RAGAZZI & DINTORNI – Novembre 2010 – Dossier Intelletto

Sondare le profondità del Mistero

di Fausto Negri

Una favola dei fratelli Grimm racconta di una bella ragazza tenuta prigioniera in una torre da una vecchia strega, la quale le ripete continuamente: «Tu mi somigli». Poiché nella torre non vi sono specchi, la ragazza, convinta di essere brutta, non cerca mai di fuggire. Finché, un giorno, passa il principe azzurro. Lei gli getta i lunghi capelli, lo fa salire e, nello specchio degli occhi del principe, vede la propria bellezza. In quel momento è libera!
L’effetto della fede è qualcosa di simile. Il dono della sapienza non ci dà una conoscenza intellettuale di Dio, ma «affettiva». Così il dono dell’intelletto coinvolge non soltanto la mente ma anche il cuore, la volontà, la passione, e persino l’azione. Da questa esperienza, come per l’innamoramento, scaturisce anche un modo nuovo di valutare e di vedere le cose, le relazioni, la vita.
Per gli antichi Ebrei, la sede dell’intelletto non era il cervello ma il cuore, perché uno conosce veramente quando ama: la conoscenza che si raggiunge con il cuore è più profonda di quella fredda e razionale. Soltanto chi ama vede davvero, perché vede le cose dall’interno.
L’«intelletto» indica la capacità di «leggere dentro», cioè di andare oltre le apparenze. È un dono dello Spirito che illumina l’occhio dell’anima, donandole una più estesa e profonda visione delle cose di Dio.
Il dono dell’intelletto aiuta a trovare un accordo tra alti e bassi della vita, senza lasciarsi andare all’euforia nei momenti di bel tempo, ma nemmeno alla depressione quando si sta per toccare il fondo.

L’intelletto è il dono della profondità contro la superficialità, aiuta ad andare al fondo delle cose, a «vedere penetrando», a saper leggere dentro le situazioni e le persone.
L’intelletto non è, quindi, l’intelligenza come la intendiamo noi, non è l’essere bravi nelle materie scolastiche. È, invece, il vedere le cose e valutarle come le vede e le valuta Dio stesso.
Il dono dell’intelletto può essere riferito a:
• la capacità di conoscere se stessi, senza mascherarsi, valorizzando le proprie doti e superando i propri difetti e limiti;
saper riconoscere e capire a fondo il prossimo: ciò che gli altri dicono e ciò che non dicono;
comprendere in profondità la Parola per gustarla e ricavarne nutrimento per la vita.
E’ importante far capire ai ragazzi attraverso la catechesi che l’esistenza non è una facile nuotata di pochi metri, ma una straordinaria navigazione in mare aperto e, per approdare a nuove terre, occorre saggezza, non furbizia.
È saggio chi, nel mare della vita, tiene come punto di riferimento la luce del faro e la stella polare, non chi insegue i bagliori luccicanti di ogni piroscafo che passa.
Si può proporre ai ragazzi di cercare, sia nel loro ambito quotidiano sia nel mondo di personaggi famosi, esperienze di persone semplici e umili, che sono felici di vivere, e di persone ricche e di prestigio che, invece, sono scontente e infelici.
Metterle a confronto, richiedendo o immaginando risposte a domande simili.
Si constaterà come vi siano, forse, individui fisicamente belli, di successo, con soldi, che sono veri disastri. Sciogliendosi il trucco del divo, al di sotto può apparire un vuoto desolante…
Riflettere, poi, con i ragazzi che non vale la pena inseguire facili scorciatoie, ma occorre osare itinerari difficili, evitando ciò che è comodo e diffidando di chi lo propone. È importante tenere dritta la schiena.

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi sul numero di Novembre dell’inserto Ragazzi & Dintorni dossier mensile di Catechisti Parrocchiali.

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Buona domenica!

La fede infatti non è da tutti.
Ma il Signore è fedele:
egli vi confermerà e
vi custodirà dal maligno.

Dalla seconda lettera ai Tessalonicesi (2Ts 2,16-3,5)
XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO -Anno C-

 

La parola a…
Paolo Curtaz

Il Dio di Gesù è il Dio dei viventi, non dei morti.
Io credo nel Dio dei vivi? E io, sono vivo?
Credo nel Dio dei vivi solo se la fede è ricerca, non stanca abitudine, doloroso e irrequieto desiderio, non noioso dovere, slancio e preghiera, non rito e superstizione.
È vivo – Dio – se mi lascio incontrare come Zaccheo, convertire come Paolo, che, dopo il suo incontro con Cristo, ci dice che nulla è più come prima. Credo in un Dio vivo se accolgo la Parola (viva!) che mi sconquassa, m
’interroga, mi dona risposte.
Credo nel Dio dei vivi se ascolto quanti mi parlano (bene) di lui, quanti – per lui – amano.
Un sacco di gente crede al Dio dei vivi e lavora e soffre perché tutti abbiano vita, ovunque siano, chiunque siano. Schiere di testimoni stanno dietro e avanti a noi. Come la madre della prima lettura che incoraggia i figli al martirio piuttosto che abiurare la propria fede, come i tanti (troppi) martiri cristiani di oggi vittime di false ideologie religiose, come chi opera per la pace nel quotidiano e nella fatica.
Sono vivo (lo sono?) se ho imparato ad andare dentro, se non mi lascio ingannare dalle sirene che mi promettono ogni felicità se possiedo, appaio, recito, produco, guadagno, seduco eccetera, se so perdonare, se so cercare, se ho capito che questa vita ha un trucco da scoprire, un
“di più” nascosto nelle pieghe della storia, della mia storia.
Vogliamo anche noi diventare discepoli di un Dio vivo? Vogliamo – finalmente – vivere da vivi?

 

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Parabolando – Per una fede che diventa vita – Zaccheo /1

Napoli: Parabolando… 1° incontro di formazione e spiritualità per giovani

Domenica 17 ottobre è iniziato il cammino annuale di spiritualità e formazione organizzato e animato dalle Figlie di San Paolo per tutti i giovani dai 17 ai 30 anni del centro-sud Italia (vedi nella pagina delle iniziative).
Gli anni passano e i giovani crescono e fanno le loro scelte di vita… sembra una frase banale, e invece, è un’importante e vitale verità che quest’anno abbiamo potuto toccare proprio con mano. Molti dei giovani che in questi anni hanno frequentato i nostri incontri, infatti, superata più o meno la soglia dei 30 anni (e diciamo più o meno perché i cammini di vita e le scelte importanti non arrivano in automatico alla soglia dei 30 anni) hanno iniziato collaborazioni e cammini “paolini” più appropriati alle loro scelte di vita e alla loro età. Tra questi, due dei GEP (Giovani Evangelizzatori Paolini) “storici” , Dalia Mariniello e Claudia Frittelloni, hanno accettato per quest’anno di collaborare, assieme a sr Mariangela Tassielli e a sr Silvia Mattolini, all’animazione degli incontri mensili per i più giovani. Domenica scorsa la nuova equipe è entrata in funzione a pieno ritmo. Come sono andate le cose?

Lasciamo la parola a due giovani partecipanti:

 

C’era una certa eccitazione domenica mattina, quando mi sono svegliata presto, ancora buio, mentre andavo alla stazione, nel viaggio in treno e scendendo le scale della stazione di Salerno per aspettare gli altri… Forse perché non vedevo il gruppo da Maggio, forse perché era il primo incontro di un nuovo anno, o perché sentivo che ci sarebbero state tante tante novità! Fatto sta che scoppiavo di gioia nel rivedere i loro volti con qualche nuova sfumatura e i capelli di qualcuno più lunghi! Nonostante l’incontro sia stato ridimensionato ad un solo giorno invece del consueto weekend (che peccato!), la giornata è stata davvero ricca e intensa! A fine giornata non mi sembrava vero aver vissuto tutte quelle cose.
Abbiamo trattato il brano evangelico dell’incontro tra Gesù e Zaccheo. I canti hanno accompagnato alcuni momenti dell’incontro e si sono trasformati davvero in preghiera, spesso riuscendo ad esprimere pienamente cosa il nostro cuore voleva dire. In più, i momenti di risate e divertimento non sono mancati… dai palloncini ai giochi, al sicomoro che voleva diventare grande “personaggio protagonista”! Leggendo il brano del Vangelo, ho pensato alla meraviglia di Zaccheo nel ricevere Gesù ospite a casa sua! Gesù chiama…  Zaccheo risponde e accoglie! Ognuno mette del suo. Solo così la salvezza può entrare, anzi, “accadere” in casa sua per rimanerci e lui, dapprima peccatore, è subito pronto a pentirsi. Ha sentito su di sé lo sguardo amorevole e la sicurezza, nostra e sua, di essere figli amati da un Padre attento e misericordioso. Una sicurezza calda e “morbida” che ci avvolge come un batuffolo! E mi è venuta in mente una frase che mi piace molto e da tempo non riesco a togliermela dalla testa: “Questa è la vera felicità: amare ed essere amati”. Gli orizzonti di Dio, però, non sono mai limitati; dopo il “sì” che lo accoglie in casa nostra, ci invita a metterci in gioco, a seguire il suo cammino… E così spero di camminare, da GEP 🙂 , lungo “Parabolando – Per una fede che diventa vita”, il viaggio nuovo e sicuramente sorprendente di quest’anno!

Maria Chiara – Campagna (SA)

Il 17 ottobre si è aperto il nuovo percorso annuale di formazione e spiritualità per giovani organizzato dalle Figlie di San Paolo. Il nome? Parabolando.
Il primo incontro tuttavia non si è basato su una parabola, come potrebbe lasciar intendere il ‘titolo’ del percorso, bensì su un altro brano del Vangelo, che però ha molto di simbolico in esso. Si è trattato difatti del diciannovesimo capitolo del Vangelo di Luca, l’incontro tra Gesù e Zaccheo, spunto da cui è partita la nostra riflessione.
Ci siamo subito incentrati su delle domande, che tutti noi ci poniamo, dove mi porta la mia vita?, “Che cosa cerco?”, in breve “Ho uno scopo nella vita?”. A questo quesito abbiamo cercato di dare una risposta: il nostro obiettivo deve essere l’incontro con Gesù. Ed eccoci immedesimati in Zaccheo! Ma non dobbiamo dimenticare che Zaccheo aveva un problema: la statura, che diventava un ostacolo sul suo cammino impedendogli di vedere Gesù tra la folla. Da qui la domanda “abbiamo anche noi degli ostacoli, che non ci permettono di andare avanti?”. Zaccheo per superare il suo limite si è arrampicato su un sicomoro; sicomoro che è diventato così mezzo per superare il suo muro; il quesito che, dunque, ci siamo posti è “Siamo capaci di trovare uno strumento per superare ciò che ci ostacola? Ma, soprattutto, ne abbiamo il coraggio?”.
Tante domande che ci hanno fatto riflettere tanto per il resto del nostro incontro, che come sempre è riuscito a conciliare lo stare insieme e lo stare con il Signore in perfetta armonia! Non potrei dirmi più contenta di come abbiamo trascorso la giornata domenica, in allegria, nella gioia e insieme a Gesù! Questi incontri sono un prezioso dono che è stato condiviso anche con me, perché permettono a me, come a tutti i giovani interessati, di trascorrere del tempo condividendo il proprio universo di fede, ampliandolo e facendo in modo che, oltre ad un rapporto a tu per tu con Dio, la nostra fede sia anche un mezzo di coesione tra di noi!

Chiara – Napoli

 

 

CATECHISTI PARROCCHIALI – Novembre 2010: Cammino di santità nell’amore

Invitati al banchetto della parola e del pane di vita

di Emilio Salvatore

Che cosa ricordiamo la domenica? Perché è festa?
Facciamo festa perché Dio, Padre nostro, ha creato tutte le cose e ha mandato a noi il Figlio suo Gesù.
Facciamo festa perché Gesù è risorto.
Facciamo festa perché lo Spirito Santo riunisce tutti nell’amore. Siamo riuniti nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
In questo articolo si mette a fuoco la domenica, giorno del Signore, e la Messa, al centro di questo giorno.
La Messa, con la Parola e il Pane di vita, si colloca come elemento fondamentale di nutrimento e, quindi, anche della crescita della vita cristiana.
Ogni persona, per sopravvivere, ha bisogno di nutrirsi. Il bambino vede nel cibo un’estensione di sua madre e associa ad esso la sensazione di calore, di sicurezza, di intimità, di amore. Crescendo egli impara a distinguere tra queste due realtà, ma qualcosa di questo legame iniziale tra il nutrimento e l’amore è mantenuto.
Accettare il cibo significa desiderare la vita e riconoscere una fonte di amore. Rifiutarlo significa non amare la vita, rifiutare l’amore materno.
Nella tradizione cristiana Gesù collega il memoriale della sua morte e risurrezione al «pane» e «vino» della cena ebraica. Il credente, sia nella tradizione ebraica sia in quella cristiana, si sente nutrito, sfamato dalla parola di Dio, che è il modo in cui l’unico Dio si manifesta per nutrire e perché essa sia comunicata.
Gesù è la parola di Dio vivente che continua a donarsi come Parola e Pane di vita.
Prima di giungere a questa riflessione sarà opportuno guidare i bambini nella percezione delle caratteristiche del cibo.
Una serie di domande da parte del catechista possono essere il punto di partenza per una riflessione sul cibo, il suo sapore, la sua importanza e sul nostro rapporto con esso, per passare, poi, alla dimensione liturgica e spirituale.
A questo punto si può presentare ai bambini il Vangelo secondo Marco  (4,1-9) o il Vangelo secondo Giovanni (6,48-58).
Il primo brano è costituito dalla parabola del seminatore. In essa Gesù prende in considerazione l’ascolto della Parola e la sua accoglienza nella nostra vita.
È ambientata nel mondo contadino di Nazaret. I protagonisti sono: un seminatore, che esce per compiere il «rito» contadino della semina; il seme che è gettato e, a seconda delle diverse possibilità del terreno, secca o produce frutto in una misura del tutto inaspettata; i quattro terreni, che si rapportano al seme gettato in modo diverso.
Il primo terreno è la strada: il seme cade su di essa e non ha tempo di germogliare poiché gli uccelli del cielo vengono a beccarlo.
Il secondo terreno è quello fra i sassi, dove non c’è molta terra, per cui il seme spunta facilmente, ma non riesce a scendere in profondità e, di conseguenza, all’arrivo del sole è bruciato e secca.
Il terzo terreno è quello fra le spine per cui il seme, quando germoglia, è soffocato e non giunge a maturazione.
Il quarto è il terreno buono in cui il seme ha la possibilità di giungere a maturazione nel tempo necessario.
Questa parabola pone l’accento sull’avventura della Parola che si compiva ieri nei discepoli e oggi in tutti noi, radunati la domenica durante la liturgia. Ogni domenica il Signore semina in noi, prepara per noi il banchetto della Parola.
Nel secondo brano evangelico si tratta del discorso sul Pane di vita, un vero e proprio dialogo, che si sviluppa a partire dall’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci (6,5-15).
Gesù è, infatti, il vero nutrimento, colui che porta a compimento o perfeziona l’immagine della manna; sazia le attese e le ansie delle persone del suo tempo e di ogni tempo. È la mensa eucaristica ad esprimere e attualizzare questo secondo aspetto della donazione di Gesù ai suoi.
Il ragazzo partecipa alla Messa, ma non sempre coglie la connessione tra le diverse parti. La santa Messa è innanzi tutto «Liturgia della Parola» (azione del popolo) e «Liturgia eucaristica» (rendimento di grazie).
Nella Liturgia della Parola Dio ci offre suo Figlio, Parola di vita e noi partecipiamo alla sua mensa.
Ci sono sette portate sulla mensa della Parola:
• Nella prima Lettura, tratta dall’Antico Testamento, ci è offerto il messaggio della Legge, dei profeti o dei sapienti.
• Nel salmo responsoriale il Signore ci dà la sua Parola per lodarlo.
• Nella seconda Lettura, tratta dal Nuovo Testamento, ci è offerto il messaggio degli Apostoli.
• Nel Vangelo ci è offerta la parola di Gesù.
• Nell’omelia la Chiesa (sacerdote o diacono) spezza il pane della Parola per noi.
• Nel Credo, con tutta la Chiesa, diamo il nostro assenso alla Parola ricevuta.
• Nella Preghiera dei fedeli accogliamo e rispondiamo al dono della Parola, chiedendo quello che ci serve per metterla in pratica.
Nella Liturgia Eucaristica Dio ci offre suo Figlio, Pane di vita e noi partecipiamo alla sua mensa.
C’è una sola portata sulla mensa del Pane: noi popolo di Dio presentiamo sull’altare, tavola della famiglia, il pane e il vino, dono della terra e del lavoro umano, segno di quanto il Signore ci ha donato e che noi gli ridoniamo.
Il sacerdote, agendo in nome e nella persona di Gesù, lo offre come segno di amore al Padre e lo riceve come dono di amore per i fratelli. Gesù si fa vero Pane di vita per noi che lo accogliamo e ci cibiamo di lui e dal suo Spirito siamo trasformati nel suo corpo che è la Chiesa.

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi nel numero di Novembre di Catechisti Parrocchiali

Per vedere il sommario di Catechisti Parrocchiali di Novembre 2010 clicca qui

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Avete amato

Siete passati, come scintille, che brillano nella notte scura;
come viandanti avete percorso strade fangose e faticose;
vi siete fermati a guardare volti stanchi,
regalando un sorriso con libertà […]
Avete bussato a tutte le porte quelle dei piccoli e dei forti;
per compiere il bene, tutto quel bene,
che cresce nei solchi duri che,
bagnati dal pianto danno frutti duraturi,
orizzonti infiniti per chi ricerca verità…
Salirò, salirò, fino a raggiungere il cielo
che ora appartiene a voi,
testimoni suoi, testimoni d’amore…

(Avete amato, Cristina Damonte dal cd
C’è ancora amore)

Streghe, fantasmi, demoni, magia nera… ecco cosa ci lascia in eredità la notte tra ottobre e novembre. Colpa della globalizzazione, di un desiderio sempre meno controllato di voler imitare chi abita oltre oceano; colpa forse di un taglio troppo netto e poco lungimirante con la nostra storia, le nostre tradizioni e perché no, con quella fede di cui tutti ci diciamo credenti, ma non praticanti…

Cosa rimane di quel famoso “mese dei morti”? E poi perché essere sempre così lugubri? Sarà casuale che il mese capace di riempire cimiteri di tutto il mondo cristiano, inizi con la celebrazione di “Ognissanti”?

Casuale… poco! Interessante… molto!

Novembre è uno tra i mesi più strani dell’anno e per certi aspetti ha il profumo del passaggio. Qualcuno dice che sia il più triste, eppure inizia con una delle più belle feste della cristianità: la festa della santità.

E perché di santità questi giorni possano colorarsi ho pensato di proporvi la canzone Avete amato”. Cantarla, ascoltarla e, perché no?!, pregarla, mi ha fatto pensare a quello stuolo infinito di santi che ci hanno mostrato il senso vero del vivere e del morire; del donare e del ricevere; del chiedere e dell’offrire.

Ma non voglio prolungarmi oltre. Vi ripropongo una mini-intervista fatta, qualche anno fa, a suor Cristina Damonte, autrice del canto. Le chiesi di donarci alcune preziose chiavi di lettura per penetrare l’universalità di un messaggio – la santità – che trova, nel sì di ciascuno la sua singolarità.

 

Suor Cristina, chi sono i “protagonisti” di cui canti?

Ci sono persone che nella loro quotidianità hanno vissuto la vita come un canto d’amore, permettendo alla vita di esprimersi con passione, con gratuità, con pienezza. Non hanno cercato pubblicità, non hanno calcato le scene di nessun teatro e di nessun pulpito, ma hanno semplicemente creduto all’amore e per questo hanno dato tutto, hanno consumato i loro giorni dando precedenza a coloro che, nel nostro mondo, contano ancora troppo poco. Sono diventati testimoni credibili del Vangelo della bellezza e della tenerezza, manifestando il vero volto di Dio che è un volto di misericordia e di accoglienza senza frontiere.

Il ritornello sembra una sfida: «Salirò sempre più in alto… oltre il tempo, fino a Dio». E’ una sfida per tutti?

Guardare in alto allarga gli orizzonti del nostro cuore, indica il coraggio di chi non si accontenta di piccoli e ristretti traguardi, ma ricerca un oltre. Il verbo salire non è solo un verbo di movimento, indica anche fatica, sudore, ma anche certezza in una meta che non deluderà le nostre attese anzi, diventerà casa eterna per tutti coloro che hanno scelto di condividere i loro giorni nell’amore.

Nei concerti affermi che le tue canzoni nascono dai volti di chi incontri. Vale anche questa volta?

Sì, anche questa canzone mi è stata suggerita dalla gente che ho incontrato in questi anni: è sintesi di tante esistenze donate nella gratuità, nel silenzio, nell’accoglienza del diverso. Fa bene al cuore sapere che anche nel nostro presente, come nel passato e, certamente, nel futuro ci sono e ci saranno persone che si fermano ad ascoltare e a raccogliere i sussulti del cuore umano, che non si vergognano di “perdere tempo” ad aspettare gli ultimi della terra anzi, hanno già intravisto che i perdenti saranno i vincitori, i poveri saranno i veri ricchi, coloro che piangono saranno i dispensatori della vera gioia. Forse per alcuni tutto ciò non è alla moda, o non cambia il mondo, ma personalmente credo che fino a quando ci sarà sulla terra un uomo o una donna capace di soffrire per la vita, ci saranno sempre nuovi mattini capaci di generare figli del cielo.


A suor Cristina il nostro augurio e la nostra preghiera!

A tutti i santi di ieri e di oggi, semplicemente: Grazie!

Suor Mariangela fsp

 

Buona domenica! – speciale Festa dei Santi

Rallegriamoci tutti nel Signore
in questa solennità di tutti i Santi:
con noi gioiscono gli angeli
e lodano il Figlio di Dio

Antifona d’ingresso
SOLENNITA’ DI TUTTI I SANTI

La parola a…
don Giovanni Berti

 
“Beati!. Beati! Beati!”
Con queste nove beatitudini, Gesù inizia un lungo discorso.
Quante volte pensiamo la fede come qualcosa che ci limita, ci ingabbia in regole rigide, e ci immette in una assurda gara di chi è più bravo e di chi sarà premiato e chi condannato. La santità stessa la concepiamo come punto di arrivo per chi è stato nella vita più in gamba e tenace nell’obbedire.
Essere santi ci sembra solo sinonimo di rigore morale assoluto, conversione totale senza ritorno o dubbio e assoluta certezza su Dio e gli insegnamenti della Chiesa. Il canto della montagna di Gesù, ci insegna che la beatitudine è prima di tutto dono di Dio, e non nostro traguardo.

E’ Lui che dona il regno, è Lui che consola e dona misericordia, è Lui che ci chiama figli…
A noi rimane solo di fidarci di questo, e di non pensare che povertà, fatica, dubbio, insuccesso… possano toglierci questo dono. Anzi, il messaggio delle beatitudini ci dice che è proprio nelle situazioni umane più difficili che Dio ci viene incontro.
Un sacerdote mi ha suggerito questa lettura molto interessante della santità: la santità non è un premio finale di “buona condotta”, data solo a quei pochi che la Chiesa ufficialmente proclama. La santità è un “incentivo” iniziale che è dato a tutti. A tutti fin da subito è data la presenza e la forza di Dio. A tutti Dio da’ fiducia, proprio come Gesù ci ha insegnato con la sua storia, quando ha chiamato a sé i discepoli senza prima testarli o chiedendo raccomandazioni. Si è fidato subito di loro, e loro hanno avuto poi tutta la vita per vivere il dono dell’amicizia ricevuta.
Coloro che stanno sugli altari, e che oggi ricordiamo, hanno avuto la capacità di accorgersi e di fidarsi del dono di santità che anch’io ho già ricevuto. Hanno saputo spendere bene nella loro vita, fatta di alti e bassi, di errori e continue conversioni del cuore, il dono di Grazia che viene da Dio, cioè il suo potente amore.

 

…e per riflettere puoi scaricare: Sole e diamanti

 

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