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I nostri occhi vedono la presenza del Signore – BUONA DOMENICA! Solennità del Natale – ANNO A


Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.
(Gv 1,14)

Che cosa contempliamo nel Natale? Che cosa celebriamo in questo giorno santo?
Nella prima lettura il profeta Isaia apre uno scorcio felice: sentinelle che alzano la voce per esultare, messaggeri di pace che annunciano salvezza, antiche rovine ricostruite, canti di gioia e confini estremi raggiunti da Dio. Nella seconda lettura l’autore della Lettera agli Ebrei non ci gira attorno: «Dio in questi giorni ha parlato a noi per mezzo del figlio».
Ma chi è davvero «il figlio» e che cosa possiamo vedere quando guardiamo a lui? Quando lo ascoltiamo? Quando riusciamo a vedere i suoi gesti?
L’evangelista Giovanni diversamente da Luca o da Matteo non ci racconta gli eventi della nascita e dell’infanzia di Gesù. Qui non c’è Maria e Giuseppe, non c’è Elisabetta e Zaccaria. In Giovanni non ci sono i magi e neppure i pastori. È come se in questo giorno davvero santo, l’evangelista ci spingesse un po’ più in là. È come se si avvicinasse a noi, fermi davanti al presepe, e ci dicesse: «Avanti, non è questo il Natale… non finisce qui. Basta con quegli occhi languidi e con quello spirito tenero la cui scadenza è il 26 dicembre. Vai oltre, vai dentro! Spingiti all’origine di ogni cosa. Cerca di capire il perché di quella grotta, di quella mangiatoia, di quell’evento, di quella nascita!».
Ogni pagina del Vangelo di Giovanni instancabilmente sembra ripeterci la stessa cosa: «Dio è luce. La luce vera. La luce contro cui le tenebre non smetteranno di combattere. La luce che non si stancherà di illuminare. La luce capace di trasformarci in luce». Dio è la luce che sceglie di entrare nelle tenebre, di penetrare gli abissi, di abitare la notte. Non c’è oscurità che lo possa allontanare. Dio è luce che penetra la storia, facendosi storia. Ma a noi tutto questo non basta ancora. Noi abbiamo bisogno di concretezza. Ci serve qualcuno che ci dica: «Amica, amico, guarda che qui non c’è poesia. È tutto vero! E di fronte hai un Dio in carne e ossa».
Già… di fronte a noi c’è un Dio in carne ossa. Perché per quanta poesia possa esserci nel prologo di Giovanni, quel primo capitolo non è altro se non una delle più belle e straordinarie premesse: Vangelo è l’essersi fatto carne di Dio. La più bella notizia è poter seguire il Dio che ci ha talmente amato da lasciare i cieli per sposare la terra, per farsi noi, per essere come noi a tal punto da aprirci alla possibilità di diventare come lui, diventare Dio. Lui non viene per chiedere, per prendere, per assicurarsi che tutto vada come voluto e sperato. Lui viene per aprirci definitivamente all’incontro con la luce, con l’amore. Si carica in modo totale della nostra povera e fragile umanità perché ognuno di noi, nessuno escluso, possa sentirsi attraversato dalla grazia, da quel dono gratuito e immeritato di pienezza.
Quel Bambino che oggi contempliamo è la luce che fin dalla notte dei tempi abita gli universi e attraversa il tempo. Quel Bambino è l’Onnipotente Parola che ha creato il mondo. Quel Bambino è il Dio crocifisso che non tratterrà la sua vita pur di darci vita in abbondanza.

UNA PREGHIERA COME SOSTEGNO

Luce vera del mondo

Luce del mondo, Verbo del Padre,
Vita che dona vita,
nasci ancora nel mondo,
nasci nelle nostre storie personali,
nelle pieghe disordinate
della nostra esistenza.
Emmanuele, Dio-con noi,
ti contempliamo presente
lì dove la notte spegne la speranza.
Parola fatta carne,
possa ogni spazio aprirsi a te,
per essere in te ricreato,
riaperto alla vita,
riconsegnato alla luce.
In questo giorno santo,
noi ti lodiamo e ti benediciamo.
Amen.

DAL VANGELO DELLA DOMENICA (Gv 1,1-18)

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me».
Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.

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Gesù, Vangelo di Dio, fatto carne – BUONA DOMENICA! IV di Avvento – ANNO A


La vergine concepirà e darà alla luce un figlio
(Mt 1,23)

La quarta domenica di Avvento ci accompagna alle soglie del Natale. Siamo ormai prossimi, stiamo per celebrare il grande mistero della nostra fede: l’incarnazione di Dio, il farsi carne di colui che è oltre la carne.
C’è qualcosa di più in-credibile di un Dio che nasce? di una donna vergine che genera? di un Onnipotente bambino? Ecco, la quarta domenica ci corazza per farci affrontare ciò che la nostra mente con molta difficoltà tratterà con opportuna serietà. Perché diciamocelo, il Natale è una bella poesia, il suo spirito è una ricarica per l’anima, ma poi, chiuso il sipario sulla grotta, la verità delle cose sarà tutt’altro. E noi lo sappiamo bene. E in fondo ci piace così!
Invece Matteo è un evangelista con i piedi per terra, ama fare i conti con la storia, con le promesse, con la concretezza del vivere. La stessa concretezza che si respira nelle parole del profeta Isaia.


Quello che accade a Betlemme ha a che fare con una storia fatta di storie. Quello che accade a Betlemme è la risposta di Dio alle mani tese di donne e uomini che chiedono; è il farsi presenza di Dio per donne e uomini che cercano. Isaia tuona oggi esattamente come ieri: «Non vi basta stancare Dio?». Colui che vi è stato dato è la presenza tangibile di Dio, che non si stanca di nascere tra le pieghe sgualcite o strappate di ogni vita.
Leggendo il Vangelo, noi oggi partiamo con: «Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria…», eccetera… Ma quei versetti che precedono questo brano, per quanto possa essere noioso ascoltarli, sono di una grande consolazione. Dicono tutta la genealogia di Gesù, dicono cioè quanto sia stato concreto e scandaloso Dio, scegliendo di avere nel proprio albero genealogico, traditori, prostitute, peccatori incalliti, omicidi. Le madri di Dio, nella storia, non sono state grembi puri e per questo benedetti. I padri di Dio non sono stati semi puri e per questo benedetti. È Dio ad aver benedetto con la sua presenza una storia di peccato. Ed è forse questo il cuore delle letture che la domenica-soglia, la quarta domenica appunto, ci invita a dischiudere. È questo quel passo che Dio chiede a Giuseppe di compiere.
In Maria Dio sta urlando al mondo il suo farsi salvatore, il suo farsi prossimo, il suo farsi salvezza, il suo farsi vicino a noi e al nostro dolore, alle nostre sconfitte, al nostro peccato. Giuseppe è giusto, ma Dio non ha bisogno del giusto per entrare nella storia: si fa vita dove vita non c’è, dove il grembo non può generare; e chiede al giusto di restare a guardare, di difendere ciò che non comprende, accompagnando con stupore il compiersi della salvezza che solo la mano di Dio e il sì della creatura realizzano in pienezza.
Il Natale, permettendoci di contemplare il nascere di Gesù, sarà per ognuno di noi l’occasione per riscoprire ciò che lui veramente è: vangelo di Dio, bella notizia di Dio per noi. Non ci sono storielle a cui credere. Dio sceglie sempre la carne, quella vera, attraversata dal sangue e segnata dalla vita. Nel silenzio operoso di chi ogni giorno sceglie di vivere, lui si fa salvezza, si fa presenza, si fa Vangelo.
E a noi, come ad Acab è chiesto di ascoltare; come a Giuseppe, di credere; come a Maria, di fare spazio.

UNA PREGHIERA COME SOSTEGNO

Vieni, Emmanuele!

Come pioggia buona
che irrora il deserto, così,
Signore Gesù, nasci in noi,
nasci tra noi, nasci per noi.
I cieli si aprano perché,
abbondante, piova la vita,
e la nostra terra si apra perché,
abbondante, cresca la gioia.

Alle soglie del Natale,
vogliamo contemplarti, Vita di Dio,
vogliamo aprirci allo stupore dell’assurdo,
vogliamo permettere all’incredibile
di trovare spazio nelle nostre logiche.

Vieni, o Emmanuele, vieni!

DAL VANGELO DELLA DOMENICA (Mt 1,18-24)

Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”.
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

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C’è davvero qualcosa di cui gioire? – BUONA DOMENICA! III di Avvento – ANNO A

Lo Spirito del Signore è sopra di me,
mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio
(Is 61,1 (cit. in Lc 4,18)

È la terza domenica di Avvento, domenica della gioia… e di una gioia fondata! Prima lettura e Vangelo sono un tripudio di festa: tutto è pienezza, luce. Ogni cosa, persone o natura, sembra vibrare di una vitalità nuova. Quello che era attraversato dal dolore ora sembra diffondere vita a piene mani. L’attesa si carica di una speranza rinnovata, di una bellezza desiderata.
Oggi possiamo andare a Dio, rivolgerci a lui – in qualunque ambiente siamo e in qualsiasi condizione ci troviamo – e fare quello che Giovanni ha chiesto di fare ai suoi discepoli. Chiedere al Signore: «Sei tu colui che stiamo aspettando? Sei tu il portatore della nostra gioia? Sei tu che darai vita ai nostri deserti e riporterai i colori nelle nostre ombre? Gesù, sei tu colui che guarirà le nostre ferite e spezzerà i legami della morte?».
E certamente anche a noi lui risponderà nello stesso modo: «Guardatevi attorno, la risposta sta in ciò che vedete e ascoltate!».
In ciò che vediamo? In ciò che ascoltiamo? Forse Gesù voleva dire: in ciò che speriamo! In ciò in cui crediamo!
E invece no. I due verbi che l’evangelista Matteo mette in bocca a Gesù sono proprio: udire e vedere. Ed è qui il problema. È in questo che le sue parole potrebbero scandalizzarci. Anzi, diciamocela tutta: le sue parole suonano più come una bestemmia che come una promessa. Quello che vediamo e udiamo fa male, stritola il cuore.
La terra che frana e inghiotte futuro, e stritola vite, e spezza legami, e vìola la vita… È solo una terra matrigna, non è un deserto che fiorisce.
Uomini che uccidono altri uomini, donne che vengono violate e lacerate, figli che non possono aggrapparsi a coloro da cui sono stati generati, fratelli e sorelle in umanità che lasciano che altri muoiano tra stenti o onde… Sono solo ciechi che non vedono, muti che non si aprono all’incontro, sordi che non ascoltano, morti chiusi alla vita. Quando vedranno, Signore? Quando si apriranno all’altro? Quando ritorneranno a vivere e far vivere?
Quello che vediamo e udiamo ha il gusto amaro della sofferenza, del dolore, dell’innocente colpito, dell’altro non riconosciuto. È come se tutto ci dicesse che dobbiamo attendere ancora… dobbiamo aspettarne un altro…
Ma, ritorniamo un attimo al Vangelo e poi alla lettura di Isaia. Gesù aggiunge: «Beati coloro che non troveranno in me motivo di scandalo». Forse è qui il nucleo di tutto. Isaia invita la terra arida e il deserto a rallegrarsi, a riscoprire cioè motivi di gioia per una fecondità ancora solo promessa. È alle mani fiacche che dice di irrobustirsi, non alle robuste. È alle ginocchia vacillanti che chiede di diventare salde. È come se ad attraversare la Prima lettura e il Vangelo ci sia un invito a guardare e a udire oltre noi, oltre i nostri smarrimenti, oltre le nostre ferite.
Beati coloro che non si scandalizzano di Gesù di Nazaret, delle sue parole e dei suoi gesti, e sanno ascoltare la vita che dalla morte si genera come tralci nuovi da un innesto; e sanno vedere la luce splendere tra le feritoie di un’umanità colpita a morte.
Il segreto di questa beatitudine ce lo svela il contadino: vedrà e udrà colei, colui che pazientemente seminerà vita e attenderà che germogli.

UNA PREGHIERA COME SOSTEGNO

Occhi che vedono la salvezza

Signore Gesù,
Astro che splende nelle tenebre,
donaci occhi che sappiano
scrutare nella notte
le scintille della vita;
donaci orecchie che sappiano
ascoltare nel dolore
il sussurro della speranza;
donaci un cuore che
nelle solitudini che ci attraversano
sappia essere grembo di nuova umanità.

Vieni! Tu sei Colui che stiamo aspettando.
Sei tu il Dio-con-noi che
ci fa attraversare la morte
per incontrare la Vita.
Vieni, Signore Gesù.

DAL VANGELO DELLA DOMENICA (Mt 11,2-11)

In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».
Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”.
In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».

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Una voce grida nel deserto e non si stanca di farlo – BUONA DOMENICA! II di Avvento – ANNO A

Convertitevi: il regno dei cieli è vicino!
Mt 3,2

Nella seconda domenica di Avvento le parole di Giovanni il Battista penetrano in profondità e fanno eco a quanto Isaia aveva annunciato. «Convertitevi, perché il regno dei cieli vicino!», o più precisamente, scrive l’evangelista Matteo: «si è avvicinato». Giovanni è voce che rompe il silenzio, è voce che scuote dal comodo torpore in cui ci si rifugia, è voce che non tace di fronte a nessuno. Giovanni sa di essere voce della Parola che sta germogliando, per questo non può tacere, perché il suo silenzio sarebbe una porta chiusa, una lampada non accesa, un sentiero interrotto… e per noi una possibilità in meno per incontrare Dio e conoscerlo.
Possiamo essere profondamente grati a Giovanni, ai tanti Giovanni della storia che non si stancano di aprire strade nei deserti di umanità.
Se in questa II domenica riuscirete a perdervi nella bellezza della pagina di Isaia, allora vi starete facendo un regalo. Quello che il profeta descrive non deve sembrarci un’utopia. Un mondo impastato di pace, di vita, di incontri non può essere relegato a una visione per bambini o per ingenui. Non ce lo possiamo permettere, o meglio non ce lo possiamo concedere. Sì, concedere! Perché sarebbe solo più comodo per la nostra coscienza (che potrebbe continuare ad agire alla bene e meglio) e per le nostre scelte quotidiane (sempre alle prese con qualcosa da difendere e conquistare).
Invece i primi e gli ultimi versetti che la prima lettura ci regala, ci dicono altro… aprono altri squarci. Lupo e agnello, leopardo e capretto, vitello e leoncello guidati da un fanciullo e un mondo segnato dalla giustizia e dalla bellezza saranno possibili solo quando «la conoscenza del Signore riempirà la terra come le acque ricoprono il mare» (Is 11,9). Conoscere il Signore, questo cambierà davvero la nostra vita e cambierà la vita del mondo. Conoscerlo, ma così come lo scrittore biblico intende: farne esperienza, incontrarlo. Per la Bibbia la conoscenza vera non si fa con la testa, con l’intelligenza; si fa con il cuore. Conoscere è incontrare, è scoprire, è ascoltare con il cuore, è lasciarsi trasformare. Per questo Dio si fa germoglio che spunta, virgulto che nasce. Per innestarsi in noi, nella nostra fragile natura umana. Per portare la sua ricchezza nella nostra povertà, il suo infinito nelle nostre prospettive, la sua giustizia nei nostri pregiudizi, il suo amore nelle nostre paure. Germoglia come virgulto nuovo da radici antiche… e non importa quanto siano antiche, perché lui innesta la novità.
Sì, lo so, molti diranno: è poesia. E lo sapeva anche Giovanni. Lo sanno tutti coloro che sfiorano Dio e poi sbattono la testa contro la dura verità della terra. Ma proprio per questo Giovanni urla, e non si stanca di farlo. In gioco c’è il futuro del mondo. In gioco c’è la nostra felicità comune. In gioco c’è la nostra possibilità di incontrare e conoscere Dio faccia a faccia, da amici.
Convertiamoci! Cambiamo la nostra mentalità! Deponiamo le nostre logiche e spalanchiamo la porta a Dio. Lui può renderci figli di Abramo, figli della promessa, donne e uomini ricchi di vita e felici.

UNA PREGHIERA COME SOSTEGNO

Vieni, germoglia in noi

Convertici, o Emmanuele,
cambia le nostre logiche,
sovverti i nostri parametri.
Germoglia in noi, o Virgulto di Iesse,
nasci dalle nostre radici,
anche da quelle più malate e ferite;
fiorisci nei nostri deserti,
perché dove la morte ci ha colpito
e la sfiducia ci ha inaridito,
proprio da lì possa venire fuori nuova vita.

Vieni, Signore Gesù,
noi ti invochiamo, vieni!

DAL VANGELO DELLA DOMENICA (Mt 3,1-12)

In quei giorni, venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaìa quando disse: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!».
E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».

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Dio viene – BUONA DOMENICA! I di Avvento – ANNO A

Vegliate perché non sapete
in quale giorno il Signore vostro verrà
Mt 24,42

Dio viene. È la certezza che la prima domenica di Avvento ci offre. Viene, nonostante tutto, e nonostante noi. Viene, anche se siamo presi da altro. Viene, anche se molte cose prosciugano la nostra attenzione. Viene, anche se il nostro cuore non ha molto spazio da dargli, o forse non ne ha più. Viene, anche se non ci crediamo. Lui viene! E gli eventi di Betlemme ne sono una chiara dimostrazione.
C’è un tempo che Dio sembra privilegiare: la notte. Ma non perché scelga il peggio, semplicemente perché la sua presenza è luce e la sua assenza oscurità. Quando è notte, anche se il cuore tace, invocazioni silenziose salgono a lui: la vita, lo invoca; la creazione implora la sua presenza; i giusti chiedono luce; i poveri gridano giustizia.
Dio è tra noi, il Figlio dell’Uomo vive tra noi, ma come nei giorni di Noè mangiamo e beviamo e non comprendiamo fino in fondo. Gli viviamo accanto, ci nutriamo di lui, ascoltiamo la sua voce, ma continuiamo a non consentigli di viverci dentro, di trasformarci in luce, di rinascere in noi.
Dio viene, ed è già venuto. Dio è tra noi, ma continua a ritornare, a rinascere in ogni storia personale e nella storia dell’universo, nelle ferite che ci portiamo dentro e nell’oscurità che ci disorienta. Dio continua a farsi piccolo per fare breccia nella nostra occupatissima indifferenza; si fa scintilla per penetrare più in profondità la notte più cupa. È dall’infinitamente piccolo che Dio fa sgorgare speranza. Per questo possiamo attendere, per questo possiamo frenare lo scoraggiamento, la disillusione. Nella più oscura delle notti, nel più duro dei momenti Dio non è assente, la luce non è stata spenta. Dio si sta facendo piccolissimo per penetrare più in profondità la morte e farvi esplodere dal di dentro la vita.
Non concediamo terreno allo scoraggiamento, ma con la speranza nel cuore attendiamo. Il giorno nuovo e alle porte e sarà vita. Vita vera!

Sveglia, c’è tanto da fare – Avvento è vivere in uno stato di dolce attesa

UNA PREGHIERA COME SOSTEGNO

Signore che vieni

Signore che vieni,
non fermarti alla nostra porta,
non sostare al di là delle nostre notti.
Spesso non riusciamo a farti entrare.
A volte è difficile aprirti
quando già tutto ci sfugge dalle mani.
Ma tu, Onnipotente fatto bambino,
vieni in noi, abita la nostra notte,
penetra la nostra indifferenza
e porta luce.
Vieni, Signore Gesù!

DAL VANGELO DELLA DOMENICA (Mt 24,37-44)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

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Far gioire Dio – BUONA DOMENICA! XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C

Oggi devo fermarmi a casa tua
Lc 19,5

Che cosa può fare gioire Dio? Che cosa può regalare al cuore di Dio una bella dose di felicità?
Non so se vi sia mai capitato di chiedervelo, ma davanti al brano di Zaccheo che la XXXI domenica del Tempo Ordinario ci propone, e soprattutto davanti alla risposta di Gesù nella casa di Zaccheo, questa domanda mi viene dal cuore. Penso a Gesù di fronte a Zaccheo. Penso al suo sguardo verso quell’uomo ricco, capo dei pubblicani, puntato a vista non tanto da molti, ma addirittura da tutti. Perché tutti, dice l’evangelista Luca, mormorarono quando Gesù decise di entrare nella sua casa. Penso a Zaccheo e alla sua straordinaria voglia di incrociare lo sguardo di quel Gesù di Nazaret. E penso alla sua gioia davanti a quell’invito diretto: «Scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua».
È il punto di non ritorno. Quando due libertà si incontrano si regalano vita. Quando la fiducia diventa una risposta all’errore allora l’impossibile diventa possibile. Quando le distanze vengono superate germoglia una sorprendente novità. È ciò che accade lungo la strada di Gerico. Ma è ciò che può accadere anche alla nostra vita: perché davvero nulla è impossibile a Dio. Nulla! Per quanto ci sia difficile crederlo.
Quell’invito a Zaccheo, Dio lo rivolge anche a noi ogni giorno, in ogni situazione, anche e soprattutto quando tutti sembrano scandalizzarsi per i nostri errori. Quando anche a noi stessi sembra più corretto stare alla larga da Dio, confusi tra la folla. Quando ci accontentiamo di vederlo, ma non ci reputiamo all’altezza della sua tenerezza.
Ecco… questo darebbe gioia a Dio, questo riempirebbe di felicità il suo cuore: lasciarci andare al suo amore, deporre la corazza dell’auto-giustificazione. Lui ha il coraggio di guardarci negli occhi e di riconoscerci come figli.
Se solo noi riuscissimo a guardare nei suoi occhi e a riconoscerlo amore, tenerezza infinita, promessa di vita! Basterebbe questo, solo questo, per consentire al suo amore di dare pienezza alla nostra vita e a noi di riempire il suo cuore di gioia.