I PORCOSPINI:
IMPARARE A GESTIRE I CONFLITTI
di Franca Feliziani Kannheiser
Un giorno d’inverno glaciale, un gruppo di porcospini si strinsero
gli uni agli altri per proteggersi contro il freddo e scaldarsi a
vicenda. Stringendosi però si procuravano punture dolorose a
causa delle spine lunghe e acuminate di cui è fatto il loro mantello.
Furono così costretti ad allontanarsi. Obbligati a riavvicinarsi
a causa del freddo intenso, si punsero un’altra volta e così via di
seguito. L’alternarsi di avvicinamenti e allontanamenti durò finché
essi non riuscirono a trovare una distanza giusta in cui erano
al riparo sia dal freddo che dalle punture.
Credo non sia difficile per noi catechisti riconoscere in questa piccola famiglia di porcospini il nostro gruppo di ragazzi e la difficoltà che sperimenta nel trovare la giusta distanza. Stare insieme comporta spesso conflitti che non possono essere eliminati del tutto, proprio perché le idee, i temperamenti, i desideri sono tanti e diversi. I conflitti non possono essere cancellati ma devono essere gestiti.
Molto spesso i conflitti nascono… fuori! Antipatie maturate sui banchi di scuola, litigi sorti nel gioco e non ancora risolti, piccole storie d’incomprensioni che riemergono alla minima occasione.
Altri conflitti sorgono proprio durante l’incontro di catechesi: per la scelta del posto, la condivisione del materiale di lavoro, uno scherzo di troppo…
Molti catechisti considerano i conflitti qualcosa da evitare a tutti i costi. La loro idea del gruppo è quella (irrealistica!) di un gruppo di amici che procede d’amore e d’accordo. In realtà, proprio perché il gruppo è un cantiere sempre in costruzione, i momenti di conflitto sono inevitabili, anzi, necessari per crescere nella comunicazione e nello scambio.
Alcune regole possono aiutarci nella loro gestione:
• prima regola è evitare i conflitti non necessari con una giusta organizzazione degli spazi e dei tempi. Come abbiamo spesso ricordato, una stanza d’incontro ben ordinata, con il materiale al suo posto, l’assegnazione chiara dei posti, consegne precise tolgono molte occasioni di litigi.
• seconda regola
è quella di parlarne, quando, nonostante tutto, si creano disaccordi. Se, infatti, il motivo del conflitto non è chiaro, è impossibile anche risolverlo! Imparare a esplicitare i propri sentimenti e le proprie ragioni è, inoltre, presupposto per ogni forma di comunicazione: in famiglia, a scuola, nel gioco, al catechismo.
Qual è il problema? Invitiamo i contendenti a illustrare ciò che ha portato al conflitto. In questo modo li aiutiamo a distinguere le impressioni ed emozioni da divergenze di idee e di comportamenti su cui si può discutere.
Il catechista non deve dimenticare che più il bambino è piccolo, più ritiene che l’altro sappia già ciò che lui pensa e sente: lo sviluppo della capacità di mentalizzazione, l’uscita dal pensiero egocentrico è un processo lungo e impegnativo in cui i bambini devono essere accompagnati.
• terza regola è cercare insieme soluzioni, in cui non c’è un vincente e un perdente, una vittima e un colpevole, ma un cambiamento che sia di utilità per se stessi e per l’intero gruppo. Alcuni catechisti sono, a volte, tentati di prendere la scorciatoia di decidere immediatamente loro chi ha ragione e chi ha torto, e d’infliggere punizioni che non hanno alcun legame con l’accaduto. Oppure, in caso di impossibilità di trovare il colpevole, di punire l’intero gruppo.
Si tratta, però, ancora di un ragionamento nella logica «colpa-punizione» invece di «problema-soluzione».
Individuare il problema e cercare insieme il modo migliore per risolverlo, chiama in gioco le risorse del gruppo che riflette, propone, valuta.
Dare, inoltre, la possibilità ai ragazzi, coinvolti nel conflitto, di riconoscere ed esprimere le loro emozioni, è insegnare loro che di ciò che ci fa arrabbiare «si può parlare» e non è inevitabile giungere subito alle mani!
L’invito a comprendere le ragioni dell’altro e a mettersi nei suoi panni, facendo leva sulla capacità innata del bambino e del ragazzo di provare empatia, offre uno stimolo per sviluppare il comportamento prosociale, che è una delle basi antropologiche da cui può scaturire e crescere l’amore per il prossimo.
Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi nel numero di Febbraio di Catechisti Parrocchiali.
Per vedere il sommario di Catechisti Parrocchiali di Febbraio 2012 clicca qui




È la domanda che si pone il discepolo davanti a quest’uomo che pretende di liberare il paralitico dal peccato. Hanno ragione gli scribi scettici: solo Dio può liberare dai peccati.
identità.
accontento di essere una fotocopia sbiadita…






a, si pone nella condizione di «fuori casta»: l’identità culturale e l’appartenenza sociale costituiscono il suo rovello, e lui si serve dello sport come di un’arma contro la discriminazione strisciante della società britannica razzista d’inizio secolo, ma anche contro il proprio essere ebreo. Per lui, che vive la contraddizione di sentirsi inglese a tutti gli effetti, ma di non sentirsi accettato dall’Inghilterra «cristiana e anglosassone», la questione della fedeltà si pone innanzitutto come fedeltà a se stesso, alla propria dignità e riscatto sociale.
ercate alcuni di questi casi nella Bibbia e confrontateli.


Israele, come tutte le civiltà del passato, aveva capito bene la gravità della malattia e del contagio e imposto ai lebbrosi di stare alla larga dai centri abitati, di gridare la propria condizione in caso di incontro con un’altra persona. Una malattia appesantita dal senso di colpa che tutti riversavano sull’ammalato. La lebbra era la più terribile delle punizioni di Dio. Nessuna pietà per i lebbrosi, nessuna pena, solo fastidio e paura nei loro confronti.
come un guru





• La donna peccatrice è trascinata davanti a Gesù, come davanti al giudice.
alla vita ed al mondo. Nella mia prima enciclica «Redemptor Hominis» ho scritto: «L’uomo che vuole comprendere se stesso fino in fondo, – non soltanto secondo immediati, parziali, spesso superficiali e perfino apparenti criteri e misure del proprio essere – deve, con la sua inquietudine e incertezza ed anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, avvicinarsi a Cristo». 
quotidiano piccolo e spiccio.
come discepolo, 