Nella vigna… – BUONA DOMENICA! XXVI DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A

Pentitosi, andò. 
(Mt 21,30)

UNA PREGHIERA COME SOSTEGNO

Andare nella vigna

DAL VANGELO DELLA DOMENICA
(Mt 21,28-32)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

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I nostri pensieri; e quelli di Dio? – BUONA DOMENICA! XXV DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A

Sei invidioso perché io sono buono?
(Mt 20,15)

Quanto sono distanti i miei pensieri dai pensieri di Dio?”. Immagino che molti tra noi, di fronte alla pagina di Isaia, si siano fatta interiormente questa domanda. E forse l’avranno anche trasformata in una esclamazione, una sorta di dato di fatto, soprattutto alla luce di eventi e situazioni di cui si fa fatica a capire il senso. La prima lettura che la XXV domenica del Tempo Ordinario ci propone si conclude di per sé dandoci anche una risposta: quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri. Ed ecco, cosa spesso accade: pur travolti dal non senso di eventi e magari con lacrime strette in gola noi blocchiamo, quasi congeliamo, la nostra relazione con Dio sancendo definitive distanze: lui lì con le sue vie incomprensibili e noi qui con le nostre situazioni da gestire e accettare silenziosamente. Chi accetta di stare su queste differenti lunghezze d’onda avanza sulla via della fede, chi si ribella rompe con tutto e prima di tutto con Dio, un dio che troppo chiuso nel suo cielo potrebbe anche non esistere, o essere il dio dei falliti, o comunque essere di poco aiuto, quindi non così necessario e sostituibile dalle “proprie gambe”.

E invece il senso delle parole di Isaia è tutt’altro, e lo si intuisce nel brano più ampio che ingloba quello che leggiamo oggi: il profeta sta invitando il popolo a cambiare orizzonti, ad abbattere barriere, confini interiori ed esteriori nella relazione con Dio, a fidarsi di Colui che ascolta, non abbandona, offre gratuitamente la vita, e la offre a tutti. La meta ci viene indicata dall’apostolo Paolo: arrivare al «per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno»; che concretamente significa: avere Cristo al centro della vita, pendere dalla bocca di Dio, cioè comprendere la vita, le relazioni, gli eventi bocca a bocca con Dio, respirando la sua aria, puntando ad ascoltare il suo cuore. E no, non è poesia. I tanti Isaia e Paolo della storia ci dicono che è possibile: è possibile imparare chi essere e come vivere direttamente da Dio. Ma bisogna aprirsi, non misurare e uscire dai parametri molto umani del “ti do perché tu mi dia”. E su questo la parabola che il Vangelo ci offre è lapidaria.
Ma per capirne concretamente il senso dobbiamo indietreggiare di qualche versetto.
Un po’ prima, infatti, l’evangelista Matteo fa risuonare una domanda di Pietro: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?» (Mt 19,27). E sembrerebbe che la risposta rassicurante stia tutta in quei versetti subito successivi: «Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto…». Poi uno strano versetto: «Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi» (cfr. Mt 19,30). E quindi la parabola che ascoltiamo oggi con i suoi operai e il loro faticoso lavoro. Faticoso ma a quanto pare non per tutti…
È alla fine della parabola però che sembra arrivare la risposta di Gesù a Pietro: «Io voglio dare anche a quest’ultimo quanto do a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure sei invidioso perché io sono buono? Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
Ed eccole le vie di Dio lontane dalle nostre anni luce… Dio è pronto a dare le sue cose (la salvezza, il suo cielo, il suo amore) indistintamente a tutti coloro che si aprono, prima o poi a lui. A tutti coloro che gli riservano anche solo un piccolissimo spazio. A tutti coloro che pur negandolo per una vita poi ne percepiscono una scintilla.
Eccolo Dio, sempre pronto a farsi casa dalle prime ore del nostro giorno, fino agli ultimi istanti della notte.
Di questo gioisce Dio. Di questo dovremmo gioire noi.

UNA PREGHIERA COME SOSTEGNO

Più gioia, meno invidia


Siamo con te, Signore,
nella tua vigna,
pronti a lavorare
dalle prime ore dell’alba,
fino agli ultimi istanti della notte.
Siamo con te,
felici per la tua presenza.

Ma insegnaci a gioire con te, Signore,
per ogni sorella e fratello
che scopre la tua casa.
Facci gustare la tua gioia
quando la tua voce
svuota le piazze della solitudine
e riempie di vite il tuo cielo.
Mostraci dove andare,
quali vie percorrere
perché gli ultimi diventino
davvero i primi.
E possa la gioia della gratuità
sostituirsi in noi all’invidia
per la condivisione.
Amen.

DAL VANGELO DELLA DOMENICA
(Mt 20,1-16)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto.
Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”.
Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.
Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

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La legge del perdono… – BUONA DOMENICA! XXIV DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A

Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
(Mt 18,22)

Oggi non riesco davvero a iniziare senza citare una frase tratta dal libro del Siracide, che la Prima lettura ci dona: «Ricordati della fine e smetti di odiare, della dissoluzione e della morte e resta fedele ai comandamenti. Ricorda i precetti e non odiare il prossimo, l’alleanza dell’Altissimo e dimentica gli errori altrui». Queste parole sono un concentrato di energia! Sono una sberla di Dio alla nostra religiosa saccenteria, sono un Suo scossone nel caso ci sentissimo religiosamente in regola.
«Ricordare l’alleanza dell’Altissimo» è ricordare a noi stessi quanto è grande il divario tra quello che noi possiamo dare e quello che Dio ha dato a noi. È dirci con grande onestà che se lo abbiamo conosciuto è perché siamo dei graziati, dei risollevati, dei perdonati, dei liberati, degli amati.
Continuiamo a credere che lui chieda a noi scelte radicali, passi al limite dell’umano, ma è lui a dare, lui si offre a noi: e lo fa per primo, lo fa sempre, e non chiede un contraccambio. Così Gesù si è dato a noi. Così il Padre ha consegnato il Figlio. Così lo Spirito continua a renderci parte di quel loro amore liberante.
Il Libro dei Siracide continua: «Non odiare il prossimo e dimentica gli errori altrui»… respiro un attimo perché questa sembrerebbe davvero grossa, contraria anche a quella correzione fraterna pur indicata dal Vangelo e sì, usata a volte anche a sproposito. Qui il faro va puntato non tanto sulla correzione “fraterna” appunto, ma sulle intenzioni più profonde che la muovono. «Non odiare» è un verbo chiaro, significa: non permettere che qualcosa, neppure il peccato, diventi ostacolo per accorgerti di tuo fratello, di tua sorella; non coltivare verso colei, colui che ti sta accanto sentimenti avversi, guidati dalle ferite, orientati dalla rivincita. Gli errori ci sono. Il peccato c’è, e nessuno è chiamato a far finta che non esista. Il punto è un altro.
Da queste letture, cogliamo l’invito di Dio: vivere e far vivere! Vivere: scegliendo le logiche di Colui che ci ha amato, e nell’amore ci ha salvato; imparando lo stile di Colui che abbracciandoci ci risolleva ogni giorno anche dalle peggiori scivolate.

In Gesù di Nazaret abbiamo avuto la possibilità di scoprire il volto più bello del Dio che crede alle nostre promesse, non tentenna nel darci seconde, terze e infinite possibilità, e si fida della nostra libertà.
Ogni giorno, in ogni singolo istante, so che non devo lasciarmi scoraggiare dal peccato, perché Colui che mi ama, vuole riscattarmi anche quando tutto sembrerebbe davvero perduto.
Ma ogni giorno, in ogni singolo istante, so che non devo lasciarmi scoraggiare neppure dal peccato di chi mi sta accanto, di chi conosco, di chi mi ha deluso, di chi ha ferito… Perché Colui che a me può perdonare l’imperdonabile, può risollevare anche mia sorella, anche mio fratello, anche la mia spina nel fianco, anche il mio nemico.
È questa forse la più difficile verità da dirsi quando si vuole provare a tenere il passo di Gesù di Nazaret. È questa la porta più stretta da attraversare, la via più irta da percorrere. Comprendere e vivere la legge del perdono, che è la legge dell’amore, è quasi certamente il boccone più amaro da mandar giù… ma non esiste nulla di più autentico e fecondo. Non significa essere buonisti. Perché il perdono non ignora il male, non mette la testa sotto la sabbia davanti al peccato, ma pur vedendo accompagna, pur ferito abbraccia, pur stanco risolleva.

UNA PREGHIERA COME SOSTEGNO

70 VOLTE 7

70 volte 7.
È così che ci chiedi di perdonare, Signore:
un “sempre” moltiplicato all’infinito.
Ma per noi donne e uomini fatti di carne
non avresti potuto mettere un limite?

Perdonare all’infinito a volte ci sfinisce,
ci fa sentire lontani dal Regno
e incapaci di vivere le sue logiche.

Sollevaci, Signore, rafforza
le nostre ginocchia vacillanti,
perché del perdono possiamo
gustarne per primi il sapore;
perché perdonati possiamo perdonare,
graziati regalare grazia.
Maestro di misericordia e pane di vita,
insegnaci ogni giorno a seminare perdono
e a coltivarlo nelle piccole cose.
Amen.

DAL VANGELO DELLA DOMENICA
(Mt 18,21-35)

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

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Lo strano caso dei profeti tra noi… – BUONA DOMENICA! XXIII DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A

Dove sono due o tre riuniti nel mio nome,
lì sono io in mezzo a loro
(Mt 18,20)

Chi parla in nome di Dio? Il Signore chi pone come sua sentinella?
Spero di cuore, oggi più di sempre, che ognuno di noi riesca a meditare le tre letture che la XXIII domenica ci propone, perché se tenute insieme ci indicano una chiamata, se isolate potremmo facilmente interpretarle volgendoci verso orizzonti forse lontani dalle logiche evangeliche.
Il brano di Ezechiele sembra una chiamata alle armi: «Cristiani di tutto il mondo unitevi». E forse per qualcuno, sarebbe meglio: «Cattolici di tutto il mondo unitevi!». Leggo questo brano e non riesco a non pensare ai tantissimi, troppi, che sentono di essere come i profeti chiamati costantemente ad ammonire i tanti, troppi, sodomiti, impuri, peccatori, malvagi che sono tra noi. Non riesco a non pensare a quanto sia rischioso isolare e far proprie frasi come questa: «Se tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, ed egli, il malvagio, morirà… della sua morte io domanderò conto a te». È di questo che si fa forte chi sempre più frequentemente organizza squadriglie invece di comunità.