Ciascuno di voi, con tutta umiltà,
consideri gli altri superiori a se stesso.
(Filippesi 2,3)
Essere giusti o ingiusti davanti a Dio…
Pregando sulle letture della XXVI domenica del Tempo Ordinario ci sono tre elementi che emergono e mi chiedono riflessione: la centralità della volontà di Dio nelle scelte di ogni giorno, l’atto di fede, cioè il credere, e il convertirsi. Non li vedo uno accanto all’altro, ma uno innestato nell’altro, uno capace di dare luce e senso all’altro, in una sorta di progressione a spirale.
Essere giusti davanti a Dio sembra strettamente connesso alle risposte che gli diamo. Siamo giusti se, udita la sua voce e compresa la sua volontà, rispondiamo; se c’è apertura alla sua voce, accoglienza delle sue chiamate. Andare o non andare alla vigna, coltivare o non coltivare carità, concordia, compassione, umiltà, rispondere o ignorare non sono scelte prive di conseguenza. Fanno vivere o morire. E non per una qualche strana forma di ritorsione divina, ma semplicemente come effetto logico.
Se compi il bene, e il bene compiuto ne genera altro, è il bene a essere generativo. È conseguenza.
Se compiendo il male, il male ti danneggia, non è Dio che può essere chiamato in causa. È conseguenza.
È così se al bene, per vari motivi, preferisci il male, anche quello più subdolo, spesso giustificato in nome di un fantomatico fine buono dà raggiungere. Il male è male. E mettere al centro la volontà di Dio ci chiede di prenderne le distanze.
Eppure ancora una volta la parola di Dio ci sorprende e ci consola: perché per Dio tutto questo non è un calcolo matematico. La relazione con lui non è un gioco dell’oca e neppure un monopoli. Non vince chi arriva primo, chi conquista di più, chi fa sempre le scelte migliori.
Credere, fare della vita quotidiana una continua adesione alla vita che Dio desidera per noi e per il mondo, significa convertirsi un tantino ogni giorno. Significa reimparare ad ascoltare la sua voce, i suoi desideri, le sue aperture. E convertirci a esse.
Già… convertirsi, perché non è facile né scontato comprendere quale vigna il Signore ci chiede di raggiungere; e non è semplice comprendere con il cuore come allargare gli spazi della nostra vita per fare spazio a lui e a quel bene che lui vuole portare nella vita di chi abbiamo accanto. Non basta andare alla vigna, pur di andare. Non basta vivere di precetti. Non basta un cartellino compilato con le presenze in chiesa.
Spesso usiamo la parola di Dio come una spada che si abbatte sulle coscienze altrui, ma badiamo bene a mettere al riparo la nostra. Anzi no, scelgo di fare un distinguo. C’è tra noi chi si fa un senso di colpa per ogni cosa, colpevolizzando se stessa anche per ogni minima distanza percepita rispetto alla volontà di Dio, per ogni errore, per ogni scelta ritenuta “troppo poco”. E poi c’è chi invece dall’alto della sua rettitudine, della profonda giustizia delle sue azioni si scatena contro le coscienze altrui giudicandole in questa vita e condannandole per l’altra.
La profonda conversione che siamo chiamati a vivere quotidianamente ci raggiunge attraverso le parole dell’apostolo Paolo. È un invito, e al tempo stesso una meta: avere gli stessi sentimenti di Gesù, che per amore non ha trattenuto per sé neppure la divinità, non l’ha ritenuta sua conquista né sua proprietà, ma l’ha resa un dono, e ci ha resi figlie e figli.
Ed è per questo che non possiamo continuare a mendicare amore, attenzione, privilegio.
Siamo già dei salvati, siamo amati.
Sta a noi però costruire attorno il bene, far sì che da noi nascano frutti di umiltà, delicatezza, cura, stima.
La fede non è una gara da vincere. È semplicemente una scelta da compiere.
Mandaci, Signore
Qual è la vigna in cui ci mandi, Signore?
Dove oggi ci stai chiedendo
di far germogliare il bene,
di esserne strumenti?
Ci sono situazioni scomode
in cui non vorremmo trovarci,
ci sono parole di bontà che
non vorremmo pronunciare,
ci sono vie di riconciliazione
che non vorremmo percorrere
perché sarebbe più facile non farlo.
Ma tu, Maestro buono,
insegnaci a guardare,
ad ascoltare, a sentirci raggiunti
dalla tua parola che ci spinge
a uscire da noi stessi
per seminare il bene lì dove tu ci mandi.
Amen.
DAL VANGELO DELLA DOMENICA
(Mt 21,28-32)
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».
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