«Dio ha visitato il suo popolo»
Dal Vangelo di Luca (Lc 7, 11-17)
X DOMENICA del TEMPO ORDINARIO – Anno C
Chiudiamo la lunga parentesi iniziata con la Quaresima e proseguita col Tempo Pasquale. Un tempo straordinario che ci ha visti accogliere il nuovo papa Francesco che ha dato e sta continuando a dare energia e forza alla Chiesa. Abbiamo riflettuto sul mistero di Dio e sul dono dell’Eucaristia e ora riprendiamo con gioia interiore il cammino del tempo ordinario interrotto poco dopo febbraio. Luca ci accompagna, lo scriba della mansuetudine di Cristo. Fantastico! Non fosse per il vangelo che ci aspetta.
NAIN
Veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova. L’inizio del brano di oggi raggela, ci obbliga ad abbassare lo sguardo. Con il sorriso sulle labbra per la buona notizia pasquale ci scontriamo con la drammatica e insostenibile scena di un funerale. Figlio unico di madre vedova. Sembra l’inizio di un film horror. Nain, in ebraico significa la deliziosa. Gesù entra e la folla esce. Esce dalla delizia. Esce dalla festa. E si scontra con la realtà insostenibile. Come la vedova di Sarepta di Sidone della prima lettura che, pure, ha accolto il profeta e ha condiviso le sue misere risorse. Ma, ora, anche lei fa i conti col demone della morte e, quel che è peggio, col suo senso di colpa. Forse è stato Dio a punirla a causa di un non meglio specificato peccato di gioventù.
E Dio, vedendo quel profeta santo, ha preso le distanze e le ha ucciso il figlio. Questo pensa la madre affranta. Quanti, ancora oggi, pensano che la morte sia una punizione divina. Non può accettare questo strazio, Elia, e quasi obbliga Dio ad intervenire. No, la morte non è mai una punizione, non scherziamo.
SIGNORE
Luca parla di Gesù: ha compassione, tocca la salma (contaminandosi), invita il ragazzo ad alzarsi. Cioè a risorgere. Per la prima volta nel suo vangelo Luca chiama Gesù col titolo Signore, Kyrios, il titolo che rimanda a Dio. Gesù dimostra la sua identità donando la vita piena, la vita vera. E il suo sentimento, in greco, è reso da un verbo che Luca riserva a Gesù: una compassione viscerale. No, Dio non è un indifferente, è il misericordioso, il compassionevole. Perché la morte, allora? Non lo dice Luca, né la Bibbia. Ma annuncia una notizia sconcertante: il ragazzo non solo è rianimato, donato alla madre per qualche anno ancora. È risorto, per sempre vivente, come diventiamo noi discepoli quando accogliamo la vita eterna, cioè la vita dell’Eterno in noi. Tutta la pagina è impregnata di fede: la vedova, l’umanità dolente, vede il fanciullo risorgere.
Siamo immortali. No, certo, questo non allevia lo strazio di chi perde un figlio, non scherziamo. Ma offre un orizzonte infinito, un senso alla vita e alla morte, la vita dell’Eterno che già scorre nelle nostre vene.
ALLORA
La morte di un figlio. Come possiamo immaginare un dolore più grande? Una madre vedova che seppellisce l’unico figlio. Luca presenta Gesù come l’unico che ridona vita alla nostra quotidianità. Davanti al miracolo della risurrezione del figlio unico della madre vedova a Naim, davanti al volto di un Dio che non punisce ma si commuove e salva, la folla si lascia andare a questo giudizio entusiasta: Dio visita il suo popolo. Sì, davvero il Signore è venuto a visitare il suo popolo.
Non capiamo la ragione ultima della morte, tanto meno della morte di un giovane che, ai nostri occhi, appare ingiusta e orribile. Ma il vangelo ci invita a superare lo sconcerto: nonostante ci siano delle cose che non capiamo, Dio è buono e misericordioso.
Ogni volta che compiamo un gesto che ridona vita, la folla si accorge che Dio visita il suo popolo. Ogni volta che come credenti compiamo gesti profetici di luce, rendiamo testimonianza all’azione salvifica di Dio. Dare vita nelle piccole cose, nel quotidiano, nell’accoglienza dei ragazzi al catechismo, nella preghiera gioiosa e piena di fede, nell’affrontare la vita con onestà e trasparenza, con fede cristallina… tutto ci porta a testimoniare che siamo pieni di vita perché Dio ci ha ridato vita in Gesù Cristo. Che le nostre comunità, radunate oggi nel proclamare la propria fede, siano continuamente capaci di ridare vita a chi incontrano! Che il fanciullo che c’è in noi, il giovane che sa sognare e credere e che troppo spesso mortifichiamo, si rialzi.
(PAOLO CURTAZ)

Abramo
comunità di ripetere la Cena del Signore, in obbedienza, in attesa che il Signore Gesù venga per ritrovare il senso di ciò che sono
L’Eucarestia, il pane di Dio, il pane del cammino, è il dono prezioso che ci fa diventare credenti, che ci sostiene e costruisce comunità. Questo è l’essenziale. Il resto: chi celebra, come, quando, chi anima, chi legge, chi canta e cosa, è tutto dopo, per cortesia. I preti sono chiamati a diventare trasparenza, a lasciare che sia la Parola a fluire nelle (brevi) omelie (Quanta poca Parola nelle nostre parole!), che siano eucarestie, cioè ringraziamenti, non luoghi da cui bacchettare le persone o occasioni per far sfoggio della pirotecnica cultura teologica.
di farci travolgere da un’inutile e ridondante esercizio di retorica clericale.
E ne ha parlato come nessuno ne aveva parlato e ha inviato lo Spirito perché, infine, capissimo.
Gesù ci ribadisce: “Siate perfetti nell’unità”. 
Siamo seri. 
Ora la Legge è scritta nei cuori ed è lo Spirito a ricordarcela…


peccatori e incoerenti! Scambio sfavorevole:
Così il nostro Dio originale e spiazzante ha deciso. E così davvero accade.


ma alla dimensione perenne in cui abitiamo.
prima della preghiera, prima delle celebrazione dell’eucarestia ci permette di avvicinarci al Vangelo con la freschezza che merita, con lo stupore di chi vi trova sempre delle novità.
sconosciuta, diversa da ogni altra gioia. È la gioia del sapersi conosciuti, amati, preziosi.
per affrontare la nostra quotidianità con la certezza della presenza del Signore, giorno dopo giorno, passo dopo passo.
La perdizione non è, appunto, il luogo teologico della salvezza? Non veniamo salvati proprio perché, prima, ci siamo smarriti? Con Giuda Gesù potrà dimostrare qual è la misura dell’amore di Dio: l’assenza di misura. Ogni uomo che prende coscienza di sé si pone la domanda: sono perduto o salvato? Gesù risponde: sei perduto e sei salvato.
Ecco la vera gloria, quella che il mondo non conosce. E che nessuno ci può togliere. E se, invece di passare la vita ad elemosinare un applauso iniziassimo a voler amare


non la fragilità, non il peccato, non l’indifferenza, non la contraddizione di esistere. Nulla. Nulla ci può rapire, strappare, togliere da Lui.
A loro papa Francesco ricorda:
il tempo della preghiera e della conversione. È l’intero corpo che soffre e l’intero corpo deve guarire, purificandosi, facendo penitenza. Con sguardo profetico e spirituale, papa Francesco invita tutti noi ad accettare questo momento non per chiuderci a riccio, o lamentarci, o metterci sulle difensive, ma per 

i tre anni di entusiasmante sequela con un crescendo di fama e di popolarità, la promessa fatta a Simone (a lui!) di essere il referente del gruppo, il custode della fede, le gaffes incredibili di Pietro che non riesce a moderare il suo temperamento troppo impulsivo e sanguigno e, infine, la catastrofe della croce.
il cuore asciutto e sanguinante. 

Credere significa appoggiarsi a qualcosa di saldo, fidarsi di qualcuno che è affidabile.
Ma come dar loro fiducia dopo aver dimostrato di essere dei pavidi? Degli incoerenti come anch’egli, Tommaso, lo è stato?
Si butta in ginocchio ora e bacia quelle ferite e piange e ride. «Mio Signore! Mio Dio!».