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Natale: alla frontiera tra l’emozione e l’indifferenza

Li vedete attorno a voi i segni del Natale?
Vivo in un posto in cui il Natale, tradizionalmente, continua a richiamare, nel cuore della gente, il caro vecchio presepe. Qui, non solo nelle chiese, ma anche nella case, Natale significa grotta, carta roccia, ruscelli, angeli e pastori, la madonnina e san Giuseppe e poi lui… il Bambino, l’atteso… Gesù! Ma dalla tradizione ogni anno sparisce sempre qualcosina e anche dei segni, resta sempre meno.
Ho chiesto ai bambini quali sono i segni del loro Natale e, spontaneamente, mi hanno risposto, con occhi sfolgoranti di attese: “L’alberoooo!!!”

Io però, vorrei invitarvi a entrare con me lì dove chi ha vissuto il Natale, lo ha fatto a proprie spese. Vorrei invitarvi a fermarvi con me accanto a chi non è sempre stato una statuina ingessata. Venite, restiamo accanto ai pastori in quella notte squarciata dal luminoso canto degli angeli. Entriamo con loro nella povertà di Betlemme, nella povertà di Dio, nel vagito umano della Parola divina, nella verità del Dio fatto uomo, della parola fatta carne, entriamo portati per mano da Maria, la vergine Madre… entriamo nella grotta dell’irrazionale, dell’inaudito, dell’assurdo… entriamo lì dove Dio, Creatore, ha scelto di restare impotente nelle mani delle creature, dove il custode d’Israele è stato custodito, e Betlemme, la casa del Pane, ha donato al mondo il Pane della vita.

Entriamo, Maria, la Madre di Dio, ci attende.

“Venite con me! Entrate in questa notte, nella notte di Dio piena di luce. Nella notte in cui l’umanità, tutta l’umanità, senza distinzione alcuna, è stata chiamata: amata!
Voi mi invocate Vergine Madre, ma riuscite a sentire quanta durezza c’è in queste parole? Riuscite a sentire lo stridore di ciò che dite?
Queste parole ritornano a voi smascherando i vostri pensieri. Siete sicuri di poter credere alla purezza di un grembo che ha generato? Riuscite a crederlo, voi che, nella migliore delle ipotesi, avete relegato la purezza al cuore, vietandola al vostro corpo, agli occhi, alla bocca, alle mani, ai pensieri? Tra le strade affollate del vostro tempo invocano purezza tutti i corpi violati, resi impuri da chi li sfrutta e da chi li ha in dono; da chi li usa e da chi dovrebbe custodirli. Urla la verità! Chiede quella purezza soffocata dalla manipolazione; chiede la purezza per quei pensieri che, nutriti con banalità e superficilità, relativismo e fondamentalismo, non riescono più a educare alla libertà.

Venite con me, ma non vi porto accanto al mio Bambino, vostro Dio. Lo avete con voi, sempre, e non lo vedete.
Venite, voglio portarvi a conoscere la nuova creazione, quella in cui la luce e le tenebre non vengono distinte, ma convivono; quella in cui Dio non è l’irrangiungibile, ma il Presente. A Betlemme, pastori e re del ricco Oriente sono uguali nell’adorare lo stesso Dio; la stessa povertà li accoglie e ricevono lo stesso dono: la salvezza, Gesù!
Questa è la nuova creazione! Quella dei puri, dei miti, dei sofferenti, di tutti coloro che oggi, nella vostra società evoluta, sarebbero definiti perdenti, fuori posto, diversamente abili;

  • gente da poco in un mondo che condanna la xenofobia e discrimina sui futuri nati
  • gente inutile per un mondo che sceglie in funzione dell’apparenza e non sa più guardare il cuore
  • gente improduttiva lì dove governa la ricchezza e la povertà non è più maestra

Guardate Betlemme prima di ritornare a guardare le vostre strade; scendete con coraggio in questa povertà, in questo mondo così diversamente ricco, in questa purezza così paradossalmente libera, in questa fragilità onnipotente.
Ora, guardate il Bambino, contemplate il Figlio di Dio, imparate da Lui… altra forza non esiste, altro amore non fa rinascere, altra ricchezza non sfama il cuore.
E adesso, con me, prendetelo tra le braccia, custoditelo con la vostra vita e allontanatevi con lui da questa grotta. Andate nel mondo, ritornate sulle vostre strade affollate, e non voltatevi, la nostalgia vi rallenterebbe… andate, portate lui e non stupitevi quando scoprirete di essere portati: è la forza di quella ricca povertà, di quella sua umana divinità che ha salvato il mondo. Andate, non tentennate! Andate Lui è l’Emmanuele, questo è il suo nome: Dio con voi!”

E noi scegliamo di andare, cari amici, andare portando Dio per scoprire di essere da Lui portati… Lui, l’Emmanuele! Lui, il Dio sempre con noi! Andiamo, augurando a tutti voi e a ciascuno non un buon Natale di 24 ore, ma il Natale [la nascita] di una vita nuova in Lui.

Tantissimi auguri 

sr.Mariangela, fsp
e tutta la redazione
di Cantalavita

Buona domenica! – Natale del Signore

«Un bambino è nato
per noi, ci è stato
dato un figlio»

Dal libro del profeta Isaia (Is 9,1-6)
NATALE DEL SIGNORE

Ci siamo. Ci siamo preparati, abbiamo percorso il sentiero dell’avvento, abbiamo lasciato che la Parola ci conducesse, che illuminasse questi tempi fragili, questi momenti inquieti, che ci donasse una speranza ora che tutti usano parole forti come crisi, fallimento, sacrifici
Chi ci può veramente salvare?
Gli organismi internazionali, certo, che devono trovare il modo di uscire fuori dalla dittatura dei mercati, dalla follia di un’economia che condiziona le nostre scelte, dall’ineluttabilità di un capitalismo senza freni, senza regole, senza misura.
Ma quella salvezza non ci è sufficiente; necessaria, certo, per vivere dignitosamente del frutto del nostro ingegno e del nostro lavoro, ma ben altra è la salvezza di cui abbiamo bisogno.
Cesare Augusto, grazie alla sua abile politica, inaugurò l’epoca d’oro della pax romana e la sua venuta fu salutata come un segno di abbondanza per tutto l’Impero. Il 23 settembre, data della sua nascita fu festeggiato come l’inizio dell’anno solare. Fu proclamato salvatore di ogni uomo. E proprio sotto il suo Impero, in un oscuro villaggio di pastori, una giovane coppia della Galilea fa nascere il suo primogenito, il Salvatore. Quello vero.

DISINTOSSICARSI
Vorrei tanto che la crisi ci portasse almeno un buon risultato: quello di riportarci all’essenziale, di farci tornare al significato profondo di quello che stiamo vivendo, quello di riprenderci il Natale, svenduto dai cristiani alla fiera dei buoni sentimenti. E senza combattere.
L’atmosfera che circonda il Natale ci emoziona, ed è inevitabile che sia così. Ma è giunto il momento di lasciare che oltre all’emozione sia la teologia a parlare al nostro cuore. Crediamo di sapere tutto degli eventi. Forse bisogna avere il coraggio di azzerare i nostri ricordi, la nostra fantasia, per tornare a quella sera.

ACCADDE CHE
Una giovane coppia giunge a Betlemme
, la città che ha visto nascere il re Davide.
È un censimento ad averli portati laggiù, forse un censimento regionale, un modo che, da sempre, i potenti hanno di manifestare la loro autorità.
La donna aspetta il suo primogenito e viene accolta in casa di qualche parente (inimmaginabile che fossero rifiutati con il senso sacro dell’ospitalità nel mondo orientale!), ma per tutelare il suo pudore partorisce nel retro della casa, normalmente costituita da un unico vano, là dove si custodivano gli animali di piccola taglia e le derrate alimentari, la cassaforte di ogni abitazione.
La scena si sposta all’esterno, da un gruppo di pastori che passano le giornate e le notti, da marzo ad ottobre, nei brulli pascoli della Giudea. Non i pastorelli dei nostri presepi, ma persone poco raccomandabili indurite dal lavoro, che rabbini del tempo paragonano ai pubblicani, considerati bugiardi (non potevano testimoniare ad un processo) e inaffidabili. Loro ricevono l’annuncio: gli sconfitti, i perdenti, i condannati.
Non i sacerdoti di Gerusalemme, tutti presi dal funzionamento del ricostruito tempio per aspettare davvero un messia inopportuno. Non Erode, che ha ottenuto il trono con determinazione e ferocia, e che vede nel Messia un pericoloso concorrente. Non la brava gente di Gerusalemme, tutta presa dalla quotidianità.

ACCESSIBILITA’
La ragazza partorisce, lava il bambino, lo avvolge nelle fasce, lo depone nella mangiatoia. Nessuna lucina misteriosa, nessun prodigio, nessun effetto speciale. Dio nasce come ogni bambino, la salvezza ci giunge nel più banale dei modi. E i pastori cercheranno una mangiatoia per riconoscere il Messia. E gli astronomi una stella. Dio si fa incontrare là dove siamo, parla ai nostri cuori con il linguaggio che conosciamo.
È il nostro sguardo che cambia, è la luce del nostro cuore che sa vedere al di là dell’apparenza. Ecco il nostro Dio: è un neonato con i pugni chiusi e la pelle arrossata, gli occhi che mal sopportano la luce e la piccola bocca che cerca l’acerbo seno della madre. È un bambino impotente, fragile, che va lavato e scaldato, cambiato e baciato, ed è tenuto a contatto della pelle ruvida del padre, Giuseppe, che lascia l’emozione inumidirgli gli occhi per poi tornare alla concretezza di una situazione problematica.
Non dona, chiede, non ha deliri di onnipotenza, ha svestito i panni della regalità, li ha deposti ai piedi della nostra inquieta umanità. Non gli angeli, ma una ragazza inesperta e generosa si occupa di lui.
Vorrei un Dio che mi risolvesse i problemi, non un Dio che me li crea.
Vorrei un Dio potente e forte, non un neonato bisognoso di tutto.
Vorrei un Dio più efficiente, non perdente. Schierato con i forti, non difensore dei deboli. Vorrei qualche effetto speciale, così, per convincermi.
E invece.

BUON NATALE
Che Dio nasca nel mio cuore
, nel tuo, amico lettore. Il Dio vero, non quello dei nostri deliri, delle nostre vane aspirazioni. Il Dio che condivide con i poveri, che salva chi pensa di essere perduto.

(PAOLO CURTAZ)

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GP2 GenerAzioni – Lo stupore!

Lo stupore

Seno di bosco discende
al ritmo di montuose fiumare.
Questo ritmo mi rivela Te,
il Verbo Primordiale.
Com’è stupendo il Tuo silenzio
in tutto ciò che da ogni dove propala
un mondo reale…
che assieme al seno di bosco
scende giù da ogni versante…
tutto ciò che con sé trascina
l’argentata cascata del torrente,
che dal monte cade ritmato,
trasportato dalla propria corrente…
– dove trasportato?

                          Che hai detto, torrente di monte?
                           In che luogo t’incontri con me?
                           Con me che sono altresì perituro
                           come te, siffatto…
                           Ma cosiffatto come te?

(Di fermarmi qui, acconsenti –
consentimi di fermarmi al varco,
ecco uno di questi semplici portenti).
Non si stupisce una fiumara scendente
e silenziosamente discendono i boschi
al ritmo del torrente
– però un umano si meraviglia.
Il varco che un mondo trapassa attraverso l’uomo
è dello stupore la soglia,

(una volta, proprio questo portento fu nominato “Adamo”).
Ed era solo, col suo stupore,

tra le creature senza meraviglia
– per le quali esistere e trascorrere era sufficiente.
L’uomo, con loro, scorreva sull’onda dello stupore!
Meravigliandosi, sempre emergeva
dal maroso che lo trasportava,
come per dire a tutto il mondo:
                              “fermati! – in me hai un porto,
                              in me c’è quel luogo d’incontro
                              col Primordiale Verbo” –
                             “fermati, questo trapasso ha un senso,
                             ha un senso… ha un senso… ha un senso“!

Giovanni Paolo II

Buona domenica! – IV di Avvento (Anno B)

«Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te»

Dal Vangelo di Luca (Lc 1,26 – 38)
IV DOMENICA DI AVVENTO – Anno B

Far nascere Dio. Farlo rinascere.
Lasciare che sia lui a illuminare le nostre vite, le nostre quotidianità, le nostri crisi finanziare previste o meno. Non per fuggire una realtà sempre più tenebrosa, ma per darle un nuovo orizzonte.
Abbiamo già sperimentato una vita basata sull’apparenza, sulla corsa all’immagine e all’apparenza, abbiamo già visto cosa significa sbattersi per potersi permettere l’ultimo marchingegno elettronico, abbiamo già visto come si sta nel paese dei balocchi in cui la volgarità diventa il nuovo linguaggio e il pettegolezzo viene sdoganato e trasformato in virtù, abbiamo visto cosa succede se l’economia diventa la nuova ideologia dominante.
Abbiamo già dato, grazie. Ora ridateci Dio.

IL DIO VERO
Non quello che benedice le nostre battaglie, non quello inalberato sui vessilli di conquista, non quello che protegge le nostre idee. Non il Dio che stabilisce l’autorità costituita, che esalta il dolore, che ci chiede di sopportare con cristiana rassegnazione. Non il Dio delle parate e delle cerimonie, dei miracoli e delle apparizioni, degli uomini straordinari e dei santi strampalati, strani e irraggiungibili.
Il Dio di Gesù. Il Dio bambino. Il Dio inutile.
Quello annunciato da profeti, atteso e riconosciuto con stupore dal Battista, quello che ci raggiunge ogni giorno, che chiede di nascere in ogni uomo.
Manca una settimana al Natale. Un Natale dimesso, gonfio di inquietudini. Un Natale che non sarà ebbro di inutili doni (e chissà che un po’ di austerità non aiuti l’anima), che sarà attento alla spesa per il pranzo, che avrà in sottofondo l’ansia per la mobilità, per la cassa integrazione, per la fine del contratto.
Dio nasce, proprio ora. Proprio qui.

DAVIDE
Come? Quando? Dove?
Maria e Davide, i protagonisti della Parola di oggi, ci danno un preziosa indicazione. La nascita di Dio in noi è, anzitutto, sua iniziativa.
Davide, ormai invecchiato e intristito dalle vicende della vita, vede il suo formidabile Regno percorso da spinte secessioniste. L’erede al trono è stato ucciso dal fratello, a sua volta ucciso durante una battaglia dall’esercito di Davide. Il terzogenito sarà a sua volta ucciso da Bersabea, che vuole mettere sul trono il figlio Salomone. Così accadrà e Davide teme di non vedere più nessun suo discendente a governare su Israele. Decide di costruire un tempio al Dio che lo ha fatto tanto crescere e Natan, profeta di corte, lo ferma: non sarà il re a costruire una casa, ma Dio gli costruirà una discendenza. Così sarà.
Nonostante tutto, dopo l’esilio in Babilonia, la casa di Davide scomparirà, ma sarà un suo discendente, il figlio di Giuseppe di Betlemme, a prendere il suo posto. Jeshua il nazoreo salirà sul trono di Davide. Ma non come si aspetta il grande re.
È sempre Dio che prende l’iniziativa.
È sempre lui che ci viene incontro, che si fa vicino, che nasce in noi.
Mai come ce lo aspetteremmo.

MARIAM LA BELLA
Prendete l’adolescente e acerba ragazzina di Nazareth, ad esempio. Se proprio Dio vuole nascere, perché lo fa in un buco di paese mai citato nella Bibbia, ai margini delle grandi vie di comunicazione, in un posto brullo in cui la gente viveva nelle caverne? Perché con una ragazzina di tredici anni? Perché non a Roma, in casa dell’Imperatore? Perché non oggi, con i satelliti e internet?
Così è Dio. Imprevedibile.
E Maria ci insegna le altre caratteristiche per far nascere Dio nella nostra vita. Non importa cosa facciamo, o se siamo persone straordinarie. Nella quotidianità nasce Dio. Anche se abitiamo in un paesino di provincia poco allettante e poco famoso. Anche se non abbiamo grandi qualità e non riusciremo mai ad emergere dall’anonimato. Anche se non facciamo parte dei vip di questo mondo.
Dio non nasce nelle persone che se lo meritano, e nemmeno nelle persone particolarmente religiose. Dio non nasce se siamo preparati teologicamente.
Dio nasce nei cuori che ancora si sanno stupire, come sanno fare gli adolescenti.
Davide e Maria, appunto.

IL RACCONTO DI LUCA
Luca riprende lo schema delle tante “annunciazioni” presenti nella Bibbia. Poco importa come si siano svolti i fatti: così Luca ce li racconta. E ci stupisce.
Non la moglie dell’imperatore, o il premio Nobel per la medicina, non una donna manager dinamica dei nostri giorni, sceglie Dio, ma la piccola adolescente Mariam (la bella). A lei chiede di diventare la porta d’ingresso per Dio nel mondo.
Cosa direste se domattina vi arrivasse una figlia o una nipote adolescente dicendo: Dio mi ha chiesto di aiutarlo a salvare il mondo? Appunto.
Invece Maria ci sta, ci crede e tutti noi non sappiamo se ridere o scuotere la testa davanti a tanta splendida incoscienza, tutti restiamo basiti (noi, razionali figli di Piero Angela) davanti alla sconcertante semplicità di questo dialogo, davanti all’ardire di una figlia di Sion che parla alla pari con l’Assoluto, che gli chiede spiegazioni e chiarimenti.
Scegliere Nazareth, un paese occupato dall’Impero romano, ai confini della storia, ai margini della geografia del tempo, in un’epoca sprovvista di mezzi di comunicazioni, per incarnarsi, ci rivela ancora una volta la logica di Dio, logica basata sull’essenziale, sul mistero, sulla profezia, sulla verità di sé, sui risultati imprevisti (e sconcertanti).

Una piccola settimana ci separa dal Natale e dal mare di banalità e di sofferenza che porterà ad alcuni. Andiamo a Betlemme, amici, così come siamo: come Davide nella prima lettura che vuole costruire un bel tempio al Dio, anche noi ci sentiremo rispondere: «lasciati fare, non preoccuparti di come hai preparato il tuo avvento, sono io che ti vengo incontro».
Che volete, così è il nostro Dio, lasciamoci incontrare!

(PAOLO CURTAZ)

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Tra note e realtà – Where is the love?

 Cosa c’è di sbagliato nel mondo, mamma?
…Persone che uccidono, persone che muoiono,
bambini feriti e li senti piangere.
Sei capace di mettere in pratica quello che predichi
e di porgere l’altra guancia?
Padre, Padre, Padre, aiutaci mandaci un segno da lassù
perché queste persone mi portano a chiedermi:
Dov’è l’amore?
Davvero non è lo stesso, sempre uguale
I nuovi giorni sono strani, il mondo è matto
Se l’amore e la pace sono così forti
Perché queste parti dell’amore non ci appartengono?
…Con nazioni che sganciano bombe
e gas chimici che riempiono i polmoni dei più piccoli,
con sofferenze progressive, mentre i giovani muoiono giovani?
Allora chiediti se l’amore è davvero sparito…
Dov’è l’amore, forza, voi tutti?
Dov’è la verità, forza, voi tutti?
Dov’è l’amore, voi tutti?
(
Black Eyed Peas, Where is the love? – traduzione italiana-)  

Padre, aiutaci! Mandaci un segno da lassù!
Dov’è l’amore se guerre piccole e grandi sono in corso e non sappiamo il perché?
Dov’è la verità, se tutti la nascondono e la mascherano?
Perché l’equità e la comprensione abitano sempre più lontano dal nostro pianeta?
Father, Father, Father help us!
E’ grido potente e forte che sempre può trovare una risposta. La casa dell’amore, che spesso cerchiamo lontano da noi; la presenza dell’amore che crediamo legata alle scelte dei potenti; la forza dell’amore la cui potenza siamo certi dipenda dai “grandi”… è in noi e dipende da noi.
E’ legata alla nostra debolezza, è intrappolata nella nostra superficialità, rimane invischiata nella nostra omertà. Ci sentiamo troppo soli per agire, troppo stanchi per pensare, troppo pochi per lottare, troppo fragili per credere.
Father, Father, Father help us!
P
adre aiutaci a sentire l’amore nascere nelle nostre scelte. E l’amore diventi la nostra forza, la nostra determinazione, il nostro lottare, il non arrenderci.
Padre aiutaci a esserci in questa storia, a sentirci parte presente di un nuovo modo di pensare, di agire, di volere.
Dov’è l’amore nelle leggi?
Dov’è l’amore nelle famiglie?
Dov’è l’amore nella nostra società?
Dov’è l’amore nella nostra vita?
Ecco sta per nascere, proprio ora: piccolo germoglio nelle nostre mani.
E’ la potenza di Dio che sceglie l’uomo, perché l’uomo possa diventare Dio.
E’ il mistero del Suo farsi carne, perché la carne possa vibrare di infinito.
E’ il mistero di Dio che entra nella storia.
E’ il mistero dell’uomo penetrato dall’eternità.

di suor Mariangela fsp

Guarda il video

GP2 GenerAzioni – Maria!

Madre della Chiesa, e Madre nostra Maria,
raccogliamo nelle nostre mani
quanto un popolo è capace di offrirti;
l’innocenza dei bambini,
la generosità e l’entusiasmo dei giovani,
la sofferenza dei malati,
gli affetti più veri coltivati nelle famiglie,
la fatica dei lavoratori,
le angustie dei disoccupati,
la solitudine degli anziani,
l’angoscia di chi ricerca
il senso vero dell’esistenza,

il pentimento sincero
di chi si è smarrito nel peccato,
i propositi e le speranze
di chi scopre l’amore del Padre,
la fedeltà e la dedizione
di chi spende le proprie energie nell’apostolato e nelle opere di misericordia.

E Tu, o Vergine Santa, fa’ di noi
altrettanti coraggiosi testimoni di Cristo.
Vogliamo che la nostra carità sia autentica,
così da ricondurre alla fede gli increduli,
conquistare i dubbiosi, raggiungere tutti.
Concedi, o Maria, alla comunità civile
di progredire nella solidarietà,
di operare con vivo senso della giustizia,
di crescere sempre nella fraternità.
Aiuta tutti noi ad elevare
gli orizzonti della speranza
fino alle realtà eterne del Cielo.
Vergine Santissima,
noi ci affidiamo a Te
 e Ti invochiamo,
perché ottenga alla Chiesa

di testimoniare in ogni sua scelta il Vangelo,
per far risplendere davanti al mondo
il volto del tuo Figlio e nostro Signore Gesù Cristo.

Giovanni Paolo II

Buona domenica! – III di Avvento (Anno B) – Gaudete

Guarda, o Padre, il tuo popolo, che attende
con fede il Natale del Signore, e fa’ che
giunga a celebrare con rinnovata esultanza
il grande mistero della salvezza.

Colletta
III DOMENICA DI AVVENTO – Anno B – GAUDETE

Sarà un Natale sottotono, dicono gli esperti. Vorrei vedere il contrario!
La crisi economica che sta travolgendo il mondo, complessa a articolata, ma sempre e comunque una nostra creatura, fragilizza le nostre vite, ci rende insicuri. La festa di Natale rappresenta il culmine dello shopping, ma quest’anno dobbiamo fare i conti con gli aumenti dei beni di prima necessità e agiamo tutti con maggiore prudenza.
Quanto attuali risuonano, allora, gli inviti alla fiducia e alla gioia presenti in questa terza domenica di avvento! Il mondo ci dimostra ampiamente i suoi limiti, le false promesse di benessere diffuso e di crescita globale fanno i conti con la dura realtà: ogni progetto, anche il più virtuoso, si confronta con l’egoismo umano, con i pochi che, già ricchi, sono travolti dalla bramosia del potere e della ricchezza, impoverendo gli altri. Dobbiamo trovare delle soluzioni comuni e condivise, certo, ma dobbiamo anzitutto guardare con autenticità alla natura umana e ai suoi limiti.
Solo uno sguardo che sa andare oltre, che volge l’attenzione verso l’altrove può costruire un mondo diverso.
Rimanere nella gioia, allora, significa fare una scelta di campo, schierarsi.
Gioire non è, anzitutto, un’emozione, ma un gesto di volontà. Si può gioire anche nella difficoltà.
Come fanno gli esiliati di Gerusalemme.

RITORNI
Ricordate la prima lettura di domenica scorsa? Quando un nuovo scrittore riprende in mano il libro di Isaia, la profezia si è avverata: sono i persiani, ora, a dominare la scena politica: i babilonesi sono sconfitti e gli ebrei liberati, dopo settant’anni di deportazione. Il rientro a casa è difficile e pieno di pericoli ma, la cosa peggiore, è che a Gerusalemme nessuno più si ricorda di loro. I deportati vengono confinati al margini della città, sull’altura di Sion, le loro terre sono ormai coltivate da altri, ebrei senza scrupoli approfittano della crisi finanziaria (!) per prestare a tassi di usura e un’inattesa carestia porta alle soglie della morte gli scampati. Sopravissuti alla prigionia, ora rischiano di morire di stenti nella città che li ha dimenticati. E Isaia, il cosiddetto terzo Isaia, profetizza e invita tutti alla gioia.
Nel dolore la verità si fa più chiara, scrive uno visionario Dostoevskij, e, a volte, è vero.
Per restare nella gioia occorre fede, una prospettiva diversa.
Se la gioia mi deriva dall’emozione di realizzare un sogno, di possedere un oggetto da sempre desiderato, è fragile e qualunque ostacolo la può distruggere. Se la mia gioia è riposta in Dio, come sono invitati a fare i deportati, posso coltivare la speranza per il futuro.

PREGHIERA
La gioia dell’altrove che mi permette di vivere il dolore presente con fiducia nasce dalla preghiera, afferma Paolo scrivendo ai Tessalonicesi. Un preghiera che non è l’insistente richiesta di risoluzione dei problemi, ma l’abbandono fiducioso in chi può darmi la forza per affrontare ogni notte, ogni dolore.
È possibile prepararsi al Natale nonostante la grande fatica che stiamo sperimentando. È possibile vivere con una gioia che nasce dalla fede ed è nutrita, nello Spirito, dalla preghiera.
Cristo nasce nei nostri cuori, se lo desideriamo. Lo incontriamo vegliando su noi stessi, lasciando che l’interiorità riprenda il suo spazio nelle nostre vite travolte dagli affanni. Ma esiste una condizione, semplice.
Per poter accogliere Dio che nasce, dobbiamo camminare verso l’autenticità.

CHI SEI?
Giovanni
riceve la visita degli inviati del Sinedrio che si interrogano, loro, i detentori del potere a proposito di questo strano personaggio che non si spaventa neppure di fronte alle autorità religiose, che non ne enfatizza il ruolo, che tira diritto per la sua accidentata strada.
«Chi sei?», chiedono. Giovanni è chiaro: lui non è il Cristo.
Potrebbe pensarlo: gli altri lo pensano di lui (bisognosi come siamo di Cristi).
Potrebbe approfittarne, cedere alla più subdola delle tentazioni, quella del delirio di onnipotenza. No, dice Giovanni, lui non si prende per Dio. Anche lui, come i penitenti, ne è disperatamente alla ricerca…
Giovanni ci ammonisce: solo riconoscendo il proprio limite, che è opportunità e non mortificazione, possiamo diventare liberi per accogliere il Dio fragile che nasce. Solo riconoscendo che non abbiamo in noi tutte le risposte, possiamo metterci alla ricerca. Solo entrando nel profondo di noi stessi possiamo trovare la nostra vera identità in Dio.

VOCE
«Chi sei, allora?». Chi siamo, allora?
La logica mondana dice: sei ciò che produci, sei ciò che appari, sei ciò che guadagni, sei ciò che guidi, sei ciò che conti, sei quanto urli. Giovanni sa che non è così, che è illusoria e menzognera questa logica, che, mai, siamo ciò che possediamo o facciamo. Giovanni ha pensato e ha capito, l’attesa spasmodica di un messia hanno creato dentro di lui uno spazio che saprà riconoscerlo e riconoscersi.
«Chi sei, allora?». Un mistico? Un provocatore? Un guru? No, egli è voce.
Voce, voce prestata ad una Parola, voce che amplifica un’idea non sua, voce, che fa riecheggiare un’intuizione di cui anch’egli è debitore.
Poco, vero? O tutto?
Ci immaginiamo sempre di essere dei grandi, di compiere (o scrivere) cose memorabili, di restare nella storia o, perlomeno, nella piccola storia delle persone che amiamo. Dio ci svela cosa siamo in profondità.

Tu, amico lettore, cosa sei? Cosa dici di te stesso?
Forse sei pazienza, o attesa, o sorriso, o perdono, o sogno, o inquietudine.
Contrariamente alla falsa idea del cattolicesimo che mortifica e castra le ambizioni degli uomini (“Se Dio c’è io sono fregato”, pensa Erode), il Vangelo ci svela un Dio che ci aiuta a cogliere la verità di noi stessi.

(PAOLO CURTAZ)

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GP2 GenerAzioni – Non abbiate paura!_2a Parte

Non abbiate paura, forza, coraggio, sono con voi, ho fiducia in voi… 
Tante volte Giovanni Paolo II si è rivolto ai giovani con queste parole, esortandoli con amore a non avere paura di SPALANCARE LE PORTE A CRISTO, a non aver paura  di seguirlo, di metterlo al centro della propria vita, di annunciarlo senza vergogna nelle piazze, tra la gente, nei luoghi del vivere quotidiano!
Non abbiate paura: “di rispondere alla vostra vocazione“.
Non abbiate paura: “del futuro“.
Non abbiate paura: “della sofferenza e della morte“.
Non abbiate paura: “di proclamare il Vangelo“.

NON ABBIATE PAURA DI RISPONDERE ALLA VOSTRA VOCAZIONE!

Non abbiate paura di ritornare incessantemente a Cristo, fonte della Vita! […] Manifestando la sua fiducia, Gesù volge a voi il suo sguardo e vi invita a fare della vostra esistenza qualcosa di buono, facendo fruttificare i talenti che vi ha affidato, per il servizio alla Chiesa e ai vostri fratelli, come pure per l’edificazione di una società più solidale, più giusta e più pacifica.
Cristo vi invita a riporre la vostra speranza in lui e a seguirlo sulla via del matrimonio, del sacerdozio o della vita consacrata.
Nel silenzio del vostro cuore, non abbiate paura di ascoltare il Signore che vi parla!

GIOVANNI PAOLO II
Discorso ai giovani di Rouen, 4 Aprile 2000

NON ABBIATE PAURA DEL FUTURO!

In Cristo voi potete credere nel futuro, anche se non potete distinguerne i contorni.
Voi potete affidarvi al Signore del futuro, e superare così il vostro scoraggiamento di fronte alla grandezza del compito ed al prezzo da pagare. Ai discepoli sgomenti sulla via di Emmaus il Signore disse: «Non era necessario che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?».
Il Signore rivolge queste stesse parole a ciascuno di noi. 
Per questo, non abbiate paura di impegnare le vostre vite nella pace e nella giustizia, perché voi sapete che il Signore è con voi in tutte le vostre vie.

GIOVANNI PAOLO II
Messaggio per la XVIII Giornata Mondiale della Pace

NON ABBIATE PAURA DELLA SOFFERENZA E DELLA MORTE!

Poiché la croce di Cristo è il segno d’amore e di salvezza, non deve sorprenderci che ogni amore autentico richiede sacrificio. Non abbiate paura allora quando l’amore è esigente.
Non abbiate paura quando l’amore richiede sacrificioNon abbiate paura della croce di Cristo.

La croce è l’Albero della Vita.

È sorgente di ogni gioia e di ogni pace.
Era l’unico modo per Gesù di arrivare alla risurrezione e al trionfo.
È l’unico modo per noi di partecipare alla sua vita, ora e sempre.

GIOVANNI PAOLO II
Discorso ai giovani di Auckland, 22 novembre 1986 

NON ABBIATE PAURA DI PROCLAMARE IL VANGELO!

Certamente il messaggio che la Croce comunica non è facile da comprendere nella nostra epoca, in cui il benessere materiale e le comodità sono proposti e ricercati come valori prioritari. Ma voi, cari giovani, non abbiate paura di proclamare, in ogni circostanza il Vangelo della Croce.

Non abbiate paura di andare controcorrente!

GIOVANNI PAOLO II
Omelia, 4 Aprile 2004

Buona domenica! – II di Avvento (Anno B)

Una voce grida:
«Nel deserto preparate la via al Signore,
spianate nella steppa la strada per il nostro Dio»

Dal libro del profeta Isaia (Is 40, 3)
II DOMENICA DI AVVENTO – Anno B

Quando è iniziato tutto?
Sono curiosi, i primi cristiani, soprattutto quelli che abitano lontano da Gerusalemme, dispersi nella Babilonia delle genti. Quando è iniziato tutto?
È Marco a decidere di redigere un racconto.
Non un trattato di teologia, ma un racconto, una narrazione dei fatti, una buona notizia, un vangelo. Giravano già dei vangeli che celebravano le gesta degli imperatori. Grandi gesta gonfiate ad arte, uomini che si prendevano per dio, rubandosi il trono con violenza.
Qui, invece, si parla di un ebreo marginale vissuto ai confini dell’Impero. E Marco racconta, aiutato forse da Pietro il pescatore. Mette in ordine gli eventi.
Perché Cristo possa nascere anche nel cuore di chi lo ascolta.
Siamo qui per questo, dicevamo domenica scorsa, siamo qui a far spazio a Dio nel nostro cuore.

CONSOLAZIONE E STRADE
Non facciamo finta che poi Gesù nasce.
Vogliamo farlo nascere nella nostra vita, continuamente, rinvigorire la sorgente che abita in noi. Riscoprire il volto di Dio che egli ha raccontato.
Un Dio che consola, come dice Isaia, deportato in Babilonia col popolo di Israele. Sono passati quarant’anni dall’incendio della città santa e molti, ormai, si sono integrati nella società babilonese.
Non pensano più ad un ritorno in patria, perché dovrebbero?
Isaia li richiama all’essenziale: per scoprire la consolazione di Dio bisogna costruire una strada, una strada in mezzo al deserto. Babilonia e Gerusalemme erano separate da un deserto sterminato e gli antichi avevano preferito costruire una strada che costeggiasse le montagne, lunga mille chilometri, pur di non affrontare quel deserto. Isaia, invece, chiede al popolo di costruire una strada nuova proprio nel deserto, di osare, di volare in alto.
Vuoi incontrare il Dio di Gesù? Il consolatore?
Non omologarti alla mentalità di questo tempo, non rassegnarti, non adagiarti: costruisci un percorso nella tua vita caotica.
L’incontro con Dio è gratuito, è dono, è gratis. Ma per lasciarci incontrare dobbiamo rimboccarci le maniche, entrare nel deserto, fuggire da Babilonia.

RITARDI
Ma, obbietterà qualcuno, dopo duemila anni di preparazione, dov’è questo Cristo? Il Regno nuovo? La profezia di un mondo diverso sembra essersi persa nei meandri della storia umana!
La stessa cosa la pensavano già le prime comunità e un presbitero del primo secolo scrive una lettera, attribuita a Pietro, in cui fornisce due risposte: i tempi di Dio non sono i nostri tempi e Dio pazienta perché possiamo convertirci.
Costruiamo strade nel deserto, ancora attendiamo Dio, pur facendone già esperienza, in attesa di un ritorno ultimo e definitivo, di una pienezza dei tempi, di una consumazione della storia in cui Dio avrà l’ultima parola. E sarà una buona notizia.

PROFETI
Giovanni ha deciso di dedicare la sua vita ad aiutare gli altri a preparare la strada.
Ha rinunciato alle legittime comodità della vita per andare all’essenziale.
Nel deserto accoglie persone che con un segno forte, un’immersione, vogliono cambiare vita.
Cristo lo incontriamo se ci diamo da fare, se diamo retta ai tanti profeti che ancora camminano accanto a noi e che ci suggeriscono i percorsi dell’interiorità.
Cristo lo incontriamo nei gesti/simbolo, nei sacramenti che, se vissuti con verità e fede, ci riportano a lui.
Che bello sarebbe se in questo tempo di Avvento riuscissimo, con i denti, a ritagliarci qualche micro-spazio per la preghiera! Che bello sarebbe riuscire a non lasciarci travolgere dall’imminente buonismo natalizio che rischia di ridurre l’evento ad una melassa di buone intenzioni e decidessimo di costruire una strada nel deserto delle nostre vite caotiche!
È serio il Natale, è severo, ha a che fare col dramma di un Dio presente e di un uomo assente.
Giovanni ci ricorda nuovamente che è impossibile vivere se non capiamo per quale strana ragione siamo stati messi al mondo. Superata la tentazione dei sempre presenti idoli della nostra vita (immagine di sé, carriera, denaro) che falsamente pretendono di riempire il senso di infinito che ci abita, ci resta un vuoto immenso di senso da colmare, il bisogno assoluto di capire.
Molti, ahimè, vi hanno rinunciato, hanno abdicato a pensare, a vivere, travolti dalla quotidianità.
Dio non si scoraggia e ci raggiunge proprio nella quotidianità, diventando uno di noi.

(PAOLO CURTAZ)


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GP2 GenerAzioni – Avvento!

“L’Avvento mantiene viva l’attesa di Cristo, che verrà a visitarci con la sua salvezza, realizzando appieno il suo Regno di giustizia e di pace.

L’annuale rievocazione della nascita del Messia a Betlemme rinnova nel cuore dei credenti la certezza che Dio tiene fede alle sue promesse.

L’Avvento è, pertanto, potente annuncio di speranza, che tocca in profondità la nostra esperienza personale e comunitaria.

Ogni uomo sogna un mondo più giusto e solidale, dove degne condizioni di vita e una pacifica convivenza rendano armoniose le relazioni tra individui e tra popoli.
Spesso, però, non è così. 
Ostacoli, contrasti e difficoltà di vario genere appesantiscono la nostra esistenza e talora quasi la opprimono. Le forze e il coraggio di impegnarsi per il bene rischiano di cedere al male che sembra a volte avere la meglio. 
E’ specialmente in questi momenti che ci viene in aiuto la speranza.

Il mistero del Natale, che fra pochi giorni rivivremo, ci assicura che Dio è l’Emmanuele  –  Dio con noi.

Per questo non dobbiamo mai sentirci soli.
Egli ci è vicino, si è fatto uno di noi nascendo nel grembo verginale di Maria.
Ha condiviso il nostro pellegrinaggio sulla terra, garantendoci il raggiungimento di quella gioia e pace, a cui aspiriamo dal profondo del nostro essere. […]

Potremmo, dunque, concludere che il senso della speranza cristiana, riproposta dall’Avvento, è quello dell’attesa fiduciosadella disponibilità operosa
dell’apertura gioiosa all’incontro con il Signore
.
A Betlemme Egli è venuto per rimanere con noi, per sempre. 
Alimentiamo, pertanto, questi giorni di immediata preparazione al Natale di Cristo con la luce ed il calore della speranza.

Giovanni Paolo II
Udienza Generale
Mercoledi, 17 Dicembre 2003