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Credenti davanti a Dio. Autentici davanti al mondo – BUONA DOMENICA! XIII DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A

Chi accoglie voi, accoglie me. (Mt 10,40)

In queste ultime settimane le letture ci hanno riempito di positività. Il ritorno al Tempo Ordinario è sempre caratterizzato da una full immersion nel ministero pubblico di Gesù, da un camminare accanto a lui, da un sostare con le folle per scoprire la bellezza e la pienezza travolgente dei suoi gesti e delle sue parole. Parole e gesti che risollevano, che nutrono, che sostengono, che guariscono, che chiamano. E se il Tempo Pasquale ci ha fatto sperimentare sulla pelle l’autenticità del suo amore, il Tempo Ordinario ci ha riportato a una quotidianità piena di lui. I brani evangelici accolti nelle ultime domeniche ci hanno lasciato come retrogusto una convinzione: siamo amati, non siamo soli, contiamo per Dio, per lui siamo preziosi. Ed è questo a renderci forti. Questo a strapparci da ogni forma di non-senso, questo a riconsegnarci alla vita tutte le volte che qualcosa prova a strapparcela di mano.
Ma sapete qual è la bellezza della nostra fede? La reciprocità!
Di fronte a noi non c’è il dio che ama ingozzarsi di doni umani. Ma non c’è neppure il dio che degli umani non sa che farsene. Il nostro non è il dio dei superpoteri a cui smettiamo di credere appena la logica ci consente di capire che 2+2 fa 4. Ma non è neppure il dio a cui il mondo poco interessa.
Fin dall’inizio, la storia della salvezza ci ha svelato un Dio sempre in rapporto a qualcuno… e a un qualcuno decisamente molto umano e poco perfetto: Mosè (e Aronne, ma anche Myriam), Giacobbe (con Rachele… ma anche Lia), Abramo (e Sara)… fino ad adam, l’uomo e la donna tratti dalla terra, che Dio stesso aveva fatto vivere della sua stessa vita. Noi, per fede, crediamo in un Dio che non ha salvato il mondo da solo. Per farlo ha assunto, come sua, la fragilità, la finitudine, la mortalità, in una parola: l’umanità… Lui ha scelto di essere Dio – mi perdoni chi la sente come una bestemmia – legandosi a maglie strette a noi.
Questa certezza è ciò che dobbiamo mettere alla base quando i nostri orecchi vengono raggiunti da parole come quelle che il Vangelo oggi ci offre: «Chi ama padre o madre più di me… figlio o figlia più di me… la propria vita, se stesso più di me… non è degno di me…».
Oggi il Vangelo ci tira fuori da noi stessi e ci chiede, con forza da che parte stiamo.
Siamo felici di saperci amati. Siamo immensamente grati di saperci preziosi per Dio. Ma non può bastarci. Da credenti, poiché battezzati, sappiamo che una vita ci attraversa e ci rende nuovi, ci consente di guardare il mondo attorno con occhi e cuore nuovo. È la vita risorta e liberante di Dio.
Ed è di fronte a questa pienezza di vita che con coraggio dobbiamo chiedere a noi stessi che fine gli vogliamo far fare: se ridurla a noi stessi, e al nostro personale gongolamento, o se farcene carico perché questa stessa vita sia tale per chi vive attorno a noi, e con noi, nella stessa porzione di mondo.
Usciamo fuori dai nostri gusci, dai rimpianti, dalla ricerca povera di un benessere solo personale (e intendo anche solo familiare)! Smettiamola di tenere per noi il dono, perché certi beni è nella divisione che si moltiplicano!
Se siamo battezzati, se a Dio ci accostiamo da credenti, allora di fronte al mondo non possiamo che essere autentici. Autentici seminatori di quella stessa vita che ci attraversa, di quella stessa luce che non possiamo trattenere, di quella stessa bellezza che ci fa vivere.
E se a volte per fare questo dovremo pagare qualcosa, non dovremo mollare. Ma chiedere con coraggio a quella Vita di sostenere con noi il braccio di una croce. Lo farà!

Nessuna paura, siamo in una botte di ferro – BUONA DOMENICA! XII DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A

Voi valete più di molti passeri (Mt 10,31)

Nessuna paura, siamo in una botte di ferro, anzi d’amore!
È la prima cosa che mi viene in mente fermandomi sulle letture di questa dodicesima domenica del Tempo Ordinario.
«Eh…», mi direte, «nessuna paura! Facile a dirsi… ma nella vita di tutti i giorni è ben altra la storia. E quella botte di ferro sembra abbastanza fragile. La fede non ci esime da sofferenze. Dio non ci difende da situazioni di pericolo. E quei passeri di cui parla il Vangelo a volte sembrano passarsela meglio di noi».
Che cosa rispondervi? Quello che pensate è legittimo. Ci sono volte in cui ciò che viviamo è più vicino all’esperienza del maltrattato profeta Geremia che alla rassicurante parola di Gesù. Ci sono volte in cui a farla da padrone sono le esperienze di amarezza, delusione, scoraggiamento. Ci sono volte in cui di rassicurante attorno a noi c’è ben poco: contesti sociali, lavorativi, parrocchiali, politici, a volte familiari sono tutt’altro che rassicuranti. E il futuro che ci si prospetta d’avanti più che una via avvincente da percorrere, sembra essere un muro di gomma contro il quale rimbalziamo e torniamo indietro. Eppure proprio in momenti così dobbiamo dire seriamente a noi stessi chi vogliamo essere. Proprio di fronte alle grandi e profonde contraddizioni, anche personali, dobbiamo mettere in luce le motivazioni che ci fanno dire da che parte stare.
La paura non è antitetica alla fede… Mai! E di fatto il Vangelo non la mette al bando. Ma proprio il fatto che Gesù dica ai suoi: «Non abbiate paura…» significa che la paura esiste, è possibile e naturale.
Ciò che è antitetico alla fede-fiducia è il lasciarsi vivere dalla paura, il fare della paura il criterio delle proprie scelte, consentire alla paura del futuro, degli altri, di noi stessi, di Dio, di scegliere al posto nostro.
Gesù ci affronta così come siamo, nella realtà di ciò che siamo e di ciò che viviamo, e ci fa una proposta: fidarci di Colui a cui stiamo a cuore, di quel Signore e Creatore che non ci ha sganciati nel mondo lasciandoci da soli nel mondo; fidarci di Chi ogni giorno prova a liberarci da noi stessi, da quelle schiavitù in cui ci invischiamo e da chi vorrebbe condizionare vita, scelte e dono.
L’invito del Maestro di Nazaret è alla fiducia piena, perché Colui che sussurra vita al nostro orecchio interiore poi la genera. Colui, la cui parola ci sostiene in tempi aridi e ci illumina nelle notti, non ci trascura, non ci dimentica, non prende le distanze da noi. Ce lo ricorda Geremia che, pur sperimentando solitudine e tradimento, sa con certezza di avere in Dio il fondamento della propria vita e del proprio futuro. Ce lo ricorda Paolo nella lettera ai Romani: noi siamo destinatari di un dono immenso che proprio il Signore Gesù ci ha ottenuto. In lui siamo figli, eredi per sempre della grazia… che è null’altro se non amore gratuito dato non con misura, ma con sovrabbondanza.
E allora, discepole e discepoli di ogni tempo: che cosa temere? Noi siamo al centro del cuore di Dio. Noi siamo tesoro prezioso custodito nel palmo delle sue mani. E seppure la paura fa o farà capolino nella nostra vita, la certezza deve essere una: non potrà allontanarci dal suo amore, non se noi sceglieremo di giocare la carta della fiducia, lasciandoci portare lungo le sue vie che sono vie di Vangelo, di vita, di futuro.

Ascoltare la Voce e custodire l’Alleanza – BUONA DOMENICA! XI DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A

Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, li mandò.

Come vi sentite? Come state? Sì, in questo momento storico, proprio oggi, come ti senti? Che cosa stai vivendo? Quale piega ha preso la tua vita?
Quanto vorrei che avendoti di fronte, o commentando sui social, tu mi potessi dire: «Bene, grazie, sr Mariangela! In questo momento vado alla grande». Mi piacerebbe e te lo auguro di cuore.
Ma se in questo ora, leggendo, i tuoi occhi si sono offuscati e il sorriso appena accennato si è spento; se davanti a queste domande vorresti solo cambiare discorso; se no, le cose non vanno bene come speravi e la tristezza si alterna a quella stanchezza interiore difficile da domare; se sì, sei stanco e vorresti dare un taglio a tutto… allora non farti scappare l’occasione di fermarti, leggere e lasciarti raggiungere da queste straordinarie letture.
L’evangelista Matteo ci porta tra le folle che seguono Gesù. Nei versetti che precedono il brano che questa undicesima domenica del Tempo Ordinario ci dona, l’evangelista ce lo fa vedere all’opera tra case, campi, barche, strade… È instancabile. Non ha freni! Incontra chiunque e sembra che la sua unica preoccupazione sia dare vita, ridare vita, riportare alla vita, liberare la vita. E sembra che per lui questo significhi annunciare il Regno, portare il Regno.
Ma pensate che straordinaria immagine di Gesù l’evangelista ci mostra: vede le folle, le vede! Vede la loro stanchezza. Le sente sfinite! Le guarda negli occhi, le scruta nel cuore, dà peso alle loro fatiche. Per lui contano. Se ne vuole fare carico, e vuole che altri lo facciano. Vuole che il suo modo di farsi carico della vita continui anche dopo di lui. E per questo chiama. Chiama perché altri imparino a vedere, e vedendo imparino a sentire compassione, a farsi carico dei pesi, della tristezza, della fatica altrui; imparino a liberare e dare vita. Sembra che l’unico suo comando sia: guarire, risuscitare, purificare, scacciare demòni e donare.
Questa totalità e gratuità del bene, diffuso a larghe mani da Gesù, riecheggia in modo forte nelle parole di san Paolo che ci raggiungono con la seconda lettura: in Gesù, il Dio creatore ci ha regalato la vita, ci ha riscattati da ogni forma di male, ci ha liberati, ci ha tirati fuori da qualsiasi marcio e ci ha risollevati a lui, ci ha riportati nel suo abbraccio, ci ha riscattati. E non lo ha fatto perché ce lo meritavamo. San Paolo è chiaro: siamo dei riconciliati, siamo dei riscattati, siamo dei liberati solo perché qualcuno ci ha amato e si è preso cura di noi. Stop! Nessun merito, nessun prezzo.
In Gesù l’umanità ha potuto tornare a scoprire il Dio Salvatore che solleva su ali di aquila, dove nessuno può più fare del male; il Signore presente che libera da ogni schiavitù; il Custode che non dimentica la sua alleanza.
In Gesù continuiamo a essere preziosi agli occhi di Dio, suo tesoro, sua terra riscattata. E proprio per questo siamo un regno di sacerdoti, capaci di celebrare la vita, di rinnovarla, di farla risorgere.
Dio a Mosè dice: «Darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza». È a questo che continuiamo a essere chiamati. Perché l’esperienza di salvezza, dono inaudito e totale, ci chiede di diventare salvezza. Chiama me, chiama te, ci chiama per nome e ci chiede: «Vuoi portare vita? Vuoi liberare? Vuoi che altri, attraverso te, si sentano raggiunti dall’amore di Dio?».
La sua voce ci raggiunge. La sua alleanza ci interpella. Custodirla è rispondere.

UNA PREGHIERA COME SOSTEGNO

Ci riconsegni alla vita

Ci capita, Signore:
a volte, ci impantaniamo nello scoraggiamento,
nell’amarezza, nella delusione.
Capita anche a noi
che dovremmo
credere nella risurrezione,
nelle vie nuove che lo Spirito
può sempre aprire,
nella provvidenza.
Siamo stanchi e sfiniti,
disorientati da un andare
che non è una via.

Ma noi oggi vogliamo
guardare te e rinnovare
la nostra più intima certezza:
tu sei per noi, instancabilmente
dalla nostra parte.
Ti fai carico di ogni nostra amarezza
e ci riconsegni alla vita.
Noi ti lodiamo, Signore.
Amen.

DAL VANGELO DELLA DOMENICA
(Mt 9,36-10,8)

In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù invò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

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Dio nutre – BUONA DOMENICA! Solennità del Corpo e Sangue del Signore – ANNO A

«Chi mangia la mia carne
e beve il mio sangue
rimane in me e io in lui»
(Gv 6,56)

Che cosa celebriamo nella solennità del Corpo e Sangue di Gesù?
Oggi credo che i bambini a messa potrebbe restare un po’ perplessi. Forse accade così anche quando iniziamo a parlare loro della Prima comunione. Quando gli diciamo che ci prepariamo a mangiare il Corpo e Sangue del Signore. Nella loro logica, detta così, sembra di aver a che fare più con una prospettiva degna del migliore cannibalismo che non con amore, bontà, dono. Ma forse non sono i soli. Anche chi è lontano dalla nostra fede e dalla comprensione del nostro linguaggio potrebbe pensarla così, e restare alquanto perplesso. E poi ci siamo noi! Noi che da anni celebriamo questa solennità in grande stile e “partecipiamo” con fedeltà di quel Corpo e di quel Sangue che sono la nostra salvezza. Noi che a quel dono dovremmo lasciarci andare e da quel dono farci impastare.
Continuo a chiederlo a me stessa: che cosa celebriamo nella solennità del Corpo e Sangue di Gesù?
Diciamo, e crediamo, che Gesù di Nazaret è il Dio fatto carne, è la nostra possibilità di vedere Dio, di sentire e percepire il suo cuore, di lasciarci attraversare dal suo amore. Verissimo! E infatti la solennità che oggi celebriamo spalanca le porte a una specifica caratteristica di Dio: Dio nutre; e nutrendo sostiene; e sostenendo dà la vita; e la vita è salvezza.
Dio nutre: che meravigliosa certezza! È ciò che Mosè chiede al popolo di ricordare. Quel Dio che fa uscire, poi si prende cura. A quanto pare è la sua logica. Ha fatto uscire i progenitori dal giardino, perché imparassero a desiderare la Vita, e li ha vestiti, prendendosene cura. Ha fatto uscire Israele dall’Egitto, perché sperimentasse la sua presenza e imparasse a contare sulla sua cura, e lo ha nutrito, sostenuto, difeso, accompagnato. Ha spinto Gesù nel deserto, perché in quanto uomo sentisse il limite delle sue forze e in quanto Dio indicasse nella Parola il vero nutrimento. Ha incontrato le folle fuori da case, città e paesi, dove nulla se non ciò che è condiviso può diventare cibo che nutre. Ha oscurato e fatto tremare la terra e squarciato il velo del tempio, perché fosse chiaro che né la terra né il cielo sono sicurezza, e in quel momento, in un luogo detto Cranio, luogo di condanna e morte, ha spezzato per noi suo figlio, e in suo figlio se stesso. Lo ha reso pane, cibo, nutrimento. In quel momento, sulla croce, qualcuno ha visto la morte di un figlio d’uomo e ha accusato l’uomo; altri hanno visto morire il Salvatore, reggitore di mille speranze, e sono fuggiti; altri hanno sentito morire il figlio di Dio e hanno alzato il dito verso Dio.
Ma colui che aveva preso il pane, lo aveva benedetto, spezzato e condiviso, colui che aveva detto: «Prendete e mangiate, questo è il mio corpo», lui offre tutto se stesso, il suo stesso spirito, la sua vita, perché chi di lui si fida possa riceverla con abbondanza.
Ecco, celebrare la solennità del Corpo e Sangue di Gesù significa ricordare a noi stessi che Dio, il Dio comunione, il Dio vitalità, il Dio trinità ed effervescenza d’amore, ci raggiunge sempre e ci nutre. E si fa per noi pane, cibo, sorgente inesauribile di vita e di gioia!

UNA PREGHIERA COME SOSTEGNO

Pane di vita, sorgente di gioia

Signore Gesù, pane del cielo,
ogni giorno ci nutri di vita,
di quella vita infinita
che vibra nel cuore di Dio.

Sei pane che alimenta
il più flebile dei nostri respiri.
Se nutrimento che dà forza
quando tutto sembra consumarci.
Sei cibo che sazia la fame di senso
e acqua che disseta l’arsura più tenace.

Possa il nostro cuore cercarti, Signore Gesù,
possa tutto di noi desiderare te,
pane della vita, sorgente della gioia.
Amen.

DAL VANGELO DELLA DOMENICA
(Gv 6,51-58)

In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

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«Dio misericordioso e pietoso, ricco di amore e di fedeltà»- BUONA DOMENICA! Solennità della Santissima Trinità – ANNO A

Sia benedetto Dio Padre,
e l’unigenito Figlio di Dio,
e lo Spirito Santo;
perché grande è il suo amore per noi.
(Antifona)

Ve lo confesso. Oggi anno, quando arriva il momento di commentare le letture che la liturgia di questa splendida solennità ci propone vado in crisi. La Trinità è un mistero immenso e ogni parola non fa altro che chiudere ciò che è aperto, mettere un limite anche se non intenzionale e solo linguistico a ciò che di per sé è l’infinito per eccellenza.
Oggi il modo migliore per meditare questo grande mistero è il silenzio. Certo non si possono lasciare pagine bianche, né si può registrare il nulla. Ma quello che oggi chiedo a me e propongo a voi è di celebrare la Trinità ricavandoci del tempo per contemplare la sua presenza tra noi, le sue meraviglie, la sua opera.
“Certo”, mi direte… “e come si fa? C’è qualcosa di più invisibile? Di più intoccabile? Di più misterioso?”.
E avete ragione! Come fare allora per contemplare le opere che Dio – Padre, Figlio e Spirito Santo – compie? Cosa ci dicono le letture?
Partiamo dalla prima. Nel Libro dell’Esodo il Signore si presenta a Mosè, e lo fa chiamandosi per nome: «Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà». Questo è il suo nome! Nella seconda lettura, san Paolo, scrivendo ai Corinzi, non ha dubbi e parla di un Dio dell’amore e della pace, di un Dio che nella grazia offerta dal Figlio, nell’amore partecipato del Padre e nella comunione donata dallo Spirito diventa benedizione. In ultimo il Vangelo – quasi come una ciliegina sulla torta – mette un punto definitivo, semmai fosse rimasto qualche dubbio: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio». E tutto questo ha un’unica motivazione: salvare, donare vita eterna, letteralmente vita che non muore. E noi lo sappiamo: il Figlio donato significa molte cose. 1: la nostra umanità non è più altro rispetto a Dio. Dio non la salva come altro da sé. Dio ci ha portato in sé. 2: nel Figlio abbiamo ricevuto lo Spirito, che è sempre molto altro e molto oltre il nostro pensiero. Lo Spirito è la vita di Dio, la sua generatività, il suo continuo e instancabile soffiare vita nella morte. 3: nel Figlio noi possiamo conoscere il volto, il cuore, la passione di Dio, che altro non desidera se non includerci in sé, in quella vita che non è mai uno, non è mai chiusa e definita, non è mai fissità inscalfibile. Dio ha mandato suo Figlio perché l’umanità smetta di credere in un Dio irraggiungibile e tremendo e inizi a credere in quel Dio che dal primo momento – nella notte del tempo e dello spazio –, quando nulla era, nulla esisteva, ha voluto che la vita fosse, e fosse in eterno divenire, mai uguale a se stessa, mai ripetitiva, mai bloccata. Dio ha mandato suo Figlio perché ricordassimo che il suo nome e il suo volto è misericordia, amore, tenerezza, fedeltà.
Alla luce della Parola che oggi la liturgia ci ha donato, come possiamo allora contemplare la sua presenza tra noi, le sue meraviglie, la sua opera? Dio ha a che fare con l’amore, con la bellezza, con la fedeltà, con la vita in tutte le sue trasformazioni, con il non-finito, il non-determinato, il non-bloccato.
Oggi allora prendiamoci del tempo e contempliamo ciò che nella nostra vita a che fare con tutto questo. Perché dove c’è amore, bellezza, vita, fedeltà, autenticità, lì c’è Dio. E non un Dio monolitico, ma un Dio plurale; non un Dio “bloccato”, ma un Dio in eterno movimento, perché questo è amore.
Oggi, contempliamo e ringraziamo. Perché lui, «Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà» continua ad amarci e a includerci in sé. Sempre. Tutti.

Li udivano parlare la propria lingua: raccontavano le opere di Dio – BUONA DOMENICA! SOLENNITA’ DI PENTECOSTE – ANNO A

Come il Padre ha mandato me anch’io mando voi.
(Gv 20,21)

Quanto ne avremmo bisogno! Quanto avremmo bisogno di parlare ogni lingua possibile per raccontare le grandi opere di Dio, soprattutto una, la più inedita e sorprendente: Gesù! Non mi sono sbagliata, intendo proprio dire Gesù. È lui la più straordinaria “opera di Dio”. Lui, il non-creato, è stato generato per noi, perché la vita di Dio, il suo soffio, la sua generatività ci raggiungesse, ci penetrasse e facesse esplodere in noi Amore. Ditemi, non è forse immenso tutto questo?
Dobbiamo imparare a raccontare Gesù, dobbiamo desiderarlo, dobbiamo lasciare spazio allo Spirito perché diventi in noi parola buona, parola che salva, parola bella che genera vita, e ci genera alla vita. È questo il progetto di Dio, è questa la sua opera, iniziata al principio del tempo, quando nulla esisteva ancora, portata a compimento nella vita, nella morte e risurrezione del Figlio suo, e realizzata ogni volta che ognuno di noi si apre a lui.
Non c’è nulla che possa frenare lo Spirito di Dio se non noi stessi. Gesù è abituato a entrare varcando porte chiuse. Sa sostare tra chi per paura preferisce posizioni di chiusura e prudenza. Sa abitare le nostre paure. Sa parlare al nostro dubbio. Sa placare le nostre inquietudini.
Non c’è nulla che possa bloccare noi. Non c’è nulla che possa impedirci di accogliere, di aprirci, di diventare casa del dono. Non c’è nulla che ci renda incapaci di dire il nostro sì. Una cosa però è certa: non possiamo confrontare le risposte né possiamo indicare uno le vie all’altra. Nessuno di noi può farsi misura per un altro. I carismi sono diversi, perché infinite sfumature ha la vita di Dio, e lo Spirito ci rende parte di quella vita. In Gesù Signore continuiamo a riceverlo, e lui in noi si fa molteplicità e differenza.
Quanto è bello lo Spirito, che ci rende uguali proprio perché diversi; e chiede a ognuno di noi una risposta unica, perché unico e non omologabile è il dono.
L’intelligenza, la parola, la creatività, la lentezza, la vivacità, la pacatezza, la profondità, il brio, l’arguzia, la determinazione, la delicatezza… e ognuno ne aggiunga di propri: sono tutti doni dello Spirito, doni non legati ad alcun merito, e per questo gratuiti, doni per il bene comune. Il bene comune, già… Che magica parola. Il bene comune. Il bene di tutti. Non il proprio, non il mio. Ma il bene di tutti, di tutti noi, perché noi siamo corpo. Per questo non possiamo essere io. Noi siamo corpo. Per questo non possiamo che vivere e far vivere. E lo Spirito in questa meravigliosa avventura è dalla nostra parte. Invochiamolo, lasciamogli spazio, diventiamo la sua casa!
Il tempo di Pasqua si conclude oggi, solennità di Pentecoste, facendo risuonare per noi una promessa compiuta. Quel «ricevete lo Spirito Santo», pronunciato da Gesù per i suoi discepoli continua a essere una promessa certa anche oggi, per noi: è risposta a ogni nostra invocazione, è certezza di un dono che continuamente ci supera e ci rende nuovi. Lo Spirito di Dio, il soffio della sua vita, l’Amore che costantemente unisce il Padre e il Figlio, scorre anche in noi, tra noi, vivifica il mondo e lo rende vivo. Invochiamolo! Senza mollare mai. Oltre ogni scoraggiamento, c’è lui, lo Spirito Santo di Dio, capace di abitare ogni nostra timore, di dare vita in ogni situazione di morte, di risollevarci e riportarci a Dio, di renderci nuova creazione, capace di rendere visibile la straordinaria opera di Dio per noi.

Stare a guardare il cielo… – BUONA DOMENICA! ASCENSIONE DEL SIGNORE – ANNO A

Questo Gesù,
che di mezzo a voi
è stato assunto in cielo,
verrà allo stesso modo
in cui l’avete visto
andare in cielo.
(At 1,11)

«Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?»
Domanda tosta e diretta, rivolta a quegli undici apostoli ancora troppo divisi tra terra e cielo, tra gli eventi ancora vivi della crocifissione e morte e quello straordinario stare di Gesù con loro. Quasi una seconda vita, una nuova possibilità per ridare senso a quelle sue parole e gesti che ora possono essere guardati con occhi e cuore nuovo.
Ma la stessa domanda è rivolta anche noi, donne e uomini che abbiamo scelto di avere in Gesù la via verso la pienezza, il senso stesso della nostra vita, la verità che può donare nuove lenti con cui scoprire e vivere il mondo: «Donne e uomini di Gesù Cristo, perché state a guardare il cielo?».
Il messaggio è chiaro: non siamo fatti per stare con gli occhi all’insù, per attendere che i miracoli accadano da soli, per legare la nostra fede e la fede delle nostre sorelle e fratelli a cose che non hanno nulla a che fare con la terra. Ma d’altra parte non siamo neppure donne e uomini di sola terra. Non può bastarci misurare, governare, gestire, calcolare. La sola terra o il solo cielo sono infondo le due tentazioni con cui gli apostoli si misurano: prima cercano di allontanare Gesù da tutte le possibili situazioni rischiose, poi tentano di depistarlo da quelle sue strane premonizioni che sanno di incomprensione, sofferenza, rifiuto e morte. Quindi, quando finalmente sembrerebbe tutto chiaro, quando, dopo la Passione e risurrezione, Gesù sta con loro e li apre a una nuova presenza e a una nuova relazione, gli undici non mollano e cercano ancora una volta di tenere tutto sotto controllo: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostruirai il regno per Israele?».
Niente da fare: ancora una volta la terra vince, e vince il tentativo di rimettere ordine nelle cose, nella storia e nella propria vita. Vince il bisogno di certezze… la risurrezione è troppo destabilizzante e l’ascensione non ne parliamo…
Eppure ancora una volta la risposta di Gesù non si fa attendere: di fatto non dà risposte, non impone certezze. Offre e promette un dono, anzi il dono: lo Spirito Santo, colui che solo può aprire al diverso, colui che solo rende capaci di sostenere l’incerto, colui che solo può rendere forti al punto tale da guardare il cielo, da reggere le sue logiche e da trasformare la propria vita in un cantiere. Proprio così, un cantiere, per costruire quotidianamente ponti tra la terra e il cielo, tra la porzione di terra e di vite che abitiamo e quel cielo che costantemente ci chiama.
Noi, donne e uomini che hanno messo Gesù di Nazaret al centro delle proprie scelte, non dobbiamo fare altro: invocare il Dono, lasciarci invadere dal Dono – lo Spirito di Dio – per rendere discepole le genti, dove in quel «discepole» c’è tutta la pienezza di un incontro e di una relazione che rende autentica e piena la vita, capace di bene, capace di futuro, capace di umanità.
Avanti. Nessuna nostalgia ci rallenti. L’amaro in bocca per ciò che non ci saremmo aspettati non ci paralizzi. Possa il dono che attendiamo dal Risorto renderci capaci di costruire vie, ponti, anche nel deserto, anche dove è rischioso, anche quando è difficile se non impossibile… È di questo che ci rende capaci colui che un giorno da quel cielo tornerà.

Io vivo e voi vivrete – BUONA DOMENICA! VI DOMENICA DI PASQUA – ANNO A

Se uno mi ama, osserverà la mia parola, dice il Signore,
e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui.
(Gv 14,23)

Siamo nel tempo pasquale, tempo liturgico in cui riecheggiano parole quali risurrezione, gioia, Spirito Santo, amore. Parole straordinariamente piene di vita, di novità, di ripartenza, di dono. Perché altro non dovrebbe essere la nostra fede, altro non dovrebbe assorbire le nostre energie.
Se potete, leggete l’antifona di ingresso: “Con voce di gioia date l’annuncio, fatelo giungere ai confini della terra: il Signore ha riscattato il suo popolo”. Leggetela, trasformatela in preghiera e perdetevi dentro, perché altro davvero non serve. Siamo dei riscattati. E lo siamo per amore. Nessun prezzo, nessun ricatto, nessun debito: tutto è stato pagato da colui che per noi non vuole altro che salvezza: Gesù, il Maestro di Nazaret che insegna a tavola, il Dio fatto carne, il crocifisso innocente, l’ucciso risorto, colui che è il paradosso fatto persona. E allora di che stupirsi? Perché continuiamo a voler addomesticare il Vangelo? Perché vogliamo tenere sotto schiaffo lo Spirito?
Pasqua è il fondamento della nostra fede, Pasqua ci ricorda in chi crediamo e su che cosa investiamo le nostre energie migliori e la nostra vita. Sì, investiamo. Non rinneghiamo nulla, perché ciò che abbiamo è dono. E il modo migliore per onorare un dono è trasformarlo in dono.
Pasqua è inaudita e improbabile novità che, accadendo, ha messo in questione tutta la storia, e sì, anche il consueto modo di pensare Dio e di porsi nei suoi confronti.
Ora mi chiederete: “Ma che cosa c’entra tutto questo con le letture della liturgia della VI domenica di Pasqua?”. Tutto e niente.
Se cercavate un commento letterale, nulla; se con me preferite prima di tutto gustare e immergervi nella bellezza della Parola, tutto. Respirate la parola di Dio, prima di approfondirla con opportuni commentari. Respiratela, ma non usatela, non manipolatela, non trasformatela in ciò che non è: un’arma. Respiratela perché è voce di Dio che tocca e cambia ciò che incontra!
Ma torniamo alla forza dei brani che la liturgia ci propone.
Filippo, con le sue parole e i segni compiuti, semina fiducia e gioia. Su coloro che scelgono di credere scende lo Spirito Santo. E la novità spacca otri vecchi già in queste prime parole. Perché? Siamo in Samaria, mica a Gerusalemme. Terra di cani, mica di santi? Terra di chi è scomunicato e fuori dal buon seminato. E infatti Pietro e Giovanni partono… A Gerusalemme gli apostoli hanno bisogno di certezze, non di voci. Ma lo Spirito, si sa, segue le sue vie. E scende con abbondanza anche dove meno te lo aspetti.


E lo Spirito è una promessa, è un dono, anzi, è il dono! Dono che per noi, per ognuno di noi, si fa quotidianamente consolazione, forza, determinazione, difesa. Per noi è il ponte verso Dio. È colui che può convincerci a credere nell’impossibile, a generarlo, ad attenderlo. È lui che può portarci nel cuore stesso di Dio, svelarci la pienezza fuori misura di quelle parole del Signore che altro non sono se non la nostra possibilità di pienezza. Per questo ci è chiesto di seguirle, di ascoltarle e accoglierle: perché sono segno di un amore che si fa realtà nella nostra storia personale e nelle nostre scelte quotidiane. Perché sono la condizione di possibilità di quella speranza che non muore, non cede, non molla.
E allora perché perdere tempo in altro? Facciamo della nostra fede in Gesù un esercizio continuo di accoglienza della Parola e delle sue destabilizzazioni, di speranza instancabile, di annuncio gioioso di risurrezione.

Vedere Dio, conoscerne la via – BUONA DOMENICA! V DOMENICA DI PASQUA – ANNO A

Io sono la via, la verità e la vita.
(Gv 14,6)

Vedere Dio… Lasci un commento chi tra noi non ha mai desiderato vederne il volto, scoprire l’intensità dei suoi occhi, ascoltare la profondità della sua voce, sentirsi raggiunto dalla sua tenerezza. E dico proprio a livello fisico, tangibile.
A meno che io non sia proprio strana, credo che molti lo desiderino, soprattutto quando le cose si fanno serie, il carico pesante e il colore della giornata sembra deciderlo più la desolazione che la consolazione. Eppure…
Sì, eppure… lo dico e lo ripeto… Eppure! Eppure non è strano desiderarlo anche se ci siamo abituati a vivere la fede come qualcosa di assolutamente cerebrale. Non è strano desiderarlo e non è strano viverlo. Già… viverlo! Perché Dio è un incontro, non un ragionamento; un’esperienza, non una dimostrazione. È come quando un bambino sente di essere al sicuro tra le braccia della mamma. Puoi dimostrarlo? No, ma è vero. Con Dio funziona esattamente così: lo puoi sentire, lo puoi vivere, lo puoi sperimentare, anche se le tue parole e soprattutto i ragionamenti non riescono a dimostrare quanto sia vero quello che vivi.
Ecco, io credo che quel meraviglioso scambio tra Gesù e Tommaso, tra Gesù e Filippo, Gesù e i discepoli, punti proprio lì. Gesù sposta i suoi discepoli da quelle prospettive di normalità e tradizione. Perché Dio è sempre oltre. E con Gesù lo è stato decisamente molto. Un Dio Figlio… ci può anche stare, ma un Dio uomo è decisamente strano, e un uomo Dio è proprio fuori misura. Eppure è questo ciò che l’evangelista Giovanni descrive: un nuovo modo di scoprire e avvicinarci a Dio, un modo che cambia decisamente anche la nostra vita.
In che senso?! Proviamo a entrare nella Parola che la V domenica di Pasqua ci consegna. Con il capitolo 14 è come se nel Vangelo di Giovanni iniziasse un’ampia parentesi che si chiude solo con il primo versetto del capitolo 18, quando Gesù esce con i suoi dal Cenacolo e si dirige verso il giardino nel quale fu arrestato.
Ma cosa succede prima, alla fine del capitolo 13? A che cosa si legano quelle parole con cui oggi inizia il Vangelo: «Non sia turbato il vostro cuore»?
Gesù nel cenacolo ha appena finito di lavare i piedi ai suoi recalcitranti discepoli, ha annunciato il tradimento, ha intinto un boccone di pane e lo ha dato a Giuda, ha consegnato il comandamento nuovo e ha spezzato il prorompente ardore di Pietro: «Darai la tua vita per me? Non canterà il gallo prima che tu non m’abbia rinnegato».
Possiamo dire senza alcun dubbio che questo brano di Vangelo dalle parole rassicuranti e dagli orizzonti decisamente ampi, arrivi in un momento di grande disorientamento per i discepoli.
Davanti a loro le promesse che hanno valicato i secoli stanno diventando realtà. Almeno nelle parole di Gesù. Colui che aveva detto di essere la porta per tutti coloro che gli sono affidati, colui la cui voce avrebbe condotto verso la salvezza, colui che non avrebbe lasciato che neppure uno solo si perdesse, beh proprio lui, lui che si è appena chinato a lavare le loro sozzure, lui è la via verso il Padre, lui il volto di Dio, lui il suo cuore, lui le sue parole, lui la sua tenerezza.
Non c’è più distanza tra noi e Dio. Noi possiamo vedere, possiamo toccare, possiamo raggiungere.
Lui, troppo uomo per poter essere Dio, ha aperto per ogni essere umano la possibilità di essere Dio. Ma non uno dei tanti dèi potenti e sfruttatori. Lui, Dio respinto e ucciso perché troppo umano, ha reso proprio l’umanità, e l’umanità autentica, la via per scoprire la verità di Dio e poterne ricevere la vita.

Una promessa per i lontani – BUONA DOMENICA! IV DOMENICA DI PASQUA – ANNO A

Se uno entra attraverso di me, sarà salvato
(Gv 10,9)

Siamo cristiani. Sì, lo siamo. O almeno diciamo di esserlo. Ma tecnicamente che cosa intendiamo quando lo diciamo? Se diciamo siamo italiani, o pugliesi, o campani, o veneti, o lombardi significa che ci riconosciamo appartenenti a una particolare comunità che condivide dei valori, riconosce delle radici comuni; ci sentiamo impastati di una determinata cultura e sentiamo di essere figli di specifiche tradizioni. Cosa significa allora essere cristiani?
Voi mi direte: «Ma cosa c’entra questa domanda con il bellissimo brano evangelico del Buon Pastore?».
Ve lo confesso: a sollecitare questa domanda sono le affermazioni di Pietro nella Prima lettura. In questi giorni del Tempo di Pasqua più volte sono risuonate queste parole: «Quel Gesù che voi avete crocifisso Dio lo ha risuscitato, lo ha costituito Signore». E quindi: «Convertitevi! Fatevi battezzare! Salvatevi da questa generazione perversa!». Ve lo confesso. Non so stare nella pace davanti a queste frasi. Sì, frasi. Perché spesso noi cristiani riduciamo il Vangelo a questo: a frasi estrapolate e scaraventate contro qualcuno. A frasi che come pesanti macigni piombano nella vita delle persone e le fanno sentire meno di zero, o colpevoli, o inadatte, o deboli rispetto alle attese di chi sa sempre qual è la via giusta. Certe volte penso che abbiamo imparato più da Pietro che da Gesù. Viviamo un cristianesimo di sentenze, di annunci. Raccontiamo lui, ma forse dovremmo puntare ad altro. A cosa? Se abbiamo conosciuto aspetti bellissimi di Dio lo dobbiamo a quel Gesù che di Dio ci ha mostrato il cuore. E allora forse più che limitarci a raccontare che cosa ha fatto Gesù non dovremmo puntare a far vedere con la nostra vita, le nostre scelte quanto è grande il suo cuore? E non me ne vogliate, ma sempre più frequentemente mi chiedo quanto sarebbe stato diverso un cristianesimo fatto non di parole (e di scomuniche) ma di gesti e parole intimamente connessi, proprio come quelli di Gesù, il Buon Pastore.
Già, caro Pietro… perché non possiamo dire che la “promessa” è per quelli che sono lontani, se poi chi è lontano lo definiamo “generazione perversa”. Chi è lontano andrebbe semplicemente raggiunto, ma non a forza di parole, ma di gesti, di scelte, di una pienezza che sa raccontarsi da sola, senza finzioni, senza sforzi, senza artifici.
Guardate quanto è credibile quel Pastore buono che dà la vita – e la dà in abbondanza – per coloro che gli sono affidati (vicini e lontani). È credibile perché pur di salvare non lesina nulla, non fa passi indietro, non contraddice la sua parola. Ha annunciato pace? E lo fa fino alla fine: non risponde con insulti né con vendetta o inganno. Ha promesso di salvare? E lo fa fino alla fine: si carica di un peccato non suo e lo crocifigge su una croce, lasciandosi crocifiggere.
È questo il Signore che dovremmo lasciar trasparire nelle nostre scelte quotidiane. Il suo amore, la sua cura, la sua promessa di vita dovrebbero poter raggiungere “i lontani” attraverso scelte di inclusione, di accompagnamento, di attenzione, di premura, di difesa dell’escluso, di riconoscimento della dignità, anche della dignità di chi ha sbagliato. Così, e solo così oggi la voce di Dio, Pastore buono, potrà continuare a chiamare. Perché chiunque si sentirà raggiunto da una parola di vita e non di condanna, da una parola di salvezza e non di morte possa scegliere di seguirlo.
Possa il Vangelo fare breccia in noi credenti per spalancare vie di una umanità nuova, autentica e vera.