere sorgenti della pace ma solo canali.
È Gesù la sorgente della pace, noi siamo il fiume che deve trasportare la pace sua, quella «che supera ogni intelligenza». Dio stesso è il vero e supremo «operatore di pace». Questa pace «frutto dello Spirito» (Gal 5,22) si traduce, per il credente, nel diventare un canale di pace. La somiglianza con il Padre si ha mediante la costante attività a favore della pace. Gesù chiama «beati» i costruttori di pace, cioè coloro che lavorano per la felicità degli altri, perché Dio li riconosce come suoi figli. Figlio, nel mondo semitico, è colui che nella condotta assomiglia al padre. L’uomo di pace fa la pace sino ad essere lui stesso pace. A lui «appartiene il futuro» (Sal 37,37).
La pace deve iniziare da me. Come l’amore, essa non potrà mai regnare nel mondo se prima non trova posto nel nostro cuore. Devo curare la mia pace interiore. Disarmare il mio cuore. Non posso lasciarmi schiacciare dai mali e dalle divisioni che vi sono intorno a me e nel mondo. Non devo nemmeno essere indifferente o, peggio, cinico di fronte alle tante tragedie odierne. Quando una persona è in pace con se stessa, la gente se ne accorge, perché possiede come un’energia divina che fa stare bene chi la accosta.
La pace è frutto di serenità interiore e diffonde gioia. L’uomo di pace è attraente.
La pace è possibile ed è da vivere in famiglia, con i vicini di casa, a scuola, per strada, in parrocchia…
Soprattutto nella comunità cristiana dovrebbe splendere la fiaccola della pace e della fraternità. San Cipriano scriveva: «Dio ci ha prescritto di essere operatori di pace, concordi e unanimi nella sua casa. Se siamo figli di Dio, rimaniamo nella pace di Dio. Coloro che hanno ricevuto un unico Spirito, abbiano un cuor solo e un’anima sola. Dio non accoglie il sacrificio di chi è in discordia, anzi comanda di lasciare l’altare e riconciliarsi prima con il fratello. Soltanto così le nostre preghiere saranno ispirate alla pace e gradite a Dio. Il sacrificio più grande da offrire a Dio è la nostra pace e la concordia fraterna».
Diceva don Primo Mazzolari: «Il cristiano è una persona «di pace», non «in pace». Mentre gli apatici, per la propria tranquillità, evitano ogni situazione di conflitto, «i portatori di pace» non sono soltanto persone in pace con se stesse, ma sanno creare pace attorno a sé. La pace di cui parla Gesù non è la rassegnazione di quanti, per il quieto vivere, lasciano che le cose vadano come vadano.
Mettere pace è un’arte che comporta una grande fatica: si tratta di ascoltare, di parlare nel modo giusto, di pazientare… Gesù dice di amare i propri nemici.
Non significa lasciarsi fare tutto, ma vedere in chi è ostile verso di noi una persona incapace di vivere in pace con sé. Il pastore protestante Dietrich Bonhoeffer, ucciso in campo di sterminio tedesco, affermava che «i discepoli di Gesù mantengono la pace, preferendo patire piuttosto che infliggere sofferenza a un altro, conservano la comunione dove altri la infrangono, rinunciano all’affermazione di sé e tengono a freno l’odio e l’ingiustizia. Essendo coinvolti nell’opera di pace di Cristo, anch’essi saranno chiamati figli di Dio».
Nel mondo ci sono tante guerre, tanto odio, tante ingiustizie: la responsabilità è anche tua, perché neanche tu sai costruire e seminare pace dentro e intorno a te. Quante volte pure tu sei uno dei milioni di piccoli sassi che generano quella frana, imprevedibile e inarrestabile che sconvolge la terra: con le tue antipatie, ostinazioni, vendette, con il tuo orgoglio, egoismo, razzismo, con la tua indifferenza.

Vuoi davvero la pace?
Sii sempre grato.
Sii distaccato dalle cose e dal possesso.
  Impara a chiedere perdono a Dio e a offrire il perdono ai fratelli in ogni occasione.
  Non giudicare nessuno, in cuor tuo, meritevole di condanna.
  Mantieni un po’ di ordine nella tua vita.
Cerca, con regolarità, tranquillità e silenzio.
 Appena puoi, dopo una lite, tenta un minimo di accordo e di dialogo.
Costruiscila, non chiudendo il tuo cuore, ma dicendo una buona parola per scusare e conciliare.
  Non tacere di fronte alla menzogna, all’ingiustizia, alla maldicenza, alla disonestà.
  Mettiti in ginocchio per invocarla e per ottenerla per te e per tutto il mondo.

Questo e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi sul numero di Novembre dell’inserto Ragazzi & Dintorni dossier mensile di Catechisti Parrocchiali.

Inoltre ON LINE l’aggiornamento del materiale per il post riservato ai lettori della rubrica Musica di Catechisti Parrocchiali – Novembre 2011. Per accedere è necessaria la password indicata nell’articolo.

—>Noi: in guerra o in pace? <—

 

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