Noi, ti benediciamo, Padre per averci donato papa Francesco: in lui abbiamo sentito forte la tua misericordia, dalle sue parole e dai suoi gesti ci siamo sentiti raggiunti dalla tua tenerezza.
Noi, ti benediciamo, Padre per aver donato alla tua Chiesa e al mondo, ai popoli e alle nazioni, un nuovo san Francesco, forte nelle parole e profetico nei gesti.
Dal cielo, la sua preghiera ci sostenga e la tua benedizione apra vie nuove alla Chiesa, alla pace, alla vita. Amen.
Per ciò che ci hai donato! Per averci fatto gustare ogni giorno la tenerezza di Dio! Per aver instancabilmente annunciato la sua misericordia! Per aver dato voce agli esclusi! Per aver dato un volto e un nome ai poveri! Per non aver taciuto fino alla fine davanti all’ingiustizia! Per averci fatto vedere anche la fragilità!
Grazie, papa Francesco. Ora siamo noi a contare sulle tue preghiere!
Sì, ne siamo certi: Cristo è davvero risorto. Tu, Re vittorioso, abbi pietà di noi. (dalla Sequenza di Pentecoste)
«Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto». Così Maria di Magdala si rivolge a Pietro e a Giovanni al mattino di Pasqua. Così racconta il suo disorientamento, il suo smarrimento, la sua paura. Quel corpo, pur morto, aveva ancora il potere di essere ricettacolo di speranze, quelle più tacite, quelle di cui più difficilmente si è consapevoli, quelle che, pur profonde, hanno il potere di tenerci in vita e di farci sperare nel nuovo giorno. Quel corpo, ormai sparito, della speranza ha portato via con sé anche l’ultimo anelito.
E allora Maria corre.Corre perché adesso è tutto troppo, troppo per essere sostenuto da soli. È stato difficile vedere il maestro lavare i piedi ai suoi; è stato lacerante vederlo condannato, schernito, tradito, torturato; è stato scarnificante vederlo morire e raccoglierne il corpo… ma ora, ora è tutto davvero troppo: hanno portato via il suo corpo, hanno portato via l’unica certezza rimasta!
Oggi sento quanto mai vere e attuali le parole di Maria di Magdala. E le ripeto anche io con forza e convinzione: hanno portato via il Signore, lo stanno portando via un tantino ogni giorno. Stanno portando via la sua vita, le sue promesse di vita. Stanno anestetizzando le nostre speranze e spegnendo ogni accenno di Alleluia, ogni germoglio di gioia e di futuro. So che non ho il diritto di ingrigire la Pasqua. Nessuno lo ha. E la Pasqua non si lascerà ingrigire da noi. So che la sua luce splenderà e ci convertirà a lei. Ma io oggi voglio poter cantare un Alleluia vero e sincero a nome di tutta l’umanità. Voglio… vorrei poter cantare la gioia di una risurrezione sempre possibile… ma so che saranno in molti, in troppi a non poter né cantare, né – anche solo lontanamente – sognare l’Alleluia della festa, della gioia, della risurrezione.
L’umanità anche oggi, a molte latitudini, continua a crocifiggere e a essere crocifissa. Ha il volto di madri che come Maria di Magdala si recano presso sepolcri per ungere corpi ormai senza vita. E non avranno la forza di sperare in una nuova creazione. L’umanità, anche in questo nuovo mattino di Pasqua, ha il volto di chi, smarrito tra infinite macerie e sepolcri a cielo aperto, vaga senza né una meta né un senso. Ha il volto di chi per paura resta chiusa tra mura pesanti o invisibili, e silenzia anche il più tenue tra i respiri, credendo che solo l’invisibilità placherà la violenza. Ha il volto di Pietro, che pur appesantito, corre, e cerca, e vede, ma non trova, e continua a portare con sé il desiderio di mille Alleluia silenziati dal dubbio e dalla morte. Ha il volto di Giovanni, che corre, ma sa aspettare, che vede, ricorda e crede, ma sa di dover attendere il nuovo giorno, quello di una nuova Pentecoste in cui l’Alleluia, il canto della lode, sgorgherà da ogni cuore, da ogni bocca, da ogni popolo.
Oggi, pur consapevoli delle mille fragilità che feriscono questa nostra storia, consapevoli delle lacrime di tante e tanti, con il cuore proteso verso il compimento di una vita piena, che il Signore sta già generando, oggi cantiamo il nostro Alleluia, cantiamolo con gioia a nome di chi non può, di chi non vuole, di chi non sa ancora di essere parte di un progetto d’amore infinitamente più grande dei nostri orizzonti.
Alleluia, Signore nostro Dio, tu risorgi e in noi esplode la vita.
Buona Pasqua a tutte e tutti noi!
UNA PREGHIERA COME SOSTEGNO
Tu risorgi ed esplode la vita
Tu risorgi, Signore nostro Dio, e in noi esplode la vita. Tu risorgi, Speranza dei popoli, e tra noi diventa possibile la fraternità. Tu risorgi, Luce del mondo, e per l’umanità sorge un nuovo giorno. A te cantiamo il nostro Alleluia, perché abbiamo visto che l’impossibile è possibile. A te cantiamo la nostra gioia, perché abbiamo toccato con mano che la morte non ha mai l’ultima parola. A te cantiamo il nostro grazie, perché con la tua morte e risurrezione ci hai riagganciati a Dio.
Alleluia, Signore nostro Dio, alleluia!
DAL VANGELO DELLA DOMENICA (Gv 20,1-9)
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi. Il Signore Dio mi assiste. (Is 50,6-7)
«Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio». Così si apre il lungo Vangelo di oggi, domenica delle Palme, che ci accompagna nel cuore della Passione del Signore. Si apre abbinando consapevolezza e desiderio: quella consapevolezza e quel desiderio di Gesù che ha segnato ogni suo sì, ogni sua risposta, ogni scelta fino alla croce; quella consapevolezza e quel desiderio che sono anche per ognuna, ognuno di noi una chiamata a una fede autentica, resa vera da scelte quotidiane, tanto ordinarie quanto radicalmente capaci di umanità e vangelo.
Colui che ha tanto desiderato, e continua a desiderare, mangiare la Pasqua con noi si fa nostro cibo: pane che si spezza, agnello che si immola, vino che si versa. E infondo è questo il Vangelo, questo è credere in Gesù: farsi pane, farsi dono, farsi vita perché altri ne abbiano, altri si nutrano, altri credano sperimentando amore. Oggi inizia la grande settimana e si chiude il tempo quaresimale. Forse per molte e molti tra noi la Quaresima è trascorsa velocemente, forse non siamo neppure riusciti a dare valore al tempo, alle occasioni, alla preghiera… o almeno non così come avremmo voluto.
Ma oggi si rinnova per noi una consegna: il Signore si sta offrendo a noi, e ci sta rinnovando fiducia, la sua verso di noi. Il Signore, gratuitamente, sta rinnovando per noi un’alleanza, e per questo si sta lasciando spezzare ancora una volta dalla nostra durezza, dalla disumanità con cui pensiamo di poter gestire il mondo e le relazioni, dalle nostre mai sazie smanie di potere.
Oggi, ci sarà ancora una volta un sinedrio che condanna, un popolo che si lascia manipolare, governatori che avranno paura di stare dalla parte della verità, discepoli che pur addolorati si allontaneranno e traditori. E ci saranno ancora una volta madri distrutte dal dolore e donne non credute. E ci saranno urla, pianti, grida, stridore, violenza… e poi morte. Ancora una volta! Ma a consegnarci a questa grande settimana, e poi alla Pasqua, è la certezza con cui l’evangelista Luca ci introduce alla Pasqua che il Signore sta per celebrare: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi».
Il Signore ha per noi desideri di salvezza. Il Signore ha per noi desideri di riscatto e riconciliazione. Il Signore ha per noi desideri di risurrezione.
Mangiamo con lui questa Pasqua, nutriamoci del suo amore, scegliamo di stare sempre e comunque dalla parte della vita, una vita sempre difesa, mai offesa, mai tradita, mai abbandonata, mai violentata, mai uccisa.
UNA PREGHIERA COME SOSTEGNO
Con te a Gerusalemme
Siamo con te, Signore, pronti a entrare a Gerusalemme. Siamo con te, e con te vorremmo percorrere le vie sempre inedite del dono, dell’amore gratuito e totale, della salvezza seminata a piene mani e mai misurata, del perdono offerto anche e soprattutto ai colpevoli. Insegnaci a restare, a non scappare nel dubbio e nella sofferenza, a pronunciare con te il nostro sì all’amore, per diffondere nel mondo profumo di speranza e riconciliazione. Amen.
DAL VANGELO DELLA DOMENICA (Lc 22,14-23,56)
– Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione Quando venne l’ora, [Gesù] prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse loro: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio». E, ricevuto un calice, rese grazie e disse: «Prendetelo e fatelo passare tra voi, perché io vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio».
– Fate questo in memoria di me Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me». E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi»…
Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? (Is 43,19)
«Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra». Quanto è intensa questa espressione del Vangelo di Giovanni che la liturgia di questa V domenica di Quaresima ci propone. Tutte le volte è al contempo uno scossone e una preziosa pacca sulle spalle. La situazione è complessa: c’è una legge chiara, divina, e c’è una precisa colpa. E poi c’è “tutto il popolo” – così scrive Giovanni – in ascolto della sua parola, pronto a imparare. Ora, certamente, scribi e farisei metteranno pure alla prova, ma forse né più né meno di quanto farebbero molti tra noi rispetto a situazioni di oggettivo peccato.
Scribi e farisei insistono nell’interrogare Gesù. E – ne sono certa – lo faremmo anche noi. Perché il limite tra il peccato e la misericordia non è un confine, non imprime una traccia certa. Peccato e misericordia si fondono, si trasformano, si intrecciano. Il peccato – quello altrui e quello nostro, quello grave ma anche quello cosiddetto veniale, quella sorta di leggera e invisibile polvere sulla nostra coscienza – ci richiede e ci insegna un esercizio di misericordia e compassione, di responsabilità e liberazione. Ma la misericordia ci insegna ad ascoltare le storie che il peccato nasconde, ci insegna a scoprire la bellezza dei volti sfigurati dal peccato, ci insegna ad accarezzare i cuori che il male ha mortalmente colpito. Per questo è intenso quel chinarsi di Gesù per scrivere con il dito per terra.
Perché solo chi si china sa risollevare. Solo chi alla cattedra preferisce la strada sa ascoltare.
Tutto il popolo vuole imparare. Ma Gesù sposta l’attenzione, crea una sorta di rottura, quasi a dire: perché costringete Dio dentro la lettera? Perché vi ostinate a non dare nomi alle figlie e ai figli di Dio. Perché di Dio continuate a prendere la legge della condanna e ignorate i suoi desideri di salvezza. Perché voi che credete in Dio non date a Dio il tempo e la possibilità di far germogliare una nuova creazione nel cuore di chi ha peccato, di chi ha cambiato rotta, di chi non ha più voluto avere nulla a che fare con lui?
Penso a Gesù che scrive e non immagino una parola, ma immagino strade e fiumi… Strade nel deserto e fiumi nelle steppe.
Nello scrivere di Gesù a terra è come se prendessero corpo le parole di Isaia, che sono la promessa di Dio che sa e può, e vuole, portare vita dove sarebbe impossibile anche solo pensarla.
Questa certezza ci tenga fermi anche nel vacillare della nostra fede:Dio vuole e può portare vita anche dove sembrerebbe impossibile… e lo sta già facendo: non ve ne accorgete?
UNA PREGHIERA COME SOSTEGNO
Persone nuove
Che cosa farai con noi, Signore? Con noi, non così diversi da quella donna colta in flagrante adulterio… Con noi, così faticosamente fedeli al tuo Vangelo… Con noi, così eccessivamente buonisti o pericolosamente intransigenti… Che cosa farai delle nostre continue ricadute? Scrivi, Signore, scrivi nella polvere il nostro peccato perché il vento del tuo Spirito lo spazzi via, perché la tua misericordia ci rinnovi, perché la tua fiducia in noi ci renda persone nuove. Amen.
DAL VANGELO DELLA DOMENICA (Gv 8,1-11)
In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».
Ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. (Lc 15, 32)
La parola di Dio è per tutti. Gesù è stato ed è un salvatore per tutti. Dio, dice san Paolo nella seconda lettura di questa IV domenica di Quaresima, ha riconciliato il cielo con la terra, e lo ha fatto per tutti. Ed è questo il primo pensiero, il primo commento che mi viene meditando sulle letture che la Liturgia ci offre. Questa la convinzione che mi accompagna riascoltando la parabola del Padre misericordioso.
Di fronte a questa parabola potrei scegliere altre mille prospettive: potremmo parlare del padre e del suo grande cuore; potremmo parlare del figlio, il figlio che torna solo perché ha fame; e potremo parlare anche solo del secondo figlio, il maggiore, il più saggio, il più vicino, il più fedele, lasciandoci scuotere e rimettere in discussione però dalla sua durezza, dalla sua paura di perdere, di condividere… Insomma i temi oggi sarebbero tanti. Ma io scelgo di fermarmi sul primo versetto del capitolo 15 di Luca, su quelle parole dell’evangelista che introducono la parabola che Gesù racconta. Per me oggi è questa la prima e forse più urgente e necessaria rivoluzione.
Attorno a Gesù ci sono pubblicani e peccatori, ma al tempo stesso farisei e scribi. Ed è davanti a questo uditorio che lui parla senza allontanare alcuno. Rivolge le sue parole a peccatori e a pubblicani, a chi è da tutti riconosciuto come lontano da Dio, e al tempo stesso parla a scribi e farisei, a coloro cioè che custodiscono, studiano e diffondono, insegnano la legge di Dio, l’alleanza, il legame del popolo con il Dio dei padri. Gesù si rivolge a tutti, a coloro che vogliono ascoltare e a chi vuole accusare, perché la parola di Dio è per tutti. Nessuno ne è escluso.
La parola di Dio può aprirci strade di vita autentica, può trasformarci, può rimettere in discussione le logiche che muovono le nostre scelte, può chiamarci a una conversione radicale.Per questo è per tutte e tutti noi. Nelle parole di Gesù c’è la via, ci sono le indicazioni per andare oltre le cose vecchie e permettere alle nuove di nascere. C’è una certezza: il padre paziente che resta a braccia aperte, che condivide tutto, che sa gioire e invitare alla festa, che non carica pesi su nessuno, che ama.
E poi c’è una via per pubblicani e peccatori e un’altra per farisei e scribi. A chi è lontanoGesù indica la casa in cui tornare per vivere: le braccia di chi da sempre ama, e sempre aspetterà. A chi è vicino, parte importante di una comunità credente, Gesù indica la gioia e la condivisione, perché altro senso il Vangelo non ha se non renderci nuovi, autentici, liberi, amati e liberanti, capaci di essere come Dio una casa dalle porte sempre aperte per tutte, per tutti.
Bisogna far festa, anche in tempi oscuri. Bisogna avere il coraggio di diffondere la gioia vera che restituisce a ogni persona la bellezza, anche semplice, della vita. Bisogna far festa, oggi, perché Dio anche nel silenzio continua ad abbracciare questa inquieta e a tratti incomprensibile storia.
UNA PREGHIERA COME SOSTEGNO
Insegnaci a far festa
Tu, Signore, sei padre prossimo, ma noi ti pensiamo Dio lontano: convertici a te! Tu sei riconciliazione, ma noi ti pensiamo giustizia: convertici a te! Tu sei attesa infinita, ma noi applichiamo scadenze: convertici a te! Tu sei festa per chi ritorna, ma noi chiediamo pentimento: convertici a te!
Convertici a te, Dio dell’amore e del perdono, e insegnaci a far festa per ogni sorella e fratello che torna; insegnaci a gioire semplicemente perché torna nuovamente tra le tue braccia. Amen.
DAL VANGELO DELLA DOMENICA (Lc 15,1-3.11-32)
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».
Venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». (Lc 9,34-35)
È la domenica della Trasfigurazione. Il Vangelo di Luca ci fa contemplare la bellezza e la potenza di uno dei più straordinari momenti dell’esperienza vissuta da Pietro, Giacomo e Giovanni con Gesù. Quanto sarà stato intenso e mozzafiato quel volto trasformato dalla luce, dall’immenso, da Dio! Quanto intenso e al contempo sconvolgente! Stridono in un momento così il sonno dei discepoli eletti e l’oppressione del loro cuore rispetto a quanto stava accadendo intorno. Eppure Luca ce li ha raccontati, le comunità dei credenti hanno continuato a raccontarli facendone memoria insieme alla trasfigurazione di Gesù. E in questo racconto c’è qualcosa anche per noi.
Sì, Dio ha parlato, e la voce uscita dalla nube continua a essere per noi e per la nostra fede una conferma: Gesù è il figlio, è l’eletto, l’amato inviato per noi; e le sue parole sono acqua che disseta, pane che nutre, vita. Ma forse non basta, non per fare della nostra scelta credente un cammino. Spesse volte pensiamo alla fede come a una partita da vincere: dobbiamo essere forti, capaci di una fede che smuove le montagne, di una preghiera che strappa miracoli a Dio, di una fiducia incrollabile anche mentre tutto frana. Eppure lo scrittore biblico non nasconde le fragilità, non cancella i fallimenti, non nega la paura, il terrore, il disorientamento. Luca lo racconta dei tre discepoli, così come Genesi lo fa per Abram.
La voce di Dio è stabile, è ricca di promesse, conferma, orienta, apre orizzonti inediti e insperati, sorprende. Ma la sua ricaduta nel nostro cuore, nella nostra vita di ogni giorno, spesso arriva come un terremoto: la sua carica di energia è tale da far saltare le nostre certezze, i traguardi raggiunti. E poi i suoi tempi… Che dire dei tempi di Dio, così differenti dai nostri, così spesso incomprensibili? Abram – ci dice lo scrittore biblico in Genesi – è raggiunto da una promessa carica di futuro, di benedizione. E la sua risposta è pronta, immediata, libera da “se” e da “ma”. Fa tutto, esattamente come gli è stato chiesto. Fa tutto e poi attende il compimento. Fa tutto e poi attende Dio.
Ecco, è il tempo dell’attesa il vero problema.
Per noi ormai così abituati a ricevere pacchi in tempo reale. Per noi ormai troppo certi di dover ricevere risposte ai nostri messaggi su WhatsApp prima ancora di averli inviati. Per noi il tempo dell’attesa, che per Dio potrebbe significare anni, diventa il tempo in cui la fede può vacillare e la speranza smarrirsi. È lecito dubitare mentre l’unica voce di Dio che riusciamo a sentire è il silenzio? È lecito fare i conti con lo stesso terrore e la stessa oscurità che assalirono Abramo quando non facciamo altro che continuare a scacciare uccelli rapaci che si abbattono sui progetti e sui sogni che Dio ci ha messo nel cuore?
Lo scrittore biblico non ha remore nel raccontare il terrore che ha attraversato il cuore di Abram, uomo simbolo di una fede granitica. L’evangelista non ha avuto remore nel raccontarci l’oppressione e la paura vissuta dai discepoli. Quindi sì, è legittimo, è lecito, è possibile sentire la fede vacillare e la speranza smarrirsi. Ma cosa fare in quei momenti? Tenere la porta aperta! Dio arriva di notte, nel buio fitto, e conclude un’alleanza con Abram. La voce di Dio sul monte arriva mentre Pietro, sconvolto, parla senza capire ciò che chiede.
Dio entra in una storia che si è arresa alla sua assenza e dona il Figlio, e continua a donarlo. Questa è la certezza che dobbiamo riconsegnare al nostro cuore, ogni giorno.
UNA PREGHIERA COME SOSTEGNO
Avvolgici con la tua presenza
La tua voce, Signore Dio, penetra le nostre paure, il buio che a volte ci avvolge, la stanchezza che ci sfibra mentre attendiamo risposte. La tua luce risplende e sfolgora mentre il mondo è sfiancato da guerre, violenza, fame…
Tu sei la nostra certezza! Ma per noi è difficile credere, difficile attendere nella notte, difficile tenere testa alla paura.
Avvolgici con la tua presenza, Signore, insegnaci a scoprirla anche nel silenzio, ad accoglierla nell’imprevisto, a reggerla nello stupore che disorienta. Tu sei la nostra certezza! Amen.
DAL VANGELO DELLA DOMENICA (Lc 9,28b-36)
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.
Quanto sono distanti i ritmi che cadenzano la memoria del popolo di Israele da quelli che lascia trapelare il diavolo nel deserto!
Israele fa memoria di una storia. Ricorda e racconta. Ricorda la sua storia, le sue lacrime, le speranze e la fiducia in Colui che ascolta e accompagna, che ascolta ed esaudisce, e sostiene, e libera. Ma lo fa nel tempo, nello scorrere del tempo, chiedendo al popolo di attraversare confini, di superare i propri limiti, di sperimentarsi nell’attesa, di imparare a offrire il meglio. E il popolo crede, vede, racconta e offre, liberamente. Il popolo non si stanca di celebrare le meraviglie che Dio ha fatto, la liberazione che Lui ha donato. E tutto questo è lento. Impastato di attesa e di fiducia.
Il diavolo invece, a un Gesù solo e affamato, impone altri ritmi e fa ben altre proposte. Qui tutto può essere dato subito. Nessuna attesa, nessun cammino. Non serve. La proposta è chiara: non hai bisogno di credere, non hai bisogno di fidarti e affidarti, e men che meno hai bisogno di attendere. Tutto ti può essere dato, ogni bisogno può terminare istantaneamente la sua corsa: piegati, annientati, sfida Dio, usa il tuo potere per ottenere il meglio per te, e soprattutto ottenere pagando. E a caro prezzo.
Qual è il prezzo della nostra salvezza? Una croce, e non siamo stati noi a salirci, né mai ci saliremo. Qual è il prezzo del pane ottenuto dalla roccia, dei regni, dello sfidare gli angeli? La nostra dignità, la nostra coscienza, la nostra anima. E a pagarlo siamo noi, anzi, a pagare il prezzo del potere è un noi ridotto a io; perché preferire il potere alla coscienza significa cancellare ogni possibilità di essere un noi, in qualunque ambiente di vita.
I deserti sono tanti, ogni giorno. Deserto è quello spazio di vita in cui confrontarsi, incontrarsi, misurarsi con la propria solitudine, con il se stesso più vero e autentico, bello o brutto che sia. Lo vediamo nel Vangelo, e lo viviamo anche sulla nostra pelle. Ma come vivere il deserto, come affrontare le nostre solitudini possiamo deciderlo noi. Possiamo scegliere se ottenere per noi, a qualsiasi prezzo, pane e regni, gratificazione e potere, o se fidarci e affidarci, continuando a scegliere la vita, a difendere la vita, a stare dalla parte della vita. Possiamo scegliere il tempo lento impastato di fiducia, di memoria, di esperienza o il tutto e subito di chi pur di ottenere vende se stesso.
Davanti a noi quaranta giorni, alcuni deserti, un po’ di scelte…
Buon cammino di Quaresima!
UNA PREGHIERA COME SOSTEGNO
La tua Parola in noi
Signore Gesù, lo sappiamo: non di solo pane possiamo vivere. Lo sappiamo: è la tua parola, l’esperienza di te a darci vita. Ma a volte i deserti allontanano la tua parola viva anche dal cuore, e mettono sulle nostre labbra parole amare, segnate dal dolore. Il tuo Spirito, Maestro buono, ci spinga oltre noi, verso di te. Faccia esplodere la tua vita sulle nostre labbra e nel cuore: perché sia bellezza, perché sia risurrezione, oltre ogni morte, oltre ogni tenebra. Amen.
DAL VANGELO DELLA DOMENICA (Lc 4,1-13)
In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”». Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.
Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto… L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene. (Lc 6,44-45)
Un elenco di frasi intense da cui, in tempi di intelligenza artificiale, sarebbe facile ricavare degli efficacissimi meme, ecco che cosa oggi ci offre il brano del Vangelo e la Prima lettura. Ma davvero possiamo limitarci solo a questo? Perché l’evangelista Luca li ha raccolti? C’è un nesso tra questi adagi?
Dipende. E dipende da noi.
Sottolineo un passaggio che si può ricavare sia prima che dopo i versetti proposti oggi dalla liturgia. Queste frasi Gesù le rivolge a chi sta ascoltando. Ed è una premessa importante. Il Vangelo oggi non ci racconta parabole, non ci fa entrare in qualche opera di potenza di Gesù. È come un rotolo che aprendosi ci affida suggerimenti di vita, preziosi consigli, ci strizza l’occhiolino indicando orizzonti al di là delle nostre possibilità. Quindi la prima domanda da farci è: siamo disposti ad ascoltare? Siamo disposti a farci penetrare dalla sua parola? A lasciarci mettere seriamente a nudo, di fronte a noi stessi, alle emozioni che ci attraversano, ai mondi che ci vivono dentro, alle scelte abituali che quasi senza accorgercene facciamo? Se siamo disposti ad ascoltare allora queste indicazioni sono per noi.
Entriamoci con il cuore!
Di fronte a noi un cieco, anzi due. E speriamo che nessuno dei due prenda l’iniziativa di guidare l’altro. Un uomo con una pagliuzza nell’occhio e un altro con una trave. E anche per loro dobbiamo ammettere qualche problema di vista. E poi alberi da frutto e uomini alle prese con il proprio cuore.
Ma Gesù parla a chi sta ascoltando, e allora loro siamo noi. Noi e il nostro mondo interiore fatto di cecità, di travi e pagliuzze, di improvvisazione e superficialità, di frutti buoni e frutti cattivi, di parole che sono l’esatto riflesso, o irradiazione di quanto il cuore custodisce. E allora… quanta consapevolezza abbiamo di quel mondo che si muove dentro di noi a volte nostro malgrado? Sì, certamente, alimentiamo il nostro cuore con Parola di Dio e preghiera, ma quante volte le nostre parole e i nostri gesti sono carichi di veleno che uccide, o di lame che feriscono… nostro malgrado.
Lo ripeto, a voi e a me stessa: quanta consapevolezza abbiamo di quel mondo che si muove dentro di noi? Perché forse è lì che Gesù, il Maestro, ci sta portando. Lì, sulla soglia della nostra prismatica interiorità, in cui luci e ombre si fondono, nostro malgrado.
Ma come possiamo diventare consapevoli di ciò che siamo e che viviamo? Forse il segreto sta proprio nel versetto 40, che sembra l’unico momento di tutto il brano in cui il ritmo degli adagi si interrompe.
Il discepolo è chiamato a stare alla scuola del maestro e a imparare da lui. E come impariamo? Impariamo ascoltando, riempiendo non le labbra di parole, fossero pure le più sante, ma riempiendo il cuore di Parola, quella di Dio, quella che penetrando ci cambia, ci crea, fa di noi una nuova creazione. Lasciamo che sia la Parola a liberare i nostri occhi, a essere il tesoro che permette alla vita di attraversarci e renderci alberi buoni, che danno frutti buoni.
Parla, Signore
Parla, Signore, e libera gli occhi del nostro cuore da travi e pagliuzze, da pulviscoli e cataratte interiori. Parla, Signore, e guida il nostro cuore oltre noi stessi e i nostri blocchi. Parla, Signore, e riempi di te la nostra interiorità. La vita ci attraversi, e nulla in noi si opponga. La tua vita ci attraversi, e nulla in noi ne rallenti la sua opera. Tu, vita del Padre, attraversaci, per essere come te, come te, Vangelo di Dio per questa nostra storia. Amen.
DAL VANGELO DELLA DOMENICA (Lc 6,39-45)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello. Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda».
Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. (Lc 6,28-29)
Vangelo pretenzioso e sopra le righe, quello che oggi la liturgia ci dona. Forse la prima cosa che ci verrebbe da dire dopo averlo ascoltato è: anche meno! E già, Dio, anche meno nelle pretese. Anche meno nelle promesse. Anche meno nelle aspettative.
Quello che chiedi è roba da rimanerci sotto. Vette talmente alte da toglierci il fiato prima ancora di iniziare il viaggio. Anzi, Signore, per dirla proprio tutta, sono esattamente queste le condizioni in cui più facilmente ci fai venire voglia di mollare, di dirti: «Scusa, Signore, forse non te ne sei accorto, ma io sono solo una persona! In più, se davvero stai chiedendo di amare i nemici, perdonare chi fa del male e addirittura fargli del bene, significa che tutto questo lo stai dicendo non a un bullo o a un marito dalla violenza facile, non a uno abitualmente scorretto e neppure a un opportunista. Non so se ho sbagliato i conti, ma – a proposito di misura – tu, Signore, di amare letteralmente alla follia lo stai chiedendo a chi sarebbe già avvezzo all’amore. Stai chiedendo di perdonare a chi ha già una straordinaria e scomodante coscienza. Stai chiedendo di fare del bene a chi già non si misura di suo. E quindi? Signore, ma sei proprio certo che noi donne e uomini in carne e ossa possiamo amare fino a quel punto? Sei davvero convinto che noi con i nostri limiti possiamo riuscire a portare le conseguenze dell’amore?»
Tutto quello che il nostro cuore sta obiettando davanti a questa pagina di vangelo è legittimo. Anzi, se riuscite, trasformatelo in preghiera. Ma qui abbiamo un maestro, Gesù di Nazaret, che ci sta insegnando a vivere, e a vivere alla sua misura. E la sua misura è pigiata, colma e traboccante. Lui riempie, e chiede alle sue discepole e ai suoi discepoli di imparare a farlo.
Le sue non sono parole. Noi, figlie e figli del Vangelo e della risurrezione, possiamo vedere in lui il volto dell’amore. Un amore, un perdono, un bene, una benedizione donata in primis a noi peccatori, a noi incapaci di amare, a noi rancorosi, a noi bloccati dal dolore, a noi feriti dall’amore, a noi sempre così parchi e misurati nel dono. Lui sì è fatto volto, storia, corpo, tempo, fragilità perché l’amore smettesse di essere un ideale, un orizzonte estremo, un traguardo irraggiungibile e diventasse un sentiero possibile, da scegliere e percorrere.
Lui, Gesù, è la nostra possibilità di realizzare questa pagina di Vangelo.
La sua reale ed effettiva umanità dice a noi che, proprio perché umani, siamo capaci (possiamo, ne abbiamo le possibilità) di vivere con la stessa misura di Dio. Noi possiamo preferire la vita alla morte anche nei gesti e nelle parole quotidiane, proprio come Davide nella Prima lettura. Noi possiamo optare per il bene, evitando consapevolmente il male, sì, anche quello più apparentemente insignificante, banale, a cui la superficialità ci suggerirebbe di non dare peso. Il male, esattamente come il bene, è goccia che scava la roccia: per questo va respinto, per questo da discepole e discepoli dobbiamo puntare alla misura di Dio. Senza paura di osare. Noi possiamo, ognuna, ognuno di noi può. Dio si è fatto carne per farci scoprire di quanto amore è capace la nostra fragile natura umana.
Dobbiamo crederci! Dobbiamo chiedere a noi stessi di non accontentarci!
Gustare amore
Signore Gesù, nei tuoi gesti, nelle tue parole, nel dono della tua vita abbiamo conosciuto l’amore, ne possiamo scoprire gli orizzonti, vedere i sentieri, sentirci raggiunti. Il tuo volto è volto di chi ama, gratuitamente e immensamente. Insegnaci a vivere di amore, a scegliere amore, a gustare amore. Tendici le mani e percorri con noi i sentieri che l’amore traccia, anche quando non sono chiari. Anche quando sono rischiosi. Anche quando chiedono di più. Tu, volto dell’Amore, spingici verso l’Amore. Amen.
DAL VANGELO DELLA DOMENICA (Lc 6,27-38)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro. E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».