Archivi categoria: Parola di Dio

Buona domenica!

«Uomini di Galilea,
perché state a guardare il cielo?»

Dagli Atti degli Apostoli (At 1,1-11)
ASCENSIONE DEL SIGNORE – Anno A

Una strana festa, quella dell’Ascensione, ammettiamolo. Come i discepoli, anche noi avremmo optato per un’altra soluzione: perché non immaginare uno staterello governato da Gesù in cui rifugiarsi da questo mondo infausto e rissoso? Questa storia di Gesù che se ne va a me proprio non va giù. E invece. Nei Vangeli la Risurrezione, l’Ascensione e la Pentecoste compongono uno stesso quadro, un identico evento. Gesù, risorgendo, è già presso il Padre e dona lo Spirito. Gesù, che siede alla destra del Padre, non è più vincolato dal tempo e dallo spazio e può dire con verità: io sono con voi per sempre. Benvenuti nella logica di Dio.
Il cuore del racconto è la descrizione di una consegna: gli apostoli ricevono il mandato dell’annuncio da parte del Risorto.
L’Ascensione segna l’inizio del tempo della Chiesa. Uffa.
Sono gli angeli a dare la chiave interpretativa dell’evento: non guardate il cielo, guardate in terra, guardate la concretezza dell’annuncio. I discepoli del Risorto sono chiamati ad annunciarlo, finché egli venga, a renderlo presente. La Chiesa, allora, diventa il luogo dell’incontro privilegiato col Risorto, e assolve il suo compito solo quando rende presente il Vangelo.
Diversamente da Luca, Matteo situa l’addio in Galilea, su di un monte. Monte che rappresenta il luogo dell’esperienza divina: solo chi l’ha incontrato può raccontarlo con credibilità.
E in Galilea: il luogo della frontiera, del meticciato, del confine. Ai tempi di Gesù dare del galileo ad una persona era un insulto! La Galilea, però, è anche il luogo dove tutto è iniziato, il luogo dell’incontro, dell’innamoramento: solo attingendo alle esperienze che ci hanno convertito possiamo annunciare con verità il Signore.
Ecco cosa significa non guardare il cielo: partire dalla povertà della mia parrocchia, dal senso di disagio che provo nel vivere in un paese rissoso e partigiano, dall’impressione di vivere alla fine di un Impero che crolla pesantemente sotto un cumulo di verbosità. Qui siamo chiamati a realizzare il Regno, a rendere presente la speranza. Qui, in questa Chiesa fragile, in un mondo fragile. Ma che Dio ama.
Allora non stupisce il dubbio dei discepoli, che è il nostro. Non è una Chiesa muscolosa quella che annuncia con verità, ma autentica e in conversione. Il dubbio è un atteggiamento fondamentale per il credente, essenziale per la crescita. L’ateo è sommerso dai dubbi, il credente li fugge. All’ateo Gesù si propone come verità. Al credente come l’innovatore. E ci rassicura: non siamo soli, egli è con noi.
È iniziato il tempo della Chiesa, fatta di uomini fragili che hanno fatto esperienza di Dio e lo raccontano nella Galilea delle genti. La smettiamo di lamentarci e ci rimbocchiamo le maniche?

(PAOLO CURTAZ)


…e per continuare la riflessione guarda il power-point:
Verità, annuncio e autenticità di vita nell’era digitale
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GP2 GenerAzioni – Media!

Le moderne tecnologie hanno a loro disposizione possibilità senza precedenti per operare il bene, per diffondere la verità della nostra salvezza in Gesù Cristo e per promuovere l’armonia e la riconciliazione.
Eppure, il loro cattivo uso può fare un male incalcolabile, dando origine all’incomprensione, al pregiudizio e addirittura al conflitto.

Invece di costruire l’unità e la comprensione, i media possono demonizzare altri gruppi sociali, etnici e religiosi, fomentando la paura e l’odio.
I responsabili dello stile e dei contenuti di quanto viene comunicato hanno il serio dovere di assicurare che questo non avvenga. Anzi, i media hanno un potenziale enorme per promuovere la pace e costruire ponti di dialogo tra i popoli […].
Come afferma san Paolo […]: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male” (Rm 12, 21).

Il principio etico fondamentale è il seguente: “La persona umana e la comunità umana sono il fine e la misura dell’uso dei mezzi di comunicazione sociale“.

La comunicazione dovrebbe essere fatta da persone a beneficio dello sviluppo integrale di altre persone. Prima di tutto, dunque, i comunicatori stessi devono mettere in pratica nella propria vita i valori ed i comportamenti che sono chiamati ad insegnare agli altri. In particolare, questo richiede un impegno autentico per il bene comune, un bene che non è confinato nei limitati interessi di un determinato gruppo o di una nazione, ma che abbraccia i bisogni e gli interessi di tutti, il bene dell’intera famiglia umana.
I comunicatori hanno l’opportunità di promuovere una vera cultura della vita prendendo loro stessi le distanze dall’attuale cospirazione a danno della vita e trasmettendo la verità sul valore e la dignità di ogni persona umana”.

 

 

Dal messaggio di Giovanni Paolo II
per la XXXIX Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali
I mezzi della comunicazione sociale:
al servizio della comprensione tra i popoli

 

 

 

Buona domenica!

«Pronti sempre a
rispondere
a chiunque vi domandi ragione
della
speranza
che è in voi
»

Dalla prima lettera di San Pietro Apostolo (1Pt 3,15-18)
VI DOMENICA DI PASQUA – Anno A

Viviamo tempi difficili, inutile negarlo. Difficili umanamente, difficili cristianamente. Il futuro è denso di nubi scure e il rischio di vedere sempre e solo il negativo rischia di contagiare anche i cristiani più virtuosi.
Gesù è chiaro: il mondo non lo vede presente, parla di lui come di un grande personaggio del passato, come di un simpatico profeta finito male, come accade a molti profeti; ma i discepoli, afferma il Maestro, continuano a vederlo, lo riconoscono, lo annunciano, lo ascoltano, lo pregano.
Il primo dono che Gesù promette ai discepoli intimoriti è il Paraclito, cioè il soccorritore, l’aiutante, l’intercessore, che ci aiuta a ricordare le parole del Maestro, che ci aiuta a vedere le cose in maniera completa. Di questo abbiamo bisogno, urgente: di un aiuto che ci aiuti a leggere la grande storia e la nostra storia personale alla luce della fede. Le cose che accadono, allora, acquistano una luce diversa, con un orizzonte di riferimento più ampio, una prospettiva di salvezza, di redenzione che Dio realizza in mezzo all’umanità inquieta.
Il soccorso che Dio ci manda è funzionale alla nostra missione: i discepoli che “vedono” Gesù, che si accorgono della sua presenza, sono invitati ad annunciare il nuovo modo di vivere che Dio realizza attraverso la comunità dei salvati, la Chiesa, appunto.
Se è davvero così, allora, la difficoltà diventa straordinaria opportunità, occasione di annuncio, ragione di conversione.
Ne sa qualcosa Filippo che, a causa della persecuzione che si è scatenata contro la primitiva comunità, è fuggito e si ritrova in Samaria, la terra abbandonata, la terra eretica, la sposa infedele che Gesù stesso ha cercato di sedurre e di riconquistare. La fuga diventa luogo per l’annuncio e conversione di nuovi discepoli.
Ad una condizione, come ammonisce Gesù: restare fedeli al comandamento dell’amore, ad ogni costo.
Solo il comandamento dell’amore, in questi tempi, è in grado di perforare la spessa corazza anticristiana e neoclericale che abita la nostra società fintamente cristiana.
Dimorare nell’amore, non scoraggiarsi e approfondire la fede, come suggerisce Pietro. Il nostro cristianesimo occidentale oscilla fra due eccessi ugualmente pericolosi: il ritorno ad un clima di chiusura e di contrapposizione col mondo innalzando inutili barriere nei confronti degli altri ed il rischio di cedere ad un cristianesimo emotivo e popolare, che segue le apparizioni e dimentica il deposito della fede. Davanti alla chiusura e al misticismo semplificato e superstizioso Papa Benedetto propone, come da sempre la Chiesa propone, un’alleanza fra intelligenza e fede, fra conoscenza e spiritualità. Solo con la fatica dello studio, della comprensione dei testi, della preghiera feconda e motivata, della ricerca umile della verità possiamo incrociare le attese dell’uomo contemporaneo alla ricerca di senso. Così, diverremo capaci di rendere ragione della speranza che è in noi.

(PAOLO CURTAZ)


…e per continuare la riflessione puoi scaricare il power-point: Illuminare il mondo

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Buona domenica!

«Verrò di nuovo
e vi prenderò con me,
perché dove sono io
siate anche voi.
E del luogo dove io vado
conoscete la via»

Dal Vangelo di Giovanni (Gv 14,1-12)
V DOMENICA DI PASQUA – Anno A


A Tommaso Gesù indica un percorso, un
a strada. Agli inizi della Chiesa i cristiani erano definiti “quelli della via”, coloro che seguono un cammino. Invece, oggi, molti concepiscono la fede come una casa, un rifugio, un bunker, un pacco di verità inamovibili cui credere. Che buffo!
È dinamico, il cristianesimo, è sempre per strada, colui che segue chi non ha dove posare il capo non può illudersi di essere cristiano una volta per sempre!
E Gesù risponde allo spaesato Tommaso, che ha appena saputo, ma non capito fino in fondo, che il Signore ci precede, va altrove, non ci lascia soli, ma ci invita a rimboccarci le maniche. Per restare fiduciosi, dice Gesù, dobbiamo fidarci di lui che è via, verità e vita.
VIA:
Essere cristiani, a volte lo dimentichiamo, significa seguire Gesù, imitare Gesù, fidarsi di lui. Conoscerlo, anzitutto, e lasciarci amare. Frequentare la sua parola nella meditazione, cercarlo nella preghiera personale e comunitaria, riconoscerlo nel volto del fratello povero. Il cristianesimo è una proposta di cambiamento radicale del nostro modo di vedere il mondo e Dio. E lo facciamo ascoltando e seguendo il Maestro.
In un mondo stracolmo di opinionisti e piccoli leader che urlano gli uni contro gli altri, Gesù indica se stesso come percorso, la porta attraverso cui le pecore possono uscire dai tanti recinti (anche religiosi!) in cui ci hanno rinchiusi.
Diventare cristiani significa amare come Gesù ha amato, seguire la via, che non è un insieme di belle nozioni, ma una persona.
VERITA’:
Gesù è la verità. Verità che esiste e che chiede di essere accolta in un mondo che nega la possibilità stessa che esista una verità (eccetto una: quella che non esiste nessuna verità!), o che riduce la verità a livello di opinione, in un malinteso senso di tolleranza, mettendo tutto e tutti sullo stesso piano, come se la libertà significasse che nulla più è autentico. La verità è evidente, si impone, non ha da convincere. Ma solo un cuore onesto, disincantato, ragionevole è in grado di coglierla.
Ciò che il cercatore di Dio è invitato a fare è mettersi in gioco, fino in fondo, non barare, non impigrirsi ma cercare, restare aperto e disponibile alla crescita intellettuale ed interiore. E, se possibile, dedicare qualche energia alla conoscenza: non se ne può più di un cristianesimo approssimativo e solo emotivo!
VITA:
Chi ha scoperto Gesù nel proprio percorso può affermare con assoluta verità che il Signore gli ha donato la vita.
Anche se la propria vita è acciaccata o dolorante, il discepolo sa che è un gigantesco progetto d’amore quello che si sta manifestando nel nostro mondo.

Proprio ieri ho conosciuto una giovane coppia; lei mi raccontava di essere di madre indiana cattolica, proveniente da un’antichissima comunità che si dice evangelizzata dall’apostolo Tommaso. Sì, proprio Tommaso che, evidentemente, ha finalmente capito cosa significa che Gesù è via, verità e vita. E lo ha raccontato.

(PAOLO CURTAZ)


…e per continuare la riflessione puoi scaricare il power-point: Irripetibili

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Buona domenica!

Cammina davanti ad esse,
e le pecore lo seguono
perchè conoscono la sua voce

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 10,1-10)
IV DOMENICA DI PASQUA -Anno A-

La parola a…
Paolo Curtaz

È risorto, il Maestro.

Lo hanno visto, incontrato, abbracciato. Hanno pianto e riso i discepoli, stupiti, perplessi, scossi.
Ci vuole del tempo per credere, lo sanno, lo sappiamo.
Pietro e Giovanni che corrono al sepolcro, Maria di Magdala che non si stacca dal suo dolore, Tommaso e la sua straziante sofferenza, i discepoli di Emmaus e la loro speranza delusa…
Convertirsi al risorto non è un affare di pochi minuti, non è un percorso per uomini deboli, ma per uomini e donne forti e tenaci.

Li raggiunge, il Maestro, là dove sono, nella condizione in cui sono.
Li raggiunge e li aiuta a superare ogni paura, ogni sofferenza.
Li raggiunge perché li ama, perché vuole per loro salvezza piena, perché li aiuta nello scoprire Dio e nello scoprirsi credenti.
Lo fa perché la loro vita è preziosa al suo sguardo.
Lo fa perché sa dove portarli, dove portarci.
A chi sto veramente a cuore?
Per chi sono veramente prezioso? 
Ecco la novità sconcertante.
L’inattesa rivelazione: a Dio sto a cuore.

…e per riflettere puoi scaricare: Scoprire e seguire la verità

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Buona domenica!

Che cosa sono questi discorsi
che state facendo tra voi lungo il cammino?
Si fermarono, col volto triste;
uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose:
Solo tu sei forestiero a Gerusalemme!
Non sai ciò che vi è accaduto
in questi giorni“.

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 24,13-35)
III DOMENICA DI PASQUA -Anno A-

La parola a…
Paolo Curtaz

Noi speravamo.
La speranza è sempre rivolta al futuro. Declinarla al passato significa ammetterne il totale fallimento. È difficile accettare il fallimento di un progetto, di un’azienda, di un gruppo parrocchiale. Il fallimento della speranza porta alla morte interiore.
Noi speravamo: che sciocchi siamo stati a seguire il Nazareno, a credere che fosse lui il Messia! Che ingenui!
Noi speravamo: ci siamo illusi, siamo stati degli idioti abissali, non abbiamo giustificazioni!
La speranza è morta su quella maledetta croce.
È morta e sepolta con Gesù, nel sepolcro regalato da Giuseppe di Arimatea.
Quanti ne conosco di discepoli così, tristi e rassegnati!
Noi speravamo, dicono i discepoli.
E intanto il Signore che credono morto cammina con loro.
Descrivono con dovizia di particolari le vicende che riguardano il Maestro, i discepoli restati orfani.Si aspettano comprensione, compassione.
Ottengono uno schiaffo in pieno volto.

 Sciocchi e tardi, dice loro lo straniero.
La sua provocazione li scuote, li costringe ad alzare lo sguardo. Cosa sta dicendo questo maleducato? Come si permette? Sciocchi a tardi nel credere, insiste.
Gesù spiega il senso di quella sofferenza, della sua sofferenza, e li aiuta a rileggere tutti gli eventi in una chiave diversa, più ampia, a leggere il dolore alla luce del grande disegno di Dio. Sono fermi alla croce, i discepoli del risorto. Possiamo continuare a fissare il bruco, senza accorgerci che sta per diventare una farfalla.
Non sempre chi ti dà una carezza ti vuole bene.
Non sempre chi ti dà uno schiaffo ti vuole del male.
A volte una bella scrollata ci distoglie dal dolore e ci aiuta a vedere le cose in maniera diversa. Arde, ora, il cuore dei discepoli.
Il loro dolore inutile, paradossalmente gratificante, è spazzato via dalla Parola che riscalda e illumina.
Tutto acquista senso, una dimensione nuova. La loro vita, riletta alla luce del grande progetto di Dio, assume un colore completamente diverso.

…e per riflettere puoi scaricare: Domanda…

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Tempo Pasquale: tempo di pietre rimosse!

Tra una pagina e l’altra di Facebook, qualche ora fa ho letto il titolo di un link, forse un augurio… Pasqua tempo di pietre rimosse.

Svegliandomi ho pensato che una delle caratteristiche di quei 50 giorni che seguono la notte della Resurrezione è il perdurare di un tempo di gioia, di rinascita, di vita nuova che non si riduce agli auguri di un giorno. Quello che accade in quel sepolcro non mette nulla a tacere, non calma le paure, non  ammansisce le tensioni, tutt’altro!

Cristo è Risorto, il sepolcro è vuoto, di quel maestro crocifisso non è rimasto nulla, nulla su cui piangere, nulla da rimpiangere.

Chi sceglie di fermarsi nel giardino per cercare le certezze di un corpo morto, rischia di restare in uno stato di eterno rimpianto.
Chi accetta la sfida, di credere nel Risorto, di credere all’annuncio degli angeli, di rinunciare ai suoi progetti e ritornare verso la Galilea, verso il luogo della chiamata, dove tutto ha avuto origine, dove lui ha chiamato tutti per nome, ha guarito e perdonato… chi accetta di vivere la sfida della Resurrezione, di puntare sulla fiducia e non sulle certezze, chi accetta di perdere anche l’unica cosa rimasta di lui (il sepolcro vuoto) sentirà nuovamente le sue parole d’amore, potrà incontrarlo ancora una volta e sentire dalla sua bocca l’ultimo vero mandato.

Accettare la sfida della Pasqua è lasciare che la Vita nuova, proposta dal Signore Risorto, possa rimuovere le pietre dei nostri personali sepolcri, quegli spazi angusti in cui spesso vorremmo rinchiudere la vita di Dio, sempre così alternativa, così diversa dalle nostre aspettative, così oltre i nostri orizzonti.

A noi la scelta:

possiamo continuare a misurare, a restare a mani tesi, a tenere stretti gli oli aromatici per ungere il suo corpo… possiamo restare dentro o fuori a piangere un corpo che non esiste più, ad attendere che ciò che vorremmo accada.

Ma possiamo anche accogliere l’invito del Vangelo: lasciare tutto e andare! Lasciare i nostri oli aromatici, abbandonare i nostri progetti, le nostre certezze conquistate e ritornare lì dove il Maestro ci sta aspettando. Non ci sono certezze: è inutile cercarle. La vita che il Risorto propone è fatta di  fiducia, di speranza e di amore accolto e donato.

E’ questo l’augurio che ci facciamo reciprocamente!

Abbiamo proposto un campo on line, sui passi di Gesù, perché la preparazione alla Pasqua fosse un momento di consapevolezza del dono ricevuto da Dio. Oggi con altrettanta coscienza e gratitudine ci auguriamo che il dono immenso di Dio Padre, Gesù Cristo e la sua vita donata, possa trovare spazio nella nostra vita, per diventare oggi, come ieri, pane spezzato per la vita di tutti i fratelli e sorelle che incrociano la nostra strada.

Buon tempo pasquale! Buon tempo di resurrezione da ogni morte, tempo in cui la vita di Dio possa esplodere in noi!

Auguri a tutti e ciascuno!

Buona domenica!

Sono risorto, e sono sempre con te.

Antifona d’ingresso
DOMENICA DI PASQUA
Resurrezione del Signore – Anno A

La parola a…
Paolo Curtaz

Continuiamo a cercare il crocefisso, non ci sono santi.
Pensiamo davvero che Dio ami essere imbalsamato.
Ci crediamo e finiamo con l’adeguare la nostra vita e la nostra pastorale alla tragica logica dell’imbalsamazione.
Come se Dio amasse essere venerato come una mummia. O in un mausoleo.
È pia e devota la fede delle donne che, il giorno dopo il sabato, vanno a completare ciò che non sono riuscite a fare quel tragico venerdì. Cercano il loro Maestro, drammaticamente travolto dagli eventi. Lo cercano con disperazione e rassegnazione. Vogliono restituire una parvenza di dignità a quell’uomo che hanno amato e seguito. Che le ha amate e istruite. Illuse.
Dio è già altrove. Risorto.
Devono allontanarsi dal sepolcro, non vegliarlo. Andarsene altrove, là dove il Signore le aspetta. È risorto, il Nazareno. Non rianimato, né reincarnato (ma dai!), ma splendidamente risorto. Nemmeno sappiamo bene cosa significhi essere risorti, nessuno è mai risorto come lui. Lazzaro è tornato in vita, ma morirà, di nuovo.
Gesù no. È vivo. Splendido. Non un fantasma, non un ectoplasma. È proprio lui: si fa riconoscere attraverso dei segni, mangia con i suoi sbalorditi discepoli.
Gesù è risorto, cercatori di Dio. Che ce ne accorgiamo o meno, che lo crediamo o meno. È risorto. E tutto cambia, ogni cosa assume una luce diversa. Allora il Nazareno non è solo un grande uomo, un rabbi, un profeta. È di più.
Buona Pasqua, discepoli del risorto. Buona Pasqua, voi che avete superato la croce e che seminate speranza e luce. Buona Pasqua anche a chi è rimasto inchiodato al Golgota, come Tommaso, come Pietro. Avremo ancora del tempo per convertirci alla gioia, dopo esserci convertiti alla logica di un Dio che muore per amore. Buona Pasqua, perché se Gesù è risorto dobbiamo cercare le cose di lassù. Lasciare in fretta il sepolcro, perché la morte non è riuscita a custodire la forza immensa della vita di Dio.
Raccontatelo, che Gesù è vivo: pochi lo sanno. Anche i cristiani sembrano esserselo dimenticato. Eppure è tutta in quella tomba la nostra fede.
Lo so bene, è un momento difficile per la nostra Chiesa, per la nostra rissosa e squallida Italia che ha perso l’anima. Perciò dobbiamo risorgere.
E non venitemi a dire che non siete capaci, che nessuno vi ascolta. Quel buontempone di Gesù ha affidato il più prezioso messaggio della storia dell’umanità a donne che non avevo diritto di parlare in pubblico!
Animo, allora. Viviamo da risorti, cerchiamo le cose di lassù.

E se ancora dubitate fatevi un giro a Gerusalemme, in uno dei posti più brutti della cristianità, una basilica sporca e caotica in cui prevalgono le grida dei devoti. In quella basilica è conservata una tomba, quella tomba, straordinariamente vuota.
Da millenni, migliaia di uomini e donne hanno sfidato la morte per andare a vedere quella tomba vuota. Splendidamente vuota.
Buffo: di solito le persone fanno viaggi per venerare un mausoleo che custodisce le spoglie di qualche grande politico, o cantante, o uomo spirituale. I cristiani vanno a vedere una tomba vuota. E questo la dice lunga su quanto siamo anche noi un po’ fuori di testa!
Perché quella tomba vuota ci dice che la morte non ha vinto,
E  NON  VINCE.  MAI.

Campo online_Triduo Pasquale 2011/3° giorno

Venerdì Santo 22 Aprile 2011: …e nella notte Dio c’è!!!

Preghiera di lode

«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Al Giordano e sul Tabor il cielo si apre e parla: sul Calvario una cortina di tenebra spessa si frappone fra l’amore del Padre e lo sguardo del Morente. La cattiveria è la bestemmia che sfigura la faccia del Padre, e ci impedisce di vederlo. Come non c’è l’amore verace verso Dio senza la carità verso il prossimo, così non è facile l’accesso fino a lui se il prossimo non ci mostra un segno qualsiasi della divina bontà. Il di là è troppo lontano se non ci viene un po’ vicino di qua. Se tutte le mani si chiudono, se tutti i cuori si serrano, se nessuno mi guarda, se nessuno mi bagna con un bacio le labbra deserte di tenerezza, come potrò riconoscerti, o Signore, come Pane, come Amore, come Pietà? «Padre, perdona: non sanno…» Così tu vinci la nostra tristezza. Ma io sono cattivo e se tu non presti a qualcuno di qui le tue braccia perché mi sorreggano, non riuscirò a scorgere il sorriso della tua infinita bontà

(P. Mazzolari, Tempo di passione)  

Riflessione

L’esperienza della croce è esperienza di dolore e dolore umano in tutto e per tutto. Non c’è poesia sulla croce, non c’è simbolo o metafora, c’è carne ferita, trafitta; c’è carne condannata. Non ci sono vie di mezzo la croce è esperienza di solitudine, di amarezza, di delusione, di sofferenza. È esperienza assurda e tremenda per tutti coloro che la vivono:

per i discepoli, che vedono morire come un ribelle, colui che aveva annunciato loro parole di pace, di riconciliazione, di perdono, di amore.

per Gesù, che sente tutta la sua umanità squarciarsi sotto la flagellazione, che viene accusato dalle Parole di quella legge mosaica che lui stesso aveva difeso.

È facile per noi oggi, ritagliarci un posto al di fuori della scena e valutare, condannare, giudicare le posizioni. È facile sentirci prossimi alla sofferenza di quel Gesù crocifisso, di circa 2000 anni fa.
… in fondo tutto gli era contro. Le sue parole, su quella croce, avevano perso ogni senso, ogni significato.

A buon diritto i farisei lo condannarono… nella loro prospettiva era nemico dell’ordine precostituito.
Comprensibilmentei suoi discepoli se ne tennero lontani: erano delusi, impauriti, amareggiati… E hanno visto, loro come noi! Abbiamo visto il figlio dell’uomo morire e il figlio di Dio credere.
Su quella croce c’era lui. Su quella croce c’era tutta la realtà umana segnata da una fisicità attaccata, tradita, sfregiata… 

Era buio per tutti e anche per lui. Era notte per Giuda, per i discepoli, per il centurione e anche per lui.

Quando Filippo ti ha chiesto: «Mostraci il Padre e ci basta» tu gli hai risposto: «Filippo, chi vede me, vede il Padre». Ma oggi, in questo nostro venerdì, in quel venerdì, noi te lo chiediamo, ti fronte alle tante croci, davanti alla tua croce ti chiediamo: «Signore, Gesù, crocifisso risorto, mostraci il Padre. Dalla croce facci vedere il suo volto, la sua presenza, la forza del suo amoreFacci scoprire dov’è il Padre nelle tante croci umane, nelle sofferenze innocenti, nelle morti ingiuste (come se potessero esisterne di giuste), nei figli non tornati, negli occhi smarriti di bambini inermi… Facci vedere il Padre e la forza reale del suo amore e ci basterà».

Questa è la nostra più forte domanda, l’abbiamo fatta talmente nostra da trasformarla da preghiera in rimprovero contro un Dio eccessivamente silenzioso nel dolore, troppo distante quando il male stringe in gola, forse decisamente invisibile ai nostri occhi solo umani.

Ma per Gesù è stato così?

Quel “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”… Non urla, non disperazione, dalla sua bocca, ma la forza travolgente di una fiducia proclamata fino in fondo. Non c’è distanza tra lui e il Padre, ma relazione. Non silenzio, ma relazione… il Padre c’è e Gesù lo invoca. Nell’estremo dolore, Gesù ci mostra il Padre… e ce lo mostra presente.

Nella notte Dio c’è… nel buio Dio c’è… nel silenzio c’è, nella solitudine c’è. È la sola verità che il crocifisso annuncia dall’alto della croce. In ogni notte, in ogni morte umana, in ogni angolo di oscurità e dubbio, in ogni spazio di incredulità e timore, Dio è il Presente.