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Tra note e realtà – Destra-Sinistra

Tutti noi ce la prendiamo con la storia
ma io dico che la colpa è nostra
è evidente che la gente è poco seria
quando parla di sinistra o destra.
Fare il bagno nella vasca è di destra
far la doccia invece è di sinistra
un pacchetto di Marlboro è di destra
di contrabbando è di sinistra.
…L’ideologia, l’ideologia
malgrado tutto credo ancora che ci sia
è la passione, l’ossessione della tua diversità
che al momento dove è andata non si sa.
Il pensiero liberale è di destra
ora è buono anche per la sinistra
non si sa se la fortuna sia di destra
la sfiga è sempre di sinistra.
…Ma cos’è la destra cos’è la sinistra
(G. Gaber, Destra-Sinistra)

Di anni ne sono passati un po’, almeno dalla pubblicazione del suo Cd, ma l’attualità del testo che Gaber scrive e canta, non può non scomodare il nostro tranquillo savoir faire quotidiano.
Perché una riflessione politica quando di politici ce ne sono già troppi in giro?
Perché parlare di destre e di sinistre se è molta di più la gente che con la politica non vuole più aver niente a che fare?
Perché preoccuparci di qualcosa che non sembra interessare neanche coloro che dovrebbero esserne le guide e i protagonisti?
C’è un’idea che ritorna troppe volte nei discorsi della gente comune… nei nostri discorsi: «Di politica? Non ne voglio sentir parlare!». Le occasioni si moltiplicano: dai corridoi universitari, tra una lezione e un’altra ai mercatini di rione. Dalle file agli uffici postali alle pause-caffè in ufficio. Tutti scoraggiati e scandalizzati da atteggiamenti sempre più individualisti di politici che amano occupare più le poltrone televisive che i posti in parlamento. Tutti si astengono da qualcosa, tutti manifestano la propria contrarietà astenendosi. Le leggi vanno avanti spinte da ideologismi di parte più che dalla ricerca autentica del bene comune.
Biasimare?! Perché? In fondo è più semplice il silenzio.
Perché lottare? Perché schierarsi?
Che fine hanno fatto le proposte?
Chi ha ancora il coraggio di credere in qualcosa che non sia la vita libera e comoda?
«Io non voglio aver niente a che fare con la politica», «io non ho ideologie». Un giovane universitario era convinto, pronunciando queste frasi, di manifestare la sua neutralità e imparzialità. Stava dettando, invece, la condanna a morte del suo futuro, perché nulla di più temibile può esistere di persone che non abbiano il coraggio di credere, di pensare, di scegliere.

Cos’è la politica, nel senso più puro, se non prendersi a cuore il bene dell’altro, la sua alterità, la sua dignità?

di suor Mariangela fsp

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Buona domenica! – speciale “Le ceneri”

Vi supplichiamo in nome di Cristo:
lasciatevi riconciliare con Dio.

Dalla seconda lettere di san Paolo ai Corinzi (2Cor 5,20-6,2)
MERCOLEDI DELLE CENERI

 

La parola a…
mons. Vincenzo Paglia

“Questo è il tempo del ritorno” canta la liturgia all’inizio della Quaresima.
Le ceneri, imposte oggi sul nostro capo, ricordano la nostra fragilità.
Tuttavia, non per rattristarci.
Il Signore, infatti, non si vergogna della nostra fragilità.
Al contrario la ama e la vuole salvare.
Per questo ci chiede oggi di tornare a Lui con tutto il cuore: chi torna troverà un Padre che con amore infinito lo abbraccerà. Le parole del Vangelo sono un invito a vivere la propria fede nel Signore non misurandola a partire da gesti o da atteggiamenti esteriori, né valutandola con il metro del giudizio della gente, ma convertendo il nostro cuore a Lui. Il Vangelo di Gesù non abolisce la legge, “la porta a compimento”. E la legge si compie quando si torna al cuore, al senso profondo dell’elemosina, della preghiera, del digiuno. Tornare al Signore è spogliarsi delle proprie sicurezze, delle tante regole che ci dettiamo e delle tante leggi che troviamo, per cercare il Signore e ascoltare la sua Parola. Solo così, apprenderemo la via della sequela del Signore fino ai giorni della Passione e della Resurrezione.

…e per riflettere puoi scaricare: Convertitevi e credete

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Buona domenica!

In te, Signore, mi sono rifugiato,
mai sarò deluso…
Sii per me una roccia di rifugio,
un luogo fortificato che mi salva.

Salmo responsoriale
IX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO -Anno A-

 

La parola a…
Paolo Curtaz

Gesù è severo: non basta fare l’elenco delle nostre sante frequentazioni, non basta ricordare a Dio tutte le noiosissime celebrazioni che abbiamo dovuto sopportare con cristiana rassegnazione: nessun taccuino annotato ci permetterà di incontrare il Figlio di Dio, al termine dei nostri giorni…
Paolo è tranciante: è la fede che salva, non le opere.
Qualche anno dopo, Giacomo equilibrerà l’affermazione troppo forte: la fede senza le opere è inutile.
Ecco ciò che il Signore chiede al discepolo: ascoltare la Parola e metterla in pratica. Non sono sufficienti le opere (anche buone!) per incontrare Dio: senza la fede non ci fanno incontrare Dio.
Non è autentica una fede che non diventa quotidianità.

Non basta conoscere la Parola di Dio.
E neppure praticare una preghiera intensa e quotidiana.
Non basta avere fatto esperienza di Dio in un ritiro o un pellegrinaggio.
Non basta neppure essere stati chiamati da Dio ad annunciare la Parola, investiti direttamente da lui.
Non basta tutto questo perché la casa della nostra fede
non crolli alla prima   tempesta.
Non basta l’ascolto, dice il Signore, ci vuole
la credibilità, la coerenza, la vita concreta, i fatti.

Siamo pieni di cristiani che si mettono in mostra davanti a Dio e lo smentiscono nel segreto della loro vita. Il Signore chiede autenticità, verità, anche a costo di sanguinare, di sperimentare la propria oscena nudità interiore. Se, travolti dagli eventi della vita, abbiamo visto le nostre certezze crollare, e i dubbi radere al suolo la nostra presunta fede, forse è accaduto perché la nostra fede era costruita sulla sabbia delle nostre piccole convinzioni umane. Se il Signore ci ha chiamato ad essere suoi discepoli, e da anni camminiamo, con semplicità, sulla strada del Vangelo, non presumiamo delle nostre forze, ma ancoriamoci saldamente alla Parola che può ancorare la nostra vita alla roccia, senza temere le tempeste.

 

…e per riflettere puoi scaricare: Le due case

 

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RAGAZZI & DINTORNI – Febbraio 2011 – Dossier Scienza

COMPRENDERE LE CONNESSIONI

di Fausto Negri

Federico Ozanam, il fondatore della Conferenza di San Vincenzo, stava attraversando una brutta crisi religiosa, quando, una sera, entrò come d’istinto in una chiesetta di Parigi. Pensava di essere solo e, invece, nella penombra, vide la figura di un vecchio che stava pregando, in silenzio, davanti all’altare. Era nientemeno che il grande fisico e matematico André- Marie Ampère. Federico non voleva credere ai propri occhi. Attese che Ampère finisse di pregare e lo seguì all’uscita. Aveva da fargli una domanda: «Mi dica, professore, è possibile essere una grande personalità del mondo scientifico come lei e pregare ancora?». Ampère gli diede una risposta degna del genio che era: «Ragazzo, io sono grande solo quando prego».
La parola scienza deriva dal latino scire che significa conoscere. La conoscenza a livello tecnico ci fa conoscere come è fatto il mondo. Il dono dello Spirito ci fa scoprire Chi lo ha fatto e il perché delle cose. La nostra esistenza è come quella di un ruscello di montagna che vuole sapere quale sia la sorgente da cui sgorga.
La vera scienza è conoscere Dio. Il dolore e il dramma del presente consiste nell’assenza di orizzonti, di nostalgia dell’Altro. Il dramma del presente è che non sembra più esserci una ragione grande per vivere e per morire. Molti giovani, invece di prefissarsi una meta e remare verso di essa con coraggio, si lasciano andare alla deriva, trascinati dalla corrente del momento.
Lo Spirito Santo ci dona la scienza per aiutarci a scoprire il volto di Dio, la sua volontà, a capire il senso della sua Parola. Egli ci permette di percepire con sensibilità viva la presenza del Creatore nelle creature e la presenza di Gesù nelle persone. Il sapere tecnico e scientifico è buona cosa: senza di esso non avremmo raggiunto l’attuale progresso. Nonostante, però, la stima del pensiero, la persona intelligente sa che la sola intelligenza non basta. Lo studio è importantissimo, essere culturalmente preparati è oggi fondamentale, certo!
Ma il criterio decisivo per misurare una persona è altra cosa dal pensiero. È l’amore! Come ha detto un grande scrittore: «Ci sono ragioni del cuore che la mente non capisce».
La scienza tecnologica è un metodo di conoscenza, ma non è l’unico. L’esperienza comune, la letteratura d’immaginazione, l’arte, la poesia e la musica sono una valida conoscenza della realtà.
Il senso e lo scopo del mondo e della vita umana, come le questioni inerenti ai valori morali e religiosi trascendono la tecnica, eppure sono fondamentali per ciascuno di noi.
La fede cristiana non consiste in una serie di dogmi, non è un’ideologia. Essa non va contro la ragione ma la supera:
la ragione è il piroscafo che ci aiuta ad attraversare il mondo;
• la fede è il missile che ci porta a Dio.
Un proverbio dice che «sapere è potere». Ci sono persone che hanno accumulato un gran sapere, ma lo utilizzano soltanto per esercitare il potere su coloro che non se ne intendono. Ci sono persone che ne sanno molto, ma non hanno un progetto e, in fin dei conti, non ci vedono chiaro. Abbiamo bisogno del dono dello Spirito per vederci chiaro, accorgerci delle connessioni profonde che collegano le diverse situazioni e reagirvi con intelligenza.
Il dono della scienza è la capacità di comprendere meglio le connessioni del mondo e di affrontarlo in modo adeguato, altrimenti il sapere diventa arido, agiamo senza un autentico progetto e le nostre intenzioni non sono pure.
Per stimolare i ragazzi a prendere coscienza di tutto ciò, è opportuno proporre un brainstorming sulla parola «scienza» e riportare quanto dicono su un cartellone.
Poi, su un nuovo cartellone, diviso in due colonne con i titoli «Scienza, nel significato corrente» e «Scienza, dono dello Spirito», riprendendo ogni termine, si chiede loro quale è la sua connotazione e se è da inserire nella prima o nella seconda colonna o in entrambe.
Individuare, quindi, persone che esprimono, nella loro esistenza, in maniera precipua la scienza secondo la prima e la seconda colonna, e come si caratterizzano.
Approfondire, infine, se è possibile fare sinte si e armonizzare nella propria vita le due dimensioni, e quale persona ci sembra che le incarni insieme.

Questo e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi sul numero di Febbraio dell’inserto Ragazzi & Dintorni dossier mensile di Catechisti Parrocchiali.

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Buona domenica!

Non preoccupatevi per la vostra vita,
di quello che mangerete o berrete,
nè per il vostro corpo,
di quello che indosserete;
la vita non vale forse più del cibo
e il corpo più del vestito?

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 6,24-34)
VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO -Anno A-

 

La parola a…
Paolo Curtaz

Viviamo tempi difficili, siamo onesti.
Non soltanto per le questioni economiche, che comunque mettono a dura prova le nostre famiglie. Ma soprattutto per la mancanza di speranza che sta travolgendo i giovani, esasperati dalla mancanza di futuro, storditi da un mondo che non li vuole se non per consumare e fare gli idioti.
Ma proprio in questi momenti siamo chiamati a tirare fuori il meglio, ad andare all’essenziale. Con i piedi ben piantati in terra e con il cuore che vola alto, sopra i problemi, per guardarli da un’altra angolazione.
Quella di Dio.
È ciò che afferma l’inaudito messaggio del cristianesimo.
Dio è ed è presente.
Non è un severo contabile che dall’alto della sua indifferenza ci lascia sguazzare nelle nostre tragicomiche vicissitudini.
Dio si occupa di noi, sempre.
Il mondo non è un inganno e un covo di violenza che precipita nel caos, e la vita non è inutile.
Attorno a noi si sta costruendo un gigantesco mosaico d’amore in cui ognuno di noi è una tessera.
Dio ci chiede di collaborare al suo grande progetto.
Certo, ci vuole fede, e molta, per credere in questo.

 

…e per riflettere puoi scaricare: Vedere la bellezza

 

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Tra note e realtà – Paura di amare

Abbiamo tutti paura di dare:
l’amore non regge la verità,
nell’era della comunicazione
vestiamo parole di mediocrità.
Abbiamo tutti paura di amare
abbiamo tutti paura di lasciarci andare,
di farci vedere per quel che siamo con le nostre fragilità
Abbiamo tutti paura di amare,
abbiamo tutti paura di lasciarci andare
di far vedere quello che siamo,
con i sogni che nascondiamo nell’anima…

(E. Finardi, Paura di amare)

 

La canzone non è nuova indubbiamente. Eppure l’attualità di quanto, musicalmente dichiara, diviene ogni giorno più sfidante.
Penso che, davanti a notizie cariche “di assurdo” e al limite della razionalità, capiti anche a voi di essere travolti da interrogativi, dubbi, questioni sulla fragilità della natura umana. Stessi interrogativi che si ripresentano con altrettanta forza quando a sconvolgerci è la straordinaria potenzialità di bene che abita nel cuore di uomini e donne a noi contemporanei.
Potrebbe sembrare strano: eppure in un caso o nell’altro ritroviamo una delle dimensione fondamentali del nostro esistere: l’amore.
Chiaramente uguale è la parola, ma estremamente differenti sono aggettivi ed effetti che le si possono attribuire. Se in un caso a farla da padrone è un amore geloso, rigido, possessivo e spesso, originariamente, ferito, dall’altra risplende la luminosità di un amore puro, generoso, gratuito, riconciliato.
Non si tratta di creare divisioni, ma di guardare in faccia, senza paura le dimensioni di un amore che sempre e comunque ci vivono dentro, aprendoci o chiudendoci a nuove possibilità di costruire, attorno a noi, un Bene più grande.
L’amore fa la differenza. L’amore rende la nostra vita e i nostri sì differenti… dà valore e senso a ogni scelta… non teme la sconfitta, ma desidera la vita.
Non è un amore anonimo quello di cui parliamo, né tantomeno un amore antropologico o sociale. È un amore-risposta, che nasce da una chiamata e si rafforza nel suo essere “dono”.
È un amore che si genera nell’Amore.
Ma quali sono le vette che ciascuno di noi è chiamato a scalare?
Quale Amore ogni giorno ci dà un motivo in più per vivere?
Esistono confini per l’Amore?

Vieni… e vedi!

di suor Mariangela fsp

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CATECHISTI PARROCCHIALI – Febbraio 2011: Una comunità che accoglie

COSTRUIRE L’APPRENDIMENTO IN MODO CREATIVO – I

di Franca Feliziani Kannheiser

Durante uno degli incontri di catechesi si svolge un vivace dibattito. Alla domanda: «Chi è Dio per me?», Erika risponde: «Certamente Dio non è come un lecca-lecca che ha tanti gusti, che se lo lecchi per un po’ finisce subito! Dio è piuttosto come una mela: è buona, è saporita, è dolce e gustosa, e anche se ne mangi tante, non fanno mai male!».
Certo, non è facile ritrovare gli attributi dell’Altissimo e Onnipotente, Creatore del cielo e della terra, in una allegra, succosa mela rossa e, a qualche orecchio, un’espressione del genere potrebbe sembrare persino blasfema.

Essere creativi non significa, naturalmente, fantasticare a briglia sciolta, ma ricercare senza paura un approccio personale a chi, altrimenti, rischierebbe di rimanere un’arida «verità di fede» e non Qualcuno da incontrare personalmente.
I bambini hanno bisogno di immaginare – cioè di accogliere nel loro spazio interiore – Dio e Gesù; di rielaborare tali immagini, ricreandole, così come ricreano dentro di loro l’immagine del papà e della mamma, per sentirli vicini e averli sempre con sé; hanno bisogno di rinarrare con parole proprie i racconti della Bibbia, per poterli comprendere e collegare alle loro esperienze di vita.
La creatività è un processo che ha a che fare con la crescita: per questo motivo, richiede tempo, pazienza e un clima disteso di dialogo, perché, pur essendo squisitamente personale, esige confronto e condivisione.

Molto spesso, invece, la catechesi ricalca un vecchio modello di lezione frontale, dove il catechista spiega e i bambini ripetono e memorizzano contenuti. Testi, quaderni e schede sono utilizzati a questo scopo. Molti catechisti, che lottano costantemente per avere attenzione e disciplina dal loro gruppo, possono magari aspirare a «lezioni» sì fatte come a un ideale.
Il processo creativo si sviluppa a partire da uno stimolo: un oggetto, un’immagine, un racconto, un gioco e ha bisogno di strumenti concreti per esprimersi: carta e matita, materiale manipolativo, colori, ma anche stoffe, materiale da costruzione, ecc.

Soprattutto per i bambini più piccoli il veicolo naturale della creatività sono i sensi, il corpo.
Il gioco, il movimento, la manipolazione di oggetti esperienziali vengono a costituire il terreno da cui germoglia la parola nuova e personale. Altri elementi importanti sono, poi, l’osservazione di immagini simboliche, l’ascolto di musiche suggestive, il lavoro con i colori. Tutto questo allo scopo di creare spazi percettivi più ampi, dove il bambino impari a cogliere la realtà dai diversi punti di vista.

A un livello più strettamente religioso il catechista dovrà aiutare il bambino a familiarizzare con semplici brani biblici, da scegliersi tra quelli più evocativi, da corredare con espressioni di preghiera e del linguaggio liturgico particolarmente plastiche e suggestive, con qualche immagine, tra le più accessibili, tratte dai Padri.
Attraverso questi impulsi, il fanciullo è incoraggiato ad associare, creare analogie, cercare metafore, inventare, senza paura, le immagini e le parole più adeguate a manifestare quello che vive.
Si nutrirà, così, il suo mondo interiore e si arricchirà il suo patrimonio linguistico, avendo a disposizione un repertorio espressivo atto a comunicare quella dimensione sempre più spesso senza voce: cioè la dimensione del simbolo, del sacro, della fede.

La creatività in catechesi è seguire con occhi aperti le tracce di Dio nella nostra vita che, spesso, compaiono proprio là dove non ce lo saremmo mai aspettato.

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi  nel numero di Febbraio di Catechisti Parrocchiali

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Buona domenica!

Siate santi,
perchè io, il Signore,
vostro Dio, sono santo.

Dal libro del Levitico (Lv 19,1-2.17-18)
VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO -Anno A-

 

La parola a…
Paolo Curtaz

Era normale, al tempo di Gesù amare e perdonare, era previsto e predicato dai rabbini. Ma l’amore e il perdono erano ristretti al popolo di Israele. Il nemico andava odiato. Allora capiamo la follia della predicazione di Gesù, che sovverte l’ordine: amare chi ti ama non è opera meritoria, pregare per chi ti è nemico, augurargli la conversione, non la morte, significa imitare il Padre. E il Figlio, che sulla croce perdona i suoi assassini.
È normale trovare antipatico chi ci contrasta.
È evangelico scegliere di passare sopra alle antipatie per trovare ciò che unisce.
È normale difendere le proprie cose, il proprio territorio, la propria famiglia.
È evangelico scegliere il dialogo, il confronto, la conoscenza reciproca per farlo.
È normale che ogni tanto la parte oscura che c’è in noi emerga.
È evangelico lasciare che la parte luminosa sconfigga la parte peggiore di noi.
Se essere cristiani non cambia le nostre scelte, se non cambia la nostra vita, le nostre reazioni, significa che il Vangelo non ha davvero arato il nostro cuore.
Gesù è asciutto e diretto, chiede tanto perché dona tanto.
Non vuole che i suoi discepoli siano all’acqua di rose, bravi ragazzi insipidi e anonimi, ma uomini e donne capaci di dire chi è veramente Dio, di chi può essere davvero l’uomo.

 

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RAGAZZI & DINTORNI – Febbraio 2011 – Dossier Scienza

 

A OCCHI APERTI

di Cecilia Salizzoni

La scienza effusa dallo Spirito Santo risale a Dio, servendosi di ciò che l’intelligenza del cuore coglie nelle cose create. Se il cuore umano pensa di trovare la felicità nelle creature grazie ad essa cambia orientamento e fissa l’attenzione su Dio, riconoscendolo come vero ed unico Bene
È l’esperienza di ogni conversione, probabilmente; tuttavia quella che per prima queste parole evocano e che corrisponde ad esse quasi alla lettera, è la vita di Francesco, il poverello d’Assisi.
La radicalità del suo volgersi dai beni terreni al regno di Dio, il suo rinascere proprio attraverso la percezione nuova delle creature, in cui leggere «il segno» del Creatore; il rovesciamento di valore rispetto al sentire comune, per cui la più piccola delle creature è grande nel progetto di chi l’ha creata, mantengono, dopo otto secoli, una forza esemplare con cui ogni cristiano non può fare a meno di confrontarsi.
Lo ha fatto spesso anche il cinema, fin dalle origini.
All’interno di questo percorso si propone il film di Zeffirelli Fratello sole, sorella luna (1972), perché, nonostante  siano passati quasi trenta anni dalla sua uscita, è quello che sviluppa nel modo più lineare e chiaro la trasformazione di Francesco per opera dello Spirito.
La struttura tematica, infatti, è presentata compiutamente già nel prologo che lascia presagire nei modi di messa in scena, in quadro e montaggio, il percorso del protagonista: da gaudente e viziato figlio di papà a figlio di Dio, lietamente povero tra i poveri. Il padre, invece, pur amandolo, non riuscirà mai a capire la trasformazione del figlio.
La malattia rappresenta il punto di crisi e di rinascita: nel letto Francesco è come morto e, come morto, si era visto nello specchio, con indosso l’armatura, prima di partire per la guerra. Il contrasto tra quell’immagine e quella sul tetto in camicia da notte svolazzante, mentre imita il volo degli uccelli, è netto e dice il percorso di liberazione.
Lo ribadirà la scena in cattedrale, dove Francesco non regge il peso della deforma zione operata sulla Chiesa dal sentire mondano; perfino il volto del crocifisso appare sdegnosamente morto in croce sotto i segni del potere. La fuga da quella Chiesa lo conduce verso un’altra chiesa, in rovina, dove un altro crocifisso ha occhi aperti, eloquenti e miti.
Tutta la sequenza gioca sul motivo dell’aprire gli occhi, fin da quando Francesco, nel letto-sepolcro, li riapre al cinguettio di un passero, e la messa in quadro sottolinea «il disvelamento» che quel richiamo opera in lui. Non è sentimentalismo ecologico, come l’emotività della scena può indurre a credere: questa e le scene successive di immersione nella natura devono essere lette alla luce di quanto Francesco dirà davanti al Papa: «Guardate gli uccelli del cielo…».

Nell’udienza di Innocenzo III si ripete, amplificata, la figurazione della Chiesa di Assisi: anche il Papa, attorniato da una corte «imperiale», appare alienato sotto la cappa d’oro di piviale e triregno. Come il Crocifisso di Assisi, ha gli occhi quasi chiusi, ma li apre mentre ascolta Francesco e li riaprirà, prendendo consapevolezza del gesto che compie per riportare i frati alla sua presenza. Il movimento della camera va a scoprire il volto del Cristo Pantocrator alle sue spalle, che ha occhi aperti e parlanti, mettendolo in relazione diretta con il suo Vicario in terra, che ora si libera del piviale e resta in tunica bianca (come Francesco sul tetto), poi scende l’altissima scalinata per portarsi a livello di Francesco e riconoscerne la verità: «Dio ti ha dato il più prezioso dei doni, la grazia di avvicinarti a lui attraverso le sue creature» e la missione.

La scheda operativa del film e molti altri suggerimenti   per la catechesi dei ragazzi sul numero di Febbraio dell’inserto Ragazzi & Dintorni dossier mensile di Catechisti Parrocchiali.

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Buona domenica!

Se la vostra giustizia
non supererà quella degli scribi
e dei farisei, non entrerete
nel regno dei cieli.

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 5,17-37)
VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO -Anno A-

 

La parola a…
Paolo Curtaz

Speriamo che la Quaresima arrivi presto.
Perché, siamo sinceri, ancora qualche domenica con vangeli del genere e mi converto allo Zoroastrismo. Non so voi, ma già le beatitudini a me provocano una certa acidità di stomaco, ma i due capitoli che seguono, in cui Gesù smonta pezzo per pezzo tutto quello che i devoti del tempo (e di sempre) pensavano essere l’essenziale della fede, proprio fatico ad ascoltarli. Figuriamoci a viverli.
Eppure quelle indicazioni, preziose, in cui Gesù si permette di correggere, meglio: di riportare all’origine la Legge che Dio ha donato agli uomini, ci svelano tantissimo di Dio, di Gesù, e di noi.

Di Dio

Ci dicono che Dio sa come funzioniamo, che ci ha creato e la sua Parola, la sua Legge, i “comandamenti”, altro non sono che indicazioni per il nostro buon funzionamento. Dio non si diverte a farci impazzire mettendoci paletti e facendoci penare, proponendoci comportamenti irreprensibili (e noiosi). Dio non è geloso della nostra libertà e allora la limita. Semplicemente sa come funzioniamo, e desidera profondamente portarci alla sorgente della beatitudine, del bene. Dio è il collaboratore della nostra gioia: il peccato è male perché ci fa del male.
Quanto è bello pensare che Dio si occupa realmente di noi! E che, lui sì, ha a cuore il nostro bene!

Di Gesù

Gesù, nel discorso della montagna, segue un piano ben preciso: ha iniziato parlando del Regno e di chi vi appartiene, nelle beatitudini; domenica scorsa ci ha ammonito ad uscire da une fede insipida e oscura. Oggi e nelle prossime domeniche ci indicherà degli atteggiamenti concreti da seguire che sono la conseguenza dell’illuminazione interiore.
Già alcuni giudei, i più devoti, erano stati abilissimi a manipolare gli insegnamenti di Mosé, a imprigionare il volo della libertà, ad adattare, minimalizzare, aggiustare il tiro.
Gesù scardina tutto.
Riprende a uno a uno i precetti e ne svela il senso profondo, se ne riappropria, toglie la vernice delle tradizioni umane che ne avevano smorzato lo splendore. Straordinario Gesù! Così facendo disinnesca la bomba, fa crescere i presenti, libera la legge orientandola verso Dio.
Gli astanti, come noi, si erano costruiti una gabbia dorata, sicura, una millimetrica serie di leggi così da poter dire a Dio, come ad un irreprensibile funzionario: Ho fatto tutto, non ho sgarrato.
Gesù abbatte nuovamente gli steccati, libera Dio e il suo progetto dalle nostre manipolazioni.

Di noi

Se accogliamo le beatitudini, se vogliamo insaporire la vita, non dobbiamo nasconderci dietro ad un dito.
La violenza sgorga dal cuore, non basta barricarsi dietro ad una presunto buonismo: si può uccidere anche con la lingua, fare stragi con il giudizio impietoso, genocidi con la nostra impietosa analisi. In questo mondo che ha sdoganato il pettegolezzo facendolo diventare un’attività benemerita e lucrosa (è bastato chiamarlo gossip!), il discepolo è chiamato a vedere e dire solo il bene che abita il cuore degli uomini.
La lussuria e il dominio sono nel nostro cuore, non siamo un corpo, possediamo un corpo e l’altro non può diventare un oggetto. In questo tempo orribile in cui i padri plaudono le figlie che si fanno strada nella squallida notorietà delle starlette ad ogni costo e le persone si misurano dalla loro avvenenza, il discepolo ancora propone una lettura di sé e degli altri basata sulla persona, non sulla sua apparenza.
La menzogna ci sta accanto, ed è inutile scaricare sempre le responsabilità sugli altri.
In un mondo fasullo e menzognero il discepolo non ha bisogno di giurare perché, semplicemente dice il vero perché è vero. E non ha paura di pagare per i propri sbagli.

Per fare questo, ci ammonisce Ben Sirach, occorre scegliere fra l’acqua e il fuoco.

L’acqua che spegne ogni passione, il fuoco che divora i santi.
Siamo liberi, liberi di scegliere, drammaticamente liberi di scegliere.

…e per riflettere puoi scaricare: Cambiamento

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