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RAGAZZI & DINTORNI – Maggio 2012 – La fonte è lo Spirito

CHI HA APERTO LA PORTA?

di Cecilia Salizzoni

Come anticipa già il sotto titolo del film, Gifted Hands – Il dono, la storia è quella di Ben Carson, neurochirurgo di fama internazionale al John Hopkins Hospital di Baltimora, il primo a riuscire, negli anni ‘80, in operazioni «impossibili», come l’emisferectomia, la separazione di gemelli siamesi uniti per la testa. Ma, prima di arrivare a dirigere il reparto di neurochirurgia pediatrica a soli 33 anni, Ben Carson è stato un bambino di colore, figlio di una madre giovanissima, abbandonata dal marito con due bimbi piccoli, che viveva facendo pulizie nelle case dei bianchi.
A inizio anni ’60 anche la scuola frequentata da Ben è prevalentemente «bianca» e il ragazzino ha risultati pessimi. È convinto di essere stupido.
Ma la madre una donna intelligente benché analfabeta, guidata da una fede che le permette di fronteggiare le avversità della vita – lo stana dal circolo vizioso della disistima in cui rischia di perdersi come troppi afroamericani che non finiscono le scuole. «Sei un bambino intelligente, il problema è che non sfrutti la tua intelligenza», gli dice. «Se continui a prendere brutti voti finirai a pulire pavimenti in qualche fabbrica: non è la vita che voglio per te. E non la vuole nemmeno Dio». Così riduce a due ore settimanali la tv dei figli, obbligandoli a leggere due libri a settimana, in biblioteca, e a farle il resoconto. Gradualmente la carriera scolastica di Ben cambia fino al punto di ottenere una borsa di studio per Yale.

Ciò che distingue questa storia da un comune film sul «sogno americano», è il fatto che la volontà del singolo, pur essendo fondamentale, da sola non basta; deve agire in accordo con una volontà superiore.
Deve saper riconoscere i doni ricevuti e svilupparli.
A volte questi doni sono nascosti, ma la grazia che li ha dati, li disvela al momento opportuno. A Ben succede durante una predica in chiesa. Ascoltando il racconto del pastore della sua comunità, si accorge improvvisamente di saper fare quello che prima non gli riusciva: immaginare, vedere con gli occhi della mente, «guardare al di là di ciò che vede». La scoperta, per il giovanissimo Ben, ha la portata di un miracolo, e la scoperta successiva, che lo guiderà alla neurochirurgia, è collegata ad essa. Lo dice lui stesso, rispondendo alle domande del primario dell’ospedale dove chiede di fare l’internato:
«Il cervello… è un miracolo. Lei crede nei miracoli? Non molti medici ci credono. Non c’è molta fede tra gli scienziati. Studiamo cartelle cliniche, sezioniamo cadaveri, è tutto molto tangibile, concreto. Ma il fatto è che c’è una marea di cose che non riusciamo a spiegarci. Credo che tutti siamo capaci di compiere miracoli. Quassù ci sono stati concessi doni e capacità incredibili. Guardi Haendel. Come ha potuto comporre Il Messiah in sole tre settimane? Questo è il canale».
Essere canali delle meraviglie che lo Spirito può compiere attraverso di noi, se glielo permettiamo: è la via indicata dal prof. Carson con la sua vita e con i suoi scritti. E la ricetta per avere successo differisce anch’essa dal comune «sogno americano»: non inorgoglirsi, non mettersi al posto di Dio, ma al suo servizio e a servizio degli altri.

Con i ragazzi si può ricostruire il percorso di evoluzione del protagonista, mettendo a fuoco alcuni passaggi più significativi in relazione al tema dello Spirito.
• «Qui dentro hai un mondo intero. Devi solo guardare al di là di ciò che vedi»: cosa intende Sonya Carson con il termine immaginazione? Come è di aiuto a Ben, che cosa gli suggerisce?
• «Qualcuno ha aperto la porta… Sei entrato in un altro mondo, Benjamin!». Il professore, nella scena dell’ossidiana, si riferisce al mondo naturale e al metodo scientifico che permette di conoscerlo andando oltre ciò che si vede a occhio nudo. È possibile estendere il discorso al mondo spirituale? Chi ha aperto la porta a Benjamin?
• «Non ti serve il libro. Ce l’hai già. Dentro di te». Che cosa significa il richiamo della madre e tutta la scena che precede l’esame di chimica in Università?
• Gifted Hands. Il talento del prof. Carson è uno straordinario coordinamento occhi-mani. Da chi viene questo dono e per chi è? Che cosa permette a Ben Carson di portare tanto frutto? In che modo questa storia straordinaria riguarda anche ciascuno di noi?

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PRODURRE FRUTTO NEL «WEB»

di Alessia Cambi

Siamo giunti all’ultima tappa del percorso sui frutti dello Spirito Santo, che ci ha condotti a capire l’importanza di «portare frutto nella nostra vita», da riversare in quella degli altri. Anche cercando di sviluppare le proprie capacità con passione, si porta frutto: i doni che abbiamo, infatti, non sono solo per noi ma ci sono stati dati per metterli a servizio di tutti. Il frutto dello Spirito, che è Amore, è come un diamante preziosissimo, le cui sfaccettature sono: gioia, pace, pazienza, bontà, benevolenza, fedeltà, dominio di sé. L’amore, inteso come carità e altruismo, è un amore illimitato verso le persone: è l’amore che porta al sacrificio, ad amare i nemici e a dare la vita per gli altri come ha fatto Gesù sulla croce. Questo frutto produce in noi la capacità di amare chi non ci è simpatico o che ci perseguita (come i bulli a scuola). È un amore pronto a dare, che ricerca sempre ciò che è buono nell’altro.

Un’attività, utile per comprendere «come amare», potrebbe essere quella di chiedere ai ragazzi: «Chi dobbiamo amare?». Certamente: Dio, noi stessi, il prossimo, il nemico e i fratelli. Successivamente chiedete: «Chi sono e dove trovarli?». Potreste invitarli, divisi in gruppi, a cercare in internet immagini che rappresentino queste persone e immagini e/o fatti che esprimono il come amarle. Se vi è disponibilità e competenza, montate il tutto in una presentazione di powerpoint o in un filmato (usando Windows media player) e, poi, guardate insieme il lavoro finale, magari assegnate un premio al lavoro migliore, da condividere, poi, mettendolo o su YouTube (se è un filmato) o sulla banca dati di http://www.qumran2.net.

Sarebbe importante che i ragazzi assumessero un impegno concreto per mettere in pratica uno di questi frutti. Ad esempio parlando di amore, bontà, pace, benevolenza, gioia si possono trovare nella rete molti siti di volontariato (anche del vostro territorio); case di beneficenza, locali, nazionali o missionarie; molti esempi di vita sia di santi (www.santiebeati.org) sia di persone comuni che dedicano la propria vita agli altri.

E perché non entrare nella pagine web di comunità religiose?
Fondamentale è iniziare a fare esperienza, non solo parlare, in modo da accorgersi dell’azione dello Spirito Santo nel piccolo delle nostre vite.
Lo Spirito Santo è creativo basta solo decidere cosa si vuol fare e gli strumenti, soprattutto quelli multimediali, non mancano. Per la grafica vi consiglio un programma freeware completo, ma leggero: http://www.gimp.org. Per creare tracce audio, abbinarle a immagini e video, per fonts e ritocco, ecc., vi indico un sito dove troverete programmi, divisi per categoria, gratuiti: http://www.programmifree.com. Vi consiglierei, poi, di creare un blog (più semplice da gestire di un sito) del vostro gruppo/comunità dove postare non solo le attività, i progetti, le immagini e i video, ma per fare interagire i vostri ragazzi, permettendo anche ai genitori e ad altri ragazzi di vedere e interagire. Un ottima guida gratuita per fare un blog la trovate in: http://www.masternewmedia.org.

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SEI VAMPIRO
O DONATORE DI SANGUE?

di Fausto Negri

Nel romanzo Quo vadis? un pagano chiede a Pietro appena giunto a Roma: «Atene ci ha donato la sapienza, Roma la potenza; la vostra religione cosa ci offre?». E Pietro risponde: «L’amore!». Una leggenda ebraica racconta che ogni uomo viene al mondo con una piccola fiammella sulla fronte, una stella accesa che gli cammina davanti. Quando due persone si incontrano, le loro due stelle si fondono e si ravvivano, come due ceppi sul fuoco. L’incontro rende luminose le persone. Quando, invece, un uomo per molto tempo è privo di incontri, la sua stella, quella che gli splende in fronte, pian piano si affievolisce, fino a spegnersi.
Il significato della leggenda è chiaro: se un uomo non è amato e non sa amare, sta male: semplicemente, non è persona (termine che deriva da «per-sum», cioè «sono per»).

Amore è una parola di cui oggi si abusa, e forse andrebbe tolta dal vocabolario: essa è, infatti, quasi sempre abbinata a «cuore», a innamoramento, a sdolcinerie. Gesù ne ha dato il significato autentico e ne ha fatto l’unico comando da osservare. Egli ha detto che il sunto di tutte le leggi è «amare Dio con tutta l’anima, con tutta la mente e con tutto il cuore e amare il prossimo come se stessi». Per tre volte Gesù usa il termine «tutto», appellandosi alla totalità. Un amore flebile, saltuario o mediocre non è amore. Il nostro è un Dio geloso, che vuole tutto il nostro essere. Dio, però, non ruba il cuore, ma lo amplifica. L’amore per lui lo riversa su di noi allargando il nostro essere all’infinito. Cristo indica tre direzioni cui va diretto il nostro amore: Ama il Signore, ama il tuo prossimo, ama te stesso.
Ama il Signore. Nel NT la definizione più bella di Dio è di san Giovanni: «Dio è Amore». Quando si mette Dio al primo posto, tutto il resto va a posto. Altrimenti la nostra esistenza è disordinata.
Ama il prossimo tuo. Qui Gesù è esagerato e rivoluzionario: «Non c’è amore più grande di chi dà la vita per i propri amici». Amore è dono gratuito di sé, il volere con tutte le forze, in modo sincero e disinteressato, il bene dell’altro.
Ama te stesso. Accettare te stesso, così come sei, con i tuoi limiti e le tue innegabili capacità, rientra tra i compiti più difficili della tua esistenza. Ma sappi che non puoi amare gli altri e Dio se non hai una sana stima di te. Come puoi amare il Creatore se non ami la sua creatura (cioè te stesso)? Non avere paura delle difficoltà e dei tuoi limiti. Se tutti fossimo perfetti in un mondo perfetto, che noia! Tu sei un’opera d’arte unica, non uno zerbino! Sei come una vigna in cui tutto, dentro, ha potenzialità infinite. Far arrivare la vigna a maturazione è il tuo compito.

Puoi vivere la tua esistenza in due modi: essere «vampiro» o «donatore di sangue». Anche se romanzo e film «Twilight» ha creato il vampiro buono, l’immagine tradizionale è di un essere «necrofilo» che ama tenebre e morte. Il donatore di sangue è «biofilo», ama la vita, fa tutto con passione.
• Il vampiro vive «a rovescio», continua a esistere solo succhiando il sangue altrui: non pensa ad altro che a se stesso, portando pessimismo e tristezza ovunque si trovi.
• Il donatore di sangue, invece, si accorge dei bisogni altrui e provvede. «Accorgersi» è una bellissima parola: deriva da «ad cor» e significa «far salire al cuore», cioè prendere coscienza, scoprire ciò che è sotto gli occhi. Il donatore di sangue scopre di avere attorno a sé altre persone fatte a immagine di Dio, vede la loro unicità ed è pronto a donare qualcosa di sé per la loro felicità.

Amare è anzitutto esserci: l’indifferenza e il menefreghismo sono le più grandi malattie del nostro mondo. Il peggior insulto che si può rivolgere a un essere umano è quello di far finta che neppure esista!
Amare è, poi, esserci con: si tratta di avere una presenza attenta all’altro, discreta, disponibile. Un insieme di tanti gesti e di mille attenzioni.

Lo Spirito Santo è «l’ovvio necessario», spesso dimenticato. Spirito d’Amore che ci dona energia e capacità di donarci. Tra uno che parla e uno che ascolta, chi è più importante? Il terzo, cioè la parola. Tra chi suona e chi balla, chi è più importante? La musica. Tra chi ama e chi è amato, chi è più importante? Ciò che non si vede, cioè l’amore. Lo Spirito – dice S. Agostino – è l’eterno Amore che unisce l’Amante all’Amato. L’Amore che unisce Dio Padre al Figlio è così vero, così «denso», da essere una Persona: lo Spirito.

Un fabbro apprendista, stanco di stare alle dipendenze di altri, un giorno si mise in proprio e aprì bottega. Comprò un mantice, un’incudine, un martello e cominciò a lavorare. Ma invano. La fucina restava inerte, non dava segni di luce. Un vecchio fabbro, a cui il giovane chiese consiglio, gli disse: «Hai tutto quello che ti occorre, fuorché la scintilla!». Lo Spirito è la scintilla che incendia la vita, fa ardere il cuore e fa sentire eternamente amati e capaci di amare.

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RAGAZZI & DINTORNI – Aprile 2012 – Dominio di sé

LA PROFEZIA DELLE RANOCCHIE
Elogio del limite

di Cecilia Salizzoni

Il film che proponiamo, questa volta, è un film di animazione, francese, da leggere in filigrana con i ragazzi delle medie, rapportandolo all’archetipo biblico a cui si ispira.

La profezia delle ranocchie racconta di un nuovo diluvio, tutto umano e contemporaneo, e di una nuova arca che mette in salvo uomini e animali (in realtà un granaio che galleggia grazie a uno pneumatico di trattore riparato e gonfiato a dismisura per vedere se regge la pressione). A bordo, al posto di Noè, c’è un anziano marinaio, Ferdinand, con la moglie Juliette che viene dalle Antille, il figlio adottivo Tom e la figlia dei vicini, Lilì. I quaranta giorni di pioggia che arrivano, contro ogni previsione, a sommergere tutto, sono una catastrofe naturale annunciata dalle rane ai bambini, appena in tempo, per ricoverare gli animali dello zoo dei Lamotte, i genitori di Lilì, partiti per l’Africa in cerca di coccodrilli.
A differenza del racconto biblico, il male – quello che provoca l’ira di Dio, al punto da indurlo a distruggere la sua creazione – non resta fuori dell’arca, vi si imbarca sotto le spoglie di una tartaruga manipolatrice che, salvata dalle acque dai bambini e da Ferdinand, distrugge la convivenza pacifica a bordo. Prima separa Lilì da Tom, poi sobilla gli animali carnivori che faticano a reggere il regime vegetariano imposto dalla coabitazione forzata e non vedono l’ora di tornare a quello originale; prima ancora aveva trasformato i coccodrilli in una truppa d’assalto, con la menzogna che la loro ultima covata fosse stata rubata dal Capitano…
Ci vorranno pazienza, coraggio, buona volontà e amore, per smascherare il disegno di potere della tartaruga ingannatrice, per metterla fuori combattimento prima della catastrofe definitiva e ricondurre tutti a una legge che consenta di vivere in pace nel rispetto di ognuno. Tutti, a bordo, dovranno fare la propria parte perché il bene vinca sul male e la vita esca rinnovata dentro legami che riconoscono l’altro come parte di sé, benché diverso. Al termine dell’avventura, Tom, che rifiutava di chiamare «papà» Ferdinand, con la scusa che era vecchio, potrà finalmente farlo.

L’esperienza dei protagonisti sul barcone improvvisato, sfugge a parametri semplicemente umani che non sono in grado né di prevedere, né di credere al diluvio. Il loro ritorno insperato sembra rispondere alla logica del miracolo, anche se la narrazione lo presenta come una magia, l’unica che riesca a Juliette, al termine della storia, nella festa degli scampati al diluvio: è un miracolo che procede dal basso verso l’alto, come l’ombrello di Juliette, come il fuoco dell’amore che unisce due persone così diverse, Ferdinand e Juliette, testimoni e ministri di una legge che contraddice la legge naturale, dominata dalla violenza.
La «legge del Capitano» afferma che la salvezza passa per un’autolimitazione a vantaggio degli altri esseri viventi, perché «abbiamo bisogno gli uni degli altri». Ciò che richiede è il controllo del desiderio, sia questo un istinto naturale, come il cibarsi di carne, sia una passione divorante, come la vendetta, o il desiderio di giustizia sommaria che infiamma tutti sull’arca, dopo lo smascheramento della tartaruga. Dominare se stessi, in vista di un bene superiore, dato dalla relazione, è quanto tutti apprendono sul barcone. In primis Tom e Lilì che, in seguito alla divisione operata dalla seduzione della tartaruga verso la ragazzina, rischiano la morte (fatto che rimanda a un altro episodio della Bibbia, che precede Noè e riguarda la prima coppia umana).
Alla creazione, al desiderio divino che l’ha mossa, rimanda anche il desiderio di «un figlio di amore » che anima Ferdinand: sulla nuova arca la salvezza si compie, quando questo figlio riconosce « il padre», la sua legge, e ricambia il suo amore.

Al di sotto della superficie, La profezia delle ranocchie offre numerosi spunti di approfondimento.
• La legge del Capitano: in che cosa consiste, cosa chiede, a quale logica risponde, come è affermata, cosa rifiuta di fare?
• La tartaruga e la sua legge: che cosa muove la tartaruga? Cosa vuole ottenere dalla sua vendetta? Come riesce a imporre il suo dominio? Perché gli animali carnivori cadono nella trappola? Menzogna, seduzione e divisione sono i caratteri del male: nella Genesi è rappresentato dal serpente. Anche la tartaruga è raffigurata dai cristiani nei mosaici antichi, perché?
• Il granaio e lo pneumatico riparato: l’espediente per tenere a galla la casa è surreale, ma ha un senso spirituale che riguarda la possibilità di salvezza dell’uomo in un mondo che rischia di affogare nel materialismo che distrugge relazioni e natura. Che cosa suggerisce?
• «Papà»: non è una famiglia formata da legami di sangue quella della storia: quali sono i legami che la rendono così solida e capace di accoglienza? Perché Ferdinand vorrebbe sentirsi chiamare papà da Tom, e quando Tom sarà capace di farlo? Spostandoci sul piano religioso, troviamo una somiglianza nella relazione tra l’uomo e Dio?
• Le ranocchie: fuori dalla metafora metereologica, che cosa annunciano al mondo contemporaneo? Che cosa dovrebbe fare l’uomo per evitare la catastrofe ambientale e umana in senso più ampio?

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RAGAZZI & DINTORNI – Marzo 2012 – Mitezza

NEL NOME DEL PADRE

di Cecilia Salizzoni

Un film per ragazzi dai 14 anni in su, che permette di affrontare sia il tema della mitezza, sia quello del dominio di sé, a seconda che lo si guardi dal punto di vista del protagonista o del padre del protagonista.
Il primo, Gerry Conlon, giovane irlandese di Belfast, negli anni ’70, non ha la più pallida idea di cosa sia il dominio di sé, e non vuole proprio saperne. Lui vuol fare la bella vita e divertirsi, senza pensare alle conseguenze del suo operato. Così a Belfast, dove ruba alla sua stessa gente, incurante della situazione satura di violenza per la guerra civile in corso; così a Londra, dove il padre lo manda per tirarlo fuori dai guai, e dove lui, cercando i paradisi artificiali di sesso e droga, finisce in un vero inferno e vi trascina dentro anche i parenti.
Il padre, Giuseppe Conlon, invece, è l’immagine della mitezza: uno che non si è mai ribellato, ha accettato i limiti imposti agli irlandesi cattolici dagli inglesi protestanti; per amore è rimasto a Belfast, invece di cercar fortuna altrove; ha messo su famiglia e per quella famiglia si è rovinato la salute. «Una vittima che per tutta la vita non ha mai reagito», lo definisce il figlio che lo giudica un perdente e non si immagina di diventare vittima di una «giustizia iniqua», all’interno di una partita politica che ha scelto la via della violenza armata per risolvere un conflitto antico.
Retto da un taglio realistico scabro e dalla forza dell’interpretazione dei protagonistui, il racconto è strutturato come una versione moderna del «figliol prodigo» che, lentamente, matura e impara a riconoscere la statura morale del padre e la forza che lo anima: una forza «debole», capace di cambiare il male in bene, in virtù dell’amore.
Tutto il racconto è teso drammaticamente sulla contrapposizione di forze che si scontrano (libertà e oppressione; giustizia e ingiustizia; debolezza e forza; responsabilità e irresponsabilità) e su due piani che rimandano l’uno all’altro: quello individuale, di Gerry e Giuseppe Conlon, e quello socio-politico del conflitto nord-irlandese.
Dopo la visione del film possiamo analizzare:
• Il conflitto tra padre e figlio è animato da un giudizio di valore emesso dal figlio nei confronti del padre: è «un perdente», uno che si è sempre piegato. In realtà chi si piega in questa vicenda? Perché lo fa? Che cosa gli manca? Quando Gerry diventa «vincente»?
• Come entra in tale struttura tematica l’avvocata, G. Pierce? Cosa la muove? Qual è la sua forza?
• Universalizziamo: anche al tempo di Gesù, la sua terra era oppressa da un impero straniero e gli ebrei attendevano un re potente che li liberasse: quale via abbraccia, invece, il Messia? Come agisce?
• Quali popoli si conoscono che abbiano conquistato la libertà attraverso una lotta nonviolenta? Perché la persona umana è portata ad attribuire valore alla forza fisica e a utilizzare questa invece della forza interiore?
• Rispecchiamoci nel film: in quale personaggio o modello ci identifichiamo? Qual è la nostra opzione circa la forza: siamo deboli o forti? Perché? Come reagiamo all’ingiustizia?

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RAGAZZI & DINTORNI – Marzo 2012 – Mitezza

SEI MACIGNO O SEME?

di Fausto Negri

Se ponessi davanti ai tuoi occhi un grosso macigno e un pugno di semi di grano e ti chiedessi quali dei due è più forte, certamente ti verrebbe spontaneo scegliere, immediatamente, il macigno. Esso è veramente forte di una forza brutale che incute paura: lanciato da un’alta montagna, abbatte tutto ciò che incontra, non si ferma davanti a nessun ostacolo, diventa sempre più potente e veloce: ottiene risultati eclatanti e rapidi. Calma, calma… riflettiamo un poco.

Ricopriamo di terra il macigno. Che succederà? Niente di niente, né oggi, né mai.
Piantiamo in terra, invece, il pugno di semi: attendiamo con pazienza, diamo il tempo necessario, e genereranno qualcosa di molto più grande del macigno, tanto che la grandezza raggiungibile non si può calcolare in partenza! Siamo di fronte a due modalità, due stili di vita, due logiche diverse. Il macigno rappresenta «la forza della forza». Il seme «la forza della debolezza».
Insomma, c’è modo e modo di essere potenti!
Se siamo sinceri, ci accorgiamo che non soltanto il mondo economico, militare, politico, della scienza e dell’informazione privilegia la logica del macigno, ma che anche noi scegliamo ciò che è grande, appariscente e ciò che immediatamente si impone nel segno della forza e del successo. Noi non vogliamo essere «da meno» ed evitiamo ogni forma di debolezza, dando molta importanza a ciò che «ha peso». Il macigno e il seme rappresentano due mondi contrapposti.

L’uno fa molto rumore per essere vincente; l’altro si nasconde per crescere abbondante.
L’uno macina e distrugge chi gli fa ombra e che si frappone al suo cammino; l’altro tende alla luce per crescere e lasciarsi mangiare.
Il macigno, duro e freddo, si impone per la sua grande mole; il seme, diventato biondo campo di grano, attrae per la sua genuina bellezza!
«Tutto questo è molto bello!», dirai, «ma perché scegliere la logica del seme quando è più facile e immediata l’altra possibilità?». La risposta è semplice: perché non può esserci sviluppo di una vita che possa chiamarsi umana, seguendo la logica della pura forza. Nel macigno non può esserci vita felice per il semplice motivo che non c’è neppure vita! La logica del seme richiede di essere grandi dal di dentro. Piccoli, limitati, se vogliamo, ma vivi e amabili.

Stiamo vivendo un periodo di barbarie, in Occidente.
Siamo tutti stanchi di aver a che fare con persone ciniche, furbe, egocentriche. Fra i ragazzi è di moda il bullismo, parola che deriva dall’inglese «bullying», che indica la messa in atto di una serie di prevaricazioni a danno dei coetanei.
Davanti a tali episodi ti consiglio di non far finta di niente: il bullo diventa ancora più forte se trova persone che tacciono e si sottomettono. Occorre non entrare nel suo «gioco», diventando come lui o peggio di lui, ma trovare «comportamenti alternativi», da inventare di volta in volta.
A volte può essere il comunicare il tuo disappunto in modo schietto; altre volte il far finta di niente o il non stare al gioco; altre il chiedere aiuto a chi ha l’autorità di farlo.
Mai come oggi sentiamo il bisogno di rapporti genuini, autentici, veri. Sogniamo sincerità, onestà, gratuità nelle relazioni. Per arrivare a questo occorre diventare miti, togliere le barriere, spezzando il proprio guscio egoistico.

Mitezza e dolcezza d’animo vanno di pari passo. La persona mite è dolce verso gli altri ed è piena di forza. La persona dura, invece, che si è chiusa, è granitica come una pietra: risponde ai primi colpi, ma poi va in pezzi. Chi giudica con durezza, non ha superato i propri difetti e debolezze. Gandhi ha affermato: «Il sole non si adira con i bambini che gli lanciano contro il fango. Essi danneggiano soltanto se stessi».
La mitezza non è vigliaccheria né pura remissività. Essa non rinuncia alla lotta per debolezza, o per paura e rassegnazione; vuole essere come un seme efficace piantato nella storia per la pace e il rispetto di ogni persona. Per fare questo rifiuta la gara distruttiva, l’orgoglio personale e nazionalistico, scegliendo l’assenza di prepotenza, rende il mondo più pacifico e più felice.
La persona mite sa correggere il fratello con dolcezza e bontà: occorre molta forza per essere persone miti!
• Tu senti di essere forte nell’accoglienza, nell’attenzione, nella mitezza verso gli altri?
• Sai aiutare l’altro a migliorarsi, attraverso un dialogo comprensivo e amabile?

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RAGAZZI & DINTORNI – Febbraio 2012 – Fedeltà

COME ALBERI SULLA RIVA DEL FIUME

di Fausto Negri

Un ragazzo sempre indeciso su come doveva agire, chiese al suo maestro spirituale: «Come posso sapere che cosa devo “fare”?». Il maestro lo portò in giardino e, davanti a vari tipi di piante che erano lì cresciute, rispose: «Crescendo, nel posto dove sei, nel momento in cui vivi, con le persone che hai intorno… Come gli alberi!». La vita è come un albero: per crescere ha bisogno di tempo e di durata; solo allora si può radicare.

Viviamo nella società del «tutto e subito». L’impegno prolungato, la durata non sembrano avere un grande indice di gradimento. Oggi si ritiene che nulla duri per sempre. Farsi assorbire troppo profondamente e coinvolgersi emotivamente, prendere impegni di lungo periodo, vincolarsi indissolubilmente con le persone è, per tanti, una cattiva idea. Tutto ciò che oggi fa bene, domani può essere veleno. E, così, molti oggi hanno paura di legarsi con fedeltà a un’altra persona, di dedicarsi con perseveranza a un progetto, perché hanno paura di non poter garantire per sé e per gli altri.
I media ci forniscono questo falso messaggio: c’è un modo semplice e rapido per ottenere tutto ciò che desideriamo; si può perdere dieci chili in una settimana; imparare in poco tempo una lingua straniera; diventare disc-jockey senza fatica; arricchirsi, giocando pochi soldi al momento giusto. Troppe persone si lasciano ingannare da questi specchietti per allodole e adottano una filosofia di vita che spesso li porta alla rovina. Si concentrano, infatti, sull’atto del consumo invece che su quello della produzione, sul piacere immediato piuttosto che sulla soddisfazione a lungo termine.
Siamo, dunque, invitati continuamente a prendere la vita come viene, a frammenti, aspettando che ciascun frammento sia diverso dal precedente.
Cresce la mentalità del disimpegno e della discontinuità, prende forza la cultura dell’adesso e della fretta.

Il termine fedeltà deriva dal latino «fidelis», da «fides», fede. Ha dato origine alla parola «fedele», per indicare il credente esemplare.
La fedeltà è la base delle virtù, perché la virtù è l’essere fedeli alla legge del bene. Essa esclude il tradimento, di qualsiasi genere, e presuppone amore, perché si può essere fedeli soltanto se si ama; implica perseveranza, dal momento che il suo problema è quello di superare il tempo, di sfuggire alla noia, all’abitudine, alle tentazioni esteriori del compromesso, dell’incostanza e della slealtà; non si riferisce solo all’amore coniugale né ai soli tradimenti marito-moglie, ma riguarda qualsiasi ambito di vita. Tutti abbiamo bisogno di persone su cui contare, che ci diano sicurezza e protezione e ciò ci fa bene; è dinamica. La disponibilità a camminare sulla stessa strada con un amico, ad esempio, è la promessa di essere fedele e fidato in tutti i cambiamenti che ci possono essere.
La fedeltà non è quindi immobile, ma viva. Un amico fedele è un dono prezioso.
Non ha bisogno per esprimere la sua amicizia di fare particolari giuramenti. Sa stare vicino, far sentire importanti, cogliere il proprio valore, anche dopo uno sbaglio o una delusione;

L’impegno oggi fa paura. Eppure gli psicologi affermano che l’indecisione costante ha effetti nefasti sulla vita delle persone. Un proverbio dice: «La strada che porta all’inferno è lastricata di buone intenzioni». Se si abbandonano continuamente i propri propositi e progetti, si arriva a non avere più fiducia né in se stessi né nella vita: ci si prepara l’inferno già ora.
La dinamica da proporre ai ragazzi può seguire il seguente schema chiedendo ai ragazzi di verificare nella propria vita:
quali propositi o impegni hanno assunto;
– se sono stati perseguiti, nonostante le difficoltà?
– hanno chiesto consiglio o aiuto a qualcuno?
– quali sentimenti hanno vissuto?
E’ importante ricordare ai ragazzi che non si è obbligati alla riuscita o al successo, ma all’impegno, perché la sola grandezza è provare. Sono persone di rilievo coloro che, alla base della loro esistenza, hanno messo tre requisiti fondamentali:
• l’essere motivati;
• l’aver stabilito alcuni traguardi;
• aver lavorato sodo per raggiungerli.
Si realizza chi si dedica con tenacia a un compito.

Questo e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi sul numero di Febbraio dell’inserto Ragazzi & Dintorni dossier mensile di Catechisti Parrocchiali.

Inoltre  prossimamente ON LINE l’aggiornamento del materiale per il post riservato ai lettori della rubrica Musica di Catechisti Parrocchiali – Febbraio 2012. Per accedere è necessaria la password indicata nell’articolo.

—> TUTTO PASSA, COGLI L’ATTIMO! <—

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RAGAZZI & DINTORNI – Febbraio 2012 – Fedeltà

CARRI DI FUOCO

di Cecilia Salizzoni

Quello che proponiamo, è una «vecchia gloria» degli anni ’80: “Momenti di gloria”. Ambientato agli inizi degli anni Venti in Inghilterra, il film che, più di ogni altro, ha mitizzato lo sport, in realtà coglie il momento di passaggio da una concezione antica alla modernità incipiente: il gioco ginnico che completa la formazione del «gentiluomo» e ne rinsalda l’appartenenza sociale, a fronte dell’agonismo professionista che esalta le doti dell’individuo, disancorandole da un contesto di valori superiori ed esponendole al rischio dello show-business.
Nella tensione conflittuale tra le due concezioni, si pone la questione della fedeltà che darà filo da torcere ai due protagonisti principali realmente vissuti: Harold Abrahams e Eric Liddell.

Il racconto parte dalla morte del primo, prendendo spunto dalla cronaca londinese del 1978, e va a ricostruirne gli esordi sportivi di scattista all’Università di Cambridge che lo porteranno a Parigi, nel 1924, all’VIII Olimpiade e alla medaglia d’oro nei 100 metri piani.
La ricostruzione storica non si ferma ad Abrahams, ma riguarda l’intero ambiente universitario che costituisce l’ossatura dell’atletica nazionale inglese e ne detta lo spirito.
L’esperienza universitaria di Abrahams è contrappuntata in parallelo dalla vicenda dell’altra medaglia d’oro britannica nella corsa, ai giochi parigini, lo scozzese Eric Liddell.

I due protagonisti rappresentano, ciascuno a modo proprio, degli out-sider rispetto alla classe dominante. Abrahams, figlio di un finanziere ebreo di origine lituana, si pone nella condizione di «fuori casta»: l’identità culturale e l’appartenenza sociale costituiscono il suo rovello, e lui si serve dello sport come di un’arma contro la discriminazione strisciante della società britannica razzista d’inizio secolo, ma anche contro il proprio essere ebreo. Per lui, che vive la contraddizione di sentirsi inglese a tutti gli effetti, ma di non sentirsi accettato dall’Inghilterra «cristiana e anglosassone», la questione della fedeltà si pone innanzitutto come fedeltà a se stesso, alla propria dignità e riscatto sociale.
Eric Liddell, invece, porta il discorso su un livello più alto, di fede religiosa. «La più grande ala di Scozia» è nato in Cina da un missionario della Chiesa scozzese, e studia per tornare in Cina da missionario. Correre, per lui, significa sviluppare un talento che Dio gli ha donato; allo stesso tempo, però, rappresenta una tentazione che lo distoglie dall’obiettivo principale. È quanto teme la sorella, alla quale Eric chiede di mandare avanti la missione da sola, per il momento. «Io credo che il Signore mi abbia fatto per uno scopo: la Cina. Però, il Signore mi ha fatto anche veloce e, quando corro, io lo sento compiaciuto. Sento che abbandonare sarebbe come disubbidirgli. Vincere è onorare lui».

La fedeltà è dovuta a se stessi, alla famiglia, agli amici, al Paese, a Dio; ma a volte tali realtà entrano in conflitto, l’interesse o il desiderio personale con quello comunitario, la terra con il cielo. È quanto capita ai due protagonisti del film: qual è il problema personale; come lo risolvono?

Il rigorismo con cui è interpretato il precetto festivo è proprio del calvinismo scozzese, che prende alla lettera il riposo festivo del settimo giorno. Tuttavia, a volte, la «legge» divina richiede cose che non comprendiamo o che sembrano in contrasto con il nostro bene: cosa permette di rimanere fedeli? Cercate alcuni di questi casi nella Bibbia e confrontateli.

Eric Liddell, nel film, oltre che con l’esempio, dà un’indicazione anche con le parole, quando paragona la fede a una gara di corsa: che cosa dice esattamente?


Il comitato olimpico britannico che aveva tentato di dissuaderlo, alla fine riconosce il legame tra la forza atletica e la fede di Liddell, e l’errore di voler separare l’una dall’altra. Il titolo originale del film, Chariots of fire (Carri di fuoco), è ripreso dal poemetto Jerusalem di William Blake (1804), che esprime il suo impegno a servire gli scopi di Dio sulla terra: la Gerusalemme come immagine del regno di Dio da costruire in Inghilterra: che cos’è per voi il regno di Dio? Come potete contribuire per realizzarlo nella vita? Come ha concluso la sua vita il vero Eric Liddell?

Questo e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi sul numero di Febbraio dell’inserto Ragazzi & Dintorni dossier mensile di Catechisti Parrocchiali.

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UNA CASA ACCOGLIENTE

di Alessandra Beltrami

In questo articolo proponiamo un incontro di preghiera per spiegare ai ragazzi il significato della benevolenza.
Al centro della stanza, sul tavolo o su un leggio, porre la Bibbia e, accanto, un cero acceso. Si predispone un cartellone con, al centro, il disegno stilizzato di una casa, e pennarelli colorati. 

Si comincia l’incontro con il canto iniziale La tua dimora (D. Ricci, La tua dimora, Paoline, 2005)

Il catechista può introdurre l’incontro con queste parole: ci siamo riuniti per ringraziare il Padre per il suo amore che si è rivelato in Gesù, è entrato nella nostra vita tramite lo Spirito Santo e agisce in noi, trasformandoci dal di dentro. La benevolenza, la bontà, la benignità sono atteggiamenti del cuore che impariamo da Dio e sperimentiamo come suo dono.
A noi il compito di irraggiare questo amore verso chi ci sta accanto, in un processo di «restituzione» di tutto il bene che abbiamo ricevuto.
Lasciamoci plasmare dalla Parola e contempliamo, negli atteggiamenti indicati da Paolo, il modo di agire di Gesù.

Si procede con l’ascolto della Parola tratta dalla Lettera ai Romani 12,14-21

A questo punto il catechista procede cercando di sottolineare alcuni aspetti importanti: l’Apostolo delle genti ci invita ad essere attenti a chi soffre, a chi è nel bisogno, anche se ci è ostile, perché soltanto l’amore può vincere il male. Seguire Gesù, imitare i suoi gesti di benevolenza ci rende coraggiosi nel donarci e responsabili gli uni degli altri. Si mettono le basi per una costruzione solida e sicura, «la casa sulla roccia» di cui parla Gesù (Mt 7,24-27).

Si continua con un gesto significativo: durante un tempo di silenzio, si invitano i ragazzi a rileggere il brano e a confrontarsi con la Parola. Poi si chiede loro di ricordare un gesto di bontà che hanno ricevuto e per cui desiderano ringraziare il Signore, o un comportamento generoso di cui si sono resi protagonisti nei confronti di qualcuno. Si apre una condivisione, al termine della quale, a turno, i ragazzi completano il disegno della casa, sul cartellone, inserendo: porta d’ingresso, finestre, persone gioiose, a significare il desiderio di apertura agli altri e la volontà di essere dimora accogliente.

Prima della preghiera e del canto finale il catechista può concludere l’incontro con queste parole: la casa e la famiglia sono il luogo dove si impara e si vive il servizio. Dice un antico racconto rabbinico: «Quando compri una casa o la prendi in affitto, fa’ che abbia finestre grandi, a indicare l’apertura della famiglia alla preghiera e agli altri».

Preghiera: Padre nostro

Canto finale: Nella tua presenza (D. Ricci, La tua dimora, Paoline, 2005)

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FILANTROPIA E BENIGNITÀ

di Cecilia Salizzoni

Il film nasce da un’esperienza reale, raccontata dai protagonisti in un libro uscito in America nel 1999 con il titolo The Freedom Writers Diary: How a Teacher and 150 Teens Used Writing to Change Themselves and the World Around Them e cioè «Il diario dei Freedom Writers (scrittori della libertà): come un’insegnante e 150 adolescenti usarono la scrittura per cambiare se stessi e il mondo intorno a loro».
È la storia di Erin Gruwell, insegnante di lettere al suo primo incarico alla «Woodrow Wilson» High School di Long Beach (Los Angeles), nel 1994; un liceo messo a dura prova dal programma di integrazione razziale, seguito agli scontri di Los Angeles del 1992 per la morte di Rodney King.
L’inserimento massiccio di ragazzi di colore con gravi problemi sociali avrebbe compromesso la qualità dell’insegnamento e i risultati scolastici.
Di fatto ciò che la giovane Gruwell trova, entrando in classe, è la riproduzione dei ghetti etnici esterni alla scuola: l’aula come territorio spartito tra ispanici, afro, asiatici, che si guardano in cagnesco,  pronti alla mischia armata e che guardano con odio i bianchi.
Un impatto da shock anafilattico, che dovrebbe far crollare l’idealismo entusiastico della professoressa, che non trova supporto nei colleghi e neppure nel marito.
Invece «la Gruwell» – come la chiamano i ragazzi – tiene la posizione senza lasciarsi intimorire.
Ascolta, si fa carico del punto di vista degli studenti, e rilancia. Ottiene di sovvertire le frontiere non scritte che attraversano la classe; dimostra che sono numerose le cose che accomunano i «diversi»; li mette di fronte all’operato e ai risultati di una «gang» di portata grandemente superiore alle loro, com’è stato il Nazismo e la guerra alle Nazioni, e riesce, così, ad entrare in contatto con questi quattordicenni induriti, che si difendono facendo guerra a tutto e a tutti.
Per farlo, paga di persona, perché la Scuola non intende mettere a repentaglio l’equilibrio precario: rifiuta i libri che «finirebbero distrutti», rifiuta le uscite didattiche. E la Gruwell sopperisce di suo, fa secondi e terzi lavori per pagare libri e uscite, cerca sponsor per organizzare una cena in cui i ragazzi incontrano i sopravvissuti all’Olocausto.
Si scontra con le autorità didattiche, si gioca perfino il matrimonio nell’impresa, perché il marito la ritiene nobile, ma non intende condividerla.
I ragazzi, però, «sentono» quello che fa per loro; sentono il rispetto, un altro tipo di rispetto, un interesse vero per le loro vite. E, per la prima volta, «sentono» il dolore di altri, l’oppressione di altri come loro.
La Gruwell si serve del diario quotidiano, personale e segreto, come strumento per dilatare la sensibilità e sostenere il cammino di cambiamento. Inaspettatamente i ragazzi scrivono e chiedono di essere letti. Arrivano a «tradire» in tribunale la logica della gang, per affermare la verità e la giustizia.
Contro ogni speranza, arriverann al diploma e, perfino, al college.
Ma soprattutto si riconoscono «una famiglia» e la loro aula – la classe 203 – diventa «casa», quella in cui costruire un mondo migliore di quello che è fuori.

Il film è strutturato sulla «visione» contrapposta dei ragazzi e della professoressa, e sul progressivo cambiamento dei ragazzi:
• che idea hanno della città, della scuola, della vita, i ragazzi immigrati di Long Beach? Quale via hanno scelto per ottenere la liberazione? Quale idea di famiglia coltivano? Dove li porta la «guerra tribale» che stanno combattendo?
• Quale via di liberazione propone, invece, Erin Gruwell? Con quali armi combatte la sua battaglia? Quale tipo di famiglia propone ai ragazzi? E soprattutto che cosa la anima? Perché fa quello che fa? Quale prezzo paga?
• In che modo è paragonabile a quello che ci propone Gesù?
• La canzone A dream è ispirata al discorso I have a dream di Martin Luther King: cosa c’entra con questa storia? Che cosa proponeva MLK?
• Nel film Miep Gies afferma: «Io non sono un eroe». Ho fatto quello che dovevo fare perché era la cosa giusta da fare. Noi siamo persone comuni, ma anche una comune casalinga… o un adolescente, possono riuscire ad accendere una piccola luce in una stanza buia. Voi siete eroi tutti i giorni». Che cosa potete fare voi per essere portatori di libertà e di pace?

Abbi fiducia nei tuoi sogni e un giorno,
il tuo arcobaleno sorriderà attraverso te.
Non importa quanto il tuo cuore sia afflitto,
se continui a credere, il sogno che coltivi si avvererà.

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