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Buona domenica! – III di Avvento (Anno B) – Gaudete

Guarda, o Padre, il tuo popolo, che attende
con fede il Natale del Signore, e fa’ che
giunga a celebrare con rinnovata esultanza
il grande mistero della salvezza.

Colletta
III DOMENICA DI AVVENTO – Anno B – GAUDETE

Sarà un Natale sottotono, dicono gli esperti. Vorrei vedere il contrario!
La crisi economica che sta travolgendo il mondo, complessa a articolata, ma sempre e comunque una nostra creatura, fragilizza le nostre vite, ci rende insicuri. La festa di Natale rappresenta il culmine dello shopping, ma quest’anno dobbiamo fare i conti con gli aumenti dei beni di prima necessità e agiamo tutti con maggiore prudenza.
Quanto attuali risuonano, allora, gli inviti alla fiducia e alla gioia presenti in questa terza domenica di avvento! Il mondo ci dimostra ampiamente i suoi limiti, le false promesse di benessere diffuso e di crescita globale fanno i conti con la dura realtà: ogni progetto, anche il più virtuoso, si confronta con l’egoismo umano, con i pochi che, già ricchi, sono travolti dalla bramosia del potere e della ricchezza, impoverendo gli altri. Dobbiamo trovare delle soluzioni comuni e condivise, certo, ma dobbiamo anzitutto guardare con autenticità alla natura umana e ai suoi limiti.
Solo uno sguardo che sa andare oltre, che volge l’attenzione verso l’altrove può costruire un mondo diverso.
Rimanere nella gioia, allora, significa fare una scelta di campo, schierarsi.
Gioire non è, anzitutto, un’emozione, ma un gesto di volontà. Si può gioire anche nella difficoltà.
Come fanno gli esiliati di Gerusalemme.

RITORNI
Ricordate la prima lettura di domenica scorsa? Quando un nuovo scrittore riprende in mano il libro di Isaia, la profezia si è avverata: sono i persiani, ora, a dominare la scena politica: i babilonesi sono sconfitti e gli ebrei liberati, dopo settant’anni di deportazione. Il rientro a casa è difficile e pieno di pericoli ma, la cosa peggiore, è che a Gerusalemme nessuno più si ricorda di loro. I deportati vengono confinati al margini della città, sull’altura di Sion, le loro terre sono ormai coltivate da altri, ebrei senza scrupoli approfittano della crisi finanziaria (!) per prestare a tassi di usura e un’inattesa carestia porta alle soglie della morte gli scampati. Sopravissuti alla prigionia, ora rischiano di morire di stenti nella città che li ha dimenticati. E Isaia, il cosiddetto terzo Isaia, profetizza e invita tutti alla gioia.
Nel dolore la verità si fa più chiara, scrive uno visionario Dostoevskij, e, a volte, è vero.
Per restare nella gioia occorre fede, una prospettiva diversa.
Se la gioia mi deriva dall’emozione di realizzare un sogno, di possedere un oggetto da sempre desiderato, è fragile e qualunque ostacolo la può distruggere. Se la mia gioia è riposta in Dio, come sono invitati a fare i deportati, posso coltivare la speranza per il futuro.

PREGHIERA
La gioia dell’altrove che mi permette di vivere il dolore presente con fiducia nasce dalla preghiera, afferma Paolo scrivendo ai Tessalonicesi. Un preghiera che non è l’insistente richiesta di risoluzione dei problemi, ma l’abbandono fiducioso in chi può darmi la forza per affrontare ogni notte, ogni dolore.
È possibile prepararsi al Natale nonostante la grande fatica che stiamo sperimentando. È possibile vivere con una gioia che nasce dalla fede ed è nutrita, nello Spirito, dalla preghiera.
Cristo nasce nei nostri cuori, se lo desideriamo. Lo incontriamo vegliando su noi stessi, lasciando che l’interiorità riprenda il suo spazio nelle nostre vite travolte dagli affanni. Ma esiste una condizione, semplice.
Per poter accogliere Dio che nasce, dobbiamo camminare verso l’autenticità.

CHI SEI?
Giovanni
riceve la visita degli inviati del Sinedrio che si interrogano, loro, i detentori del potere a proposito di questo strano personaggio che non si spaventa neppure di fronte alle autorità religiose, che non ne enfatizza il ruolo, che tira diritto per la sua accidentata strada.
«Chi sei?», chiedono. Giovanni è chiaro: lui non è il Cristo.
Potrebbe pensarlo: gli altri lo pensano di lui (bisognosi come siamo di Cristi).
Potrebbe approfittarne, cedere alla più subdola delle tentazioni, quella del delirio di onnipotenza. No, dice Giovanni, lui non si prende per Dio. Anche lui, come i penitenti, ne è disperatamente alla ricerca…
Giovanni ci ammonisce: solo riconoscendo il proprio limite, che è opportunità e non mortificazione, possiamo diventare liberi per accogliere il Dio fragile che nasce. Solo riconoscendo che non abbiamo in noi tutte le risposte, possiamo metterci alla ricerca. Solo entrando nel profondo di noi stessi possiamo trovare la nostra vera identità in Dio.

VOCE
«Chi sei, allora?». Chi siamo, allora?
La logica mondana dice: sei ciò che produci, sei ciò che appari, sei ciò che guadagni, sei ciò che guidi, sei ciò che conti, sei quanto urli. Giovanni sa che non è così, che è illusoria e menzognera questa logica, che, mai, siamo ciò che possediamo o facciamo. Giovanni ha pensato e ha capito, l’attesa spasmodica di un messia hanno creato dentro di lui uno spazio che saprà riconoscerlo e riconoscersi.
«Chi sei, allora?». Un mistico? Un provocatore? Un guru? No, egli è voce.
Voce, voce prestata ad una Parola, voce che amplifica un’idea non sua, voce, che fa riecheggiare un’intuizione di cui anch’egli è debitore.
Poco, vero? O tutto?
Ci immaginiamo sempre di essere dei grandi, di compiere (o scrivere) cose memorabili, di restare nella storia o, perlomeno, nella piccola storia delle persone che amiamo. Dio ci svela cosa siamo in profondità.

Tu, amico lettore, cosa sei? Cosa dici di te stesso?
Forse sei pazienza, o attesa, o sorriso, o perdono, o sogno, o inquietudine.
Contrariamente alla falsa idea del cattolicesimo che mortifica e castra le ambizioni degli uomini (“Se Dio c’è io sono fregato”, pensa Erode), il Vangelo ci svela un Dio che ci aiuta a cogliere la verità di noi stessi.

(PAOLO CURTAZ)

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Buona domenica! – II di Avvento (Anno B)

Una voce grida:
«Nel deserto preparate la via al Signore,
spianate nella steppa la strada per il nostro Dio»

Dal libro del profeta Isaia (Is 40, 3)
II DOMENICA DI AVVENTO – Anno B

Quando è iniziato tutto?
Sono curiosi, i primi cristiani, soprattutto quelli che abitano lontano da Gerusalemme, dispersi nella Babilonia delle genti. Quando è iniziato tutto?
È Marco a decidere di redigere un racconto.
Non un trattato di teologia, ma un racconto, una narrazione dei fatti, una buona notizia, un vangelo. Giravano già dei vangeli che celebravano le gesta degli imperatori. Grandi gesta gonfiate ad arte, uomini che si prendevano per dio, rubandosi il trono con violenza.
Qui, invece, si parla di un ebreo marginale vissuto ai confini dell’Impero. E Marco racconta, aiutato forse da Pietro il pescatore. Mette in ordine gli eventi.
Perché Cristo possa nascere anche nel cuore di chi lo ascolta.
Siamo qui per questo, dicevamo domenica scorsa, siamo qui a far spazio a Dio nel nostro cuore.

CONSOLAZIONE E STRADE
Non facciamo finta che poi Gesù nasce.
Vogliamo farlo nascere nella nostra vita, continuamente, rinvigorire la sorgente che abita in noi. Riscoprire il volto di Dio che egli ha raccontato.
Un Dio che consola, come dice Isaia, deportato in Babilonia col popolo di Israele. Sono passati quarant’anni dall’incendio della città santa e molti, ormai, si sono integrati nella società babilonese.
Non pensano più ad un ritorno in patria, perché dovrebbero?
Isaia li richiama all’essenziale: per scoprire la consolazione di Dio bisogna costruire una strada, una strada in mezzo al deserto. Babilonia e Gerusalemme erano separate da un deserto sterminato e gli antichi avevano preferito costruire una strada che costeggiasse le montagne, lunga mille chilometri, pur di non affrontare quel deserto. Isaia, invece, chiede al popolo di costruire una strada nuova proprio nel deserto, di osare, di volare in alto.
Vuoi incontrare il Dio di Gesù? Il consolatore?
Non omologarti alla mentalità di questo tempo, non rassegnarti, non adagiarti: costruisci un percorso nella tua vita caotica.
L’incontro con Dio è gratuito, è dono, è gratis. Ma per lasciarci incontrare dobbiamo rimboccarci le maniche, entrare nel deserto, fuggire da Babilonia.

RITARDI
Ma, obbietterà qualcuno, dopo duemila anni di preparazione, dov’è questo Cristo? Il Regno nuovo? La profezia di un mondo diverso sembra essersi persa nei meandri della storia umana!
La stessa cosa la pensavano già le prime comunità e un presbitero del primo secolo scrive una lettera, attribuita a Pietro, in cui fornisce due risposte: i tempi di Dio non sono i nostri tempi e Dio pazienta perché possiamo convertirci.
Costruiamo strade nel deserto, ancora attendiamo Dio, pur facendone già esperienza, in attesa di un ritorno ultimo e definitivo, di una pienezza dei tempi, di una consumazione della storia in cui Dio avrà l’ultima parola. E sarà una buona notizia.

PROFETI
Giovanni ha deciso di dedicare la sua vita ad aiutare gli altri a preparare la strada.
Ha rinunciato alle legittime comodità della vita per andare all’essenziale.
Nel deserto accoglie persone che con un segno forte, un’immersione, vogliono cambiare vita.
Cristo lo incontriamo se ci diamo da fare, se diamo retta ai tanti profeti che ancora camminano accanto a noi e che ci suggeriscono i percorsi dell’interiorità.
Cristo lo incontriamo nei gesti/simbolo, nei sacramenti che, se vissuti con verità e fede, ci riportano a lui.
Che bello sarebbe se in questo tempo di Avvento riuscissimo, con i denti, a ritagliarci qualche micro-spazio per la preghiera! Che bello sarebbe riuscire a non lasciarci travolgere dall’imminente buonismo natalizio che rischia di ridurre l’evento ad una melassa di buone intenzioni e decidessimo di costruire una strada nel deserto delle nostre vite caotiche!
È serio il Natale, è severo, ha a che fare col dramma di un Dio presente e di un uomo assente.
Giovanni ci ricorda nuovamente che è impossibile vivere se non capiamo per quale strana ragione siamo stati messi al mondo. Superata la tentazione dei sempre presenti idoli della nostra vita (immagine di sé, carriera, denaro) che falsamente pretendono di riempire il senso di infinito che ci abita, ci resta un vuoto immenso di senso da colmare, il bisogno assoluto di capire.
Molti, ahimè, vi hanno rinunciato, hanno abdicato a pensare, a vivere, travolti dalla quotidianità.
Dio non si scoraggia e ci raggiunge proprio nella quotidianità, diventando uno di noi.

(PAOLO CURTAZ)


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Buona domenica! – I di Avvento (Anno B)

«Perché, Signore,
ci lasci vagare lontano dalle tue vie
e lasci indurire il nostro cuore,
cosi che non ti tema?»

Dal libro del profeta Isaia (Is 63, 17)
I DOMENICA DI AVVENTO – Anno B

Ricominciamo.
Riflettevo, proprio ieri, passeggiando in montagna fra i larici ingialliti e la neve a poche decine di metri sopra di me, su quanti Natali ho preparato e vissuto in questa mia vita movimentata. E sono ancora qui, non a far finta che Gesù nasca, – egli è nato, è vissuto, è morto ed è risorto – ma per lasciarlo ancora nascere nella mia vita.
Fra la sua venuta e il suo ritorno ci sono io, ci siamo noi, in questo tempo.
Ogni anno ripercorriamo la storia della salvezza, ogni volta ascoltiamo gli stessi vangeli, torniamo allo stesso punto ma, come una spirale, ad un livello più profondo.
Speriamo.
Le ragioni per essere scoraggiati sono molte; la crisi economica, le difficoltà politiche, il crescente clima di rissosità, la Chiesa che sembra faticare a rilanciare la fede, schiacciata all’angolo da troppe paure e da qualche incoerenza di troppo.
Fatichiamo, poche storie.
Abbiamo bisogno di un redentore.

L’asciutta parabola con cui iniziamo la conoscenza di Marco ci spalanca un mondo.
Gesù viene a visitarci nella notte, in maniera nascosta. Possiamo fare esperienza di lui, ma diversamente da come lo hanno conosciuto i discepoli. La notte, allora, rappresenta la fatica della ricerca, la tensione ideale, la scoperta del mondo della preghiera, del mondo interiore, della spiritualità.
Anche noi possiamo incontrare nella notte il Signore.
Possiamo incontrare il Signore, come Abramo, rientrando in noi stessi, mettendoci in cammino per scoprire chi siamo. Anche a noi il Dio misterioso dice, come ad Abramo, leck leckà, vai a te stesso.
Se dedichiamo del tempo a nutrire l’interiorità diventiamo capaci di intravvedere la presenza di Dio nel quotidiano.
Possiamo incontrare il Maestro negli eventi di liberazione, quando, nella conversione, ci scopriamo capaci di non essere vittime delle nostre paure, delle nostre incoerenze, delle nostre fragilità. Alcuni, dopo una forte esperienza interiore, spalancano il loro cuore alla bellezza di Dio e si convertono, percependo un senso di liberazione dalla paura e dal dolore, dal peccato e dalla tenebra. È l’inizio di un cammino che, attraversando il deserto, ci porta al monte dell’Alleanza.
Siamo qui per darci un mese di sveglia interiore, per far nascere (ancora e ancora) Dio in noi.
È già nato, ovvio, altrimenti non stareste leggendo
queste parole anarchiche di vangelo.
È già nato, ovvio, se avete deciso di ribellarvi ad una fede esteriore e tiepida.
È già nato, ovvio, se avete deciso di mettervi a cercare Dio.

Quello che possiamo fare è stare svegli, non lasciarci travolgere dalla follia quotidiana della vita, ribellarci al pensiero dominante per vivere la nostra interiorità come dei cercatori di Dio. Iniziano il tempo della resistenza, dell’interiorità, della preghiera, della speranza.

Se Dio diventa uomo, ancora non si è stancato di noi.
Se Dio diventa uomo, allora l’uomo può imparare da Lui a diventare tutto uomo.
Se Dio diventa uomo, la vita merita Dio, e deve essere splendida, se solo la capissimo!

Dai, facciamolo bene questa volta, seguiamo sul serio la provocazione della Parola.
Aspettiamo Dio.

(PAOLO CURTAZ)

…e, per finire:
Diverse ottiche

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Buona domenica!


«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello»

Dal vangelo di Matteo (Mt 18, 15-20)
XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO  Anno A

Non è facile vivere da discepoli in questi nostri tempi oscuri. In una società formalmente cristiana a prevalere e ad orientare le scelte non sono i valori che derivano dal vangelo ma una mentalità egoistica e piccina. Per accorgersene è sufficiente paragonare il sentire comune con le parole di Gesù. E vedrete quanto siamo distanti dal Vangelo!
Alcuni penseranno che, almeno riguardo al peccato, noi cattolici siamo molto preparati. Abbiamo passato secoli a vedere il peccato ovunque, lo abbiamo analizzato, studiato, sezionato, come si può dire che non conosciamo a fondo il peccato? Anzi, molti, ancora oggi, identificato il cristianesimo come una religione morale, che ci dice cosa è il bene e cosa è il male e la Chiesa come un’autorevole istituzione che ha il principale il compito, in questi tempi confusi, di ribadire cosa è peccato.
Questa è una visione semplicistica che rischia, come di fatto è successo, di produrre un effetto elastico: tanto più ci si è concentrati sul peccato nel passato, quanto più oggi nessuno considera peccaminose le proprie azioni.
Una società non educata alla libertà diventa una società anarchica, che rivendica la libertà di provare ogni emozione, che fa diventare la coscienza del singolo l’unico metro di giudizio. Oggi, ad essere onesti, per sentirsi veramente colpevoli bisogna essere almeno serial-killer! Tutto il resto: l’egoismo, la corruzione, il pettegolezzo, la violenza verbale, la calunnia, la pornografia, sono manifestazioni della libertà personale. Molti ancora pensano che un atto sia peccaminoso perché così Dio ha stabilito. Sbagliato: nella Bibbia si dice che un peccato è male perché fa del male. Dio non punisce il peccatore: il peccato ci punisce, facendoci precipitare in un abisso di falsa felicità. Ma, certo, per vedere le ombre occorre che ci si esponga alla luce della Parola. Nel cuore dell’uomo alberga la falsa idea di un Dio che punisce, che giudica, che controlla. Gesù è venuto a liberarci da questa immagine demoniaca di Dio raccontandoci il volto di un Padre che desidera fortemente il perdono. Perdono che è dono gratuito, possibilità offerta, occasione di rinascita. E il discepolo condivide questo perdono. Perdono che, nella miope prospettiva odierna, è visto come una debolezza.
Quanto è difficile perdonare! Ci vuole del tempo, una forte fede, una profonda conversione per perdonare chi mi ha fatto del male! Quanto, in televisione, vedo un giornalista (idiota) che si avvicina al famigliare di una vittima chiedendo se perdona l’assassino del figlio mi sento salire la rabbia: è una cosa seria il perdono! Ci vuole tempo e pazienza per costruirlo, non è un’emozione buonista, ma una adulta scelta sanguinante! È possibile perdonare, dice il Vangelo.
Se noi, discepoli del Misericordioso, non sappiamo avere misericordia, chi mai ne sarà capace? Il criterio del Vangelo è pieno di amorevole buon senso: ti voglio bene al punto che, dopo aver pregato, ti chiedo di interrogarti sui tuoi atteggiamenti. La franchezza evangelica è un modo concreto di amare, di essere solidali, anche con durezza, come ha fatto Gesù con la Cananea e con Pietro.
Nelle nostre comunità abbiamo bisogno di scoprire questo modo concreto di intervenire, di prendere a cuore il destino dei fratelli, senza nasconderci dietro un ipotetico rispetto che non ci interpella e lascia il fratello nella propria inquietudine. Non è ciò che Dio chiede ai suoi discepoli: essere profeti di un modo diverso di amare e di perdonare? Se davvero il Rabbì ci ha cambiato la vita, ha cambiato anche il modo di vedere gli altri e di occuparmi degli altri. Proviamo?

(PAOLO CURTAZ)


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Buona domenica! – Santi Pietro e Paolo Apostoli

Sono questi i santi apostoli che nella vita terrena
hanno fecondato con il loro sangue la Chiesa:
hanno bevuto il calice del Signore,
e sono diventati gli amici di Dio.

Antifona d’ingresso
SOLENNITA’ DEI SANTI PIETRO E PAOLO APOSTOLI – Anno A

La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo? La risposta è bella e insieme sbagliata: dicono che sei un profeta, una creatura di fuoco e di luce, come Elia; una creatura di forza e di vento, come il Battista; profeta, voce di Dio e suo respiro.
Ma voi, chi dite che io sia? Gesù è la domanda dentro le nostre risposte facili, è domanda che risveglia, che fa vivere. Dio crea la fede attraverso domande.
Ma voi… La domanda è preceduta da una contrapposizione: ma voi, voi invece, che cosa dite? Voi che mi seguite da anni, voi che mi avete visto sorridere, piangere, respirare, moltiplicare il pane… Come se i Dodici fossero di un altro mondo; come se non dovessero mai omologarsi al sistema.
Pietro risponde: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. E Gesù: su questa pietra edificherò la mia Chiesa. Pietro è roccia per la Chiesa, e per l’uomo, nella misura in cui ripete che Dio si è donato in Cristo, che Cristo, crocifisso, è vivente, che tutti siamo figli nel Figlio.Questa è la fede – roccia, il primato di Pietro che costruisce la Chiesa.
Come Pietro, modello del credente, anch’io sono chiamato a diventare roccia e chiave: roccia che dà appoggio, sicurezza, stabilità al fratello che mi è affidato; chiave che apre le porte belle di Dio, di un Regno dove la vita fiorisce. Come Pietro anch’io sono chiamato a legare e a sciogliere, a creare cioè nella mia storia strutture di riconciliazione, di prossimità.
Ma tu, chi dici che io sia? Io capisco di Cristo solo ciò che vivo di Cristo. La vita non sta in ciò che dico della vita, ma in ciò che vivo della vita. Cristo non è uno che devo capire, ma uno che mi attrae; non uno che interpreto, ma uno che mi afferra. La croce non ci fu data per capirla, ma per aggrapparci ad essa. «Capire» Gesù, definirlo, può essere anche facile, ma «com­prenderlo» nel senso originario di prendere per me, afferrare, stringere, possedere il suo segreto, è possibile solo se la sua vita mi ha «afferrato» .
Corro perché conquistato, dice Paolo. Corro perché preso, vinto, prigioniero, sedotto da Cristo. La nostra vita non avanza per decreti, ma per una passione. Non per colpi di volontà, ma per attrazione. Io sono cristiano per divina seduzione: io, prigioniero di Cristo ( Ef 4,1), afferrato da Lui, corro per afferrarlo.

(Padre ERMES RONCHI)

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Un’autentica vita cristiana
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NEI MESI DI LUGLIO E AGOSTO
QUESTA RUBRICA SETTIMANALE VERRA’ SOSPESA.
RIPRENDEREMO LA REGOLARE PUBBLICAZIONE
A SETTEMBRE CON L’INIZIO DEL NUOVO ANNO SOCIALE.

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Buona domenica! – Corpus Domini

Poiché vi è un solo pane,
noi siamo, benché molti, un solo corpo:
tutti infatti partecipiamo all’unico pane.

Dalla prima lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi (1Cor 10,16-17)
SS. CORPO E SANGUE DI CRISTO – Anno A

Penso capiti a tutti, quando si va a mangiare in qualche ristorante o pizzeria, di osservare la disposizione dei clienti. Da come sono disposti i tavoli e da come sono sedute le persone, è abbastanza immediato capire i legami che ci sono e il grado di conoscenza reciproca. Se si va dove di solito a mezzogiorno si recano a mangiare, nella pausa pranzo, i lavoratori, può capitare benissimo di vedere persone che mangiano da sole oppure piccoli gruppi di colleghi che si mettono vicino e si scambiano qualche chiacchiera, anche se hanno poco tempo. La sera e nei giorni di festa invece è possibile veder mangiare insieme grossi gruppi. Quando si esce in compagnie numerose si cerca il più possibile di unire i tavoli per far in modo che ci sia un unico punto di aggregazione. E anche se con molta probabilità molti dei commensali del gruppo non riusciranno a parlarsi perché troppo distanti, non si vuole mangiare in tavoli divisi, ma in un unico tavolone, cosa che mette sempre un po’ in crisi i camerieri… E la riuscita di una cena di gruppo (una famiglia, un gruppo di amici…) non è solo nelle cose che si mangiano, ma prima di tutto è nella qualità del gruppo stesso. Anche i piatti più gustosi e raffinati non riescono a fare bella una festa, se il gruppo è diviso e ci sono tensioni e freddezze.
Quando pensiamo all’Eucaristia, ci fermiamo sempre molto sulle parole che Gesù ha pronunciato (“Questo è il mio corpo…”, “Questo è il mio sangue…”) e poca attenzione mettiamo a tutto quello che succede attorno. Per comprendere bene le parole di Gesù sul pane e sul vino, che ancora oggi sono al centro delle nostre celebrazioni domenicali e feriali, non possiamo non tener presente cosa il Signore vuole dai suoi discepoli. Gesù parla di comunione tra i suoi amici. Insegna loro ad essere un corpo solo e a distinguersi dagli altri nella capacità di volersi bene, perdonandosi e sostenendosi nelle difficoltà. Quando pensiamo al Corpo di Cristo e al suo Sangue, non possiamo pensare solo al contenuto del Tabernacolo e al vino dentro il Calice. Questi due elementi sono il segno sacramentale della presenza di Gesù che non si esaurisce li, ma si realizza nel Corpo di Cristo che è la comunità dei cristiani e anche di tutti gli uomini. Sottolineo questo perché tante volte la nostra preoccupazione riguardo la Messa domenicale sembra cadere tutta sul Pane e sul Vino consacrati come Corpo e Sangue di Cristo, mentre poca attenzione viene data al Corpo di Cristo che è la comunità che sta celebrando.
Il Corpo di Cristo prima di tutto è la comunità che celebra il Signore. Come sono attento a venerare il Pane consacrato, così devo porre attenzione al mio fratello e alla mia sorella che ho vicino, o anche al fratello e sorella che non ho vicini fisicamente, ma che come me fanno parte della stessa fede e della stessa umanità, anche se sono dall’altra parte della terra.
Ritornando al paragone con il ristorante, mi chiedo se le nostre Messe non assomiglino più a dei pranzi veloci di lavoro, dove si cerca di mangiare soli e senza troppi legami con chi sta accanto… Come sono le nostre messe? Fast-food individuali e veloci, oppure sono una Cena di famiglia, dove attorno all’unica tavola si celebra la comunione con Dio e tra di noi?

(DON GIOVANNI BERTI)

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Credere
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Buona domenica! – SS. Trinità

Sia benedetto Dio Padre,
e l’unigenito Figlio di Dio,
e lo Spirito Santo:
perché grande è il suo amore per noi.

Antifona d’ingresso
SOLENNITA’ DELLA SS. TRINITA’ – Anno A

Di Dio, spesso, ci facciamo un’idea terribile. Un’idea che scaturisce dal profondo, che mette insieme le nostre paure, il senso di smarrimento che portiamo nel cuore quando affrontiamo le piccole o grandi difficoltà, che rimanda al mistero della vita: perché esistiamo? Chi lo ha deciso? Perché?
Un’idea che, purtroppo, a volte deve fare i conti con i troppi cattolici che rovinano l’immagine di Dio, che ne parlano male, che lo descrivono come un preside iracondo, un vigile intransigente, un despota lunatico ed imprevedibile da tenere a bada. Che brutta idea abbiamo di Dio!
Un Dio che lascia morire di fame i bambini, che non ferma le guerre, che fa ammalare di cancro una giovane madre… Un Dio che non risolve i tanti problemi degli uomini, che li lascia annegare nel mare di difficoltà della nostra contemporaneità. Un Dio da temere, non da amare. Un Dio incomprensibile.
E anche chi crede di non credere si è fatto un’idea di Dio. E proprio perché è un’immagine orribile che, spesso, decide di non credere. Meglio sperare che non ci sia nessuno, piuttosto che avere un Dio assetato di sangue. Esagero?
No, fidatevi. La più difficile conversione da compiere è proprio quella che ci fa passare dal dio piccino che portiamo nel cuore al Dio grandioso che ci rivela la Bibbia. E non basta essere cattolici devoti per credere nel vero Dio. Ci voleva una domenica di riflessione da dedicare al volto di Dio che Gesù ci ha raccontato.
Questa domenica, la domenica della Trinità.
Nel bellissimo brano di oggi troviamo l’incontro fra Dio e Mosè. È il racconto della consegna delle parole, che troviamo almeno due volte nell’Esodo. Prima di consegnare le parole, Dio si presenta: è il fedele, il misericordioso, il pietoso, lento all’ira e ricco di grazia.
Paolo, scrivendo ai Corinti, testimonia la progressiva comprensione del mistero di Gesù che le prime comunità stanno compiendo.
Gesù non è soltanto un grande profeta, e nemmeno solo il messia, egli è il Figlio stesso di Dio. E, essendo il Figlio, svela chi è Dio in profondità, un mistero di comunione, un Padre/Madre che ama un figlio e questo amore si personifica nello Spirito Santo. La Trinità non è un’inutile complicazione inventata dai primi cristiani (nel paese più monoteista della Storia, complimenti!), ma la progressiva comprensione di una grande verità.
Dio è famiglia, festa, comunicazione, comunione, danza. E questa unione senza confusione è talmente realizzata, che noi, guardando da fuori, vediamo un unico Dio.
Siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio.
L’immagine c’è già, la somiglianza la dobbiamo creare giorno per giorno, guardando a Dio ed imitandolo. Un Dio misericordioso che offre possibilità. Un Dio comunione che ci rivela che l’egoismo contraddice la nostra natura profonda. Un Dio che desidera e opera la salvezza per ogni uomo, senza distinguere amici e nemici. Un Dio così bello che ci rende veri.

(PAOLO CURTAZ)

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Grandezza e piccolezza
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Buona domenica! – Pentecoste

«Vieni Santo Spirito…
invadi nell’intimo il cuore dei tuoi fedeli»

Dalla Sequenza di Pentecoste
DOMENICA DI PENTECOSTE – Anno A

Pentecoste! Lo Spirito promesso dal Maestro abbatte le porte, risveglia gli animi, scuote nel profondo le vite dei dodici e della sua assonnata Chiesa. Pentecoste! Il fuoco della Parola incendia i cuori, il Vangelo contagia le nazioni.
Vieni, tenerezza di Dio!

Lo Spirito è vento, di cui non sai la provenienza e la destinazione; impalpabile, raggiunge tutti gli spazi, si insinua ovunque, non conosce ostacoli. Lo Spirito è colui che può raggiungere il nostro “io” più profondo, la nostra vita più intima e segreta. Il vento scuote, smuove, inquieta. Abbiamo bisogno dello Spirito quando, come gli apostoli, siamo chiusi nelle nostre paure, a porte blindate, e non ci fidiamo del Signore. Lo Spirito ci scalza, ci mette continuamente in strada, ci smuove dalle nostre pseudo-sicurezze. Lo Spirito è fuoco, passione, emozione, coinvolgimento. Quando abbiamo la percezione quasi fisica della presenza di Gesù è lui, lo Spirito, che sta scaldando il nostro cuore! Non per niente Gesù lo definisce il “Consolatore”, colui che (ci) fa compagnia. Se viviamo una fede troppo intellettuale, troppo legata al ragionamento senza lasciar spazio al coinvolgimento, è dello Spirito che abbiamo bisogno…
Infine lo Spirito è Parola. Parola che fa comunione, che lega, che inventa la Chiesa, che costruisce, che rende testimoni e dà coraggio. Invochiamo lo Spirito quando facciamo fatica a rendere testimonianza al Signore, quando ci vergogniamo un po’ della nostra fede cristiana.
Anche a costo di sembrare un po’ euforici, vogliamo rendere testimonianza con gioia della presenza del Signore Gesù: vieni Spirito Santo!

(PAOLO CURTAZ)

 

Buona domenica!

«Uomini di Galilea,
perché state a guardare il cielo?»

Dagli Atti degli Apostoli (At 1,1-11)
ASCENSIONE DEL SIGNORE – Anno A

Una strana festa, quella dell’Ascensione, ammettiamolo. Come i discepoli, anche noi avremmo optato per un’altra soluzione: perché non immaginare uno staterello governato da Gesù in cui rifugiarsi da questo mondo infausto e rissoso? Questa storia di Gesù che se ne va a me proprio non va giù. E invece. Nei Vangeli la Risurrezione, l’Ascensione e la Pentecoste compongono uno stesso quadro, un identico evento. Gesù, risorgendo, è già presso il Padre e dona lo Spirito. Gesù, che siede alla destra del Padre, non è più vincolato dal tempo e dallo spazio e può dire con verità: io sono con voi per sempre. Benvenuti nella logica di Dio.
Il cuore del racconto è la descrizione di una consegna: gli apostoli ricevono il mandato dell’annuncio da parte del Risorto.
L’Ascensione segna l’inizio del tempo della Chiesa. Uffa.
Sono gli angeli a dare la chiave interpretativa dell’evento: non guardate il cielo, guardate in terra, guardate la concretezza dell’annuncio. I discepoli del Risorto sono chiamati ad annunciarlo, finché egli venga, a renderlo presente. La Chiesa, allora, diventa il luogo dell’incontro privilegiato col Risorto, e assolve il suo compito solo quando rende presente il Vangelo.
Diversamente da Luca, Matteo situa l’addio in Galilea, su di un monte. Monte che rappresenta il luogo dell’esperienza divina: solo chi l’ha incontrato può raccontarlo con credibilità.
E in Galilea: il luogo della frontiera, del meticciato, del confine. Ai tempi di Gesù dare del galileo ad una persona era un insulto! La Galilea, però, è anche il luogo dove tutto è iniziato, il luogo dell’incontro, dell’innamoramento: solo attingendo alle esperienze che ci hanno convertito possiamo annunciare con verità il Signore.
Ecco cosa significa non guardare il cielo: partire dalla povertà della mia parrocchia, dal senso di disagio che provo nel vivere in un paese rissoso e partigiano, dall’impressione di vivere alla fine di un Impero che crolla pesantemente sotto un cumulo di verbosità. Qui siamo chiamati a realizzare il Regno, a rendere presente la speranza. Qui, in questa Chiesa fragile, in un mondo fragile. Ma che Dio ama.
Allora non stupisce il dubbio dei discepoli, che è il nostro. Non è una Chiesa muscolosa quella che annuncia con verità, ma autentica e in conversione. Il dubbio è un atteggiamento fondamentale per il credente, essenziale per la crescita. L’ateo è sommerso dai dubbi, il credente li fugge. All’ateo Gesù si propone come verità. Al credente come l’innovatore. E ci rassicura: non siamo soli, egli è con noi.
È iniziato il tempo della Chiesa, fatta di uomini fragili che hanno fatto esperienza di Dio e lo raccontano nella Galilea delle genti. La smettiamo di lamentarci e ci rimbocchiamo le maniche?

(PAOLO CURTAZ)


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Verità, annuncio e autenticità di vita nell’era digitale
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Buona domenica!

«Pronti sempre a
rispondere
a chiunque vi domandi ragione
della
speranza
che è in voi
»

Dalla prima lettera di San Pietro Apostolo (1Pt 3,15-18)
VI DOMENICA DI PASQUA – Anno A

Viviamo tempi difficili, inutile negarlo. Difficili umanamente, difficili cristianamente. Il futuro è denso di nubi scure e il rischio di vedere sempre e solo il negativo rischia di contagiare anche i cristiani più virtuosi.
Gesù è chiaro: il mondo non lo vede presente, parla di lui come di un grande personaggio del passato, come di un simpatico profeta finito male, come accade a molti profeti; ma i discepoli, afferma il Maestro, continuano a vederlo, lo riconoscono, lo annunciano, lo ascoltano, lo pregano.
Il primo dono che Gesù promette ai discepoli intimoriti è il Paraclito, cioè il soccorritore, l’aiutante, l’intercessore, che ci aiuta a ricordare le parole del Maestro, che ci aiuta a vedere le cose in maniera completa. Di questo abbiamo bisogno, urgente: di un aiuto che ci aiuti a leggere la grande storia e la nostra storia personale alla luce della fede. Le cose che accadono, allora, acquistano una luce diversa, con un orizzonte di riferimento più ampio, una prospettiva di salvezza, di redenzione che Dio realizza in mezzo all’umanità inquieta.
Il soccorso che Dio ci manda è funzionale alla nostra missione: i discepoli che “vedono” Gesù, che si accorgono della sua presenza, sono invitati ad annunciare il nuovo modo di vivere che Dio realizza attraverso la comunità dei salvati, la Chiesa, appunto.
Se è davvero così, allora, la difficoltà diventa straordinaria opportunità, occasione di annuncio, ragione di conversione.
Ne sa qualcosa Filippo che, a causa della persecuzione che si è scatenata contro la primitiva comunità, è fuggito e si ritrova in Samaria, la terra abbandonata, la terra eretica, la sposa infedele che Gesù stesso ha cercato di sedurre e di riconquistare. La fuga diventa luogo per l’annuncio e conversione di nuovi discepoli.
Ad una condizione, come ammonisce Gesù: restare fedeli al comandamento dell’amore, ad ogni costo.
Solo il comandamento dell’amore, in questi tempi, è in grado di perforare la spessa corazza anticristiana e neoclericale che abita la nostra società fintamente cristiana.
Dimorare nell’amore, non scoraggiarsi e approfondire la fede, come suggerisce Pietro. Il nostro cristianesimo occidentale oscilla fra due eccessi ugualmente pericolosi: il ritorno ad un clima di chiusura e di contrapposizione col mondo innalzando inutili barriere nei confronti degli altri ed il rischio di cedere ad un cristianesimo emotivo e popolare, che segue le apparizioni e dimentica il deposito della fede. Davanti alla chiusura e al misticismo semplificato e superstizioso Papa Benedetto propone, come da sempre la Chiesa propone, un’alleanza fra intelligenza e fede, fra conoscenza e spiritualità. Solo con la fatica dello studio, della comprensione dei testi, della preghiera feconda e motivata, della ricerca umile della verità possiamo incrociare le attese dell’uomo contemporaneo alla ricerca di senso. Così, diverremo capaci di rendere ragione della speranza che è in noi.

(PAOLO CURTAZ)


…e per continuare la riflessione puoi scaricare il power-point: Illuminare il mondo

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