CATECHISTI PARROCCHIALI – Febbraio 2012: AMANTI DELLA VITA

I PORCOSPINI:
IMPARARE A GESTIRE I CONFLITTI

di Franca Feliziani Kannheiser

Un giorno d’inverno glaciale, un gruppo di porcospini si strinsero
gli uni agli altri per proteggersi contro il freddo e scaldarsi a
vicenda. Stringendosi però si procuravano punture dolorose a
causa delle spine lunghe e acuminate di cui è fatto il loro mantello.
Furono così costretti ad allontanarsi. Obbligati a riavvicinarsi
a causa del freddo intenso, si punsero un’altra volta e così via di
seguito. L’alternarsi di avvicinamenti e allontanamenti durò finché
essi non riuscirono a trovare una distanza giusta in cui erano
al riparo sia dal freddo che dalle punture.

Credo non sia difficile per noi catechisti riconoscere in questa piccola famiglia di porcospini il nostro gruppo di ragazzi e la difficoltà che sperimenta nel trovare la giusta distanza. Stare insieme comporta spesso conflitti che non possono essere eliminati del tutto, proprio perché le idee, i temperamenti, i desideri sono tanti e diversi. I conflitti non possono essere cancellati ma devono essere gestiti.

Molto spesso i conflitti nascono… fuori! Antipatie maturate sui banchi di scuola, litigi sorti nel gioco e non ancora risolti, piccole storie d’incomprensioni che riemergono alla minima occasione. Altri conflitti sorgono proprio durante l’incontro di catechesi: per la scelta del posto, la condivisione del materiale di lavoro, uno scherzo di troppo…

Molti catechisti considerano i conflitti qualcosa da evitare a tutti i costi. La loro idea del gruppo è quella (irrealistica!) di un gruppo di amici che procede d’amore e d’accordo. In realtà, proprio perché il gruppo è un cantiere sempre in costruzione, i momenti di conflitto sono inevitabili, anzi, necessari per crescere nella comunicazione e nello scambio.

Alcune regole possono aiutarci nella loro gestione:
• prima regola è evitare i conflitti non necessari con una giusta organizzazione degli spazi e dei tempi. Come abbiamo spesso ricordato, una stanza d’incontro ben ordinata, con il materiale al suo posto, l’assegnazione chiara dei posti, consegne precise tolgono molte occasioni di litigi.
• seconda regola è quella di parlarne, quando, nonostante tutto, si creano disaccordi. Se, infatti, il motivo del conflitto non è chiaro, è impossibile anche risolverlo! Imparare a esplicitare i propri sentimenti e le proprie ragioni è, inoltre, presupposto per ogni forma di comunicazione: in famiglia, a scuola, nel gioco, al catechismo.
Qual è il problema? Invitiamo i contendenti a illustrare ciò che ha portato al conflitto. In questo modo li aiutiamo a distinguere le impressioni ed emozioni da divergenze di idee e di comportamenti su cui si può discutere.
Il catechista non deve dimenticare che più il bambino è piccolo, più ritiene che l’altro sappia già ciò che lui pensa e sente: lo sviluppo della capacità di mentalizzazione, l’uscita dal pensiero egocentrico è un processo lungo e impegnativo in cui i bambini devono essere accompagnati.
• terza regola è cercare insieme soluzioni, in cui non c’è un vincente e un perdente, una vittima e un colpevole, ma un cambiamento che sia di utilità per se stessi e per l’intero gruppo. Alcuni catechisti sono, a volte, tentati di prendere la scorciatoia di decidere immediatamente loro chi ha ragione e chi ha torto, e d’infliggere punizioni che non hanno alcun legame con l’accaduto. Oppure, in caso di impossibilità di trovare il colpevole, di punire l’intero gruppo.
Si tratta, però, ancora di un ragionamento nella logica «colpa-punizione» invece di «problema-soluzione».
Individuare il problema e cercare insieme il modo migliore per risolverlo, chiama in gioco le risorse del gruppo che riflette, propone, valuta.
Dare, inoltre, la possibilità ai ragazzi, coinvolti nel conflitto, di riconoscere ed esprimere le loro emozioni, è insegnare loro che di ciò che ci fa arrabbiare «si può parlare» e non è inevitabile giungere subito alle mani!

L’invito a comprendere le ragioni dell’altro e a mettersi nei suoi panni, facendo leva sulla capacità innata del bambino e del ragazzo di provare empatia, offre uno stimolo per sviluppare il comportamento prosociale, che è una delle basi antropologiche da cui può scaturire e crescere l’amore per il prossimo.

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi nel numero di Febbraio di Catechisti Parrocchiali.

Per vedere il sommario di Catechisti Parrocchiali di Febbraio 2012 clicca qui

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GP2 GenerAzioni – Una cultura dei diritti umani!

        Una cultura dei diritti umani, responsabilità di tutti

Vorrei sottolineare che nessun diritto umano è sicuro, se non ci si impegna a tutelarli tutti. Quando si accetta senza reagire la violazione di uno qualsiasi dei diritti umani fondamentali, si pongono a rischio tutti gli altri. E’ indispensabile, pertanto, un approccio globale al tema dei diritti umani e un serio impegno a loro difesa. Solo quando una cultura dei diritti umani, rispettosa delle diverse tradizioni, diventa parte integrante del patrimonio morale dell’umanità, si può guardare con serena fiducia al futuro.

E, in effetti, come potrebbe esservi guerra, se ogni diritto umano fosse rispettato? L’osservanza integrale dei diritti umani è la strada più sicura per stringere relazioni solide tra gli Stati. La cultura dei diritti umani non può essere che cultura di pace. Ogni loro violazione contiene in sé i germi di un possibile conflitto. Già il mio venerato Predecessore, il Servo di Dio Pio XII, alla fine della seconda Guerra mondiale, poneva la domanda: «Quando un popolo è schiacciato con la forza, chi avrebbe il coraggio di promettere sicurezza al resto del mondo nel contesto di una pace durevole?».

Per promuovere una cultura dei diritti umani che investa le coscienze, è necessaria la collaborazione di ogni forza sociale.
Vorrei fare specifico riferimento al ruolo dei mass-media, tanto importanti nella formazione dell’opinione pubblica e, di conseguenza, nell’orientamento dei comportamenti dei cittadini. Come non si potrebbe negare una loro responsabilità in violazioni dei diritti umani che avessero la loro matrice nell’esaltazione della violenza da essi eventualmente coltivata, così è doveroso attribuire loro il merito di quelle nobili iniziative di dialogo e di solidarietà che sono maturate grazie ai messaggi da essi diffusi in favore della comprensione reciproca e della pace.

          Tempo di scelte, tempo di speranza

Il nuovo millennio è alle porte ed il suo avvicinarsi ha alimentato nei cuori di molti la speranza di un mondo più giusto e solidale. E un’aspirazione che può, anzi, che deve essere realizzata!

E in questa prospettiva che mi rivolgo ora in particolare a voi, cari Fratelli e Sorelle in Cristo, che nelle varie parti del mondo assumete a norma di vita il Vangelo: fatevi araldi della dignità dell’uomo!
La fede ci insegna che ogni persona è stata creata ad immagine e somiglianza di Dio. Dinanzi al rifiuto dell’uomo, l’amore del Padre celeste rimane fedele; il suo è un amore senza confini. Egli ha inviato il Figlio Gesù per redimere ogni persona, restituendole piena dignità.
Dinanzi a tale atteggiamento, come potremmo escludere qualcuno dalle nostre cure?

Per saperne di più: Giornata Mondiale della Pace 1999

Dal messaggio di Giovanni Paolo II
per la celebrazione della
XXXII Giornata Mondiale della Pace

1° Gennaio 1999 
 

Buona domenica! – VII T.O. (Anno B)

«Che cosa è più facile: dire al paralitico
“Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire
“Àlzati, prendi la tua barella e cammina”?»

Dal Vangelo di Marco (Mc 2, 1-12)
VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno B

Il lebbroso, domenica scorsa, ha chiesto di essere purificato e Gesù lo ha esaudito. La lebbra, dicevamo, è la malattia della solitudine, dell’assenza di contatto fisico, del senso di colpa. L’evolversi della malattia corre parallelo all’evolversi dell’abisso morale in cui si cade: i lebbrosi erano convinti, come l’approssimativa visione di Dio lasciava intendere, di essere puniti per qualche colpa nascosta. Non c’era compassione verso i lebbrosi, né verso gli ammalati, in genere. La compassione è un sentimento entrato nel mondo religioso da quando un falegname di Galilea si è identificato con gli ammalati.
Oggi incontriamo nuovamente un ammalato, un paralitico. E Gesù lo libera dai suoi peccati e, davanti allo scetticismo degli scribi, lo guarisce fuori, dopo averlo guarito dentro. Non lo guarisce subito, la chiassosa testimonianza del lebbroso ha messo a dura prova il Maestro che non vuole essere scambiato per un guaritore. Lo guarisce quando vede i devoti scettici e polemici con la sua pretesa di donare il perdono divino. Sì, c’è una continuità nei due racconti: anche il peccato, in un certo modo, è un lebbra che ti consuma.

DOMANDE
Perché costui parla così? La domanda posta dagli scribi è al centro del racconto, il punto focale della narrazione, secondo gli esegeti. È la domanda che si pone il discepolo davanti a quest’uomo che pretende di liberare il paralitico dal peccato. Hanno ragione gli scribi scettici: solo Dio può liberare dai peccati. Se Gesù libera il paralitico dal suo peccato, e conferma questa liberazione con la guarigione, allora la sua identità crea problema.
Tutto il vangelo di Marco ruota intorno a questa domanda: chi è veramente il Nazareno? Marco dona la sua testimonianza: il titolo che usa, figlio dell’uomo, il più usato nel suo vangelo per indicare Gesù, richiama l’Antico Testamento dove il termine viene usato per indicare un uomo con una prerogativa divina ma anche, in altri casi, come segno di umiltà. Le due cifre del mistero di Gesù: l’umanità e la divinità, sono presenti sin dall’inizio. Ma ci sono molti altri particolari, nel racconto, che ci allargano il cuore.

NOMI E SPAZI
Il racconto definisce l’ammalato semplicemente paralitico. È identificato con la sua malattia, con la tragica conseguenza della sua patologia. La malattia ha invaso ogni suo spazio mentale, al punto da togliergli identità. Identità che Gesù gli restituisce: viene chiamato figlio. Noi non siamo la nostra malattia, le nostre disgrazie, i nostri peccati. Noi siamo anzitutto e per sempre figli.
E anche l’annotazione dello spazio è importante: la folla fa ressa davanti alla casa di Pietro, è accalcata. Quella folla che, due domeniche fa, cercava Gesù per “costringerlo” a tornare, lui che invece vuole andare altrove. Questa chiusura si apre, improvvisamente, quando qualcuno sfonda la terrazza fatta di canne e terra che copre l’abitazione. Il movimento non è più orizzontale, ma verticale. E le cose cambiano: il paralitico, scopertosi figlio, torna a casa sua tenendo in mano la barella, la folla anonima se ne va, lodando Dio, diventando testimone della meraviglia che si sta compiendo. Come sarebbe bello se anche noi la smettessimo di accalcarci intorno alle nostre piccole convinzioni per essere finalmente la Chiesa sognata da Dio!

PECCATO
Oggi non si pecca più, meno male! Per peccare bisogna almeno fare il kamikaze o stuprare i bambini, per il resto sono solo cattive abitudini o innocenti trasgressioni. Forse è una reazione ad una visione incentrata sul peccato di una certa predicazione del passato (tutta da dimostrare, io non c’ero): da “tutto è peccato” a “quasi nulla è peccato” il passo è stato breve ma, ahimè, ci ha fatto perdere l’equilibrio. In un giorno di nebbia tutto è grigio uguale: solo la Parola di Dio può disegnare le ombre della nostra vita. Purtroppo abbiamo ancora un approccio moralistico al peccato, come se peccare fosse trasgredire alla legge di un Dio geloso della nostra libertà che ci mette i paletti nella vita solo per farci tribolare (e tanto). Un approccio adolescenziale: in fondo ci sono persone che vivono peggio di me, cosa vuole Dio dalla mia vita? Nulla, Dio non vuole nulla dalla mia vita. La Scrittura ci svela un Dio che desidera per me la felicità, e sa come ottenerla. È lui che mi ha creato, lui sa come funziono, forse varrebbe la pena di ascoltarlo con maggiore attenzione e serietà…

LIBERI E GUARITI
Le parole che Dio ci dona sono l’indicazione verso un percorso di pienezza, di libertà, di gioia profonda e duratura. Il peccato è male perché ci fa del male, Dio mi ha pensato come un capolavoro, e io mi accontento di essere una fotocopia sbiadita… Il peccato dovrebbe essere la nostra prima preoccupazione, perché c’è in gioco la nostra realizzazione profonda, la nostra verità interiore che Dio conosce e che mi aiuta a scoprire… Non possiamo inventarci i peccati, o farci fare l’esame di coscienza dal mondo contemporaneo (non è vero che non c’è più senso del peccato, c’è, fortissimo, il senso del peccato. Quello degli altri!): è la frequentazione di Cristo che ci porta alla conoscenza del nostro limite, per affidarglielo e trasfigurarlo. È difficile conoscere ciò che è male, il male si presenta sempre come un ipotetico bene per sedurci e ingannarci.
Lasciamoci guarire, dentro e fuori.

(PAOLO CURTAZ)

Per riflettere sorridendo…

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Tra note e realtà – Istruzioni per l'(ill)uso

Il 51% delle famiglie italiane
possiede 3 o più televisori,

un adolescente su due
passa almeno 3 ore al giorno davanti alla tv.

La sua coscienza viene bombardata
quotidianamente da programmi
che propongono falsi miti e inducono a facili illusioni.
Se avessi in mano il telecomando di tuo figlio
tu cosa faresti?

Cosa ci fai davanti a quello schermo,
fuori c’è un inferno e tu rimani fermo:

te ne pentirai, non perdere tempo, usa il tuo talento al 100%!
(Gemelli diversi, Istruzioni per l’(ill)uso)

È solo l’inizio di uno dei testi più interessanti dei Gemelli Diversi: anche questa volta provocanti e assolutamente “disturbanti”. Sostanzialmente scomodi, ma dichiaratamente autentici.
Con il mondo della comunicazione e della cultura contemporanea sotto tiro finisce anche la forma mentis, la mentalità attualmente in vigore… (e la scelta delle parole non è casuale).
A questo punto però, piuttosto che aggiungere altro, preferisco richiamare parti, a mio parere provocanti, del testo:
Se avessi in mano il telecomando di tuo figlio, tu cosa faresti?
La domanda è interessante, ma verrebbe da chiedersi cosa ci impedisce di riaverlo… o forse non basta ancora. Cosa spinge un adolescente su due a preferire la tv, i social network, la chat, il virtuale al reale?
Cosa ci fai davanti a quello schermo, fuori c’è un inferno e tu rimani fermo…
Perché abbiamo bisogno di occhiali protettivi a forma di schermo per entrare in quel mondo che ci appartiene per nascita?
Chi stiamo generando? Identità forti o fragilità resistenti?
“Vuoi lasciare un segno nel mondo, cercare te stesso, scavare più a fondo… ma vah… è un conto a 7 zeri che fa la felicità. Oh…”
Detto così sembra un colpo basso alle nostre coscienze, sempre così desiderose di lasciare un segno nella storia. Di fatto a crederci siamo in molti e ad agire di conseguenza siamo quasi la totalità.
Non è pessimismo, né è il sol leone a farci straparlare. La verità dice se stessa, e si dice proprio dalla realtà delle situazioni concrete, dalle tante notizie che riempiono la cronaca, dalle parole, spesso in esubero, di chi ogni giorno annuncia, dal pulpito dei talk-show, varietà o reality, le personalissime verità oggettive…
La soluzione a tutto questo è ancora da inventare, o forse si tratta semplicemente di imparare a costruire… se stessi, la propria vita, le proprie scelte e poi il mondo.

di suor Mariangela fsp

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RAGAZZI & DINTORNI – Febbraio 2012 – Fedeltà

CARRI DI FUOCO

di Cecilia Salizzoni

Quello che proponiamo, è una «vecchia gloria» degli anni ’80: “Momenti di gloria”. Ambientato agli inizi degli anni Venti in Inghilterra, il film che, più di ogni altro, ha mitizzato lo sport, in realtà coglie il momento di passaggio da una concezione antica alla modernità incipiente: il gioco ginnico che completa la formazione del «gentiluomo» e ne rinsalda l’appartenenza sociale, a fronte dell’agonismo professionista che esalta le doti dell’individuo, disancorandole da un contesto di valori superiori ed esponendole al rischio dello show-business.
Nella tensione conflittuale tra le due concezioni, si pone la questione della fedeltà che darà filo da torcere ai due protagonisti principali realmente vissuti: Harold Abrahams e Eric Liddell.

Il racconto parte dalla morte del primo, prendendo spunto dalla cronaca londinese del 1978, e va a ricostruirne gli esordi sportivi di scattista all’Università di Cambridge che lo porteranno a Parigi, nel 1924, all’VIII Olimpiade e alla medaglia d’oro nei 100 metri piani.
La ricostruzione storica non si ferma ad Abrahams, ma riguarda l’intero ambiente universitario che costituisce l’ossatura dell’atletica nazionale inglese e ne detta lo spirito.
L’esperienza universitaria di Abrahams è contrappuntata in parallelo dalla vicenda dell’altra medaglia d’oro britannica nella corsa, ai giochi parigini, lo scozzese Eric Liddell.

I due protagonisti rappresentano, ciascuno a modo proprio, degli out-sider rispetto alla classe dominante. Abrahams, figlio di un finanziere ebreo di origine lituana, si pone nella condizione di «fuori casta»: l’identità culturale e l’appartenenza sociale costituiscono il suo rovello, e lui si serve dello sport come di un’arma contro la discriminazione strisciante della società britannica razzista d’inizio secolo, ma anche contro il proprio essere ebreo. Per lui, che vive la contraddizione di sentirsi inglese a tutti gli effetti, ma di non sentirsi accettato dall’Inghilterra «cristiana e anglosassone», la questione della fedeltà si pone innanzitutto come fedeltà a se stesso, alla propria dignità e riscatto sociale.
Eric Liddell, invece, porta il discorso su un livello più alto, di fede religiosa. «La più grande ala di Scozia» è nato in Cina da un missionario della Chiesa scozzese, e studia per tornare in Cina da missionario. Correre, per lui, significa sviluppare un talento che Dio gli ha donato; allo stesso tempo, però, rappresenta una tentazione che lo distoglie dall’obiettivo principale. È quanto teme la sorella, alla quale Eric chiede di mandare avanti la missione da sola, per il momento. «Io credo che il Signore mi abbia fatto per uno scopo: la Cina. Però, il Signore mi ha fatto anche veloce e, quando corro, io lo sento compiaciuto. Sento che abbandonare sarebbe come disubbidirgli. Vincere è onorare lui».

La fedeltà è dovuta a se stessi, alla famiglia, agli amici, al Paese, a Dio; ma a volte tali realtà entrano in conflitto, l’interesse o il desiderio personale con quello comunitario, la terra con il cielo. È quanto capita ai due protagonisti del film: qual è il problema personale; come lo risolvono?

Il rigorismo con cui è interpretato il precetto festivo è proprio del calvinismo scozzese, che prende alla lettera il riposo festivo del settimo giorno. Tuttavia, a volte, la «legge» divina richiede cose che non comprendiamo o che sembrano in contrasto con il nostro bene: cosa permette di rimanere fedeli? Cercate alcuni di questi casi nella Bibbia e confrontateli.

Eric Liddell, nel film, oltre che con l’esempio, dà un’indicazione anche con le parole, quando paragona la fede a una gara di corsa: che cosa dice esattamente?


Il comitato olimpico britannico che aveva tentato di dissuaderlo, alla fine riconosce il legame tra la forza atletica e la fede di Liddell, e l’errore di voler separare l’una dall’altra. Il titolo originale del film, Chariots of fire (Carri di fuoco), è ripreso dal poemetto Jerusalem di William Blake (1804), che esprime il suo impegno a servire gli scopi di Dio sulla terra: la Gerusalemme come immagine del regno di Dio da costruire in Inghilterra: che cos’è per voi il regno di Dio? Come potete contribuire per realizzarlo nella vita? Come ha concluso la sua vita il vero Eric Liddell?

Questo e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi sul numero di Febbraio dell’inserto Ragazzi & Dintorni dossier mensile di Catechisti Parrocchiali.

Inoltre  prossimamente ON LINE l’aggiornamento del materiale per il post riservato ai lettori della rubrica Musica di Catechisti Parrocchiali – Febbraio 2012. Per accedere è necessaria la password indicata nell’articolo.

—> TUTTO PASSA, COGLI L’ATTIMO! <—

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GP2 GenerAzioni – Tecnologie!

Buona domenica! – VI T.O. (Anno B)

«Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto… andrà gridando:
“Impuro! Impuro!”.  Sarà impuro finché durerà in lui il male;  è impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento»

Dal libro del Levitico (Lv 13, 1-2.45-46)
VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno B

Ci sono delle esperienze o delle situazioni che ci isolano dagli altri, che ci fanno piombare in un non richiesto gruppo speciale, condannato ad essere marginalizzato. Come quando perdiamo una persona cara, come quando il dolore fisico irrompe nella nostra vita, come quando un fallimento affettivo resetta la nostra vita. Allora ci sentiamo estranei alla vita e la gente ci sfugge. Di cosa parlare? Con chi? Chi vuole accanto a sé qualcuno che è stato azzannato dal demone della sofferenza? In quel caso, a volte, ci si avvicina a Dio. Solo a volte: più spesso nel dolore e nella solitudine la fede la si perde, altro che storie. Il lebbroso di oggi ne sa qualcosa.

LEBBROSO! LEBBROSO!
È una malattia della povertà, la lebbra. Devastante, inarrestabile, immonda, che ti consuma facendoti marcire. Anche Israele, come tutte le civiltà del passato, aveva capito bene la gravità della malattia e del contagio e imposto ai lebbrosi di stare alla larga dai centri abitati, di gridare la propria condizione in caso di incontro con un’altra persona. Una malattia appesantita dal senso di colpa che tutti riversavano sull’ammalato. La lebbra era la più terribile delle punizioni di Dio. Nessuna pietà per i lebbrosi, nessuna pena, solo fastidio e paura nei loro confronti. Una malattia che isola, un cancro dell’anima.
Il breve racconto di oggi è un gioiello di sfumature.
Il lebbroso ha fiducia in Gesù, si avvicina a lui con confidenza, con cautela, con umiltà. È l’unico caso, nel vangelo di Marco in cui un ammalato si presenta da solo. E non chiede la guarigione, ma la purificazione. In lui è più forte il desiderio del riscatto sociale che del tornare sano. Così per noi: ciò che uccide è la solitudine, non il male fisico. Gesù ha compassione, diversamente da tutti gli altri. Sente il patire del lebbroso. E lo tocca.

IL NOSTRO DIO
I devoti del tempo (e di oggi) dividevano la realtà in due categorie: nella luce e nella purezza c’era Dio e tutti i bravi ragazzi, fra cui loro, ovviamente. Dall’altra parte la tenebra, l’impurità e tutti gli altri. Che Dio tocchi un lebbroso è fuori da ogni immaginazione. Una provocazione infinita. Eppure è questa la grande novità, la conversione da accogliere, la follia già espressa nel Battesimo, quando il Figlio si è messo in fila con i peccatori. Dio si sporca le mani. E non è mai il buio che entra in una stanza, ma la luce che esce dalla finestra a rischiarare la notte. E così accade: il puro contagia l’impuro e lo guarisce. Da ogni male, da ogni solitudine, da ogni peccato, da ogni impurità siamo guariti.
Ma.

FASTIDIO
Il tono cambia improvvisamente. Gesù sembra essere un’altra persona: si scalda, ammonisce e intima, è evidentemente infastidito. Deve tacere, il lebbroso, star zitto, andarsene, farsi visitare dai sacerdoti per essere riammesso nella comunità, come previsto dalla Legge che Gesù non ignora né snobba. Ma il lebbroso disubbidisce, esagera, sbraca. Al punto che Gesù non può più entrare in una città. Dalla compassione alla rabbia, che cosa è successo?

GURU
Gesù chiede al lebbroso guarito il silenzio. Non vuole passare come un guaritore, come un santone, come un guru. Come può invitare la gente ad ascoltare la sua Parola e la novità del Regno se la folla lo cerca solo per risolvere i propri problemi? Come potrà gestire la folla che chiede a Dio guarigione e non certo conversione? Come potrà far capire alle persone il senso profondo della vita se questi pensano già di conoscerlo e chiedono a Dio, eventualmente, di adeguarsi? Allora come oggi è questo il dilemma che attanaglia Dio: provare compassione, certo, e intervenire, ma senza diventare il Dio fantoccio che portiamo nel cuore, il Dio a nostro servizio.

TESTIMONI
Leggendo questa pagina, mi è venuto in mente padre Damiano de Veuster che nel 1873 sbarcava a Molokai, vicino alle Hawaii, un’isola in cui venivano rinchiusi i lebbrosi (più di seicento!), isola in cui la violenza e la depravazione erano seconde solo all’inumanità della malattia. Padre Damiano morì a Molokai, facendo rinascere la dignità dei lebbrosi, dando loro fede, speranza, feste, un cimitero, il canto (!), affetto, Cristo.
Costretto a confessarsi urlando i propri peccati ad un confratello che li ascoltava da una barca, guardato con fastidio dai suoi superiori che lo consideravano un eccentrico, padre Damiano morirà di lebbra dopo aver trascorso sedici anni a restituire dignità ai lebbrosi di Molokai.
Sulle pagine della stampa internazionale, dopo la sua morte, finirà un osceno articolo di un polemista inglese, che insinuava l’idea che la lebbra padre Damiano l’avesse contratta tramite rapporti sessuali, facendo diventare un truce personaggio il santo dei lebbrosi.
Letto l’articolo, dal suo letto di malattia (aveva la tubercolosi), il grande scrittore Stevenson, di fede anglicana, (L’isola del tesoro, Dottor Jekill e mister Hyde) inviò una lettera aperta a tutti i quotidiani inglesi dicendo che chi oltraggiava la memoria di padre Damiano “era rimasto immerso ingloriosamente nel suo benessere, seduto nella sua bella camera (…) mentre padre Damiano, coronato di glorie e di orrori, lavorava e marciva in quel porcile, sotto le scogliere di Kalawao”.

(PAOLO CURTAZ)

Fede & sofferenza…

Giulia Gabrieli, quattordici anni, malata di tumore

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CATECHISTI PARROCCHIALI – Febbraio 2012: AMANTI DELLA VITA

GESÙ CI AMA E CI PERDONA

di Anna Maria D’Angelo

Gesù è venuto a guarirci dal male più grande che è il peccato.
Nessuno può dire: «Sono senza peccato. Non ho bisogno di perdono». Se abbiamo fiducia in Gesù e riconosciamo di essere peccatori, scopriamo che Dio non è lontano da noi e ci dona la sua pace.

«Che male c’è?». La televisione, i giornali, la vita del quartiere presentano comportamenti contrari al rispetto della vita, della verità, delle persone, della proprietà altrui: gesti violenti come del tutto «normali». Nelle relazioni interpersonali vige sempre più la legge del taglione «occhio per occhio, dente per dente». «Che male c’è? Fanno tutti così!».

Con questo percorso intendiamo aiutare i ragazzi a scegliere il bene e a evitare il male, e iniziare, così, la preparazione alla prima confessione.
Nella sala dell’incontro i ragazzi trovano una piccola mongolfiera il cui pallone tocca il soffitto, mentre la navicella è sollevata da terra all’altezza dei ragazzi. Accanto, un mucchio di sassi. Il catechista guida l’osservazione della mongolfiera, fatta per «volare alto»! Ma se è molto pesante, si abbassa fino a terra, e per far provere, si distribuisce a ciascuno dei ragazzi un sasso per deporlo nella mongolfiera.
Si può spiegare il senso della metafora ai ragazzi in questo modo: «Anche noi con le nostre azioni quotidiane siamo un po’ come la mongolfiera: quando facciamo il bene, seguiamo Gesù e ci sentiamo come se andassimo verso il cielo; quando facciamo il male, ci allontaniamo da Gesù e caliamo sempre più giù. Questo è capitato a una donna ai tempi di Gesù. Ce ne parla l’evangelista Giovanni (8, 1-11)».
Il catechista, con lo stile della narrazione, accompagnata da gesti, racconta l’episodio della donna adultera, evidenziando alcuni punti:
• La donna peccatrice è trascinata davanti a Gesù, come davanti al giudice.
• Gesù non risponde alla provocazione degli avversari, ma si mette a scrivere con il dito per terra.
• Gli accusatori, uno a uno, lasciano cadere le pietre e vanno via perché si riconoscono peccatori.
• La peccatrice, riceve lo sguardo misericordioso di Gesù che la chiama «donna» e la perdona, ridonandole la sua dignità di persona capace di amare e di non peccare più.

Si continua l’incontro di catchesi con uesta dinamica: tutti seduti intorno alla mongolfiera (rimasta «a terra», appesantita dai sassi). Accanto, il cartellone dei Comandamenti preparato precedentemente. Sottofondo musicale.
Il catechista dice ai ragazzi: «Aiutiamo la mongolfiera a riprendere il volo».
A questo punto, ogni ragazzo, leggendo il cartellone dei Comandamenti, pensa a un comportamento non buono che vuole eliminare. Spontaneamente, poi, un ragazzo per volta, preleva un sasso dalla mongolfiera, lo presenta al gruppo e dice il cambiamento che vuole realizzare nella sua vita quotidiana. Depone, quindi, il sasso a terra. Tutti cantano l’alleluia oppure un breve ritornello gioioso, mentre il compagno torna al suo posto.
A conclusione si recita questa prehiera:

Caro Gesù, anch’io,
come gli accusatori della donna adultera,
sono sempre pronto a scagliare la pietra
delle mie accuse contro i miei compagni,
appena ricevo uno sgarbo, un torto,
un gesto un po’ violento.
Gesù, aiutaci a guardare il nostro cuore
prima di giudicare gli altri, e di scagliarci contro
con le pietre delle parolacce e dei gesti violenti.
Aiutaci a cambiare le pietre
in gesti sinceri di amicizia e di perdono.
Amen.

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi nel numero di Febbraio di Catechisti Parrocchiali.

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GP2 GenerAzioni – Via, Verità e Vita!

                     Hai già scoperto Cristo, che è la Via?

Sì, Gesù è per noi una via che conduce al Padre – la via unica. Chi vuole raggiungere la salvezza, deve incamminarsi per questa via. Voi giovani molto spesso vi trovate al bivio, non sapendo quale strada scegliere, dove andare; ci sono tante strade sbagliate, tante proposte facili, tante ambiguità. In tali momenti non dimenticate che Cristo, col suo Vangelo, col suo esempio, con i suoi comandamenti, è sempre e solo la via più sicura, la via che sbocca in una piena e duratura felicità.

                  Hai già scoperto Cristo, che è la Verità?

La verità è l’esigenza più profonda dello spirito umano.
Soprattutto i giovani sono affamati della verità intorno a Dio e all’uomo, alla vita ed al mondo. Nella mia prima enciclica «Redemptor Hominis» ho scritto: «L’uomo che vuole comprendere se stesso fino in fondo, – non soltanto secondo immediati, parziali, spesso superficiali e perfino apparenti criteri e misure del proprio essere – deve, con la sua inquietudine e incertezza ed anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, avvicinarsi a Cristo». 
Cristo è la parola di verità, pronunciata da Dio stesso, come risposta a tutti gli interrogativi del cuore umano. E’ colui che ci svela pienamente il mistero dell’uomo e del mondo.

                Hai già scoperto Cristo, che è la Vita?

Ciascuno di voi desidera tanto vivere la vita nella sua pienezza. Vivete animati da grandi speranze, da tanti bei progetti per l’avvenire. Non dimenticate, però, che la vera pienezza della vita si trova solo in Cristo, morto e risorto per noi. Solo Cristo è capace di riempire fino in fondo lo spazio del cuore umano. Egli solo dà la forza e la gioia di vivere, e ciò nonostante ogni limite o impedimento esterno.

Dal messaggio di Giovanni Paolo II
per la IV Giornata Mondiale della Gioventù 

Buona domenica! – V T.O. (Anno B)

«Gli parlarono di lei. Egli si avvicinò
e la fece alzare prendendola per mano»

Dal Vangelo di Marco (Mc 1, 29-39)
V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno B

Uscito dalla sinagoga Gesù entra in casa di Pietro, ne guarisce la suocera, accoglie la folla sul calare della sera, poi, di notte, esce a pregare: ecco una delle giornate “tipo” di Gesù. Vi lamentate, come me, di avere poco tempo e di correre da mattina a sera? Non ditelo al Maestro.

GUARITI PER SERVIRE
La suocera di Pietro è febbricitante. La febbre, lo sappiamo, può essere segno di un lieve malanno o di una malattia mortale: qui diventa il simbolo di ogni stato di malessere dell’uomo. Pietro e Andrea vanno da Gesù e gliene parlano. Non chiedono un intervento, né una guarigione: sono il modello del discepolo che fa della preghiera un momento in cui affida al Signore senza imporre la soluzione. E Gesù interviene con garbo, con gentilezza, la prende per mano e la guarisce. La suocera si mette a servire il Signore e i suoi familiari.
Il verbo usato per la guarigione ha a che fare con la resurrezione e il verbo usato successivamente indica un servizio perenne, continuo. I due attributi del discepolo: è un guarito che serve, un risorto che si mette a servizio del Regno. E qui, come più avanti, come il giorno della resurrezione del Signore, è una donna, la parte debole nella cultura ebraica, ad essere guarita e a servire. Siamo stati guariti per servire, siamo risorti per annunciare il Regno, come la suocera di Pietro.

SULLA SOGLIA
La prima scena del vangelo di Marco si svolge nella sinagoga, nel brano di oggi, invece, si svolge in casa, nel capitolo successivo, nuovamente, si rientrerà in sinagoga. Il nuovo luogo dove si incontra Dio e si fa esperienza di lui è la casa, non il tempio. La fede si sveste della solennità e dell’esteriorità, della ritualità per entrare nel quotidiano piccolo e spiccio. Gesù incontra sulla piazza gli abitanti di Cafarnao che diventano l’emblema dell’umanità che anela alla guarigione, esteriore ed interiore, alla salvezza, ad essere sanata. Gesù li accoglie sulla porta, sulla soglia della casa di Pietro.
Così devono fare i discepoli: stare sul confine, come Gesù che inizia il suo ministero a Cafarnao, la città posta sul confine. Il discepolo non può arroccarsi nelle sue posizioni, fare della propria fede una città fortificata impenetrabile.  Il discepolo sta sempre sulla soglia per annunciare il vangelo. Come vorrei che la mia Chiesa stesse di più sulla soglia!

LA FORZA
Da dove prende la sua forza, il Signore? Per riuscire ad accogliere tutti, ad ascoltarli, a guarirli? Da dove prende l’energia per fare della sua vita un annuncio? Dalla preghiera. Da una preghiera lunga e attenta, per discernere la volontà del padre. Una preghiera che stupisce e affascina i discepoli e noi. Una preghiera che non è la lista della spesa da fare a Dio quando le cose non funzionano, ma il dialogo intimo ed intenso di chi si lascia plasmare.
E poiché la giornata è frenetica, Gesù prega di notte. Quando abbiamo troppe cose da fare e non abbiamo più il tempo per pregare, è esattamente quello il momento in cui ritagliarci un tempo per Dio, anche sottraendolo al sonno. Il “segreto” di Gesù è un intimo colloquio col Padre che gli permette di fare della propria vita un dono agli altri.

INOPPORTUNI
Pietro cerca Gesù, ma il verbo usato ha una forte connotazione negativa. Non si mette alla ricerca di Gesù come discepolo, vuole accaparrarlo, possederlo. Il rimprovero fatto a Gesù, quel tutti ti cercano! indica una pretesa: perché se n’è andato da Cafarnao? Non si “possiede” Dio, non si vincola, non si imprigiona. Non ha dove posare il capo, il Maestro, inutile costruirgli una villa con piscina. Se vogliamo, però, possiamo metterci alla sua sequela, da guariti ammalarci della sua stessa passione per l’annuncio del vero volto di Dio.

(PAOLO CURTAZ)

Un blog per conoscere e ricordare sr Tecla Merlo…

Prima Superiora Generale e cofondatrice delle Figlie di San Paolo
20 febbraio 1894 – 5 febbraio 1964

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vita… solo chi ne scopre il senso può cantarne la bellezza