«Maestro, abbiamo faticato tutta la notte
e non abbiamo preso nulla;
ma sulla tua parola getterò le reti».
(Lc 5,5)
Quelle che oggi la liturgia ci fa ascoltare le potremmo definire tutte storie vocazionali. Quella di Isaia, quella di Paolo, quella di Simon Pietro, di Giacomo e di Giovanni… Storie intense, pagine belle della Scrittura che riescono sempre a ridare aria ai polmoni, a farci credere in un oltre sempre possibile anche nella nostra vita. Eppure oggi vorrei spostare il focus sulla speranza, perché è a quello che mi riportano queste storie.
Lavorando su un libro che è di prossima uscita mi sono imbattuta in una frase del poeta Charles Peguy: «È sperare la cosa più difficile, a voce bassa e vergognosamente. La cosa facile è disperare ed è la grande tentazione». Disperare è la cosa più facile, ed è la grande tentazione. Quanto è vero! E, sinceramente, ne faccio esperienza continuamente.
Penso a Isaia, e al suo sentirsi uomo dalle labbra impure, infinitamente piccolo rispetto a quell’immensità i cui soli lembi del mantello riempivano una cosa grande come il tempio. Quanto sarà stato immenso Dio davanti a lui! E quanto piccolo lui, con le sue domande!
Penso a Paolo, e al suo sentirsi aborto, più piccolo tra tutti, ultimo rispetto a tutti. E quanto immensamente gratuita è stata quella grazia che lo ha raggiunto, cambiato e riconsegnato alla luce!
Penso a Simone e a quella richiesta folle giunta al termine di una notte difficile perché sterile. Quanta fatica ci sarà stata in quel sì! Ma anche quanta rabbia per potersi risollevare dopo una notte insonne e ricominciare come se nulla fosse stato.
Penso a loro, penso a me, penso a molti tra noi… e poi penso a Dio e a quel suo imprevedibile arrivare nei momenti più strani, a volte più bui, quasi sempre più duri. Lui arriva, ed è come se ci chiedesse di rianimare la speranza, di spingerne le radici di profondità, di non lasciarla marcire per la siccità di superficie.
Quando il re muore e il popolo è in balia di sé stesso, è più facile disperare.
Quando ti rendi conto che ciò che stavi perseguitando per difendere Dio è Dio stesso, è davvero più facile disperare.
Quando hai faticato tutta la notte e ora non ti resta che spendere le tue ultime energie per pulire reti vuote, è indubbiamente molto più facile disperare.
Eppure è proprio in quello spazio di tempo in cui la tua memoria sta mettendo a fuoco le macerie attorno che Dio fa capolino, e con lui la speranza. E no, non c’è nessuna bacchetta magica che ti mostri la via giusta. Ma sì, c’è una presenza – che un po’ è una voce nel cuore e un po’ è il mondo che ti circonda – che ti raggiunge e ti scuote: «Chi andrà per noi?», dice Dio al profeta; «Prendi il largo… Non temere», dice Gesù a Simone.
Ed è in quel frammento di infinito, in quell’istante in cui Dio ti raggiunge che tu puoi, anche faticosamente, scegliere se rianimare la speranza.
La speranza… quella profonda certezza e consapevolezza di essere parte di un oltre che ti vive dentro e che può riaccendere fuochi spenti e ceneri fumanti.
Verso il largo
Signore, quanto pesano le reti vuote
dopo una notte faticosa e sterile!
Quanto pesano le reti vuote
dopo mille notti faticose e sterili!
Ognuno di noi te ne può raccontare gli istanti,
frammenti di storie che come lame
continuano a ferire e fanno sanguinare.
Eppure quando pensiamo di usare
le nostre ultime energie per pulire
e riassettare reti vuote tu ci raggiungi
e ci spingi nuovamente verso il largo.
Aiutaci a fidarci di te e delle tue vette!
Insegnaci a credere in ciò che ancora
non riusciamo a vedere.
Fa’, o Signore, che con coraggio scegliamo
di restare dalla parte della speranza. Amen.
DAL VANGELO DELLA DOMENICA
(Lc 5,1-11)
In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.
Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».
E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.
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