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Buona domenica! – XXIII del Tempo Ordinario – Anno C

cattedrale cv«A stento immaginiamo le cose della terra…
ma chi ha investigato le cose del cielo?»

Dal libro della Sapienza  (Sap 9, 13-18)
XXIII DOMENICA del TEMPO ORDINARIO – Anno C

Eccoci ormai alla fine di un’ennesima estate. Estate che si chiude con le insopportabili ed esasperanti fibrillazioni politiche mentre dall’altra parte del Mediterraneo si usano gas nervini per uccidere dei bambini. Coacervo di contraddizioni che è (che fa) la nostra vita. E qui, noi, a combattere la violenza che portiamo nel cuore, a cercare tracce di luce, a rimboccarci le maniche offrendo soluzioni a partire dal quotidiano. La Parola ci ha accompagnato con costanza e forza. Brevi riflessioni che scavano i cuori di pietra per liberarne l’anima. Il cammino di conversione è lungo, ma vale la pena affrontarlo. L’alternativa è lasciarsi morire giorno per giorno travolti dal nulla che ridonda. Animo, allora.

RINTRACCIARE LE COSE DEL CIELO
L’autore del libro della Sapienza scrive una riflessione che non stonerebbe (anzi!) come editoriale in uno dei nostri autorevoli quotidiani nazionali. L’autore scopre che “I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni (…) chi può rintracciare le domande cvcose del cielo?”, scopre che, nonostante tutto, non abbiamo in noi la risposta di senso. Il nostro mondo, che ha fatto progressi incredibili nella scienza e nella conoscenza, stenta a crescere nella sapienza, non riesce a dare risposte alle domande di senso degli uomini. Il nostro è un mondo tecnologico, organizzato, che anela a varcare gli spazi siderali, che conosce gran parte dei segreti dell’energia, che riesce a migliorare continuamente il benessere degli abitanti del pianeta (almeno quelli più ricchi…), ma che non riesce a dare risposta al ragazzo che non trova lavoro, non riesce a contenere l’odio che si scatena nella guerra, non scavalca l’indifferenza e la solitudine che rinchiudono in gabbie di cemento le famiglie. L’autore si dà una risposta: l’unica cosa essenziale è cercare la sapienza, entrare dentro le cose, non accontentarsi, andare oltre l’apparenza, riscoprire le profondità dell’essere, là dove dimora Dio. La sapienza che non è cultura o intelligenza, ma assaporare la realtà (la parola sapienza deriva da sàpere, insaporire), scoprire, come ci dirà Gesù, che siamo creati per amare e, amando, cambiare il mondo.  Abbiamo bisogno del dono della Sapienza per sollevare il nostro sguardo in alto.

PER DOVE?
Dove si trova la felicità? Gesù ha una risposta bruciante inebriante: io solo – dice – posso colmare ogni desiderio. Alla fine dell’estate di riflessione, il Signore ci invita a farci due conti in tasca, come faremmo prima di affrontare l’ingente spesa di una casa nuova, per accorgerci chesuora cv il nostro cuore ha bisogno di una pienezza che Dio solo può donare. Gesù non si propone come il fondatore di una filosofia o di una religione ma come l’unico in grado di portarci a Dio e di vivere in pienezza. E Gesù incalza e ci sfida: pretende di essere più di ogni affetto, più della gioia più grande (l’amore, la paternità, la maternità) che un uomo possa sperimentare. Amare lui di più significa che egli è in grado di farci più della più grande gioia che siamo in grado di vivere. Che presuntuoso questo Gesù! Davvero può donare una gioia più grande della più grande gioia che riusciamo a sperimentare? Può.
Fratelli e sorelle come noi, non esaltati, non “strani”, non diversi, hanno scoperto questa cosa, ci testimoniano che sì, il Signore è la pienezza della vita. E il cristianesimo ha scavalcato duemila anni di storia e di mediocrità dei propri fedeli perché (pochi) uomini e donne divorati dall’incontro con Cristo lo hanno reso credibile. Sì: è possibile incontrare il Cristo. Interiormente, nella preghiera, nel volto del fratello, per attimi. Eppure è possibile, nonostante i nostri evidenti limiti. Gesù è passione infinita, dono totale, pienezza, inquietudine. Egli è.
Facciamoci bene i conti in tasca, allora, cercatori di Dio, calcoliamo attentamente su cosa stiamo investendo, cosa ci stimola e ci inquieta, ci distrae e ci smuove. ragazzo cvLa proposta del Signore è sconcertante e affascinante e se, dopo duemila anni, milioni di persone anche oggi la ascoltano, significa che forse è vero: solo Dio può colmare la nostra inquietudine, lui solo riempire il desiderio di infinito che abita in ciascuno di noi.

CAMBIAMENTI
Così facendo la nostra vita, da ora, cambia di prospettiva. Mettere la ricerca del tutto, la ricerca di Dio al centro della nostra vita, ci fa divenire persone nuove. Ne sa qualcosa Filemone, simpatico cristiano delle origini, cui Paolo indirizza un biglietto di accompagnamento rimandandogli uno schiavo che si era rifugiato presso l’apostolo. Paolo invita Filemone ad uscire dalla logica di questo mondo, padrone-schiavo, per entrare nella logica del Regno, fratello-fratello. Paolo non lo sa, ma in questo piccolo biglietto pianta il seme che diventerà l’albero dell’abolizione della schiavitù. Il Cristo che mantiene ciò che promette, ci conceda, veramente, di avere il coraggio di lasciare le nostre piccole certezze per affrontare con decisione l’avventura della sua sequela.

INIZI
Ecco cosa faremo durante l’anno pastorale appena iniziato: cercheremo Dio. Non quello piccino delle nostre paure, dei nostri deliri, delle nostre ossessioni. Quello magnifico del Signore Gesù. Più grande della più grande gioia che siamo in grado di vivere.

PAOLO CURTAZ

1236660_10151822766424375_40218429_nIn comunione con tutta la Chiesa preghiamo per la PACE!

Buona domenica! – XIII del T.O. – Anno B

«Non temere, soltanto abbi fede!»

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 5, 21-43)
  XIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

La figlia di Giairo ha dodici anni.  Da dodici anni l’emorroissa soffre di perdite di sangue.  Dodici è il numero che richiama Israele, la sposa, le dodici tribù che la compongono. Marco ci dice che Israele si è spenta, esangue, senza vita, abbandonata dai suoi pastori che pascono se stessi, e che Dio, in Cristo, le ridona vita. Dodici è il numero della totalità, come i mesi dell’anno. Marco oggi ci parla di due situazioni in cui descrive il massimo del dolore, la totalità della disperazione, l’apoteosi della tragedia, quando la barca viene travolta dalla tempesta.
La donna emorroissa non solo è ammalata e ha girato senza risultato da tutti i più famosi medici del paese senza risultato: la sua condizione la rende impura, non può toccare nessuno senza renderlo impuro. Non ha vita affettiva, né rapporti sessuali, forse non ha famiglia né amicizie: la sua condizione la rende sola. Giairo è disperato: esiste un dolore più devastante della morte di un figlio?
La donna si avvicina timidamente, non vuol farsi notare.  Non osa chiedere nulla al Maestro, come potrebbe?  Tanti anni di solitudine l’hanno infine convinta di essere sbagliata, di essere peccatrice, impura. Le è proibito di toccare: trasmetterebbe la sua impurità. Decide di osare, di trasgredire la legge: lo tocca.  Per incontrare Dio, a volte, bisogna superare gli schemi religiosi, bisogna trasgredire le regole. Lo sfiora appena, accarezza il mantello, certamente non se ne accorgerà.

POTENZA
Chi mi ha toccato? La donna sbianca, gli apostoli si fermano nel tentativo di tenere a distanza la folla.
Non vedi Rabbì? Tutti ti toccano!  Ha ragione Gesù: in mille gli si sono fatti vicini, ma una sola lo ha toccato. Ha toccato il cuore di questo Cristo di Dio, gli ha rubato la forza ed è guarita. La malattia non è forse lo squilibrio della nostra armonia interiore? Il Signore si lascia derubare, la sua forza dona guarigione e salvezza a questa donna che si ritiene inadatta, incapace, condannata. Gesù ci guarisce nel profondo, ci salva da ogni disarmonia.
Continua il suo cammino Gesù, gli apostoli lo guardano straniti. Gesù guarda la donna con un lungo sguardo, come lo sguardo di Gesù che sceglie i discepoli. Gli altri, la folla, gli apostoli stessi non sanno. Lui, il Rabbì, e la donna sì, sanno bene cosa è successo. La spinge ad uscire dal suo nascondimento, la mostra agli altri. La sua guarigione è pubblica, la sua purificazione compiuta, nessuno ora deve tenerla lontana.
Come Israele, guarita nel profondo. Come noi. Il discepolo è guarito dalla dissipazione interiore, in questo mondo che divora ogni energia, che ruba il tempo e il senso della vita, che ci spinge alla solitudine in mezzo alla folla.

IPOCRISIE
La gente esce fuori dalla casa di Giairo urlando: la ragazza è morta. Gesù insiste, entra, dice che dorme. E viene deriso. Come? Viene deriso? Che gente è che prima urla e un secondo dopo deride? Che dolore finto è il loro se si prendono la briga di denigrare l’affermazione del Nazareno? Che cattivo gusto hanno queste persone che passano dalla disperazione alla burla? Ipocriti, finti, fasulli. Dolore di facciata, malvagità a malapena repressa, bieca esteriorità.
Gesù invece sa. Lui che piangerà davanti all’amico Lazzaro conosce, partecipa, si lascia coinvolgere. Darà la vita per Lazzaro, per noi, per me. Il nostro Dio non è indifferente, non finge di soffrire.

CONTINUA AD AVERE FEDE
Qualche giorno fa Gesù diceva agli apostoli impauriti: Non avete ancora fede? e, oggi, all’emorroissa Gesù dice: Va, la tua fede ti ha salvato e a Giairo: Abbi fede. Questa è la differenza sostanziale tra gli apostoli che pure toccano Gesù senza risultati e la donna ammalata, questo il solco che si crea tra Giairo e i suoi parenti che addirittura deridono il buonumore a parer loro farneticante di Gesù: la fede. La fede placa le tempeste interiori, la fede ci guarisce dalle ferite interiori, la fede ci risuscita. Questa è la riflessione di Marco.
E la nostra, spero.

SORELLA MORTE
L’atteggiamento del cristiano di fronte alla morte è la fede. La morte è e resta il più inquietane interrogativo del destino dell’uomo e, anche sulla possibilità della reale bontà di Dio. Se Dio è buono, perché la morte? Gesù è venuto a darci una buona notizia anche sulla morte. Come ci svela la splendida pagina della Sapienza, il nostro è un Dio amante della vita. Noi crediamo di essere stati creati immortali, e di essere nelle mani di Dio. Questa vita che viviamo, la viviamo proiettata nel futuro come una pienezza. Il dolore del distacco, della morte, ci viene presentato da San Paolo come le necessarie doglie di un parto che danno alla luce una nuova creatura. Questo Dio tenerissimo che solleva la figlia di Giairo è colui che ha per noi un destino di vita e di Risurrezione. Basta? Non lo so, davvero. Ai tanti Giairo cui muore la figlia non so se basta. Elemosiniamo certezza e salvezza, la fede è solo una flebile fiamma per attraversare il mare in tempesta. Mi fido, amici, mi fido con tutta la mia disperazione, e ai fratelli che leggono queste parole addito il Figlio di Dio che ci solleva dalla tenebra.
Infine consideriamo le tante morti interiori da cui dobbiamo risorgere: la fanciulla, segno di autenticità, di purezza, spesso giace immobile nella nostra vita; troppe le delusioni, le stanchezze, per essere ancora ottimisti. Da quale morte interiore dobbiamo risorgere? Abbiamo fede, solo questo il Signore Gesù ci chiede per una nuova vita in Lui. Il Rabbì oggi ci dice: Talità kum!

(PAOLO CURTAZ)


Buona domenica!


«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello»

Dal vangelo di Matteo (Mt 18, 15-20)
XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO  Anno A

Non è facile vivere da discepoli in questi nostri tempi oscuri. In una società formalmente cristiana a prevalere e ad orientare le scelte non sono i valori che derivano dal vangelo ma una mentalità egoistica e piccina. Per accorgersene è sufficiente paragonare il sentire comune con le parole di Gesù. E vedrete quanto siamo distanti dal Vangelo!
Alcuni penseranno che, almeno riguardo al peccato, noi cattolici siamo molto preparati. Abbiamo passato secoli a vedere il peccato ovunque, lo abbiamo analizzato, studiato, sezionato, come si può dire che non conosciamo a fondo il peccato? Anzi, molti, ancora oggi, identificato il cristianesimo come una religione morale, che ci dice cosa è il bene e cosa è il male e la Chiesa come un’autorevole istituzione che ha il principale il compito, in questi tempi confusi, di ribadire cosa è peccato.
Questa è una visione semplicistica che rischia, come di fatto è successo, di produrre un effetto elastico: tanto più ci si è concentrati sul peccato nel passato, quanto più oggi nessuno considera peccaminose le proprie azioni.
Una società non educata alla libertà diventa una società anarchica, che rivendica la libertà di provare ogni emozione, che fa diventare la coscienza del singolo l’unico metro di giudizio. Oggi, ad essere onesti, per sentirsi veramente colpevoli bisogna essere almeno serial-killer! Tutto il resto: l’egoismo, la corruzione, il pettegolezzo, la violenza verbale, la calunnia, la pornografia, sono manifestazioni della libertà personale. Molti ancora pensano che un atto sia peccaminoso perché così Dio ha stabilito. Sbagliato: nella Bibbia si dice che un peccato è male perché fa del male. Dio non punisce il peccatore: il peccato ci punisce, facendoci precipitare in un abisso di falsa felicità. Ma, certo, per vedere le ombre occorre che ci si esponga alla luce della Parola. Nel cuore dell’uomo alberga la falsa idea di un Dio che punisce, che giudica, che controlla. Gesù è venuto a liberarci da questa immagine demoniaca di Dio raccontandoci il volto di un Padre che desidera fortemente il perdono. Perdono che è dono gratuito, possibilità offerta, occasione di rinascita. E il discepolo condivide questo perdono. Perdono che, nella miope prospettiva odierna, è visto come una debolezza.
Quanto è difficile perdonare! Ci vuole del tempo, una forte fede, una profonda conversione per perdonare chi mi ha fatto del male! Quanto, in televisione, vedo un giornalista (idiota) che si avvicina al famigliare di una vittima chiedendo se perdona l’assassino del figlio mi sento salire la rabbia: è una cosa seria il perdono! Ci vuole tempo e pazienza per costruirlo, non è un’emozione buonista, ma una adulta scelta sanguinante! È possibile perdonare, dice il Vangelo.
Se noi, discepoli del Misericordioso, non sappiamo avere misericordia, chi mai ne sarà capace? Il criterio del Vangelo è pieno di amorevole buon senso: ti voglio bene al punto che, dopo aver pregato, ti chiedo di interrogarti sui tuoi atteggiamenti. La franchezza evangelica è un modo concreto di amare, di essere solidali, anche con durezza, come ha fatto Gesù con la Cananea e con Pietro.
Nelle nostre comunità abbiamo bisogno di scoprire questo modo concreto di intervenire, di prendere a cuore il destino dei fratelli, senza nasconderci dietro un ipotetico rispetto che non ci interpella e lascia il fratello nella propria inquietudine. Non è ciò che Dio chiede ai suoi discepoli: essere profeti di un modo diverso di amare e di perdonare? Se davvero il Rabbì ci ha cambiato la vita, ha cambiato anche il modo di vedere gli altri e di occuparmi degli altri. Proviamo?

(PAOLO CURTAZ)


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