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Buona domenica! – I di Avvento – Anno C

… risollevatevi e alzate il capo …

Dal Vangelo di Luca (Lc 21, 25-28.34-36)
I DOMENICA DI AVVENTO – Anno C

Sono le immagini in tempo reale che scuotono nel profondo. Quelle che la rete manda in giro da giorni, soprattutto quelle non filtrate, insostenibili per la loro crudezza. Come quella che stamani, prima di iniziare la giornata, mi ha colpito in pieno volto leggendo i giornali internazionali on-line. Una foto che inquadra un cumulo di macerie, ciò che resta di una casa sbriciolata da un razzo, da cui spunta per intero la testa di un bambino di sette, otto anni, il volto indurito nell’ultimo sguardo di paura. Danni collaterali, li chiamano.
E tutti a spiegare la necessità dell’intervento, l’inevitabilità di tali danni, e tutti che si schierano, discutono, si accusano… L’azione scatenata nella striscia di Gaza è solo uno dei tanti conflitti presenti al mondo, più vicino al cuore di chi ama la terra che vide nascere il Nazareno. Che oggi avrebbe il volto di quel piccolo cadavere sepolto dalle macerie a causa di una delle tante folli guerre che continuiamo a combattere.

Così, oggi, inizia un ennesimo Avvento.

NATALI E SANGUE
A che è servita la presenza di Cristo?
A che serve iniziare un ennesimo avvento, prepararci a celebrare un Natale sempre meno cristiano, cercare di scuoterci dalla crisi economica e di valori che ci ha travolti? A che serve ridire e ribadire, scrutare e pregare se l’impressione che abbiamo è quella di una morte infinita?
È Luca che ci viene in soccorso, nel mesto inizio di questo cammino. Per scuoterci, per incoraggiarci. Le immagini che usa, tratte da un vocabolario preciso, chiamato apocalittico, dalle tinte forti e tremende affermano, al contrario, una realtà più dolce e serena, descrivono il dissolvimento degli astri. Nulla a che vedere con profezie Maia o amenità del genere, né con la temuta fine del mondo descritta da qualche film di serie B. Luca descrive il dissolvimento della creazione ripercorrendo a ritroso il racconto della Genesi. Se, ai primordi, Dio aveva tolto dal caos il creato per dargli ordine e misura, Luca, ora, descrive il passaggio dall’ordine al caos. Esattamente ciò che stiamo vivendo. E lo fa per fare un’affermazione forte, di speranza, di gioia: alzando lo sguardo possiamo vedere venire il Cristo che ricompone il Creato.

PAURE
Non viviamo tempi facili, lo scoraggiamento è alle stelle, la violenza pure. Tra finanziarie, lavori saltuari e una dilagante povertà, tra affetti frantumati e paure di amare rischiamo di crollare e di arrenderci. La paura e l’apatia a volte inquinano le nostre vite e le nostre comunità: sembra prevalere il forte e l’arrogante, ci sentiamo come pesci fuor d’acqua. E Gesù (tenero!) ci dice: quando accade tutto questo, alzate lo sguardo. Le fatiche e le prove della vita, sembra dirci il Signore, sono lì apposta per farci crescere, possono diventare un trampolino di lancio, devono aiutarci a conoscere il senso segreto delle cose, il mistero nascosto nei secoli. Come il grano caduto in terra feconda la terra, così l’Avvento feconda la nostra vita per sbocciare a Natale in una festa di luce.

PERICOLI
Ma occorre vigilare, ammonisce Gesù nel Vangelo di oggi. Le dissipazioni, le ubriachezze e gli affanni della vita possono impedirci di vedere, impedirci di vivere. Le dissipazioni: in un mondo in cui siamo costretti alla frenesia, ritrovare un ritmo di interiorità richiede una forza di carattere notevole. Perché non approfittare di questi giorni per riprendere un quotidiano ritmo di preghiera? Le ubriachezze: il nostro mondo ci invita a fare esperienza di tutto, a osare, a sperimentare. E alla fine ci ritroviamo a pezzi. Attenti, amici, a non cadere nell’inganno che le sirene del nichilismo ci propongono: abbiamo bisogno di unità, non di frantumazione. E questa scelta compiamola non in rispetto ad una ipotetica scelta morale, ma nella consapevolezza che Dio solo conosce la verità dell’essere. Gli affanni della vita che esistono e non possiamo eliminare possiamo però controllarli mettendo al centro la ricerca di Dio e del mio vero io.

TENACI
No, il mondo non sta precipitando nel caos, come dicevano domenica scorsa, ma fra le braccia di Dio. Lo credo, lo vivo con fatica, combatto per costruire spazi di Regno nel caos, occasioni di luce nelle tenebre, ordine in me e dove vivo. La preghiera e la meditazione della Parola, quella stessa Parola che creò dal nulla le cose che sono, ancora ricreano l’oggi di Dio. Possiamo farcela, Dio ci sostiene, buon percorso di conversione al Natale.

(PAOLO CURTAZ)

Buona domenica! – XXXIV del T.O. – Cristo Re dell’Universo

«Dunque tu sei re?»

Dal Vangelo di Giovanni (Gv 18, 33-37)
XXXIV Domenica del Tempo Ordinario – Anno B
NOSTRO SIGNORE GESU’ CRISTO RE DELL’UNIVERSO

Dal punto di vista della liturgia, la festa di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo conclude l’anno liturgico per portarci con l’Avvento verso il nuovo anno. Dal nostro punto di vista, di noi che la festa la celebriamo, di noi che ogni anno liturgico chiama a vivere un percorso sempre più approfondito nella sequela di Gesù, la festa di Cristo Re è la verifica del nostro cammino annuale. Senza verifica, infatti, senza fermarsi a valutare costi e ricavi, successi e insuccessi, progressi o ritirate, si rischia di camminare a vuoto, di ritrovarsi lontani da dove credevamo di essere, magari falliti quando credevamo di esserci arricchiti.Lasciamo dunque da parte le riflessioni teologiche sul come e perché Gesù Cristo è Re – chissà quante volte le abbiamo fatte o sentite – per una verifica umile e schietta del nostro cammino spirituale.

“Dunque tu sei re?”, chiede il procuratore, con un misto di meraviglia e di scherno, a quell’uomo solo e indifeso. Rubiamo la domanda a Pilato per rivolgerla noi davanti a Gesù: “Dunque tu sei re?”sei davvero il sovrano della nostra vita, colui dal quale tutte le nostre scelte scaturiscono e sul quale tutte le nostre azioni si fondano?  Sei davvero il nostro Re, non secondo le modalità di “questo mondo”, di “quaggiù”, ma alla tua maniera, secondo la quale i sudditi non sono servi ma “amici” (Gv 15,15 i per i quali non hai esitato a dare la vita (Gv 15,13)”? Cerchiamo di essere sinceri fino all’osso.
La nostra vita poggia davvero su di lui come una costruzione sulle fondamenta? I nostri pensieri, le nostre azioni, le nostre parole nascono da ciò che egli ci comanda? Siamo “sudditi” che gli tributano onore con incenso, salamelecchi e inchini, dichiarando a parole:  “Gesù Cristo è il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra”, ma poi, come fanno i sudditi di questo mondo, cerchiamo di fare i furbi, evitando le regole ed evadendo le tasse? Oppure siamo “suoi sudditi – amici”, perché mettiamo in pratica con convinzione e gioia la sua parola: “Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando” (Gv 15, 14). “Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando”… In questo anno abbiamo fatto con più impegno ciò che egli ci comanda? Attenzione! Che il suo regno “non è di questo mondo” non significa che esso è confinato tra le nuvole, e che egli ci chiede cose che non hanno nessun rapporto con quelle che occupano quotidianamente la nostra vicenda terrena. Tutt’altro!  Egli vuole che noi portiamo dentro a questo mondo, alle cose di “quaggiù”, criteri, scelte e comportamenti che lo trasformino e lo spingano verso “lassù”.  La solidarietà, la generosità, la gratuità, la misericordia, la non violenza, la forza contro le difficoltà, la passione per la giustizia e per la pace… son queste le cose che egli comanda per spingere questo mondo dai re secondo Pilato e il sinedrio ai re secondo Gesù. Egli ci comanda di essere dentro questo mondo per esserne luce e lievito.

GESU’, DUNQUE TU SEI IL RE? SEI IL NOSTRO RE?
L’anno liturgico che si chiude ci ha fatto crescere come suoi sudditi, oppure, parole e dichiarazioni a parte, ci ha lasciato nella regalità di Pilato? L’anno liturgico è vero quando non è un circuito dove si gira rimanendo sempre alla stessa altezza, ma una spirale che giro dopo giro porta sempre più in alto, verso la regalità di Gesù. Se non saliamo, corriamo invano, e l’anno liturgico non è altro che la stanca e retorica ripetizione di una pantomima.

(DON TONINO LASCONI)

… SUGGESTIONI …

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Buona domenica! – XXXIII del T.O. – Anno B

… il sole si oscurerà, la luna non darà più
la sua luce, le stelle cadranno dal cielo …

Dal Vangelo di Marco (Mc 13, 24-32)
XXXIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

Stiamo per concludere l’anno liturgico, fra poco saluteremo Marco e il suo vangelo per iniziare, insieme a Luca, un nuovo percorso in preparazione al Natale. Prima, però, Marco vuole ancora invitarci ad una riflessione scomoda e impegnativa. In questi tempi in cui siamo tutti impegnati a sopravvivere, la Chiesa osa chiederci di andare oltre, di non fermarci ad una visione piccina e autoreferenziale della nostra vita. Oggi la Parola ci orienta in una direzione ostica e impegnativa, ci invita a guardare avanti e altrove e con un altro sguardo.

CRISI
La comunità di Marco è in difficoltà: l’Impero romano attraversa una crisi profonda, sembra essere in dissoluzione. La situazione è molto simile a quella che stiamo vivendo, di fine impero, di passaggio. Alcuni esegeti sostengono addirittura che Marco abbia riaperto la sua opera conclusa per inserirvi un capitolo nuovo, il tredicesimo, nato proprio per rassicurare i discepoli. Il linguaggio è quello in uso all’epoca di Gesù, fatto di immagini enigmatiche e di iperboli, non da prendere alla lettera ma da interpretare correttamente. Ed è un messaggio di speranza che non spaventa ma rassicura: cadono le stelle, cioè gli astri venerati dalle religioni pagane. La piccola fede cristiana è protetta dal suo Signore, non ha nulla da temere. Cosa succederà domani? Come andrà a finire la Storia? Che ne sarà di noi? Predicazioni medioevali e film di serie “B” ci rappresentano la fine del mondo come un delirio di fiamme e di distruzione, come il sommo giudizio finale fatto di caligine e di paura. Non è così: noi crediamo che Cristo, risorto e asceso al Padre, tornerà nella pienezza dei tempi, tornerà per completare il suo Regno, le anime dei nostri defunti riprenderanno i propri corpi trasfigurati e risorti e sarà la pienezza. Nel frattempo – e questa è una nota dolente – quel buontempone di Dio ha affidato a noi, fragile Chiesa, il compito di far crescere il Regno. A San Paolo si chiedeva (!) perché Cristo tardasse tanto, avendo le comunità una fortissima tensione per il ritorno del Signore. La sua risposta è struggente: se Cristo è il capo, la testa, e noi siamo membra di un corpo, egli tornerà solo quando tutto il corpo sarà sviluppato e pronto. Questo è il tempo della Chiesa. Non il tempo di restare seduti ed aspettare (come sta succedendo), ma di annunciare il Vangelo, finché il Signore torni.  Una corrente del pensiero ebraico contemporaneo invita tutti, anche i non ebrei, a comportarsi secondo rettitudine, per accelerare la venuta del Messia, per noi il ritorno. Non è una ragione sufficiente per cambiare il mondo a partire da noi stessi?

ALTROVE
Gesù ci ammonisce: la costruzione del Regno non è necessariamente semplice, non è un passaggio di gloria in gloria, essere travolti dal Vangelo ed iniziare il cammino di discepolato significa porsi in un atteggiamento di cambiamento perpetuo, di fatica nell’affrontare le contraddizioni del sé e del mondo. Il Regno subisce violenza, non si manifesta con adunate oceaniche e opere mirabolanti. Nel segno della contraddizione, della fatica si esplica il Regno, fra il già e il non ancora, allontanandoci dalla logica manageriale del successo misurabile che – ahimè – a volte si insinua anche nella logica ecclesiale.
Gli angeli radunano i discepoli dai quattro angoli della terra, coloro che affrontano con serenità la costruzione del Regno vengono radunati e sostenuti. Solo la Parola e la certezza di avere sperimentato Dio o di averne intuita la presenza ci fanno andare avanti tra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio. È per me segno di immensa consolazione, nel mio pellegrinaggio di speranza in giro per l’Italia, in punta di piedi, accorgermi di quanto bene il Signore stia facendo nei vostri cuori e di come la Parola sia ormai la luce per molte coppie, per molti cercatori di Dio e consolazione per gli sconfitti. È un modo altro di essere Chiesa, dispersi nelle nostre città, spesso senza scogli cui aggrapparci. La Parola del Signore che non passa ci dice che il Signore è alla porta e chiede di entrare.

CON UN ALTRO SGUARDO
L’uomo sembra concentrato a distruggere il proprio futuro, ignorando i richiami della natura, facendo prevalere la logica del profitto ad ogni costo, accentuando le distinzioni, facendole diventare divisioni e odio razziale o religioso. La fine del mondo la costruiamo giorno per giorno e, spesso, la viviamo come evento ineluttabile, e con un fatalismo crescente non facciamo altro che rifugiarci in un privato miope e dal respiro corto. Siamo chiamati, invece, a rimboccarci le maniche, a rendere presente questo Regno che è già e non ancora, diventare profeti di conversione, non profeti di sventura. Il mondo non precipita nel nulla, ma nelle braccia di Dio, e la Parola, che dimora, che resta, è l’appiglio che la Chiesa ha per leggere la storia e per vedere il Regno che avanza. Non è facile vederlo, ovvio.
Incontro molte persone, molte realtà di Chiesa, dalle parrocchie immense delle grandi città a quelle perse sull’Appennino, comunità dinamiche e comunità addormentate, tradizione e innovazione, fatica e speranza, profezia e lentezza. Ma vedo. Vedo l’opera straordinaria che il Signore compie in voi, in me, in noi. Arresi alla Parola, malgrado la fatica, il dolore, la logica del mondo che ancora alberga nei nostri cuori nei nostri giudizi, vedo lo Spirito che avanza e dice alla sua sposa, la Chiesa: vieni. Lo vedete anche voi?

(PAOLO CURTAZ)


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Cantautori °°
Ascoltate o scaricate il canto Con te camminerò di Matteo Zambuto
Profeti di speranza e comunione… non di sventura!! 😉

Buona domenica! – XXXII del T.O. – Anno B

… Guardatevi dagli scribi …

Dal Vangelo di Marco (Mc 12, 38-44)
  XXXII Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

Guardatevi dagli scribi! Alla fine dell’anno liturgico e del commento di Marco stiamo inanellando una serie di pagine centrali, sconcertanti, urticanti, di quelle che sarebbe tanto bello togliere dal nostro cristianesimo “ fai da te” e che, invece, ci sono donate come perle preziose, come occasione per ripartire dalla fede e incarnare le riflessioni dei Padri sinodali.
L’invito di Gesù è una inquietante staffilata, ci lascia interdetti: poche volte, nei vangeli, il Signore esplicita in maniera così diretta la sua preoccupazione. I discepoli possono diventare come gli scribi, questa è la preoccupazione del Maestro. Aveva di che preoccuparsi.

SCRIBI
In origine erano semplicemente persone che sapevano scrivere e leggere e che, quindi assumevano un ruolo importante per la trasmissione dei documenti importanti. Poi, con la riforma del devoto Giosia, qualche secolo prima di Cristo, la loro importanza era accresciuta a dismisura: erano loro a custodire la Legge, loro a interpretarla, loro a giudicare chi la violava. Gesù li accusa pesantemente, senza mezze misure.
Sono vanitosi e fanno del loro servizio una smisurata ricerca di potere. Amano indossare una divisa per farsi riconoscere, amano il rispetto timoroso dei poveri cittadini, amano essere considerati come delle autorità, sono sempre presenti agli eventi sociali, godono della loro posizione e non perdono l’occasione per mettersi in mostra.
Penso a quanto successo in Campania qualche settimana fa e della sfuriata di un questore che ha rimproverato un povero prete intervenuto ad un dibattito pubblico per denunciare discariche abusive di amianto. Tema della sfuriata? La presunta mancanza di rispetto del reverendo che continuava a indirizzarsi alla collega del questore chiamandola “signora”. Sconcertante, ma è così: oggi ancora molti tengono più alla forma che alla sostanza… Ma penso anche, purtroppo, alla denuncia fatta dal cardinale di Napoli che parla di carrierismo all’interno della Chiesa. I primi posti, le divise, gli applausi e gli inviti ufficiali purtroppo esercitano ancora un fascino demoniaco su molti pastori che, con dichiarata umiltà che accogliamo con benevolenza, non si rendono conto di diventare uno spettacolo che allontana dal Vangelo. Vedere girare un ecclesiastico in auto di grossa cilindrata, magari con autista, in questi tempo non rende certo onore al ruolo ma, al contrario, diventa una grossa contro testimonianza. Ma anche nel piccolo possiamo sognare di diventare come gli scribi: in parrocchia, in una diocesi, a volte si assiste, allibiti, alla ricerca della visibilità e dell’onore. Dobbiamo davvero giudicare noi stessi con severità.

PEGGIO
Gli scribi divorano i denari delle vedove. Se la vedovanza già rappresenta uno stato di grande dolore, di lacerazione interiore, di frantumazione di affetti, restare vedove al tempo di Gesù, era una vera e propria tragedia. Senza servizi sociali, senza appoggio dalla famiglia, spesso la vedova si vedeva costretta, per vivere, a mendicare o, peggio, a prostituirsi. La condizione della vedova, perciò, era la peggiore che si potesse immaginare: sola, senza sussistenza economica, disprezzata perché mendicante o prostituta. Ma ricercata dagli scribi che riuscivano a ricevere donazioni od elemosine da donne rimaste sole e plagiate in nome di Dio.
Non posso non pensare alla situazione drammatica che stiamo vivendo, alle scene degli scontri in piazza in Grecia, ai disoccupati che crescono, tutti vittime di un sistema che non abbiamo scelto, tutti storditi dal nuovo Verbo che è l’economia, tutti succubi di meccanismi che ci sono venduti come indispensabili ed inevitabili, come se non fossimo noi ad avere creato le leggi di mercato!

ALLORA
Di fronte a questi atteggiamenti ancora così diffusi, ahimé anche nella Chiesa che siamo noi, Gesù propone, a sorpresa, il modello di una vedova che, umilmente, vede entrare nel tempio. Così la vedova del Vangelo getta nel tesoro del Tempio qualche euro, mentre i notabili della città e i devoti si spintonano per far notare le somme considerevoli che versano nelle casse del Tempio appena ricostruito. Gesù loda la generosità di questa donna che ha dato il suo necessario come offerta a Dio, e ignora le generose offerte pubblicate e titoli cubitali del miliardario di turno.
Ci sono momenti nella vita in cui perdiamo tutto: salute, lavoro, una persona cara (non necessariamente perché muore), voglia di vivere. Momenti faticosi, terribili, in cui abbiamo l’impressione di non sopravvivere. Come la vedova di Elia, trasciniamo un passo dopo l’altro, tenuti in vita da qualche affetto (il figlio per la vedova) ma rassegnati a veder consumare ogni forza, ogni energia. Quante persone in questo stato ho conosciuto nella mia vita!
La vedova del Vangelo – ingenua – mette quel poco che ha per il Tempio, per Dio. Non sa dove finiranno i soldi, forse saranno disprezzati dal sacrestano del Tempio, forse serviranno a comperare detersivo per i pavimenti… poco importa, il suo gesto è assoluto, profetico, colmo di una tenerezza infinita.

LUCE
Anche quando siamo incapaci di provare emozioni, o di desiderio di vita, possiamo diventare luce, totalità, dono, speranza. Non ce ne accorgiamo, ovvio, e forse neppure ce ne importa. E noi discepoli, fragile popolo di Dio, impariamo dalle vedove, dai poveri a contare sull’Assoluto, ad abbandonarci – sul serio – nelle mani di Colui che tutto può.
Non la gloria, non la devozione, non l’apparenza (anche clericale e cattolica!) ci salvano, ma l’essere medicanti di luce.

(PAOLO CURTAZ)


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Musical °°
Ascoltate o scaricate il canto Le miserie della vita
per riflettere, in musica, sul Vangelo di oggi e sullo stato d’animo
che provocano le miserie della vita…
senza dimenticare di levare lo sguardo al sole che sorge. Sempre.

Buona domenica! – XXXI del T.O. – Anno B

… Amerai …

Dal Vangelo di Marco (Mc 12, 28-34)
  XXXI Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

Siamo ciechi e mendicanti. Ai margini della Storia possiamo passare il tempo a rassegnarci o a piangerci addosso o, come Bartimeo, gridare a squarciagola il nostro dolore, senza rassegnazione. “Tempo sprecato” ci dice il mondo attorno a noi. Il Nazareno, invece, sente il nostro grido e ci manda a chiamare. Guariti nel profondo, fatta luce nella nostra vita rabbuiata, seguiamo Gesù per la strada, dicendo agli altri mendicanti: “Coraggio, alzati, il Signore ti chiama”. Questa è la Chiesa: un popolo di ex ciechi, ma ancora mendicanti, che gioiscono nel raccontare ad ogni uomo il volto compassionevole di Dio.
Nella splendida festa dei santi abbiamo guardato avanti, lasciando emergere in noi la nostalgia della santità possibile. E in quella luce abbiamo accolto la buona notizia di Dio riguardante il destino di chi amiamo e non c’è più. Ora Marco, che ci ha accompagnato quest’anno, ci sta per salutare. Ma, prima, ancora assesta qualche poderosa zampata.

CATECHISMO
Qual è la cosa più importante della vita e della fede? La domanda del nostro amico scriba è, in fondo, la domanda, l’unica vera domanda che vale la pena di porsi e a cui rispondere. Per cosa vale la pena di vivere? La domanda che portiamo nel cuore, tutti, necessita di una risposta, prima o poi. Come Bartimeo, cieco, anche noi mendichiamo una risposta e non troviamo il senso dentro noi stessi, abbiamo bisogno che qualcuno ce la doni. È il punto di partenza per ogni ricerca, per ogni vita: cercare, chiedere, ammettere con disarmante semplicità che siamo fragili e non troviamo in noi stessi una qualche ragione per vivere.
Lo scriba è più interessato a far sfoggio di cultura che a mettersi in discussione, in lui la Parola si è inaridita ed è diventata ricerca di approvazione, non inquietante interrogativo. Non c’è tensione nella sua domanda, ma esercizio di retorica; sa, ma non vive, conosce, ma non ha ancora spalancato in sé l’amore. La sua è una discussione teologica, come molti vuole districarsi negli oltre seicento precetti che il pio israelita era tenuto a vivere quotidianamente.
Qual è il senso della vita, Maestro Gesù? E Gesù sorride, benevolo, e spiega: “lasciati amare, amati, ama”.

LASCIATI AMARE
Lasciati amare da Dio, anzitutto.
Può l’amore essere un comandamento? Posso comandare di amare Dio? È un controsenso! L’amore è scelta, è libertà, è sentimento, emozione, passione travolgente. Posso rispettare, temere, ma non amare, se vi sono costretto. Esiste una verità semplice, un comandamento prima del primo, un comandamento zero, un comando soggiacente a tutta la Scrittura: lasciati amare. Dio ci ama, quando lo capiremo? Ci ama senza condizioni, senza possesso, senza fragilità. Ci ama non perché meritevoli (che amore è un amore che pone condizioni?), non ci ama perché buoni ma, amandoci, ci rende buoni. Gesù è morto per affermare questa certezza, ci ha creduto e ne è morto.

AMATI
La seconda condizione per cui vivere: ama te stesso. Quando Gesù afferma di amare il prossimo come se stessi, ci obbliga a guardare il rapporto che abbiamo col nostro dentro, col nostro intimo. Amati, cioè accetta ciò che sei, i tuoi limiti, le tue parti oscure. Un falso cristianesimo ci impedisce di gioire di noi stessi, vedendo in questo atteggiamento un atto di egoismo. L’egoismo è, invece, non accettare il proprio limite, volere accaparrare invece di fare della propria vita un dono. L’egoista appare, si sforza di vendere un’immagine di sé che gli impedisce di diventare autentico e di gioire. Siamo dei capolavori, dei pezzi unici, pensati dall’eternità. E la vita è l’opportunità per scoprirlo, per vedere i doni che Dio ci ha donato per i fratelli. Ma si può fare, sul serio, guardarsi come ci vede Dio, non come il nano delle nostre paure né il gigante dei nostri sogni, ma come persona che Dio ha pensato e amato. Allora posso amare dell’amore che ho ricevuto e che ha trasfigurato il mio cuore, allora posso davvero vivere riconciliato nel profondo con il fratelli.

AMA
Infine il Maestro ci dice: ama.
Ama Dio perché ti scopri teneramente amato, amalo perché te ne innamori, amalo come riesci, ma tutto, interamente. Non esiste l’amore puro, non esiste il gesto totale, il nostro amore, spesso, è vincolato, fragile, appesantito. Pazienza: tu ama con tutto ciò che riesci, come riesci, ama senza paura.
Eccolo il segreto, amici. Scoprire di essere amati, di essere amabili, di diventare capaci di amare nel nostro modo un po’ grossolano e fragile. Dio ci rende capaci di amore, di luce, di pace, di essere segno e dono, di donare, di contrastare la logica di questo mondo. Non l’amore possessivo e di fusione, ridotto ad emozione che oggi ci viene venduto. Ma l’amore adulto e posato, forte e tenace di chi sceglie di farsi carico di sé, degli altri, del mondo.
Difficile, vero.
Si ha l’impressione di nuotare controcorrente.
Ma nel fiume solo i pesci morti seguono la corrente.

(PAOLO CURTAZ)


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Buona domenica! – XXX del T.O. – Anno B

Cominciò a gridare e a dire:

«Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!»

Dal Vangelo di Marco (Mc 10, 46-52)
  XXX Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

Gesù sta per salire a Gerusalemme. Meno di trenta chilometri lo separano dalla sua morte. L’ultima tappa, Gerico, conclude la parte centrale del vangelo di Marco. Nelle ultime settimane abbiamo letto i tanti discorsi che Gesù ha fatto ai suoi discepoli, temi centrali quali il matrimonio, la sequela, la povertà. Ma i discepoli, anche domenica scorsa, sembrano proprio non capire. Gerico è l’ultima tappa per i pellegrini che stanno salendo a Gerusalemme: perciò, all’uscita della città, decine di mendicanti si accalcano sperando di ottenere qualche spicciolo dai passanti bendisposti. Fra i tanti Bartimeo, che diventa modello del discepolo.

BARTIMEO
Il racconto della guarigione del cieco è una folgorante metafora del cammino del discepolo. Del vero discepolo. Non come gli apostoli che sono davvero ciechi, illudendosi ancora di fondare un regno terreno, minimizzando le profezie d Gesù riguardanti la sua morte. Bartimeo è fermo ai lati della strada, non può far altro che aspettare come molte persone che incontro oggi, rassegnate dalla situazione economica, dallo sconforto esistenziale, da una prospettiva limitata e asfittica della vita. Come noi, Bartimeo vive solo di elemosina. Finché sente parlare di Gesù. Non lo conosce, ma qualcuno gliene parla. Il desiderio, la curiosità, ora, prendono il sopravvento. Prima sussurra, poi grida. Chiede pietà.
Pietà: non ha luce nel cuore.
Pietà: è paralizzato dalla paura.
Pietà: non sa come fare.
Come quell’urlo ancestrale che sale dal nostro profondo quando la vita ci bastona e non ci rassegniamo. Come quel desiderio che sembra impazzire in noi quando ci poniamo il senso della vita. Come la presa di consapevolezza di essere mendicanti, di non avere in noi stessi le risposte.

SILENZIO!
Bartimeo viene cortesemente invitato a tacere
. Dagli amici del bar, da quelli che considerano idiozia la scoperta dell’interiorità, da quelli che, senza avere cercato, impediscono agli altri di partire. Ma anche dai credenti che pongono paletti e limiti, che pongono condizioni, che guardano dall’alto delle loro certezze di fede chi elemosina senso. Meglio tacere, amico mio, rassegnarsi. Dio non è e, se è, non è certo per quelli come te. Invece Bartimeo grida, urla. Urla, come la possente immagine del livido quadro di Munch. Urla la propria angoscia ma per liberarsene. E Gesù ascolta e manda qualcuno. Gesù sceglie di raggiungerci attraverso il volto di un fratello cui stiamo a cuore, anche se non ci conosce. E parla.

CORAGGIO!
Qualcuno, un discepolo, un amico, un evento, ci ripete: “Coraggio! Alzati, ti chiama”. Ci fidiamo (i fratelli che ci invitano ad avere coraggio lo fanno con amore e disinteresse!), ci alziamo dalle nostre paralisi, abbandoniamo le nostre incommensurabili paure, gettiamo il mantello della lamentela e siamo raggiunti dal Signore. Getta il mantello, Bartimeo. L’unico vestito del povero. Fa ciò che il giovane ricco non è stato capace di fare. Il mantello ripiegato e posto sulle gambe per raccogliere i pochi spiccioli, vola via. Balza, il cieco. Ha intuito, ha capito, ma prima deve liberarsi. Spesso gridiamo il nostro dolore a Dio ma non siamo disposti a fidarci di lui, a corrergli intorno, a liberarci del mantello.
Il dialogo fra il cieco e Gesù mette i brividi. Cosa vuoi che ti faccia? Il Signore, oggi e sempre, ci chiede cosa vogliamo da lui. Potremmo chiedere mille cose: fortuna, denaro, affetto, carriera. Chiediamone una sola: la luce.
Luce: che importa avere fortuna se non sappiamo riconoscere chi ce l’ha donata?
Luce: quanto denaro serve per colmare il cuore incolmabile di desiderio?
Luce: quante volte l’affetto diventa oppressione e dolore?
Luce: che ci importa diventare qualcuno se restiamo tenebra?
E accade: il Signore ci ridà luce agli occhi e al cuore. Ora, illuminati, come Bartimeo, possiamo diventare discepoli.

ILLUMINATI
Bartimeo è rimasto lo stesso, la sua vita non cambia ma, ora, ci vede, ora sa dove andare, ora si mette a seguire Gesù. Lo segue lungo la strada. Il cristiano vive le difficoltà e i problemi di tutti, non è diverso, né migliore, solo ci vede alla luce del vangelo. E le cose non fanno più paura, il buio è sopportabile, il Signore ci cambia la vita. Ecco cosa dobbiamo annunciare: c’è qualcuno che ti ridona luce, che ti permette di vederci chiaro, e questo qualcuno è Dio.
I discepoli di Gesù, nei primi anni, venivano chiamati in diversi modi: i “Nazareni”,“coloro che seguono la via” e, ancora, gli “illuminati”. Non dobbiamo portare una nostra luce, solo restare accesi, abbracciare stretti il Vangelo e il Maestro per ricevere da lui luce e pace. Nelle tenebre fitte del dolore diventiamo capaci di comunicare luce, non la nostra ma quella del Maestro. Il cristiano diviene, come Bartimeo, colui che grida che Gesù, il Figlio di Davide, lo ha guarito, incurante dei rimproveri di chi gli sta intorno. Il cristiano racconta, narra, le opere di guarigione interiore che ha avuto, attento più a testimoniare la straordinaria generosità di Cristo che a soffermarsi sulle proprie povertà. Il cristiano è attento alle mille cecità, ai mille mendicanti di senso e di felicità che incontra sulla strada. Questa luce, in questo anno della fede, dobbiamo imparare a raccontare.

(PAOLO CURTAZ)


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Buona domenica! – XXIX del T.O. – Anno B

«Concedici di sedere, nella tua gloria,
uno alla tua destra e uno alla tua sinistra»

Dal Vangelo di Marco (Mc 10, 35-45)
  XXIX Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

Non hanno capito molto, gli apostoli. La scena del giovane ricco si era chiusa con la pressante domanda dei Dodici, fatta da Pietro a nome di tutti: e noi che abbiamo lasciato tutto? Gesù li aveva rassicurati: lasciare tutto per il Regno significa trovare cose nuove. Fine, applauso. Poi, continua il vangelo di Marco. Il terzo annuncio della Passione. Con un Gesù visibilmente scosso che racconta ai suoi amici di essere disposto a morire pur di non tradire l’immagine di Dio che porta scolpita nel cuore. E il vangelo di oggi. Uno dei più orribili che la storia ci consegni. Certo, fanno notare gli esegeti, quando Marco scrive Giacomo l’arrogante è già stato ucciso e Giovanni passerà la vita a raccontare di Gesù, altro che cariche nel governo. La lezione l’hanno imparata. Un vangelo talmente forte che Luca lo salta piè pari e Matteo lo attenua, attribuendo alla mamma dei boanerghes l’improvvida iniziativa. Certo, i discepoli hanno lasciato tutto. In teoria.

INCOMPRENSIONE
I protagonisti oggi, sono Giovanni e Giacomo. Giovanni il perfetto, il mistico, l’aquila, il profondo, chiede a Gesù una raccomandazione, chiede di sedere alla destra di Gesù nel momento in cui si fosse instaurato il Regno dei cieli, concepito come un regno politico ed immediato. Non basta avere avuto grandi doni mistici e segni della presenza di Dio nella preghiera per evitare di commettere errori madornali: anche i fratelli e le sorelle che, in mezzo a noi, hanno scelto la strada della contemplazione devono sempre vegliare sul rischio della gloria mondana voluta e cercata… Il paradosso è cercato da Marco: non un infervorato giovane scivola così pesantemente, ma due discepoli che hanno appena sentito il terzo annuncio della Passione. Peggio: gli altri dieci se la prenderanno con loro per avere per primi preso l’iniziativa!
Marco sembra rimandare alla tragica situazione di Israele quando, morto Salomone, si dividerà in due parti: dieci tribù al Nord e due al Sud. Gesù è sconcertato, nuovamente. Sa che il suo Regno è servizio, sa che questa sua posizione gli costerà del sangue e questi parlano di privilegi e di cariche, di bonus e di benefit. Sembra di leggere uno degli squallidi resoconti di questi giorni in cui politici meschini e piccini sprecano denari pubblici mentre molte famiglie scivolano nella disperazione. Terribile.

LOGICHE
Una pagina sincera, che ci obbliga a guardare al nostro modo di essere Chiesa. Penso, in particolare, a quanti hanno compiti e responsabilità all’interno della comunità: vescovi, sacerdoti, ma anche catechisti e animatori. Ho visto persone straordinarie, consapevoli dei propri limiti, consumare la propria vita nell’annuncio del Vangelo. Ho visto sacerdoti in età di pensione e pieni di acciacchi portare ancora l’immenso dono del Pane di Vita in piccole comunità sperdute e giovani passare il loro sabato libero a giocare con i ragazzi in un polveroso e improbabile campo di calcio in periferia. Ma ho anche visto (e sento dentro di me), la tentazione dell’applauso e della gloria, del riconoscimento sociale del mio sforzo, del risultato che, in qualche modo, deve essere visibile e quantificabile. Ho visto (e sento dentro di me) rispolverare vecchi titoli e privilegi, giovani preti convinti che basti la loro semplice presenza e simpatia per cambiare le cose. Ho visto (e sento dentro di me) catechisti offendersi per un richiamo, lettori incupirsi per una minore attenzione, educatori stancarsi al primo soffio di vento. E penso che dobbiamo ancora fare tanta strada, stare attenti a non cadere nell’inganno della mondanità, guardare sempre e solo al Maestro che ha amato, senza attendersi dei risultati e ottenendoli proprio dando il meglio di sé, in assoluta umiltà e mitezza.

MAESTRO
Gesù dice di essere come agnelli in mezzo ai lupi. Davanti a tanta piccineria, non si scoraggia. Avrebbe bisogno di conforto, dona conforto. Si siede e insegna, ancora una volta. È naturale che ci sia il desiderio di emergere, di prevalere, di primeggiare, anche nella Chiesa. È da discepoli fare come lui, mettersi a servizio del Regno.
In questo mese in cui la Chiesa tutta, sollecitata dal Papa, riflette su come raccontare il vangelo all’uomo d’oggi, questa domenica ricorda lo stile con cui farlo, senza cedere, anche nel nostro piccole, alle logiche mondane del dominio.

(PAOLO CURTAZ)


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Commedia musicale °°
Ascoltate o scaricate il canto Noi buoni e briganti
per riflettere, in musica, sul Vangelo di oggi e sull’uomo

Buona domenica! – XXVIII del T.O. – Anno B

..si fece scuro in volto e se ne andò rattristato..

Dal Vangelo di Marco (Mc 10, 17-30)
  XXVIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

Corre, il giovane ricco, come se avesse una malattia. Corre per sapere come vivere nella logica di Dio. È anche corretto e onesto nel suo porsi: sa che la salvezza non si “merita” ma si riceve in eredità se la si desidera con cuore puro. Teologicamente impeccabile. Gesù lo accoglie con simpatia, gli chiede, con semplicità, di osservare i comandamenti. Ignora i primi, quelli rivolti a Dio, si concentra su quelli rivolti all’uomo: solo nel servizio all’uomo facciamo piacere al Dio che lo ha creato. Il ricco risponde di averli sempre osservati, fin dalla più tenera età. Forse ha ragione, forse millanta, va bene lo stesso. Gesù lo ama, fissandolo. Uno sguardo di bene, uno sguardo che vede il positivo, anche se il ricco esagera. Gesù ha sempre e per sempre uno sguardo positivo su di me, anche quando faccio finta di non vedere le ombre del mio cuore.Ama e chiede. Chiede perché ama. Osa: lascia tutte le tue ricchezze. Fine del bel momento mistico.

RICCHEZZA
Marco pone a metà del suo vangelo le cose più impegnative: la pagina sul matrimonio, quella sulla ricchezza. Bisogna conoscere Cristo prima di potere vivere le sue esigenze urticanti, sentirsi amati prima di poter osare. Gesù non chiede al ricco di gettare il denaro, ma di condividerlo. Di entrare nella logica di chi si sente fratello, di chi sa che la ricchezza è dono di Dio, ma la povertà è colpa del ricco. Non se la sente, il giovane ricco. Resterà ricco, ma triste.
Non usa la sapienza invocata nella prima lettura. Non accoglie la spada della Parola che trancia descritta dalla lettera agli ebrei. Il suo problema non è la ricchezza, ma l’egoismo. Lo capiscono bene i discepoli che ricchi non sono ma che si sentono a disagio per questa Parola. La ricchezza non è questione di portafoglio ma di cuore. Gesù insiste: una logica così gretta, “ricca”, impedisce di entrare nella logica di Dio. Anche la famiglia (!) può diventare un possesso, anche gli affetti. Perciò bisogna lasciare tutto, Dio restituisce nella maniera corretta.

L’ORIGINALE
Gesù non condanna tout court la ricchezza
, né esalta la povertà. Lo dico perché spesso noi cattolici scivoliamo nel moralismo criticando i soldi (degli altri) e invitando a generosità (sempre gli altri). Gesù AMA il giovane ricco, lo guarda con tenerezza, vede in lui una grande forza e la possibilità di crescere nella fede. Gli chiede di liberarsi di tutto per avere di più, di fare il miglior investimento della sua vita.
Gesù frequenta persone ricche e persone povere, è libero. Ma ammonisce noi, suoi discepoli: la ricchezza è pericolosa perché promette ciò che non può in alcun modo mantenere. Dunque, dice Gesù, la ricchezza può ingannare, può far fallire miseramente una vita, la pienezza è altrove, non nella fugace emozione di avere realizzato il sogno di possedere il giocattolo prezioso cui anelo. Ma la povertà non è auspicabile, la miseria non avvicina a Dio ma precipita nella disperazione. Perciò il Signore ci chiede di avere un cuore libero e solidale: la povertà è scelta dai discepoli perché ci è insopportabile vedere un fratello nella miseria, tutto lì.

DIVERSI
Ancora una volta il Signore ci chiede di essere diversi, il “fra voi non sia così” che è caratterizzato, in questo caso, dalla scelta della condivisione e della essenzialità, del soccorrere le povertà e accontentarsi mantenendosi nell’essenzialità, senza finire nella spirale della cupidigia. Soprattutto in questi tempi di delirio. I fatti di cronaca delle ultime settimane, le spese folli e offensive di chi usa il denaro pubblico per proprio tornaconto, di chi, piccino, usa la politica in maniera orribile, ci richiamano al principio dell’onestà e della solidarietà.
Dio si schiera dalla parte degli ultimi, dei licenziati, dei poveri. Noi, anche nel piccolo, siamo chiamati ad essere trasparenti e corretti, nel piccolo come nel grande. Onestà, elemosina, condivisione, dono, sono ancora i protagonisti di una sana vita da discepolo, senza affannarsi dell’accumulo ma coscienziosamente affidandosi a quel Dio che veste splendidamente l’erba del campo. E questa logica deve permeare anche i rapporti nelle comunità, i soldi delle comunità che servono all’annuncio del vangelo senza fumosità, senza ambiguità. Se facciamo parte di una comunità manteniamola anche economicamente, chiediamo e offriamo trasparenza, orientiamo le nostre scelte a servizio dell’annuncio. Che tra noi, nelle nostre chiese, nelle nostre scelte, prevalga sempre la generosità e la fiducia nella Provvidenza al calcolo che appanna la libertà che dobbiamo tenere nei confronti del possesso. Facciamoci dono, facciamo della nostra vita un dono e avremo – stupore – cento volte tanto, come sperimenta Pietro.

(PAOLO CURTAZ)

°° Spettacolo musicale °°
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una piccola provocazione sul Vangelo di oggi in musica

Buona domenica! – XXVII del T.O. – Anno B

«…non sono più due, ma una sola carne»

Dal Vangelo di Marco (Mc 10, 2-16)
  XXVII Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

Una Parola che destabilizzante, quella di oggi, che interrompe il flusso di riflessioni di Marco intorno a Gesù per porci una nuova domanda. Non più: “chi è Gesù?”, ma: “cos’è l’amore? Domanda intrigante ed attuale, forte e misteriosa, che riecheggia con potenza nel nostro mondo che ha smarrito certezze e sembra travolto da un’ondata di fragilità e di fango. Le notizie sconfortanti che continuano a riempire i notiziari mettono a dura prova anche il cristiano più ottimista. Ecco, allora, che ci si rifugia nel privato, che si abbandonano i grandi progetti sociali e politici per chiudersi nel ristretto e protetto mondo degli affetti privati…
Ma, anche qui, la confusione regna sovrana. Chi ha una famiglia non la vuole, chi non può (divorziati, coppie gay) la vorrebbe. L’amore è proposto come bene rifugio, caricato di mille attese e speranze, riempito di sogni e di gratificazione. Ma la realtà, di nuovo, ci mette in crisi: non basta reiterare l’innamoramento, esaltare l’amore di fusione per evitare pesanti delusioni. Chi può dirci una parola che non sia banalità, che abbia il sapore di verità, che indichi con autorevolezza la strada da percorrere? Chi questo amore lo ha inventato: Dio.

ECCESSI
La pagina della Genesi che racconta con linguaggio poetico la creazione della coppia umana ci rivela, a leggerla bene, un aspetto inquietante. La retorica cattolica ha esaltato il racconto della creazione della donna. Non è così: il testo rivela uno degli errori più comuni fra gli innamorati.
L’umano è infelice: non gli basta conoscere la realtà (questo il significato del dare il nome agli animali). Dio ammette il proprio sbaglio (splendido!) e decide di ricorrere ai ripari: farà all’umano un altro da sé, che lo contrapponga (nel termine ebraico è sottesa una vena di conflittualità). L’umano dorme, Dio crea la donna, non dalla costola, come erroneamente tradotto, ma dividendolo a metà.
Il termine usato indica lo stipite della porta: l’umano ermafrodita è scisso in due parti, in due stipiti che sorreggono l’architrave. E che fanno entrare nella dimensione di Dio, aggiungo io.
Ma l’uomo, destatosi, non ammette la diversità: non ammette che la donna arriva da Dio, pensa di conoscerla, la chiama “questa qui” e dice che è un pezzo di sé, una proiezione del suo ego. Terribile. Non è forse il dipinto dell’amore di fusione così decantato dai media e inseguito dalle nostre fragili generazioni di adolescenti? Credere che l’altro sia il mio specchio? Esaltare l’intesa che, alla fine dei conti, è una sottomissione mascherata? Eliminare la diversità del maschile e del femminile? La soluzione al pasticcio la offre il redattore del testo: perciò l’uomo lascerà la sua famiglia e diventeranno una carne solaPer costruire veramente una relazione occorre abbandonare la propria idea di famiglia e unire la carne. Nulla a che vedere col sesso: la “carne”, nell’antropologia biblica, indica la parte debole. Solo unendo le fragilità possiamo diventare coppia, cercando non in noi ma in un Altro il senso della nostra vita. Siamo compagni di viaggio.

DIVORZI MASCHILISTI
Al tempo di Gesù il divorzio era un fatto consolidato, addirittura attribuito a Mosè, quindi intangibile. Nessuno avrebbe mai osato mettere in discussione una norma così favorevole ai maschi: la domanda che viene posta a Gesù è retorica, tutti si aspettano che, ovviamente, Gesù benedica questa norma.
La risposta di Gesù è una rasoiata: voi fate così, ma Dio non la pensa così, Dio crede nell’amore come unico, crede nella possibilità di vivere insieme ad una persona per tutta la vita. Senza sopportarsi, senza sentirsi in gabbia, senza massacrarsi: l’obiettivo della vita di coppia non è vivere insieme per sempre, ma amarsi per sempre! Silenzio imbarazzato, sguardi sorridenti e complici : “Ma che, scherziamo?”. Gli apostoli, preso da parte Gesù, insistono: “Non parlavi sul serio, vero?”. Matteo, nel brano parallelo, giunge ad annotare la sconsolata affermazione dei dodici: “Allora è meglio non sposarsi!” (19,10)

SOGNO L’AMORE
Gesù dice che è possibile amarsi per tutta la vita, che Dio l’ha pensata così l’avventura del matrimonio, che davvero la fedeltà ad un sogno non è utopia adolescenziale ma benedizione di Dio!
Quando due giovani decidono di sposarsi e parliamo della fedeltà non stiamo disquisendo di una norma anacronistica di una struttura reazionaria che propone un modello superato: stiamo parlando del sogno di Dio.
A partire da qui, con fatica, con tenacia, i discepoli hanno scoperto la ricchezza del matrimonio cristiano. Da prima di Cristo ci si incontra e ci si innamora, si vive insieme e si hanno dei figli. Farlo nel Signore, mettere Gesù nel mezzo, fa comprendere delle cose straordinarie, nuove, sconcertanti su di sé e sulla coppia. In questi anni, frequentando molte coppie, pregando e vivendo con loro, abbiamo scoperto e riassunto la novità del matrimonio nel Signore.

FRATTURE
È bello poter dire a due giovani che desiderano sposarsi nel Signore, prendere il vangelo come modello che il matrimonio cristiano è una libera scelta, un’idea di Dio, non della Chiesa. È normale innamorarsi, normale decidere di vivere insieme. Farlo come Gesù chiede è una scelta particolare, quella di mettere Dio in mezzo alle nostre vite. E non è il retaggio di una Chiesa reazionaria che non sa aprirsi al mondo, ma il sogno stesso di Dio. Alla luce di questa Parola, come credenti, possiamo con fiducia affidarci al Dio che ha inventato l’amore, sapendo bene che siamo chiamati a ridire e a rivivere l’invariato messaggio della Creazione. Amatevi teneramente, voi che vi amate.

(PAOLO CURTAZ)

°° Una raccolta di canti per la Messa di Matrimonio°°
Ascoltate o scaricate il canto Non più due
una bellissima riflessione sul Vangelo di oggi in musica

Buona domenica! – XXVI del T.O. – Anno B

«Fossero tutti profeti nel popolo del Signore
e volesse il Signore
porre su di loro il suo spirito!»

Dal libro dei Numeri (Num 11, 25-29)
  XXVI Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

Accade almeno una o due volte a settimana. Fra mail, blog e facebook ricevo molti stimoli, molte domande. Chi mi scrive sa che rispondo, brevemente, di solito, e le richieste che ricevo sono le più disparate. Sempre, però, qualcuno mi pone la stessa questione: perché la Chiesa non si pronuncia contro questo tale o contro quel movimento o contro quella presunta apparizione? Di solito sono casi particolari, molti nemmeno li conosco, e le persone che mi scrivono vogliono un pronunciamento “contro” qualcuno, normalmente, per ragioni opposte: alcuni chiedono di fermare quelli che sono poco ortodossi, altri quelli che sono troppo tradizionalisti. Come se la fede si trasmettesse a forza di divieti e di documenti. Come se la Chiesa non fosse già attanagliata dal verbalismo, come bene afferma don Albanesi, il rischio di continuare a produrre documenti che nessuno legge!
La Chiesa, grazie al cielo, non rilascia patentini di cattolicità e il ricorso alla scomunica è l’ultimissima ratio in casi circoscritti e gravissimi. Gesù, bontà sua, è ancora più tollerante.

NON E’ DEI NOSTRI
Rosicano, i discepoli.
Qualche versetto prima del brano di oggi Marco racconta al loro figuraccia: non sono riusciti a liberare un ragazzo indemoniato. Ora, invece, uno sconosciuto, un guaritore, usa il nome di Gesù per guarire altre persone. Era consuetudine invocare i nomi di persone importanti, come Salomone, durante i rituali di guarigione. Gesù, ormai famoso, era entrato nel gruppo dei personaggi da invocare. Che carriera! Notate la sottigliezza di Marco.
Giovanni (Giovanni!) non si lamenta col Maestro dicendo “non è tuo discepolo” ma: “non è dei nostri”. Così come, nella prima lettura, lo Spirito scende su due che non erano stati prescelti per entrare a far parte del gruppo che avrebbe aiutato Mosé. Gesù, come Mosé, rassicura i discepoli, e noi. Di Spirito ce n’è in abbondanza, non scherziamo. La Chiesa fa parte del Regno, ma non lo esaurisce.

PICCINERIE
Quante volte facciamo anche noi come Giovanni, arrogandoci il diritto di scegliere chi è cristiano e chi no. Se avessimo il coraggio di osare, come fa Gesù! Lo Spirito aleggia dove vuole, e anche chi sembra all’apparenza estraneo alla logica del Vangelo può essere strumento della grazia. Di più. Questa logica esce dal recinto ecclesiale e contagia la nostra logica. Anche in altre fedi troviamo i semina Verbi, frammenti del Verbo, e siamo chiamati a valorizzarle, come sa fare benissimo papa Benedetto. L’unico modo di superare i fondamentalismi (di tutti i generi!) è coltivare la vera fede. Anche nel mondo sociale e politico siamo invitati, soprattutto noi italioti!, a superare le barricate per vedere cosa ci accomuna invece di disertare la curva della squadra avversaria…

GLI ALTRI
Esiste anche un settarismo “ad extra”, la voglia di difendersi da un mondo che sempre meno capisce e tollera la presenza cristiana. Dobbiamo impegnarci a fondo per ottenere quell’alchimia che da una parte connoti un’identità, quella cristiana, che ha diritto di cittadinanza, ma che dall’altro non diventi contrapposizione. Uno sguardo ottimista sulla realtà e sul cammino dell’uomo, sguardo del Nazareno, ci permette di riconoscere e valorizzare i tanti semi di bene e di luce che lo Spirito semina nel cuore dei non credenti. Non accogliere i semi che Dio sparge anche nel cuore di chi non sa o non dice di credere, dice il Signore, è uno scandalo gravissimo, il peggiore, meglio sarebbe buttarsi a mare con una pietra da macina al collo… Se lo straniero, l’estraneo, riceve la ricompensa per un solo bicchiere d’acqua dato ad un discepolo, quanta ricchezza possiamo trovare intorno a noi!

SCANDALI
Pensiamo a noi, piuttosto, all’inizio di questo anno pastorale. Gesù è chiaro ed esigente: appartenere a Lui significa fare delle scelte, a volte anche dolorose. Gli esegeti ci dicono che gli esempi portati hanno a che fare con il corpo e la sessualità. E Dio solo sa se, in questi tempi, dobbiamo vigilare su noi stessi e sulle nostre famiglie per non farci travolgere dall’imperante pornocrazia che ci stordisce e ci porta alla rovina interiore! Ma, anche, togliamo di mezzo l’arroganza e il giudizio, la piccineria e la vendetta, tutto quello che ci impedisce di entrare nel Regno. Non farlo significa morire, imputridire, essere dei morti viventi (il verme non muore). E dell’immondizia. La Geenna era una piccola valle che circonda Gerusalemme, maledetta dai rabbini perché lì vi si erano consumati sacrifici umani e destinata a bruciare l’immondizia. Gesù sta dicendo: se non sei disposto ad osare, a tagliare, a faticare per entrare nel Regno, rischi di essere come l’immondizia…

Vangelo esigente, quello di oggi.
Siamo chiamati a vivere con leggerezza evangelica: è Dio che converte e salva il mondo.
Noi, al più, cerchiamo di non ostacolarlo…

(PAOLO CURTAZ)

°° Riflettendo con Ada Merini °°