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Campo invernale per giovani fino a 30 anni!

Campo invernale

Per Giovani fino a 30 anni

La perla preziosa

E dopo Natale?

La fede, Dio, i suoi progetti d’amore,
la sua voce, la sua Parola
possiamo sentirla viva per noi?

Tra l’ascolto e la preghiera
la riflessione e la condivisione.

Vieni per vivere con noi
un laboratorio della fede
per riscoprire e dare valore
al grande dono di Dio con noi!


Roma – 26/30 dicembre 2010

Ti aspettiamo!!!


Animatrici: Sr. Mariangela sr. Silvia, Figlie di San Paolo

Sede: Roma, presso comunità Regina degli Apostoli, Via Antonino Pio, 75 – nei pressi della Basilica di san Paolo fuori le mura.

Porta con te:

  • Bibbia e quaderno personale
  • Strumento che sai suonare
  • Lenzuola o sacco a pelo e asciugamani
  • tanto desiderio di Dio

Contributo per il soggiorno: 60.00 euro

Info e contatti per adesioni:

Scarica la locandina: camposcuola Natale con le paoline

Scarica il depliant: depliant campo scuola con le Paoline

Tra note e realtà – Il quinto mondo

Tra note e realtà…

Dietro ogni canzone batte il cuore di chi la scrive, la canta e l’ascolta.
Migliaia di emozioni ci sfiorano, ci segnano, diventano parte di noi!



Nel primo mondo c’è la tecnologia
pret a porter democrazia
nel secondo mondo c’è un po’ di delusione
che non accelera i processi di ricostruzione
nel terzo mondo c’è caldo e umidità
incertezza sui confini e molta povertà
nel quarto mondo ondate migratorie
lavoro nero e alcune sparatorie
il quinto mondo è il prossimo livello
soltanto informazioni che nutrono il cervello…

… il quinto mondo è quello senza storia
che niente è più variabile della memoria
i cittadini sono sparsi per il pianeta
e vagano vagano vagano vagano senza una meta.
(Jovanotti – Il quinto mondo)


Benvenuti abitanti della rete, nel più veloce dei mondi!
Niente leggi e nessuna meta; confini aperti e identità variabili.

Il pianeta è la nostra città e ogni luogo può diventare la nostra casa.

Un click ci apre spazi sconfinati; pagine interminabili di sapere ci scorrono davanti.

Tutto ciò che non potremo mai raggiungere ci raggiunge, ci tocca e ci cambia. Un’enorme quantità di informazioni in tempo reale ci fa sentire onnipresenti e… perché no!? Onnipotenti! Esserci o non esserci dipende solo da noi!

  • Ma a quale prezzo? E chi è costretto a pagarlo per noi?
  • Chi paga per le nostre illusioni di libertà?!
  • Quali informazioni ci nutrono il cervello?

Quelle che poche agenzie di stampa, in tutto il mondo… nel primo mondo… decidono di farci conoscere!?

Cervello nutrito, ingolfato o manipolato?

In tempo reale ci fanno credere di essere ovunque, di vedere in diretta, dal vivo.

Ma quale realtà è tanto vera se sono sempre pronti a oscurare le telecamere scomode puntate  su    realtà, forse troppo vere?

Ti basta un Nick name per dirmi chi non sei.

Chi sei navigatore, se corri con il tuo mouse, dove vuoi arrivare?
Hai mille brousers a disposizione, ma la conosci la meta? Da dove vieni e dove vai?

Benvenuto nel quinto mondo, quello senza passato e senza futuro. Il cittadino eterno del presente, dell’ultim’ora, del tempo reale. Teniamoci strettissimi, fratello, sorella, perché quando i monitor si spengono la nostra vita continua a essere nelle nostre mani e nelle nostre scelte. Il quinto mondo, il villaggio pulsante nel pianeta, la comunicazione avrà un senso se abitata da tutti a qualsiasi latitudine e di qualsiasi condizione, se tutti avranno una voce, quando vorranno averla, se carichi di una storia personale e proiettati verso mete da raggiungere ci apriremo a una grande sfida: popolare il virtuale di relazioni autentiche, di identità forti, di convinzioni audaci, di obiettivi coraggiosi.

Aprirci all’altro sempre, chiunque e dovunque esso sia,
nella verità e nella giustizia…

di suor Mariangela fsp

Buona domenica!

Molti infatti verranno nel mio nome dicendo:
Sono io“, e : “Il tempo è vicino.
Non andate dietro a loro!
Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni,
non vi terrorizzate.
Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita.

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 21,5-19)
XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO -Anno C-

 

La parola a…
Paolo Curtaz

Oggi, se sei proprio sadico ti inviano le notizie anche sul cellulare: l’Afghanistan è in fiamme, la situazione in Iraq è una catastrofe, l’economia ristagna, la politica fa fuggire a gambe levate le persone normali, il tasso di litigiosità delle persone è astronomico. Il piccolo villaggio globale ormai incide anche sulla pelle del singolo cittadino: gli amici del Veneto sono stati invasi dall’acqua, quelli di Napoli dalla monnezza, la stragrande maggioranza dei miei coetanei non ha un lavoro degno di questo nome e vorrebbero imbracciare un fucile se solo sapessero a chi sparare…

È proprio che non va, diciamocelo.

Ma, a livello più profondo, emerge birichina la domanda: e se ci fossimo davvero sbagliati? E se Dio si fosse sbagliato? E se la vita fosse davvero un coacervo inestricabile di luce e di tenebre che mastica e tritura ogni emozione e ogni sogno? E se Dio – tenero! – avesse esagerato con l’idea della libertà degli uomini e del fatto che l’uomo può farcela da solo?

No, dice Gesù, state sereni.
E, sorridendo, ci dice: cambia il tuo sguardo.

Guarda alle cose positive, al tanto amore che l’ì’umanità, nonostante tutto, riesce a produrre, allo stupore che suscita il Creato e che tutto ridimensiona, al Regno che avanza nei cuori, timido, discreto, pacifico, disarmato. Guarda a te stesso, fratello mio, a quanto il Signore è riuscito a compiere in tutti gli anni della tua vita, nonostante tutto. A tutto l’amore che hai donato e ricevuto, nonostante tutto. Guarda a te e all’opera splendida di Dio, alla sua manifestazione solare, al bene e al bello che ha creato in te. Guarda e non ti scoraggiare.

Di più: la fatica può essere l’occasione di crescere, di credere. La fede si affina nella prova, diventa più trasparente, il tuo sguardo si rende più trasparente, diventi testimone di Dio quando ti giudicano, diventi santo davvero (non quelli zuccherosi della nostra malata devozione!) e non te ne accorgi, ti scopri credente.

 

…e per riflettere puoi scaricare: Speranza e paura

 

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News su Stop&Go

Venite a me tutti!

GESÙ MAESTRO

Preghiamo la Parola.

Su Stop&Go
scarica la traccia di preghiera!!!

Buona domenica!

La fede infatti non è da tutti.
Ma il Signore è fedele:
egli vi confermerà e
vi custodirà dal maligno.

Dalla seconda lettera ai Tessalonicesi (2Ts 2,16-3,5)
XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO -Anno C-

 

La parola a…
Paolo Curtaz

Il Dio di Gesù è il Dio dei viventi, non dei morti.
Io credo nel Dio dei vivi? E io, sono vivo?
Credo nel Dio dei vivi solo se la fede è ricerca, non stanca abitudine, doloroso e irrequieto desiderio, non noioso dovere, slancio e preghiera, non rito e superstizione.
È vivo – Dio – se mi lascio incontrare come Zaccheo, convertire come Paolo, che, dopo il suo incontro con Cristo, ci dice che nulla è più come prima. Credo in un Dio vivo se accolgo la Parola (viva!) che mi sconquassa, m
’interroga, mi dona risposte.
Credo nel Dio dei vivi se ascolto quanti mi parlano (bene) di lui, quanti – per lui – amano.
Un sacco di gente crede al Dio dei vivi e lavora e soffre perché tutti abbiano vita, ovunque siano, chiunque siano. Schiere di testimoni stanno dietro e avanti a noi. Come la madre della prima lettura che incoraggia i figli al martirio piuttosto che abiurare la propria fede, come i tanti (troppi) martiri cristiani di oggi vittime di false ideologie religiose, come chi opera per la pace nel quotidiano e nella fatica.
Sono vivo (lo sono?) se ho imparato ad andare dentro, se non mi lascio ingannare dalle sirene che mi promettono ogni felicità se possiedo, appaio, recito, produco, guadagno, seduco eccetera, se so perdonare, se so cercare, se ho capito che questa vita ha un trucco da scoprire, un
“di più” nascosto nelle pieghe della storia, della mia storia.
Vogliamo anche noi diventare discepoli di un Dio vivo? Vogliamo – finalmente – vivere da vivi?

 

e per riflettere puoi scaricare: Qualcosa di più grande

 

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Parabolando – Per una fede che diventa vita – Zaccheo /1

Napoli: Parabolando… 1° incontro di formazione e spiritualità per giovani

Domenica 17 ottobre è iniziato il cammino annuale di spiritualità e formazione organizzato e animato dalle Figlie di San Paolo per tutti i giovani dai 17 ai 30 anni del centro-sud Italia (vedi nella pagina delle iniziative).
Gli anni passano e i giovani crescono e fanno le loro scelte di vita… sembra una frase banale, e invece, è un’importante e vitale verità che quest’anno abbiamo potuto toccare proprio con mano. Molti dei giovani che in questi anni hanno frequentato i nostri incontri, infatti, superata più o meno la soglia dei 30 anni (e diciamo più o meno perché i cammini di vita e le scelte importanti non arrivano in automatico alla soglia dei 30 anni) hanno iniziato collaborazioni e cammini “paolini” più appropriati alle loro scelte di vita e alla loro età. Tra questi, due dei GEP (Giovani Evangelizzatori Paolini) “storici” , Dalia Mariniello e Claudia Frittelloni, hanno accettato per quest’anno di collaborare, assieme a sr Mariangela Tassielli e a sr Silvia Mattolini, all’animazione degli incontri mensili per i più giovani. Domenica scorsa la nuova equipe è entrata in funzione a pieno ritmo. Come sono andate le cose?

Lasciamo la parola a due giovani partecipanti:

 

C’era una certa eccitazione domenica mattina, quando mi sono svegliata presto, ancora buio, mentre andavo alla stazione, nel viaggio in treno e scendendo le scale della stazione di Salerno per aspettare gli altri… Forse perché non vedevo il gruppo da Maggio, forse perché era il primo incontro di un nuovo anno, o perché sentivo che ci sarebbero state tante tante novità! Fatto sta che scoppiavo di gioia nel rivedere i loro volti con qualche nuova sfumatura e i capelli di qualcuno più lunghi! Nonostante l’incontro sia stato ridimensionato ad un solo giorno invece del consueto weekend (che peccato!), la giornata è stata davvero ricca e intensa! A fine giornata non mi sembrava vero aver vissuto tutte quelle cose.
Abbiamo trattato il brano evangelico dell’incontro tra Gesù e Zaccheo. I canti hanno accompagnato alcuni momenti dell’incontro e si sono trasformati davvero in preghiera, spesso riuscendo ad esprimere pienamente cosa il nostro cuore voleva dire. In più, i momenti di risate e divertimento non sono mancati… dai palloncini ai giochi, al sicomoro che voleva diventare grande “personaggio protagonista”! Leggendo il brano del Vangelo, ho pensato alla meraviglia di Zaccheo nel ricevere Gesù ospite a casa sua! Gesù chiama…  Zaccheo risponde e accoglie! Ognuno mette del suo. Solo così la salvezza può entrare, anzi, “accadere” in casa sua per rimanerci e lui, dapprima peccatore, è subito pronto a pentirsi. Ha sentito su di sé lo sguardo amorevole e la sicurezza, nostra e sua, di essere figli amati da un Padre attento e misericordioso. Una sicurezza calda e “morbida” che ci avvolge come un batuffolo! E mi è venuta in mente una frase che mi piace molto e da tempo non riesco a togliermela dalla testa: “Questa è la vera felicità: amare ed essere amati”. Gli orizzonti di Dio, però, non sono mai limitati; dopo il “sì” che lo accoglie in casa nostra, ci invita a metterci in gioco, a seguire il suo cammino… E così spero di camminare, da GEP 🙂 , lungo “Parabolando – Per una fede che diventa vita”, il viaggio nuovo e sicuramente sorprendente di quest’anno!

Maria Chiara – Campagna (SA)

Il 17 ottobre si è aperto il nuovo percorso annuale di formazione e spiritualità per giovani organizzato dalle Figlie di San Paolo. Il nome? Parabolando.
Il primo incontro tuttavia non si è basato su una parabola, come potrebbe lasciar intendere il ‘titolo’ del percorso, bensì su un altro brano del Vangelo, che però ha molto di simbolico in esso. Si è trattato difatti del diciannovesimo capitolo del Vangelo di Luca, l’incontro tra Gesù e Zaccheo, spunto da cui è partita la nostra riflessione.
Ci siamo subito incentrati su delle domande, che tutti noi ci poniamo, dove mi porta la mia vita?, “Che cosa cerco?”, in breve “Ho uno scopo nella vita?”. A questo quesito abbiamo cercato di dare una risposta: il nostro obiettivo deve essere l’incontro con Gesù. Ed eccoci immedesimati in Zaccheo! Ma non dobbiamo dimenticare che Zaccheo aveva un problema: la statura, che diventava un ostacolo sul suo cammino impedendogli di vedere Gesù tra la folla. Da qui la domanda “abbiamo anche noi degli ostacoli, che non ci permettono di andare avanti?”. Zaccheo per superare il suo limite si è arrampicato su un sicomoro; sicomoro che è diventato così mezzo per superare il suo muro; il quesito che, dunque, ci siamo posti è “Siamo capaci di trovare uno strumento per superare ciò che ci ostacola? Ma, soprattutto, ne abbiamo il coraggio?”.
Tante domande che ci hanno fatto riflettere tanto per il resto del nostro incontro, che come sempre è riuscito a conciliare lo stare insieme e lo stare con il Signore in perfetta armonia! Non potrei dirmi più contenta di come abbiamo trascorso la giornata domenica, in allegria, nella gioia e insieme a Gesù! Questi incontri sono un prezioso dono che è stato condiviso anche con me, perché permettono a me, come a tutti i giovani interessati, di trascorrere del tempo condividendo il proprio universo di fede, ampliandolo e facendo in modo che, oltre ad un rapporto a tu per tu con Dio, la nostra fede sia anche un mezzo di coesione tra di noi!

Chiara – Napoli

 

 

CATECHISTI PARROCCHIALI – Novembre 2010: Cammino di santità nell’amore

Invitati al banchetto della parola e del pane di vita

di Emilio Salvatore

Che cosa ricordiamo la domenica? Perché è festa?
Facciamo festa perché Dio, Padre nostro, ha creato tutte le cose e ha mandato a noi il Figlio suo Gesù.
Facciamo festa perché Gesù è risorto.
Facciamo festa perché lo Spirito Santo riunisce tutti nell’amore. Siamo riuniti nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
In questo articolo si mette a fuoco la domenica, giorno del Signore, e la Messa, al centro di questo giorno.
La Messa, con la Parola e il Pane di vita, si colloca come elemento fondamentale di nutrimento e, quindi, anche della crescita della vita cristiana.
Ogni persona, per sopravvivere, ha bisogno di nutrirsi. Il bambino vede nel cibo un’estensione di sua madre e associa ad esso la sensazione di calore, di sicurezza, di intimità, di amore. Crescendo egli impara a distinguere tra queste due realtà, ma qualcosa di questo legame iniziale tra il nutrimento e l’amore è mantenuto.
Accettare il cibo significa desiderare la vita e riconoscere una fonte di amore. Rifiutarlo significa non amare la vita, rifiutare l’amore materno.
Nella tradizione cristiana Gesù collega il memoriale della sua morte e risurrezione al «pane» e «vino» della cena ebraica. Il credente, sia nella tradizione ebraica sia in quella cristiana, si sente nutrito, sfamato dalla parola di Dio, che è il modo in cui l’unico Dio si manifesta per nutrire e perché essa sia comunicata.
Gesù è la parola di Dio vivente che continua a donarsi come Parola e Pane di vita.
Prima di giungere a questa riflessione sarà opportuno guidare i bambini nella percezione delle caratteristiche del cibo.
Una serie di domande da parte del catechista possono essere il punto di partenza per una riflessione sul cibo, il suo sapore, la sua importanza e sul nostro rapporto con esso, per passare, poi, alla dimensione liturgica e spirituale.
A questo punto si può presentare ai bambini il Vangelo secondo Marco  (4,1-9) o il Vangelo secondo Giovanni (6,48-58).
Il primo brano è costituito dalla parabola del seminatore. In essa Gesù prende in considerazione l’ascolto della Parola e la sua accoglienza nella nostra vita.
È ambientata nel mondo contadino di Nazaret. I protagonisti sono: un seminatore, che esce per compiere il «rito» contadino della semina; il seme che è gettato e, a seconda delle diverse possibilità del terreno, secca o produce frutto in una misura del tutto inaspettata; i quattro terreni, che si rapportano al seme gettato in modo diverso.
Il primo terreno è la strada: il seme cade su di essa e non ha tempo di germogliare poiché gli uccelli del cielo vengono a beccarlo.
Il secondo terreno è quello fra i sassi, dove non c’è molta terra, per cui il seme spunta facilmente, ma non riesce a scendere in profondità e, di conseguenza, all’arrivo del sole è bruciato e secca.
Il terzo terreno è quello fra le spine per cui il seme, quando germoglia, è soffocato e non giunge a maturazione.
Il quarto è il terreno buono in cui il seme ha la possibilità di giungere a maturazione nel tempo necessario.
Questa parabola pone l’accento sull’avventura della Parola che si compiva ieri nei discepoli e oggi in tutti noi, radunati la domenica durante la liturgia. Ogni domenica il Signore semina in noi, prepara per noi il banchetto della Parola.
Nel secondo brano evangelico si tratta del discorso sul Pane di vita, un vero e proprio dialogo, che si sviluppa a partire dall’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci (6,5-15).
Gesù è, infatti, il vero nutrimento, colui che porta a compimento o perfeziona l’immagine della manna; sazia le attese e le ansie delle persone del suo tempo e di ogni tempo. È la mensa eucaristica ad esprimere e attualizzare questo secondo aspetto della donazione di Gesù ai suoi.
Il ragazzo partecipa alla Messa, ma non sempre coglie la connessione tra le diverse parti. La santa Messa è innanzi tutto «Liturgia della Parola» (azione del popolo) e «Liturgia eucaristica» (rendimento di grazie).
Nella Liturgia della Parola Dio ci offre suo Figlio, Parola di vita e noi partecipiamo alla sua mensa.
Ci sono sette portate sulla mensa della Parola:
• Nella prima Lettura, tratta dall’Antico Testamento, ci è offerto il messaggio della Legge, dei profeti o dei sapienti.
• Nel salmo responsoriale il Signore ci dà la sua Parola per lodarlo.
• Nella seconda Lettura, tratta dal Nuovo Testamento, ci è offerto il messaggio degli Apostoli.
• Nel Vangelo ci è offerta la parola di Gesù.
• Nell’omelia la Chiesa (sacerdote o diacono) spezza il pane della Parola per noi.
• Nel Credo, con tutta la Chiesa, diamo il nostro assenso alla Parola ricevuta.
• Nella Preghiera dei fedeli accogliamo e rispondiamo al dono della Parola, chiedendo quello che ci serve per metterla in pratica.
Nella Liturgia Eucaristica Dio ci offre suo Figlio, Pane di vita e noi partecipiamo alla sua mensa.
C’è una sola portata sulla mensa del Pane: noi popolo di Dio presentiamo sull’altare, tavola della famiglia, il pane e il vino, dono della terra e del lavoro umano, segno di quanto il Signore ci ha donato e che noi gli ridoniamo.
Il sacerdote, agendo in nome e nella persona di Gesù, lo offre come segno di amore al Padre e lo riceve come dono di amore per i fratelli. Gesù si fa vero Pane di vita per noi che lo accogliamo e ci cibiamo di lui e dal suo Spirito siamo trasformati nel suo corpo che è la Chiesa.

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi nel numero di Novembre di Catechisti Parrocchiali

Per vedere il sommario di Catechisti Parrocchiali di Novembre 2010 clicca qui

Per info e abbonamenti:

Buona domenica! – speciale Festa dei Santi

Rallegriamoci tutti nel Signore
in questa solennità di tutti i Santi:
con noi gioiscono gli angeli
e lodano il Figlio di Dio

Antifona d’ingresso
SOLENNITA’ DI TUTTI I SANTI

La parola a…
don Giovanni Berti

 
“Beati!. Beati! Beati!”
Con queste nove beatitudini, Gesù inizia un lungo discorso.
Quante volte pensiamo la fede come qualcosa che ci limita, ci ingabbia in regole rigide, e ci immette in una assurda gara di chi è più bravo e di chi sarà premiato e chi condannato. La santità stessa la concepiamo come punto di arrivo per chi è stato nella vita più in gamba e tenace nell’obbedire.
Essere santi ci sembra solo sinonimo di rigore morale assoluto, conversione totale senza ritorno o dubbio e assoluta certezza su Dio e gli insegnamenti della Chiesa. Il canto della montagna di Gesù, ci insegna che la beatitudine è prima di tutto dono di Dio, e non nostro traguardo.

E’ Lui che dona il regno, è Lui che consola e dona misericordia, è Lui che ci chiama figli…
A noi rimane solo di fidarci di questo, e di non pensare che povertà, fatica, dubbio, insuccesso… possano toglierci questo dono. Anzi, il messaggio delle beatitudini ci dice che è proprio nelle situazioni umane più difficili che Dio ci viene incontro.
Un sacerdote mi ha suggerito questa lettura molto interessante della santità: la santità non è un premio finale di “buona condotta”, data solo a quei pochi che la Chiesa ufficialmente proclama. La santità è un “incentivo” iniziale che è dato a tutti. A tutti fin da subito è data la presenza e la forza di Dio. A tutti Dio da’ fiducia, proprio come Gesù ci ha insegnato con la sua storia, quando ha chiamato a sé i discepoli senza prima testarli o chiedendo raccomandazioni. Si è fidato subito di loro, e loro hanno avuto poi tutta la vita per vivere il dono dell’amicizia ricevuta.
Coloro che stanno sugli altari, e che oggi ricordiamo, hanno avuto la capacità di accorgersi e di fidarsi del dono di santità che anch’io ho già ricevuto. Hanno saputo spendere bene nella loro vita, fatta di alti e bassi, di errori e continue conversioni del cuore, il dono di Grazia che viene da Dio, cioè il suo potente amore.

 

…e per riflettere puoi scaricare: Sole e diamanti

 

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Buona domenica!

Fedele è il Signore in tutte le sue parole
e buono in tutte le sue opere.
Il Signore sostiene quelli che vacillano
e rialza chiunque è caduto.

Dal Salmo 144
XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO -Anno C-

 

La parola a…
Paolo Curtaz

Difficile parlare di peccato, difficile e imbarazzante.
Siamo sospesi tra due atteggiamenti frutto del nostro inconscio e della nostra cultura.
Da una parte proveniamo da un passato che aveva bene in mente cosa era peccato, fin troppo. E così la legge di Dio e quella degli uomini si erano lentamente compenetrate e confuse, facendo dimenticare l’essenziale.
Molte delle persone che hanno vissuto tutta la loro vita attente a non peccare obbedivano alla morale comune, più che al Vangelo, non erano peccatori perché troppo difficile esserlo in un mondo ipercritico e giudicante. Io non c’ero, ma mi dicono che anche la Chiesa non aiutava a far crescere le persone (non lo so, sinceramente, se era proprio così).
Oggi, invece, viviamo in un tempo in cui si è abolito per legge il peccato (era l’ora!): la morale comune è ridotta ai minimi termini, cosa è giusto e cosa è sbagliato lo decide la maggioranza, la coscienza, se esiste, si adegui, per cortesia. Severi ed intransigenti con gli altri (ultimamente nel mirino è finita la Chiesa, brutta sporca e cattiva, tutti, nessuno escluso), politici in testa, siamo sempre piuttosto morbidi nel valutare le nostre piccole incoerenze (alzi la mano chi non ha mai avuto la scusa pronta quando gli hanno affibbiato una multa!). Insomma, un bel vespaio.

Dio non ama il peccato, non lo conosce neppure, non lo concepisce.
Il peccato è il non-io, il non-Adamo, la parte tenebrosa che finisce col prevalere, il piccolo orco che nasce insieme a noi e che ci tiene compagnia per tutta la vita.
In ebraico la parola “peccato” significa “fallire il bersaglio”, come fa l’arciere inesperto. Così accade e noi, tutti, a dire che il bersaglio è troppo lontano, che l’arco è allentato, che qualcuno ci ha distratto.
Dio, invece, ci tratta da adulti, ha pazienza, ama.
Scordatevi l’idea piccina e demoniaca di un Dio severo assetato di sangue, che giudica duramente le sue creature: egli le ama e sopporta il peccato.
Noi ci ostiniamo ad essere dei polli, Dio vede in noi dei falchi che volano alto.
Noi ci ostiniamo ad essere delle fotocopie di improbabili modelli, Dio vede in noi il capolavoro unico che siamo.
Noi nascondiamo i nostri difetti agli altri, Dio vede solo i pregi che egli ha creato in noi.
Insomma, una meraviglia, uno stupore.
È tutto talmente splendido che anche il peccato perde la sua connotazione deprimente.

Dio ti cerca, lui prende l’iniziativa; Dio ti ama, senza giudicarti.

 

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RAGAZZI & DINTORNI – Ottobre 2010 – Dossier Sapienza

COME UNA BREZZA…

di Cecilia Salizzoni

In tempi come il nostro che sovraespongono il dato cognitivo e, nei ragazzi, coltivano l’intelligenza dimenticando il cuore; in un tempo che rischia di presentare la vita come un problema di algebra superiore, di fronte al quale ci si sente spesso inadeguati, la visione di un film come Forrest Gump rappresenta un’esperienza di conversione dello sguardo e di riconciliazione; annuncia che ciascuno deve camminare con le proprie gambe e che le più malmesse possono diventare quelle di un atleta, se c’è ciò che conta veramente.
Proprio da un paio di scarpe da ginnastica logore, in contrasto con il resto dell’abbigliamento, parte il lungo racconto di Forrest Gump seduto su di una panchina di Savannah, alla fermata dell’autobus.
Apparentemente dimentico del tempo e di ciò che ha da fare, Forrest condivide la sua esperienza di vita con chiunque lo stia a sentire, come un maestro d’altri tempi e altre culture, solo più naïf.
Poi si alza e corre verso la tappa che completa e dà pienezza al suo percorso: la corresponsione d’amore e la paternità.
Come è arrivato a tanto, lui, quoziente d’intelligenza 75 contro un minimo di 80, richiesto dalla scuola pubblica; una schiena talmente aggrovigliata da impedirgli di camminare; e uno stato sociale che non aiuta, figlio unico di madre single, nell’Alabama d’inizio anni Cinquanta?
La sua risposta è la scatola di cioccolatini che offre agli ascoltatori occasionali: «La vita è uguale a una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita». È la lezione che la madre ha tratto dalla propria esperienza e ha trasmesso al figlio.
«Mamma diceva sempre che Dio è misterioso»… Forrest non cerca di chiarire questo mistero. Lo contempla, vi si immerge, apre il cuore ad esso: proprio per questo, pur non cercando, è trovato da Dio.
L’atteggiamento di Forrest che ha il suo perno nel cuore, lo mette in contatto naturale con Dio, e gli permette di vedere ciò che sfugge agli intelligenti: la complessa trama del mondo terreno che sembra autonoma e in balìa del caso, ma che invece è attraversata da un disegno superiore.

Dietro la forma comica e paradossale del racconto, individuiamo la parabola che risponde alla preghiera di Gesù: «Ti benedico, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25).
Ricostruiamo il percorso del protagonista e mettiamo a fuoco la sua sapienza.
Forrest è consapevole di non essere intelligente, ma è anche cosciente di qualcosa che fa sì che lui non sia stupido, al contrario, fa di lui un uomo. Come lo dimostra nel corso del film?
Nell’ultima scena Forrest dice al figlio che sta salendo sullo scuolabus: «Senti Forrest! Non… volevo dirti che ti voglio bene. Starò qui quando tornerai». Perché si è interrotto e ha modificato la frase?
Nella scena precedente, sulla tomba di Jenny, aveva affermato: «Se hai bisogno di qualcosa non sarò molto lontano». È soltanto una battuta, oppure dice una verità sul modo di essere al mondo di Forrest?
Il modo in cui termina il film riprende l’inizio, variandolo (analizzate immagini, musica, movimenti della piuma, il libro e il luogo in cui sta Forrest). Che cosa ci suggerisce il regista? Che relazione c’è tra la piuma e il protagonista?
«Mamma diceva sempre che morire fa parte della vita. Magari non fosse così… – sulla tomba di Jenny, Forrest arriva a un’ipotesi teologica sulla condizione umana – Non lo so se abbiamo ognuno il suo destino o se siamo tutti trasportati in giro per caso, come da una brezza. Ma io credo: può darsi le due cose…». Che cosa vuole suggerire con questa riflessione?

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi sul numero di Ottobre dell’inserto Ragazzi & Dintorni dossier mensile di Catechisti Parrocchiali.

Per vedere il sommario di Ragazzi & Dintorni clicca qui

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