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CATECHISTI PARROCCHIALI – Maggio 2011: Testimoni nell’era digitale

GIORNATA DEL GRAZIE
Ricordando i doni del Signore

di M. Rosaria Attanasio

In questo articolo proponiamo la «Celebrazione di ringraziamento» di fine anno catechistico, si possono invitare tutte le persone impegnate in cammini di fede, i ragazzi con i loro genitori. Ogni gruppo prepara una preghiera di lode e di ringraziamento al Signore e un cartellone in cui esprime, anche visivamente (con immagini, collage, foto…), il grazie al Signore per un momento particolare o per il periodo liturgico vissuto con maggiore intensità e partecipazione.
Il catechista introduce la “Giornata del Grazie“: È bello ritrovarsi tutti insieme, qui, oggi, per fare memoria e lodare il Signore dei doni di grazia che ci ha elargito nel nostro cammino di fede realizzato quest’anno, a livello di gruppi e di comunità parrocchiale. Se ciascuno dovesse narrare l’opera compiuta dal Signore nella sua persona e per suo tramite non basterebbe il tempo… Lasciamo che il nostro cuore esprima, nel coro comunitario, anche il suo grazie «personalissimo». Iniziamo cantando la realtà più significativa e importante per noi: «l’amore che viene da lui» e «la gioia di scoprirsi suoi figli, amati da lui». A questo punto si procede con un canto di festa.
Si prosegue con una preghiera: Padre, Dio di amore e di misericordia, a conclusione di questo anno catechistico, come il lebbroso samaritano guarito che ritorna da Gesù per dire il suo grazie, anche noi ci rivolgiamo a te, riconoscenti per tutto l’amore che ci hai comunicato, per la fede che hai fatto crescere in noi, per la speranza gioiosa che hai infuso nei nostri cuori e per averci resi segno del tuo amore verso gli altri. Il nostro cuore è colmo di gioia ed esultanza per ogni tuo dono e, soprattutto, perché tu stesso ci guardi e ci ami. Rendici sempre attenti al tuo amore, perché lo comunichiamo a tutti. Te lo chiediamo per Gesù, nostro Signore e Maestro e nello Spirito Santo.
La celebrazione del “Grazie” continua con la lettura del Vangelo di Marco (4,26-32).
Dopo la lettura del Vangelo seguita da un momento di silenzio, si propone un esame di coscienza, è il catechista a guidarlo: verifichiamo il nostro percorso di fede, per cogliere se abbiamo sempre ascoltato e attuato la Parola che ci è stata donata e le proposte offerteci. Consideriamo, inoltre, quali orientamenti il Signore ci indica per l’estate, per evitare dispersioni e continuare a vivere in un clima di ascolto e di fedeltà a lui e alla sua Parola, diventando segni del suo amore e «riparo» per gli altri.
Dopo un canto di ringraziamento l’incontro continua con un gesto di condivisione: ogni gruppo si reca davanti all’altare, se si è in chiesa, o in un punto centrale, se si è in altro luogo, per presentare l’esperienza significativa riportata sul cartellone (che si lascia, poi, in un luogo visibile) e proclamare la preghiera. Dopo ogni presentazione si può cantare il ritornello del canto di ringraziamento, si lascia uno spazio di silenzio perché ogni partecipante esprima il suo grazie personale al Signore per quanto gli ha donato.
A questo punto è il catechista a guidare una preghiera di ringraziamento come la seguente:

Padre nostro, grazie perché ci hai
sostenuti e guidati in quest’anno di catechesi;
grazie per i frutti che sono nati, di quelli già evidenti
e di quelli che, ancora nascosti, stanno
maturando nel cuore di ogni persona.
Insegnaci a compiere la tua volontà sempre, per
realizzare il tuo progetto d’amore e sperimentare
la gioia profonda che tu vuoi donarci.
Noi desideriamo cercare ciò che piace a te perché
sulla terra regni la tua pace, la tua giustizia,
il tuo amore. Per questo ci impegniamo a lavorare
intensamente per custodire la creazione e utilizzare
ciò che tu ci hai consegnato, per la tua
gloria e a vantaggio di tutti.
Ti chiediamo di guarirci interiormente;
di liberare il nostro cuore
da ogni risentimento e rancore
e di essere misericordiosi come lo sei tu
con noi, per essere davvero «tuoi figli»,
nel tuo Figlio Gesù, e costruttori di pace. Amen.

Uno dei genitori presenti può ringraziare con questa preghiera:

Dio Padre, Figlio e Spirito Santo,
grazie per la vostra presenza costante
nell’esistenza nostra e dei nostri figli,
e per l’orientamento al bene e alla vita.
Voi, che siete comunità
unita dal flusso costante dell’Amore
e generatrice di Amore, regnate nelle nostre
famiglie, perché l’amore circoli, per stabilire rapporti
di comprensione, perdono, pace solidarietà,
condivisione e aiuto reciproco.
La prossima estate ci consenta di valorizzare
ogni possibilità di incontro, per crescere insieme
e sperimentare il vostro amore. Amen.

E infine tocca ad un ragazzo proclamare una preghiera di ringraziamento:

Signore, grazie perché tu cammini accanto a me e mi guidi. Sei con me in ogni momento, ti siedi vicino a scuola, giochi con me a casa, in palestra…
Donami di saperti riconoscere nelle persone che mi stanno accanto.
Fa’ che ti lasci entrare nella mia vita ogni giorno e la domenica, vivendo la
gioia della comunione forte con te, per comunicarti a tutte le persone che incontro. Amen.

Si conclude l’incontro con la benedizione e un canto finale.

Questi e molti altri suggerimenti anche per l’estate per la catechesi dei ragazzi nel numero di Maggio di Catechisti Parrocchiali

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RAGAZZI & DINTORNI – Maggio 2011 – Cresima

NELLA TERRA DELLO SPIRITO

di Cecilia Salizzoni

Per l’ultima tappa di questo viaggio che vede l’approdo a un nuovo continente, su cui è possibile dimorare grazie al sigillo dello Spirito Santo, propongo un film di animazione canadese che traspone in immagini il racconto dell’italo-provenzale Jean Giono, L’uomo che piantava gli alberi. La storia è quella dell’incontro del giovane Giono con Elzéard Bouffier, un contadino provenzale ritiratosi a fare il pastore in solitudine in una zona arida delle Alpi Provenzali, dopo la perdita della moglie e del figlio.
È il 1913 e il giovane, che si è avventurato nel territorio disabitato e inospitale, rischia di morire di sete per il prosciugamento delle fonti di acqua e la mancanza di abitanti. Lo salva Bouffier che lo ospita nella sua casa.

Il giorno dopo scoprirà che il pastore sta piantando sistematicamente nel terreno dove porta a pascolare il gregge, le ghiande, per farne nascere querce; e ha in animo di piantare faggi e betulle negli avvallamenti che lasciano intuire una qualche presenza sotterranea di acqua. Senza preoccuparsi di chi sia il proprietario del terreno e, soprattutto, senza preoccuparsi di quello che gli uomini fanno a livello sociale e politico: cioè le guerre. Il primo conflitto mondiale, a cui è chiamato anche Giono, scoppia l’anno successivo; il secondo, venticinque anni più tardi.
Mentre le nazioni non sanno fare di meglio che distruggersi in un modo che non si era ancora visto, il contadino-pastore che non ama parlare, fa crescere una foresta che le autorità scambiano per «naturale», e questa foresta trasforma l’ambiente: riporta l’acqua, gli animali, riumanizza gli esseri umani che vi abitavano ancora e ne chiama di nuovi.
Quando Giono vi ritorna nel 1945, fatica a riconoscere i luoghi. Al posto delle rovine e delle ortiche, ci sono case con orti e giardini, e famiglie con bambini. Accanto a una fontana dove l’acqua scorre abbondante, un tiglio forse di quattro anni, già rigoglioso, è «il simbolo incontestabile di una risurrezione». Elzéard Bouffier muore serenamente due anni dopo, a 89 anni.
«Quando penso che è bastato un uomo solo, con il solo aiuto delle sue risorse fisiche e morali, a trasformare un deserto in terra promessa, scopro che malgrado tutto la condizione umana è straordinaria. E se tento il calcolo di quanto in costanza, grandezza d’animo e generosità accanita, è costato raggiungere tanto risultato, provo un rispetto immenso per questo vecchio contadino, senza istruzione, capace di realizzare un’opera degna di Dio».
I ragazzi, dunque, devono essere preparati a cogliere la ricchezza dei modi espressivi di cui si avvale il racconto e devono essere guidati a cogliere il senso del discorso da questi elementi:
• il colore in primo luogo;
• l’utilizzo delle metafore che dilatano il significato della parola con il contrappunto tra senso letterale e senso figurato (come ad esempio nel caso della fontana e del tiglio, verso la fine del film, dove il simbolo della risurrezione è integrato dall’immagine gioiosa di una mamma con il suo bambino);
• il procedere per contrasto tra l’opera creatrice di Bouffier e quella distruttrice delle guerre, come quando, al deflagrare sonoro delle bombe di Verdun, corrisponde l’esplosione vitale delle betulle piantate dal vecchio contadino;
• il sonoro;
• il movimento che caratterizza l’immagine;
• l’iconografia biblica che l’animatore dovrà evidenziare: l’analogia tra questo «atleta di Dio» e il primo uomo a cui Dio ha affidato la cura della creazione; la differenza tra i due modelli di «Adamo».
• Infine il catechista dovrà invitare i ragazzi a cogliere il nesso tra questa storia e la loro esperienza personale di ragazzi che, forse, stanno per ricevere la cresima. Ognuno condivide ciò che di significativo ha rilevato e che ritiene di attuare con la forza dello Spirito.

Questo e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi sul numero di Maggio dell’inserto Ragazzi & Dintorni dossier mensile di Catechisti Parrocchiali.

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CATECHISTI PARROCCHIALI – Maggio 2011: Testimoni nell’era digitale

È TEMPO DI BILANCI

di Franca Feliziani Kannheiser

Nel percorso di un anno catechistico non può mancare il momento del bilancio per ripercorrere con i fanciulli, attraverso la conversazione, il racconto o il disegno, i momenti più significativi del tempo che si è condiviso. Non deve essere «una verifica di tipo scolastico» di ciò che il fanciullo ha appreso, ma piuttosto la memoria e la narrazione gioiosa di un viaggio che ci ha visti protagonisti insieme e di cui riviviamo le esperienze più belle, ma anche quelle difficili o problematiche, per cogliere il significato e gli effetti del percorso realizzato.
La dinamica può avere come oggetto:
il ricordo del primo incontro e di come il gruppo si sia trasformato nel tempo per una migliore conoscenza e interiorizzazione del messaggio;
• ciò che è piaciuto di più e di meno del nostro viaggio insieme;
• che cosa abbiamo scoperto di nuovo su noi stessi, su Gesù, sulla Chiesa, ecc.
Una volta in cerchio, ogni fanciullo riceve tre cartoncini di colore diverso o con tre simboli differenti:
cartoncini gialli o con il simbolo del sole;
• cartoncini grigi o con il simbolo della pioggia;
• cartoncini verdi o con il simbolo di un ramo fiorito.
Nel cartoncino giallo, ognuno scrive un momento bello che ha vissuto nel gruppo; in quello grigio, un’esperienza negativa; in quello verde, un suggerimento per il prossimo anno.
Il catechista raccoglie i cartoncini in una grande scatola che pone al centro del gruppo. I cartoncini sono estratti, letti e discussi.
A questo punto si continua l’incontro leggendo il seguente racconto:
«C’era una volta un cuoco che andava in giro per i paesi della contea a insegnare ricette di piatti saporiti. Era famoso perché possedeva una polvere magica che rendeva squisiti i suoi piatti. Ogni paese aspettava con trepidazione e curiosità il suo arrivo, sicuri di imparare qualcosa di nuovo. Era, infatti, molto creativo e sapeva utilizzare bene le risorse dei diversi luoghi. Nei paesi dei pescatori, insegnava a pescare e a cucinare il pesce; nei paesi dei cacciatori, a cacciare e a cucinare la carne; nei paesi degli agricoltori, a coltivare la terra e a cucinare le verdure.
Un giorno arriva in un paese molto povero, dove decide di insegnare la ricetta del minestrone. Va in piazza con la sua grande pentola: vi mette l’acqua, un po’ di sale e la sua polvere d’oro, ingrediente magico che rende squisite le sue pietanze.
Dopo un po’ l’assaggia e dice, come tra sé e sé, che mancherebbe una cipolla. Subito uno che ha sentito corre a casa sua per prendere una cipolla. Egli la mette nella pentola. Dopo un po’ assaggia nuovamente e dice: «Uhm! mancherebbe una patata». Chi ha sentito si precipita a prendere una patata che lui mette in pentola. Dopo un po’ assaggia di nuovo e dice: «Uhm! mancherebbe una carota» e chi ascolta è ben felice di contribuire con la sua carota. Poi mano a mano si accorge che manca un peperone, una zucchina, un po’ di prezzemolo, uno spicchio d’aglio e così via sino a quando è soddisfatto del sapore del minestrone.
È proprio squisito. Gli abitanti lo gustano e ognuno dice che non aveva mai mangiato un minestrone così buono: tutto merito della polvere magica del cuoco…
Lui invece sa che il merito è un altro. Ma questo è il suo segreto».
Alla luce del racconto chiediamo:
• Qual è la polvere magica che ha reso squisito il minestrone?
• Che cosa c’entra questo racconto con l’anno catechistico che si sta concludendo?
• Qual è stato il mio contributo al suo «sapore»?

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi  nel numero di Maggio di Catechisti Parrocchiali

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RAGAZZI & DINTORNI – Aprile 2011 – Timore di Dio

COME TERRA BUONA

di Alessandra Beltrami

All’interno dell’articolo una proposta di celebrazione sul dono del “Timor di Dio” da proporre ai ragazzi.
Al centro della stanza dove si svolge l’incontro, sul tavolo o su un leggio, si pone il libro della Bibbia, con accanto un cero acceso e un cestino.
Si predispone un cartellone con, al centro, un disegno o un’immagine di Gesù, e dei pennarelli colorati. Si comincia l’incontro introducendo il significato del dono: lo Spirito Santo, con i suoi molteplici doni, allarga il cuore a una nuova conoscenza di Dio e del suo amore. Ci fa anche scoprire che siamo «piccoli» dinanzi alla grandezza di Dio. Con il dono del timore di Dio, egli agisce in noi, generando un sentimento di gratitudine e di rispetto verso il Padre; questa inclinazione nulla ha a che vedere con «la paura di Dio». Aprendoci all’azione dello Spirito, ci affideremo alla potenza della parola del Signore, abbandonando ogni atteggiamento di orgoglio e di presunzione.
Si prosegue con un canto utile a creare un clima di raccoglimento e di invocazione allo Spirito Santo.
A questo punto si procede con la condivisione in gruppo e con un gesto: ogni ragazzo, per esprimere un sentimento di fiducia o di affidamento al Signore, è invitato a scegliere un oggetto che gli appartiene e a deporlo nel cestino, accanto alla Bibbia, motivando la scelta. Può deporre un paio di occhiali, nel desiderio di vedere la realtà, i bisogni degli altri, con gli occhi di Dio; un orologio, per indicare che vuole dedicare tempo alla preghiera ogni giorno; un giornale, per impegnarsi nel quotidiano con gesti di carità; una penna, per affidarsi al Signore perché scriva il suo amore nella sua vita; una sciarpa, per mettersi sotto le ali di Dio; oppure un piccolo gioiello, per scegliere Dio come unica ricchezza.
Il catechista spiega il significato del gesto che rappresenta l’«offerta di qualcosa di noi», che ci fa diventare terreno adatto ad ascoltare e accogliere la Parola che sarà seminata in noi attraverso l’ascolto della Parola contenuta nel Vangelo di Matteo 6,25-34.
A questo punto il catechista approfondisce quanto proclamato e spiega ai ragazzi il senso del momento successivo: il nostro cuore, nutrito dalla parola di Dio e animato dallo Spirito del timore, è ora pronto ad affidarsi umilmente a lui e a riconoscere la sua costante presenza nella storia e nella vita di ciascuno di noi. Forti di questa scoperta, possiamo esprimere, con gioia, la nostra adesione a lui e il desiderio di seguire Gesù, apponendo il nostro nome sul cartellone vicino all’immagine di Gesù.
Dopo un tempo di silenzio i ragazzi scrivono il proprio nome sul cartellone, uno per volta, mantenendo un clima di silenzio e di preghiera. Al termine, si prega, a cori alterni, il salmo 103.
Si conclude questo momento di preghiera con un canto finale dopo aver pregato la Supplica allo Spirito Santo qui proposta:


Vieni, Spirito Santo, e suscita
una nuova Pentecoste nella
tua Chiesa! Scendi su tutte le
persone e su tutti i popoli del mondo.
Purificaci dal peccato e liberaci da ogni inganno
e da ogni male! Infiammaci con il tuo fuoco
di amore! Insegnaci a capire che Dio è tutto:
tutta la nostra felicità e la nostra gioia. Vieni a
noi, Spirito Santo, e trasformaci, salvaci, riconciliaci,
uniscici. Insegnaci ad essere totalmente di
Cristo, totalmente tuoi, totalmente di Dio Padre.
Te lo chiediamo per l’intercessione della beata
Vergine Maria, Madre di Gesù, Madre nostra e
Regina della pace. Amen.

Questo e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi sul numero di Aprile dell’inserto Ragazzi & Dintorni dossier mensile di Catechisti Parrocchiali.

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Campo online_Triduo Pasquale 2011/3° giorno

Venerdì Santo 22 Aprile 2011: …e nella notte Dio c’è!!!

Preghiera di lode

«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Al Giordano e sul Tabor il cielo si apre e parla: sul Calvario una cortina di tenebra spessa si frappone fra l’amore del Padre e lo sguardo del Morente. La cattiveria è la bestemmia che sfigura la faccia del Padre, e ci impedisce di vederlo. Come non c’è l’amore verace verso Dio senza la carità verso il prossimo, così non è facile l’accesso fino a lui se il prossimo non ci mostra un segno qualsiasi della divina bontà. Il di là è troppo lontano se non ci viene un po’ vicino di qua. Se tutte le mani si chiudono, se tutti i cuori si serrano, se nessuno mi guarda, se nessuno mi bagna con un bacio le labbra deserte di tenerezza, come potrò riconoscerti, o Signore, come Pane, come Amore, come Pietà? «Padre, perdona: non sanno…» Così tu vinci la nostra tristezza. Ma io sono cattivo e se tu non presti a qualcuno di qui le tue braccia perché mi sorreggano, non riuscirò a scorgere il sorriso della tua infinita bontà

(P. Mazzolari, Tempo di passione)  

Riflessione

L’esperienza della croce è esperienza di dolore e dolore umano in tutto e per tutto. Non c’è poesia sulla croce, non c’è simbolo o metafora, c’è carne ferita, trafitta; c’è carne condannata. Non ci sono vie di mezzo la croce è esperienza di solitudine, di amarezza, di delusione, di sofferenza. È esperienza assurda e tremenda per tutti coloro che la vivono:

per i discepoli, che vedono morire come un ribelle, colui che aveva annunciato loro parole di pace, di riconciliazione, di perdono, di amore.

per Gesù, che sente tutta la sua umanità squarciarsi sotto la flagellazione, che viene accusato dalle Parole di quella legge mosaica che lui stesso aveva difeso.

È facile per noi oggi, ritagliarci un posto al di fuori della scena e valutare, condannare, giudicare le posizioni. È facile sentirci prossimi alla sofferenza di quel Gesù crocifisso, di circa 2000 anni fa.
… in fondo tutto gli era contro. Le sue parole, su quella croce, avevano perso ogni senso, ogni significato.

A buon diritto i farisei lo condannarono… nella loro prospettiva era nemico dell’ordine precostituito.
Comprensibilmentei suoi discepoli se ne tennero lontani: erano delusi, impauriti, amareggiati… E hanno visto, loro come noi! Abbiamo visto il figlio dell’uomo morire e il figlio di Dio credere.
Su quella croce c’era lui. Su quella croce c’era tutta la realtà umana segnata da una fisicità attaccata, tradita, sfregiata… 

Era buio per tutti e anche per lui. Era notte per Giuda, per i discepoli, per il centurione e anche per lui.

Quando Filippo ti ha chiesto: «Mostraci il Padre e ci basta» tu gli hai risposto: «Filippo, chi vede me, vede il Padre». Ma oggi, in questo nostro venerdì, in quel venerdì, noi te lo chiediamo, ti fronte alle tante croci, davanti alla tua croce ti chiediamo: «Signore, Gesù, crocifisso risorto, mostraci il Padre. Dalla croce facci vedere il suo volto, la sua presenza, la forza del suo amoreFacci scoprire dov’è il Padre nelle tante croci umane, nelle sofferenze innocenti, nelle morti ingiuste (come se potessero esisterne di giuste), nei figli non tornati, negli occhi smarriti di bambini inermi… Facci vedere il Padre e la forza reale del suo amore e ci basterà».

Questa è la nostra più forte domanda, l’abbiamo fatta talmente nostra da trasformarla da preghiera in rimprovero contro un Dio eccessivamente silenzioso nel dolore, troppo distante quando il male stringe in gola, forse decisamente invisibile ai nostri occhi solo umani.

Ma per Gesù è stato così?

Quel “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”… Non urla, non disperazione, dalla sua bocca, ma la forza travolgente di una fiducia proclamata fino in fondo. Non c’è distanza tra lui e il Padre, ma relazione. Non silenzio, ma relazione… il Padre c’è e Gesù lo invoca. Nell’estremo dolore, Gesù ci mostra il Padre… e ce lo mostra presente.

Nella notte Dio c’è… nel buio Dio c’è… nel silenzio c’è, nella solitudine c’è. È la sola verità che il crocifisso annuncia dall’alto della croce. In ogni notte, in ogni morte umana, in ogni angolo di oscurità e dubbio, in ogni spazio di incredulità e timore, Dio è il Presente.

RAGAZZI & DINTORNI – Aprile 2011 – Timore di Dio

LA RISPOSTA È NEL VENTO… DELLO SPIRITO

di Fausto Negri

Al Congresso Eucaristico di Bologna del 1997 fu invitato il famoso cantautore americano Bob Dylan. Egli cantò, alla presenza di Giovanni Paolo II, una delle sue canzoni più famose: Blowing in the wind. Essa, tra l’altro, recita: «Quante le strade che un uomo farà, e quando fermarsi potrà? Quanti mari un gabbiano dovrà attraversar, per giungere e per riposar?… Quando dal mare un’onda verrà che i monti lavare potrà?». E il ritornello: «Risposta non c’è, ma forse chi lo sa, perduta nel vento sarà». Il Papa, alla fine del concerto, commentò: «Quante strade? C’è una sola strada. È Cristo la strada che un uomo deve percorrere prima di essere chiamato uomo! La risposta soffia nel vento… Ma c’è un vento malvagio che spinge verso il nulla e c’è il vento dello Spirito Santo che conduce a Dio».
Il timore di Dio non è un atteggiamento di paura nei confronti di Dio, bensì la preoccupazione di piacere a lui più che agli uomini e l’impegno di seguire Gesù a qualsiasi costo. Il timore ci fa tendere al vento dello Spirito e, insieme, ci fa percepire la gravità dell’indifferenza, la gravità degli «strappi» nella vela (i peccati), a causa dei quali il Vento non può esercitare la sua potenza. Timore è quel sentimento giusto di un figlio che non vuol far soffrire il Padre. Il timore non è in contrasto con l’amore. Esso ci dona un senso di dipendenza profonda. È l’atteggiamento che ci fa compiere il volere di Dio, avere rispetto e stima verso di lui perché si è consapevoli della sua grandezza e della nostra pochezza.
Mentre l’amore ci fa accelerare il passo, il timore ci induce a guardare dove posiamo il piede per non cadere. Ci evita di incorrere nel male del nostro tempo: la superficialità e la disinvoltura morale.
Non esiste la libertà assoluta. Libertà implica sempre un’obbedienza. L’obbedienza sbagliata schiavizza. Ognuno diventa ciò che sceglie e ama.
Il «timore» ci aiuta a rispettare Dio e gli altri. Hetty Hillesum, una delle ebree eliminate dai nazisti, pregava così: «Non si cade nelle grinfie di nessuno, se si è nelle tue braccia, o Signore!». Il timor di Dio non è il timore dello schiavo, ma un timore buono di chi non ha paura «di coloro che uccidono il corpo, ma non hanno il potere di uccidere l’anima».
Qual è il mio rapporto con il Signore? Nei momenti di difficoltà mi affido a scaramanzie, segni superstiziosi, talismani, o mi fido del Signore e mi sento figlio tra le braccia di un Padre-Madre da cui sono amato di amore infinito?
Ho una paura angosciante di chi mi può fare del male, o mi sento sostenuto da una Presenza che mi illumina e mi dà le parole e la forza necessaria per affrontare ogni provocazione?
La persona «timorata di Dio» si rivela «non timorosa» del giudizio degli altri. Non ripete a pappagallo le opinioni dei leader e gli slogan dei media.
Ha un proprio pensiero e la forza interiore di sostenerlo. Chi ha in Dio la propria àncora, non si lascia trascinare dal vento mutevole delle opinioni altrui; non costruisce la propria casa sulla sabbia dell’illusione per essere apprezzato.

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CATECHISTI PARROCCHIALI – Aprile 2011: Annuncio di vita e speranza

IL TRIDUO PASQUALE

di Roberto Laurita

Con la Domenica delle Palme comincia la Settimana Santa, cioè i sette giorni che precedono la Pasqua.
Nel suo ingresso trionfale a Gerusalemme, Gesù era stato acclamato dalla folla che agitava rami in segno di gioia.
La benedizione dell’ulivo ricorda questo avvenimento e nello stesso tempo ci permette di non dimenticare che «il trionfo di Gesù» segna l’inizio della sua passione, il cui racconto è proclamato durante la Messa. Lunedì, martedì e mercoledì della Settimana Santa si collocano nella prospettiva del Cristo che va incontro alla sofferenza e alla croce.
Negli ultimi tre giorni della Settimana Santa seguiamo, passo passo, gli avvenimenti che conducono Gesù alla sua Passione, fino a contemplarlo sul calvario, inchiodato alla croce, per cantare il giorno di Pasqua la gioia della risurrezione.
Se distinguiamo i tre giorni, ci accorgiamo nel contempo di non poterli separare. Il Venerdì della morte perde il suo autentico significato se non appare come la realizzazione del dono di sé che fa Gesù la sera del Giovedì e se non trova sbocco nel giorno della risurrezione.

Nel GIOVEDI SANTO in cui Gesù celebra la Cena della Pasqua antica prima di affrontare la sua Pasqua di morte e risurrezione, gli evangelisti menzionano due gesti diversi: Matteo, Marco e Luca ricordano il Pane spezzato e il calice del Vino offerto ai commensali; Giovanni la lavanda dei piedi.
A entrambi i gesti è legato un comando esplicito di Gesù perché i discepoli li ripetano.
Anche nella liturgia della sera del Giovedì santo si fa solenne memoria dei due gesti di Gesù.
• L’uno, la lavanda dei piedi, segno di servizio, è proposto annualmente;
• l’altro, l’istituzione dell’Eucaristia (il Pane spezzato e il calice del Vino che si condivide), raduna l’assemblea dei cristiani ogni domenica.

Malgrado il clima austero, il Venerdì non è un giorno di lutto, ma la celebrazione riconoscente dell’amore infinito che Dio ha manifestato al mondo nella passione del suo Figlio.
Il VENERDI SANTO, allora, i cristiani non si radunano per piangere un morto, ma per adorare il vincitore della morte. Questo giorno è segnato dal grande racconto della Passione secondo Giovanni.
Quattro momenti ne scandiscono la liturgia:
• la contemplazione del Salvatore nella sua passione e morte (ascolto della parola di Dio);
• l’intercessione, nel suo nome, per la salvezza di tutti (solenne preghiera universale);
• la venerazione del «legno della croce che ha portato la salvezza del mondo» (adorazione della croce);
• la partecipazione al Corpo del Signore crocifisso e risorto (Comunione eucaristica).

La VEGLIA PASQUALE è tutta orientata verso la luce: è la grande festa della risurrezione. È anche il momento in cui la Chiesa accoglie con gioia i nuovi battezzati che rinascono a vita nuova in Cristo.
Il Triduo pasquale ha il suo culmine nella Veglia che si celebra la notte tra il Sabato santo e la Domenica della risurrezione. Il terzo dei giorni santi è, fra tutti, il più ricco di parole e di segni che esprimono la vittoria sulla morte e sulle oscure forze del male, e la speranza offerta a tutti coloro che credono nel Signore crocifisso e risorto.
• È una notte buia, in cui i cristiani accendono una luce capace di sfidare qualsiasi oscurità, per ridestare la speranza e tracciare il cammino della gioia, che sfocia nell’eternità.
• È una notte di silenzio, fatta per intendere una Parola d’amore, che narra la storia di Dio con gli uomini e le donne, un disegno di salvezza che si realizza a dispetto di tanti ostacoli, limiti e infedeltà.
• È una notte in cui ricevere un’acqua viva, che zampilla per sempre nella nostra esistenza, l’acqua del nostro Battesimo che ci immerge nella morte di Cristo per farci rinascere con lui risorto alla vita nuova.
• È una notte in cui condividere un Pane e un Vino che ci parlano di lui; una notte in cui spezzare il suo Corpo offerto, cibandoci di lui, e in cui bere al calice del suo Sangue, invitati a una mensa che prelude al banchetto eterno.

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi  nel numero di Aprile di Catechisti Parrocchiali

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RAGAZZI & DINTORNI – Marzo 2011 – Dossier Pietà

GUIDATO DAL CUORE

di Cecilia Salizzoni

È un film duro quello che proponiamo, un film che mette in scena un mondo spietato, arcaico e feroce, dove l’umanità sembra non riuscire a farsi strada e a trasformarsi in cultura condivisa; dove anche la religione non supera lo stadio della superstizione, e i bambini assimilano e ripetono i modelli degli adulti.
Io non ho paura, il film che Salvatores parte proprio da questa spietatezza infantile che fa il verso al mondo circostante, mettendo in scena una gara di bambini e l’imposizione di un pegno sessualmente umiliante alla bambina arrivata ultima. Subito, però, presenta anche l’obiezione a questo mondo, nella figura del protagonista Michele, 10 anni, ricci neri e volto sensibile come di cerbiatto, che prova pietà e si offre lui in cambio.
Il racconto che segue lo vedrà ripetere più in grande e in profondità lo stesso gesto verso il coetaneo, che scopre in fondo a una buca nel terreno, dove è tenuto prigioniero dai «grandi» che lo hanno rapito per chiedere un riscatto.
In fondo a questa buca scavata nella terra di un non precisato posto del profondo Sud, è incatenato appunto un bambino che ha la stessa età di Michele, ma sembra il suo opposto, biondo e chiaro di carnagione com’è, settentrionale di Milano: Filippo.
Quando Michele lo scopre, cercando gli occhiali che la sorellina ha perso nella corsa all’inizio del film, non capisce che cosa sia, perché fuori il sole è accecante, ma nella fossa è buio; Filippo è imbrattato di fango e sporcizia, ed è coperto da un telo. La prima volta vede solo un piede; poi una specie di «zombie» che lo terrorizza, e finalmente un bambino, esattamente come lui. Michele non solo ritorna alla fossa con acqua e pane acquistato con i propri risparmi, ma vi scende dentro e porta fuori, sulle proprie spalle, il bambino traumatizzato, perché riesca a convincersi di essere vivo.
«I grandi», invece, cooperano alla morte di quel bambino: manovalanza accecata dalla miseria e dal miraggio di nuovi stili di vita che i media diffondono anche in quest’angolo remoto d’Italia, come il padre di Michele; oppure vittime di una cultura maschilista, come la madre, che subisce e può solo farsi promettere dal figlio che, da grande, se ne andrà via di lì. Michele stesso, mosso dal desiderio di un’automobilina che un compagno di giochi ha ricevuto dallo zio d’America, metterà a repentaglio la vita di Filippo, rivelando il suo segreto a quel compagno che, prima, preferirebbe non sapere e, poi, vende il segreto a uno dei guardiani di Filippo, per guidare una macchina vera.
Allora le cose precipitano e, mentre Sergio, l’organizzatore milanese del sequestro, convince «i grandi» che il bambino è da eliminare perché sa troppo e le forze dell’ordine sono ormai vicine, Michele rischia di finire ammazzato dal padre, pur di far scappare Filippo.
Salvatores imposta la struttura espressiva del racconto sui contrasti tra la potenza della luce naturale saturata dall’oro dei campi di grano, e l’ombra della notte che dentro la fossa diventa perenne; tra la bellezza del paesaggio e il trogloditismo degli uomini che lo abitano.
Michele è un bambino che non ha paura di affrontare l’oscurità che lo circonda; a differenza degli altri tiene gli occhi aperti e vuole vedere fino in fondo.
La chiave espressiva dominante suggerirebbe di utilizzare il film per il dono dell’intelletto; tuttavia lo sguardo del protagonista è guidato dal cuore, un cuore che egli nutre e rafforza quotidianamente nel dialogo interiore, che gli permette di riconoscere l’altro come «uguale» a sé, e di farsene carico fino quasi al dono della propria vita.

Questo e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi sul numero di Marzo dell’inserto Ragazzi & Dintorni dossier mensile di Catechisti Parrocchiali.

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CATECHISTI PARROCCHIALI – Marzo 2011: Un dono di amore

TIMELINE: UNITI E DIVISI DALLA LINEA DEL TEMPO

di Marco Sanavio

Nel 1985 fu Robert Zemeckis a riaccendere la fantasia del mondo sui viaggi nel tempo con l’intramontabile Ritorno al futuro.
Prospettiva interessante: scorrere avanti e indietro nel tempo, rendendo reversibile ciò che, di solito, scorre solamente in un verso.
Non risulta, fino a oggi, che a qualcuno sia venuto in mente di girare un film che riporti personaggi contemporanei ai tempi di Gesù; potrebbe essere, però, un’idea carina per realizzare un video in parrocchia in vista della Pasqua, ad esempio.
In molte località esiste già la tradizione della Via crucis vivente, si potrebbe chiedere a un gruppo di adulti di far rivivere i diversi personaggi coinvolti nella passione e, poi, far transitare in mezzo a loro i nostri ragazzi, chiedendo di descrivere ambienti, sensazioni, scene e, nel caso avessimo la disponibilità di persone preparate, di realizzare anche qualche intervista agli attori della Via crucis.
Se questa prima ipotesi non ci sembrasse percorribile, potremmo verificare l’utilità di realizzare una linea del tempo casalinga, ponendo alcune domande sulla storia della salvezza:
• Mosè viene prima o dopo Noè?
• Sapresti collocare il periodo in cui è vissuto Abramo?
• Viene prima il regno di Davide o la deportazione in Babilonia?
Partiamo dalla soluzione più semplice: un cartellone rettangolare sufficientemente esteso in lunghezza e foglietti colorati. Potremmo scegliere i gialli per le persone (es. re Davide), gli azzurri per gli eventi (es. deportazione a Babilonia) e gli arancioni per i luoghi da segnalare.
Potremo poi consegnare ai ragazzi alcune schede relative a personaggi ed eventi biblici, chiedendo di riportare avvenimenti, persone e date sui foglietti colorati, e poi di collocarli nella linea temporale che avremo già provveduto a graduare con tacche di 50 o 100 anni l’una.
Il prodotto finale sarà una linea orizzontale punteggiata di foglietti che racconterà la cronologia della storia della salvezza.
Per chi avesse dimestichezza con i bit, sarà possibile realizzare una timeline elettronica, utilizzandola sia negli incontri di catechesi sia rendendola disponibile per la fruizione domestica dei ragazzi.
Le timeline elettroniche ci consentiranno di sperimentare un’interattività utile e piacevole nel rapportarci con la cronologia di eventi e persone che hanno abitato la storia della salvezza.
Ad esempio in http://www.timerime.com sarà possibile inserire immagini e informazioni che si renderanno disponibili al passaggio del mouse.
In queste applicazioni online la dimensione di gioco è quantomai necessaria, perché rende interessante l’approccio didattico e stimola la curiosità dei ragazzi.
Per completare l’approccio pastorale a questo curioso strumento, potremmo proporre al gruppo di catechesi un’attività sulle proprie radici, collocando su linee del tempo cartacee oppure elettroniche la storia della famiglia, fino a quando risulti possibile ricostruirla.
Varianti curiose possono essere quella di realizzarla con foto di famiglia o con disegni che rappresentino, anche con raffigurazioni fantasiose, antenati e dimore del passato. Oppure realizzare un giornale murale che rappresenti gli ultimi 200 anni e cercare di raccontare la storia di ciascuna famiglia dei ragazzi nella stessa timeline.
Questa proposta apre la strada per leggere con i ragazzi la genealogia di Gesù (Mt 1,1-16 e Lc 3,23-38) e spiegare loro come la lunga sfilza di nomi sia funzionale per collegare l’Emmanuele con la storia del popolo ebraico ed evidenziare la sua natura messianica.

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi  nel numero di Marzo di Catechisti Parrocchiali

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RAGAZZI & DINTORNI – Marzo 2011 – Dossier Pietà

LA «PIETÀ» NEL WEB

di Alessia Cambi

Lo Spirito di Pietà, nel linguaggio biblico, si riferisce ai rapporti della persona con gli altri, soprattutto ai legami familiari e a quelli di aiuto reciproco, efficace e fedele.
Nella relazione con Dio indica l’amore misericordioso di Dio per noi e l’amore filiale che si manifesta in un culto amoroso. Dall’amore per Dio deriva l’amore fraterno che imita la bontà di Dio e la sua sollecitudine per i poveri.
Internet, spesso, può distrarci e disperderci, perché nel web non si trova ciò che si cerca o non si riesce a fare ciò che ci si è prefissati (come costruire una pagina web, crearsi un contatto in un social network e avere successo, nel senso che i nostri ragazzi interagiscano subito con noi, ecc.), o perché ci si lascia attirare dalle tante suggestioni che offre. E capita che lo strumento, che dovrebbe servirci per stabilire rapporti significativi, ci impedisce, invece, di incontrare l’Altro e gli altri.
Il retto uso delle cose è una dote importante quando si smanetta con i mezzi multimediali; se non ci si educa alla rettitudine, si rischia di utilizzarli male o di considerarli strumenti «del maligno». Spesso siamo noi che, non sapendoli adoperare bene, ne facciamo, o induciamo a farne, un uso errato.
Tuttavia la stessa rete ci fornisce buone opportunità per utilizzarli in modo corretto: la Chiesa, ad esempio, attraverso i documenti che elabora, si fa vicina ai cyber catechisti, per aiutarli nella comprensione e nella riflessione sugli strumenti multimediali.
Chi, in questo campo, è ancora inesperto, può farsi aiutare dai ragazzi del gruppo, così si sentiranno valorizzati, o può unirsi agli altri catechisti e fare formazione insieme, condividendo doni e talenti di ciascuno. Anche farsi aiutare è una forma di accoglienza e di valorizzazione degli altri. L’accoglienza anche nella rete è un fattore importante.
In rete, inoltre, ci sono tante possibilità per aiutare gli altri o farsi dare una mano: associazioni, onlus, parrocchie che fanno appelli per promuovere le loro iniziative sociali e di volontariato. Voi potreste fare lo stesso per i progetti ideati nelle vostre comunità.

Questo e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi sul numero di Marzo dell’inserto Ragazzi & Dintorni dossier mensile di Catechisti Parrocchiali.

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