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Tra note e realtà – Paura di amare

Abbiamo tutti paura di dare:
l’amore non regge la verità,
nell’era della comunicazione
vestiamo parole di mediocrità.
Abbiamo tutti paura di amare
abbiamo tutti paura di lasciarci andare,
di farci vedere per quel che siamo con le nostre fragilità
Abbiamo tutti paura di amare,
abbiamo tutti paura di lasciarci andare
di far vedere quello che siamo,
con i sogni che nascondiamo nell’anima…

(E. Finardi, Paura di amare)

 

La canzone non è nuova indubbiamente. Eppure l’attualità di quanto, musicalmente dichiara, diviene ogni giorno più sfidante.
Penso che, davanti a notizie cariche “di assurdo” e al limite della razionalità, capiti anche a voi di essere travolti da interrogativi, dubbi, questioni sulla fragilità della natura umana. Stessi interrogativi che si ripresentano con altrettanta forza quando a sconvolgerci è la straordinaria potenzialità di bene che abita nel cuore di uomini e donne a noi contemporanei.
Potrebbe sembrare strano: eppure in un caso o nell’altro ritroviamo una delle dimensione fondamentali del nostro esistere: l’amore.
Chiaramente uguale è la parola, ma estremamente differenti sono aggettivi ed effetti che le si possono attribuire. Se in un caso a farla da padrone è un amore geloso, rigido, possessivo e spesso, originariamente, ferito, dall’altra risplende la luminosità di un amore puro, generoso, gratuito, riconciliato.
Non si tratta di creare divisioni, ma di guardare in faccia, senza paura le dimensioni di un amore che sempre e comunque ci vivono dentro, aprendoci o chiudendoci a nuove possibilità di costruire, attorno a noi, un Bene più grande.
L’amore fa la differenza. L’amore rende la nostra vita e i nostri sì differenti… dà valore e senso a ogni scelta… non teme la sconfitta, ma desidera la vita.
Non è un amore anonimo quello di cui parliamo, né tantomeno un amore antropologico o sociale. È un amore-risposta, che nasce da una chiamata e si rafforza nel suo essere “dono”.
È un amore che si genera nell’Amore.
Ma quali sono le vette che ciascuno di noi è chiamato a scalare?
Quale Amore ogni giorno ci dà un motivo in più per vivere?
Esistono confini per l’Amore?

Vieni… e vedi!

di suor Mariangela fsp

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CATECHISTI PARROCCHIALI – Febbraio 2011: Una comunità che accoglie

COSTRUIRE L’APPRENDIMENTO IN MODO CREATIVO – I

di Franca Feliziani Kannheiser

Durante uno degli incontri di catechesi si svolge un vivace dibattito. Alla domanda: «Chi è Dio per me?», Erika risponde: «Certamente Dio non è come un lecca-lecca che ha tanti gusti, che se lo lecchi per un po’ finisce subito! Dio è piuttosto come una mela: è buona, è saporita, è dolce e gustosa, e anche se ne mangi tante, non fanno mai male!».
Certo, non è facile ritrovare gli attributi dell’Altissimo e Onnipotente, Creatore del cielo e della terra, in una allegra, succosa mela rossa e, a qualche orecchio, un’espressione del genere potrebbe sembrare persino blasfema.

Essere creativi non significa, naturalmente, fantasticare a briglia sciolta, ma ricercare senza paura un approccio personale a chi, altrimenti, rischierebbe di rimanere un’arida «verità di fede» e non Qualcuno da incontrare personalmente.
I bambini hanno bisogno di immaginare – cioè di accogliere nel loro spazio interiore – Dio e Gesù; di rielaborare tali immagini, ricreandole, così come ricreano dentro di loro l’immagine del papà e della mamma, per sentirli vicini e averli sempre con sé; hanno bisogno di rinarrare con parole proprie i racconti della Bibbia, per poterli comprendere e collegare alle loro esperienze di vita.
La creatività è un processo che ha a che fare con la crescita: per questo motivo, richiede tempo, pazienza e un clima disteso di dialogo, perché, pur essendo squisitamente personale, esige confronto e condivisione.

Molto spesso, invece, la catechesi ricalca un vecchio modello di lezione frontale, dove il catechista spiega e i bambini ripetono e memorizzano contenuti. Testi, quaderni e schede sono utilizzati a questo scopo. Molti catechisti, che lottano costantemente per avere attenzione e disciplina dal loro gruppo, possono magari aspirare a «lezioni» sì fatte come a un ideale.
Il processo creativo si sviluppa a partire da uno stimolo: un oggetto, un’immagine, un racconto, un gioco e ha bisogno di strumenti concreti per esprimersi: carta e matita, materiale manipolativo, colori, ma anche stoffe, materiale da costruzione, ecc.

Soprattutto per i bambini più piccoli il veicolo naturale della creatività sono i sensi, il corpo.
Il gioco, il movimento, la manipolazione di oggetti esperienziali vengono a costituire il terreno da cui germoglia la parola nuova e personale. Altri elementi importanti sono, poi, l’osservazione di immagini simboliche, l’ascolto di musiche suggestive, il lavoro con i colori. Tutto questo allo scopo di creare spazi percettivi più ampi, dove il bambino impari a cogliere la realtà dai diversi punti di vista.

A un livello più strettamente religioso il catechista dovrà aiutare il bambino a familiarizzare con semplici brani biblici, da scegliersi tra quelli più evocativi, da corredare con espressioni di preghiera e del linguaggio liturgico particolarmente plastiche e suggestive, con qualche immagine, tra le più accessibili, tratte dai Padri.
Attraverso questi impulsi, il fanciullo è incoraggiato ad associare, creare analogie, cercare metafore, inventare, senza paura, le immagini e le parole più adeguate a manifestare quello che vive.
Si nutrirà, così, il suo mondo interiore e si arricchirà il suo patrimonio linguistico, avendo a disposizione un repertorio espressivo atto a comunicare quella dimensione sempre più spesso senza voce: cioè la dimensione del simbolo, del sacro, della fede.

La creatività in catechesi è seguire con occhi aperti le tracce di Dio nella nostra vita che, spesso, compaiono proprio là dove non ce lo saremmo mai aspettato.

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi  nel numero di Febbraio di Catechisti Parrocchiali

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Buona domenica!

Siate santi,
perchè io, il Signore,
vostro Dio, sono santo.

Dal libro del Levitico (Lv 19,1-2.17-18)
VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO -Anno A-

 

La parola a…
Paolo Curtaz

Era normale, al tempo di Gesù amare e perdonare, era previsto e predicato dai rabbini. Ma l’amore e il perdono erano ristretti al popolo di Israele. Il nemico andava odiato. Allora capiamo la follia della predicazione di Gesù, che sovverte l’ordine: amare chi ti ama non è opera meritoria, pregare per chi ti è nemico, augurargli la conversione, non la morte, significa imitare il Padre. E il Figlio, che sulla croce perdona i suoi assassini.
È normale trovare antipatico chi ci contrasta.
È evangelico scegliere di passare sopra alle antipatie per trovare ciò che unisce.
È normale difendere le proprie cose, il proprio territorio, la propria famiglia.
È evangelico scegliere il dialogo, il confronto, la conoscenza reciproca per farlo.
È normale che ogni tanto la parte oscura che c’è in noi emerga.
È evangelico lasciare che la parte luminosa sconfigga la parte peggiore di noi.
Se essere cristiani non cambia le nostre scelte, se non cambia la nostra vita, le nostre reazioni, significa che il Vangelo non ha davvero arato il nostro cuore.
Gesù è asciutto e diretto, chiede tanto perché dona tanto.
Non vuole che i suoi discepoli siano all’acqua di rose, bravi ragazzi insipidi e anonimi, ma uomini e donne capaci di dire chi è veramente Dio, di chi può essere davvero l’uomo.

 

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RAGAZZI & DINTORNI – Febbraio 2011 – Dossier Scienza

 

A OCCHI APERTI

di Cecilia Salizzoni

La scienza effusa dallo Spirito Santo risale a Dio, servendosi di ciò che l’intelligenza del cuore coglie nelle cose create. Se il cuore umano pensa di trovare la felicità nelle creature grazie ad essa cambia orientamento e fissa l’attenzione su Dio, riconoscendolo come vero ed unico Bene
È l’esperienza di ogni conversione, probabilmente; tuttavia quella che per prima queste parole evocano e che corrisponde ad esse quasi alla lettera, è la vita di Francesco, il poverello d’Assisi.
La radicalità del suo volgersi dai beni terreni al regno di Dio, il suo rinascere proprio attraverso la percezione nuova delle creature, in cui leggere «il segno» del Creatore; il rovesciamento di valore rispetto al sentire comune, per cui la più piccola delle creature è grande nel progetto di chi l’ha creata, mantengono, dopo otto secoli, una forza esemplare con cui ogni cristiano non può fare a meno di confrontarsi.
Lo ha fatto spesso anche il cinema, fin dalle origini.
All’interno di questo percorso si propone il film di Zeffirelli Fratello sole, sorella luna (1972), perché, nonostante  siano passati quasi trenta anni dalla sua uscita, è quello che sviluppa nel modo più lineare e chiaro la trasformazione di Francesco per opera dello Spirito.
La struttura tematica, infatti, è presentata compiutamente già nel prologo che lascia presagire nei modi di messa in scena, in quadro e montaggio, il percorso del protagonista: da gaudente e viziato figlio di papà a figlio di Dio, lietamente povero tra i poveri. Il padre, invece, pur amandolo, non riuscirà mai a capire la trasformazione del figlio.
La malattia rappresenta il punto di crisi e di rinascita: nel letto Francesco è come morto e, come morto, si era visto nello specchio, con indosso l’armatura, prima di partire per la guerra. Il contrasto tra quell’immagine e quella sul tetto in camicia da notte svolazzante, mentre imita il volo degli uccelli, è netto e dice il percorso di liberazione.
Lo ribadirà la scena in cattedrale, dove Francesco non regge il peso della deforma zione operata sulla Chiesa dal sentire mondano; perfino il volto del crocifisso appare sdegnosamente morto in croce sotto i segni del potere. La fuga da quella Chiesa lo conduce verso un’altra chiesa, in rovina, dove un altro crocifisso ha occhi aperti, eloquenti e miti.
Tutta la sequenza gioca sul motivo dell’aprire gli occhi, fin da quando Francesco, nel letto-sepolcro, li riapre al cinguettio di un passero, e la messa in quadro sottolinea «il disvelamento» che quel richiamo opera in lui. Non è sentimentalismo ecologico, come l’emotività della scena può indurre a credere: questa e le scene successive di immersione nella natura devono essere lette alla luce di quanto Francesco dirà davanti al Papa: «Guardate gli uccelli del cielo…».

Nell’udienza di Innocenzo III si ripete, amplificata, la figurazione della Chiesa di Assisi: anche il Papa, attorniato da una corte «imperiale», appare alienato sotto la cappa d’oro di piviale e triregno. Come il Crocifisso di Assisi, ha gli occhi quasi chiusi, ma li apre mentre ascolta Francesco e li riaprirà, prendendo consapevolezza del gesto che compie per riportare i frati alla sua presenza. Il movimento della camera va a scoprire il volto del Cristo Pantocrator alle sue spalle, che ha occhi aperti e parlanti, mettendolo in relazione diretta con il suo Vicario in terra, che ora si libera del piviale e resta in tunica bianca (come Francesco sul tetto), poi scende l’altissima scalinata per portarsi a livello di Francesco e riconoscerne la verità: «Dio ti ha dato il più prezioso dei doni, la grazia di avvicinarti a lui attraverso le sue creature» e la missione.

La scheda operativa del film e molti altri suggerimenti   per la catechesi dei ragazzi sul numero di Febbraio dell’inserto Ragazzi & Dintorni dossier mensile di Catechisti Parrocchiali.

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Buona domenica!

Se la vostra giustizia
non supererà quella degli scribi
e dei farisei, non entrerete
nel regno dei cieli.

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 5,17-37)
VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO -Anno A-

 

La parola a…
Paolo Curtaz

Speriamo che la Quaresima arrivi presto.
Perché, siamo sinceri, ancora qualche domenica con vangeli del genere e mi converto allo Zoroastrismo. Non so voi, ma già le beatitudini a me provocano una certa acidità di stomaco, ma i due capitoli che seguono, in cui Gesù smonta pezzo per pezzo tutto quello che i devoti del tempo (e di sempre) pensavano essere l’essenziale della fede, proprio fatico ad ascoltarli. Figuriamoci a viverli.
Eppure quelle indicazioni, preziose, in cui Gesù si permette di correggere, meglio: di riportare all’origine la Legge che Dio ha donato agli uomini, ci svelano tantissimo di Dio, di Gesù, e di noi.

Di Dio

Ci dicono che Dio sa come funzioniamo, che ci ha creato e la sua Parola, la sua Legge, i “comandamenti”, altro non sono che indicazioni per il nostro buon funzionamento. Dio non si diverte a farci impazzire mettendoci paletti e facendoci penare, proponendoci comportamenti irreprensibili (e noiosi). Dio non è geloso della nostra libertà e allora la limita. Semplicemente sa come funzioniamo, e desidera profondamente portarci alla sorgente della beatitudine, del bene. Dio è il collaboratore della nostra gioia: il peccato è male perché ci fa del male.
Quanto è bello pensare che Dio si occupa realmente di noi! E che, lui sì, ha a cuore il nostro bene!

Di Gesù

Gesù, nel discorso della montagna, segue un piano ben preciso: ha iniziato parlando del Regno e di chi vi appartiene, nelle beatitudini; domenica scorsa ci ha ammonito ad uscire da une fede insipida e oscura. Oggi e nelle prossime domeniche ci indicherà degli atteggiamenti concreti da seguire che sono la conseguenza dell’illuminazione interiore.
Già alcuni giudei, i più devoti, erano stati abilissimi a manipolare gli insegnamenti di Mosé, a imprigionare il volo della libertà, ad adattare, minimalizzare, aggiustare il tiro.
Gesù scardina tutto.
Riprende a uno a uno i precetti e ne svela il senso profondo, se ne riappropria, toglie la vernice delle tradizioni umane che ne avevano smorzato lo splendore. Straordinario Gesù! Così facendo disinnesca la bomba, fa crescere i presenti, libera la legge orientandola verso Dio.
Gli astanti, come noi, si erano costruiti una gabbia dorata, sicura, una millimetrica serie di leggi così da poter dire a Dio, come ad un irreprensibile funzionario: Ho fatto tutto, non ho sgarrato.
Gesù abbatte nuovamente gli steccati, libera Dio e il suo progetto dalle nostre manipolazioni.

Di noi

Se accogliamo le beatitudini, se vogliamo insaporire la vita, non dobbiamo nasconderci dietro ad un dito.
La violenza sgorga dal cuore, non basta barricarsi dietro ad una presunto buonismo: si può uccidere anche con la lingua, fare stragi con il giudizio impietoso, genocidi con la nostra impietosa analisi. In questo mondo che ha sdoganato il pettegolezzo facendolo diventare un’attività benemerita e lucrosa (è bastato chiamarlo gossip!), il discepolo è chiamato a vedere e dire solo il bene che abita il cuore degli uomini.
La lussuria e il dominio sono nel nostro cuore, non siamo un corpo, possediamo un corpo e l’altro non può diventare un oggetto. In questo tempo orribile in cui i padri plaudono le figlie che si fanno strada nella squallida notorietà delle starlette ad ogni costo e le persone si misurano dalla loro avvenenza, il discepolo ancora propone una lettura di sé e degli altri basata sulla persona, non sulla sua apparenza.
La menzogna ci sta accanto, ed è inutile scaricare sempre le responsabilità sugli altri.
In un mondo fasullo e menzognero il discepolo non ha bisogno di giurare perché, semplicemente dice il vero perché è vero. E non ha paura di pagare per i propri sbagli.

Per fare questo, ci ammonisce Ben Sirach, occorre scegliere fra l’acqua e il fuoco.

L’acqua che spegne ogni passione, il fuoco che divora i santi.
Siamo liberi, liberi di scegliere, drammaticamente liberi di scegliere.

…e per riflettere puoi scaricare: Cambiamento

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Tra note e realtà – L’abitudine

Tu, per quello che mi dai, quell’emozione in più,
ad ogni tua parola…

Perché la solitudine che non sorride mai,
diventa l’abitudine e non la scelta che tu fai…
La vita può sorprenderti in tutto quel che fa

e dove non lo immagini incontri la felicità.
E sono qui con te. E non ti lascerò
ti chiedo di fermarti qui
e stare insieme a te…

Tu, che sei vicino a me, (così vicino a me)
che sei parte di me (così dentro di te)
come una sensazione…
sei le parole e la musica

per una nuova canzone…
Per quello che tu sai (e lo sai…)
Per quello che mi dai (anche tu…)
Per un amore semplice ma grande più che mai.

(A.Bocelli – L’abitudine)


Febbraio…
mese degli innamorati!Ormai è un classico!

Verona: Romeo e Giulietta e il loro amore eterno.
Terni: San Valentino e la sua speciale predilezione per gli innamorati.
Perugina: fabbriche iper-attive per la produzione degli ancora più classici: “Baci” o “Bacetti”… dipende dall’intensità e dalla frase.

Tu e Io: l’eterno alternarsi di due piccolissimi pronomi che, consentitemelo, fanno la differenza…
…e la fanno sempre!
Negli incontri, nelle relazioni, in amore.
Ma quale amore? Amore da chi e amore per chi?
L’amore non è mai anonimo, nasce sempre da una persona unica e irripetibile che ama, che fa di se stessa un dono, che si apre al mistero di un incontro, che lascia entrare dentro di sé l’altro nella sua totalità e nel suo limite. Amore… meraviglioso incontro di due misteri e di due libertà… di due verità che fino a ieri non si conoscevano.

Se questo è Amore, perché la solitudine?
Buona la domanda! E se si rispondesse che è necessaria?!
Mi dareste torto oppure, spero, mi chiedereste il perché.
La solitudine non ti sorride mai, ti chiude, ti rende arido se la subisci, se tenti disperatamente di fartene una ragione, se non la scegli, se le permetti di diventare un’abitudine, ma la solitudine ha la potenza misteriosa e segreta di aprirti alla vita, di renderti forte.
La solitudine o forse la solitarietà (e non è un errore) è la tua possibilità di diventare persona, è il tuo ponte verso l’altro, è dimostrare a te stesso che nel flusso di un mondo che corre tu sai stare in piedi, scegliere se camminare o fermarti.

Vivila! Cogliene l’attimo e la preziosità; sia ponte verso il futuro e mai rimpianto per il passato.
Ma soli per sempre? Soli… da soli?
No, mai! Soli, con l’aiuto degli altri perché sono proprio loro ad arricchirci, specchio delle nostre stesse ricchezze.
Soli, solo per essere più liberi (interiormente) di incontrare l’altro, di lasciarci toccare profondamente dall’altro. Da un Altro che ha un volto e un nome, una storia e una libertà. Da un Altro che sta per diventare la mia stessa storia e la mia stessa libertà.
E’ l’amore. Né io e né tu siamo la stessa cosa. Siamo creature nuove, pronte a generare amore per sempre e per tutti.

…Se puoi agisci, scegli e vivi in modo tale che l’altro senta sempre di essere amato… con o senza “Baci”.

di suor Mariangela fsp

 

CATECHISTI PARROCCHIALI – Febbraio 2011: Una comunità che accoglie


ASCOLTARE E VIVERE LA PAROLA

di M. Rosaria Attanasio

 

Per realizzare un vero percorso di conversione e di trasformazione interiore e di vita, e per accogliere sempre più Gesù nella propria esistenza, è fondamentale far assaporare ai fanciulli (ma anche a tutti) «il gusto buono e bello» della parola di Dio: una Parola di vita che ci raggiunge nel profondo del nostro essere e del nostro cuore e ci risveglia alla vita e all’amore, consentendo di rinnovarci ne di lasciare quanto in noi c’è di egocentrico, rivolto soltanto ai nostri interessi, per aprirci all’Altro e, quindi, agli altri nell’amore.
Prima di iniziare con la lectio, percorrere con i fanciulli o i ragazzi  l’iter proposto alle pagine 18-19 di questo numero di Catechisti Parrocchiali,  per riflettere e prendere coscienza della forza dirompente della parola di Dio che, per la potenza dello Spirito, diventa evento, realtà:
nella creazione;
nella storia di salvezza;
in Gesù che è la Parola stessa del Padre;
in noi per dono e grazia di Gesù;
nella Chiesa, tramite l’annuncio della Parola, la celebrazione dei sacramenti e la vita di grazia dei discepoli di Gesù.
Questo iter si può realizzare per ogni evento suggerito, dieci minuti all’inizio dell’incontro di catechesi.
Si consiglia di utilizzare un metodo, per aiutare a entrare nella Parola e accoglierla.
Risulta molto valido quello, messo a punto da padre B. Standeart, che prevede cinque momenti (noi lo riduciamo a quattro) con la proclamazione dello stesso brano e l’accensione, ogni volta, di un cero: è suggestivo per i fanciulli e i ragazzi, in quanto segue una sua ritualità e risulta leggero e coinvolgente.
Per costoro è bene ripresentare il brano in modalità diverse, per evitare che risulti ripetitivo.
È bene far cogliere che, quando ascoltiamo la Parola, dobbiamo renderci attenti a Gesù che ci parla, vuole comunicarci qualcosa di sé e introdurci nella sua amicizia.
Per ritmare il percorso si può scegliere un canto dedicato all’Annuncio della Parola.

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi e per lo schema relativo alla Lectio Divina nel numero di Febbraio di Catechisti Parrocchiali

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Buona domenica!

Voi siete il sale della terra;
ma se il sale perde il sapore,
con che cosa lo si renderà salato?
A null’altro serve che ad essere gettato via
e calpestato dalla gente.

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 5,13-16)
V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO -Anno A-

 

La parola a…
don Giovanni Berti

Questo “voi siete…” che è scritto nel vangelo è per noi oggi!
Gesù lo dice a me e nello stesso tempo lo dice a tutta la comunità dei credenti.
La comunità dei cristiani ha questo grande dono, che non è però mai da dare per scontato. A volte ci si dimentica di esser sale e luce della terra e si pensa che la fede sia una cosa “privata” e solamente “di culto” (sono cristiano perché credo intimamente in Dio e vado in chiesa…). Essere cristiani è qualcosa che ci rimanda al mondo nel quale siamo quotidianamente inseriti. E’ lì che si vede se abbiamo vero sapore e siamo veramente portatori di luce. Dove c’è un cristiano dovrebbe esserci più luce che tenebre, più pace che guerra, più amore che odio, più solidarietà che egoismo. Dove c’è una vera comunità cristiana dovrebbe esserci un luogo fatto di persone che danno sapore vero di fraternità nei rapporti spesso insipidi e smorti della società moderna, sempre di corsa e altamente conflittuale.

Riprendiamo dunque in mano con insistenza questo vangelo. Rileggiamo e ripensiamo continuamente questo “voi siete sale della terra… voi siete la luce del mondo…”da soli, in famiglia, in coppia, tra amici… Facciamo penetrare le parole di Gesù fin dentro l’animo, in modo che la nostra fede non perda sapore e la nostra luce interiore non si spenga. Il mondo ha bisogno della luce di Cristo e del sapore forte del suo vangelo.

 

…e per riflettere puoi scaricare: Trasformazione

 

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RAGAZZI & DINTORNI – Gennaio 2011 – Dossier Fortezza

VIENI NEI NOSTRI CUORI

di Alessandra Beltrami

In questo articolo riportiamo un pò di suggerimenti da poter utilizzare in un momento di preghiera che ha come perno centrale il dono della Fortezza.
Come primo passo, è opportuno preparare adeguatamente il luogo dove dovrà avvenire l’incontro di preghiera: collocare in un posto centrale, su un tavolino o un leggio, la Bibbia, con accanto un cero acceso e un cestino vuoto.
Su un tavolo, a parte, si sistemano alcuni cartoncini a forma di cuore e pennarelli per permettere ai ragazzi di scrivere.
Si può cominciare questo momento con un canto sullo Spirito Santo. (F. Buttazzo, Vieni, soffio di Dio, Paoline, Roma 2005)
A questo punto il catechista introduce l’incontro con una presentazione del dono della Fortezza: Lo Spirito di fortezza è il dono con cui il Signore allarga gli orizzonti del nostro cuore e ci dona un coraggio nuovo; ci consente, infatti, di vincere le paure, che spesso ci impediscono di progredire nella via del bene. Apriamo, nella preghiera, i nostri cuori, invocando lo Spirito Santo, per ascoltare con fede la parola di Dio ed essere riempiti di un alito di speranza.
Segue un altro canto di invocazione allo Spirito Santo: Vieni, Santo Spirito di Dio.
Il momento centrale dell’incontro può essere sottolineato con l’ascolto della Parola con la Lettera di san Paolo ai Romani 5,1-5.
Dopo l’ascolto della Parola, il catechista spiega ai ragazzi il senso del momento di preghiera: L’amore di Dio, attraverso l’intervento dello Spirito Santo, è riversato nei nostri cuori e li trasforma da timorosi a impavidi, da deboli a coraggiosi. Quando nella vita arriva una difficoltà o un rifiuto da parte degli altri, c’è il rischio di rimanere bloccati, scandalizzati e turbati. Ricordiamoci, allora, di chiedere con fede al Signore il dono della fortezza, perché consoli e rinfranchi il nostro cuore e ci doni entusiasmo, coraggio e forza per agire.
Dopo un tempo di silenzio, utile per poter assaporare la parola di Dio, si prosegue con un piccoo gesto per sottolineare il momento importante: si consegna un cartoncino a forma di cuore a ogni ragazzo e si invita a scrivere una preghiera di ringraziamento al Signore, che non fa mai mancare il suo aiuto.
I cartoncini, quindi, si collocano nel cestino predisposto, e si canta:  “Quando lo Spirito vive in me” (oppure un altro canto per invocare lo Spirito Santo).
Poi si ridistribuiscono a caso i cartoncini con le preghiere e ognuno prega ad alta voce la preghiera ricevuta.
A ogni intervento, si risponde: Grazie, Signore, per i tuoi doni.
I cartoncini dei cuori si possono incollare, alla fine dell’incontro, su un cartellone, dentro il disegno di un grande cuore, da affiggere nella sala della catechesi.
Si conclude l’incontro con una preghiera e con un canto finale:

Spirito Santo, Signore Dio,
ti prego di donarmi umiltà e coraggio.
L’umiltà per conoscere i miei limiti,
dosare le mie forze, così da comprendere
i limiti degli altri e accettare le loro capacità.
Donami, però, anche il coraggio di scegliere,
per non fermarmi a piangere su di me,
per affrontare le sfide che la vita mi pone davanti.
Tu, che sei l’Amore tra il Padre e il Figlio,
dammi il dono di amare,
anche quando questo comporta
fatica e sacrificio.
Sii tu, in tutte le situazioni difficili,
la mia forza e la mia roccia.

Canto finale: Prenderemo il largo

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi sul numero di Gennaio dell’inserto Ragazzi & Dintorni dossier mensile di Catechisti Parrocchiali.

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Buona domenica!

Ma quello che è stolto per il mondo,
Dio lo ha scelto per confondere i sapienti;
quello che è debole per il mondo,
Dio lo ha scelto per confondere i forti;
quello che è ignobile e disprezzato per il mondo,
quello che è nulla, Dio lo ha scelto
per ridurre al nulla le cose che sono

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (1Cor 1,26-31)
IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO -Anno A-

 

La parola a…
Paolo Curtaz

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Cioè beati quelli che sono consapevoli della loro povertà interiore, del limite che portiamo scolpito nel cuore e che, perciò, cercano altrove, cercano il senso. Ma anche beati coloro che vivono con un cuore semplice, essenziale, trasparente. Beati perché, anche se non se ne accorgono, lasciano Dio regnare in loro.

Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
Beati coloro che, pur essendo nella sofferenza, sanno volgere lo sguardo oltre l’orizzonte, al Dio che fa compagnia, che con-sola, che sta con chi è solo. Beato chi sa che la vita è inserita in un grande progetto e che se anche la singola vicenda umana può essere avvilente, può essere sconfitta, il grande progetto di Dio avanza. Beato chi scopre che la vita è preziosa agli occhi di Dio, che nessun uomo, mai, è solo e abbandonato, che anche i capelli del nostro capo sono contati (Mt 10,30) e le lacrime raccolte (Sal 56,9), perché il Dio di Gesù protegge i passeri che si vendono per due spiccioli (Lc 12,6). La sofferenza, allora, non è la parola definitiva della vita.

Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che non cedono alla violenza che portano in loro stessi, che vedono il lato positivo delle persone, che credono nella redenzione dell’uomo. Anche se all’apparenza vincono i malvagi, la storia vera, quella di Dio, passa attraverso le persone che hanno imitato Dio nella sua mitezza compassionevole.

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati quelli che non si arrendono all’ingiustizia, che sanno mettersi in gioco, che sono autentici e sinceri, che portano il peso delle loro scelte e dei loro sbagli. Beati quelli che non cedono alla seduzione del compromesso, dell’astuzia malevola, del basso profilo.

Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati quelli che, come Dio, guardano alla miseria col cuore, che non giudicano sé e gli altri impietosamente, che chiedono responsabilità e coerenza ma che non fanno della giustizia un idolo. Se giudicano gli altri con verità e compassione troveranno verità e compassione per loro stessi.

Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati quelli che hanno uno sguardo trasparente, che non sono ambigui, che non hanno malizia, che non vedono sempre e solo il negativo, che non passano il tempo a sottolineare l’ombra degli altri per attenuare la propria, la loro purezza diventa una trasparenza da cui poter accedere a Dio.

Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati quelli che scommettono sulla pace, che sono pacifisti perché pacificati, che non fanno della razza, del paese, della propria religione un idolo. Beati quelli che non solo parlano di pace, ma che la pace la costruiscono giorno per giorno con le loro azioni.

Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi.
Beati quelli che si assumono le proprie responsabilità, che non scaricano sugli altri, che hanno il coraggio di pagare fino in fondo le proprie scelte, e anche i propri errori. Beati i discepoli che non rinnegano la loro fede per paura.

 

…e per riflettere puoi scaricare: Prendere sul serio il cielo

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