Aprirsi a un Dio sorprendente

 In mezzo a “tanto parlare di abbandonarsi, di lasciare la presa, di lasciarsi andare, ci si scontrerà forse con alcune nostre vecchie convinzioni. Anche nella nostra fede abbiamo bisogno di allentare la presa e spalancare le braccia a un Dio sorprendente. Siamo propensi a ridurre Dio ai nostri preconcetti e sistemi, ma in fondo, Dio ci fa un po’ paura. Vogliamo amarlo, ma ci difendiamo e lo teniamo a distanza.
Ma spesso la sofferenza ci tiene una lezione sull’incomprensibilità di Dio. Dice il Signore, per bocca del profeta Isaia: ‘Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie…’
Questa è davvero un’affermazione liberatoria. Ci esorta a non conformare Dio ai nostri desideri, a non cercare di stabilire noi le regole. Piuttosto
da tutto il turbamento, il caos interiore o la lunga notte, noi usciamo a mani vuote, e quelle mani le tendiamo a Dio.
Il nostro attendere Dio, il nostro domandargli dove ci stia portando, può allora alimentare in noi una crescente sensibilità alla sua presenza, oltre che alla sua assenza. Impariamo ad accettare le sorprendenti vie di Dio e la sua intermittente presenza in mezzo a noi.
Non avere l’ossessione di sapere esattamente che cosa accadrà, ma confida che sei nelle mani di Dio, che guiderà la tua vita”.

da Muta il mio dolore in danza,
H. Nouwen


Nella mia vita ho sperimentato la forza e la verità di queste parole. Ho sentito quanto fossero indispensabili due virtù… indispensabili come l’aria, necessarie come l’acqua: la fortezza, vissuta e implorata come dono dell’andare fino in fondo, del perseverare, nel non tirare i remi in barca. E la pazienza con tutto il coraggio di cui necessita. Già! Il coraggio di attendere, di non supporre, di non chiudersi in apparenti certezze. Il coraggio di pazientare per scoprire vie inimmaginabili, inesplorate, per lasciarsi aprire all’impossibile di Dio che conosce il nostro cuore e la nostra vita fin nelle profondità del nostro essere… profondità a noi stessi sconosciute.
Giuda – dice Pietro alla fine di un romanzo, guardando l’albero dell’impiccagione – se tu avessi pazientato avresti visto la Parola parlare…

Donaci, Signore, il coraggio di attendere, di non anticipare i tuoi tempi riducendoli ai nostri tempi.
Donaci il coraggio di andare fino in fondo, di non lasciare le cose a metà, i sogni a metà, la vita a metà.
Donaci il coraggio di scrutare l’orizzonte, nella notte, come la sentinella…
pronti ad annunciare il nuovo mattino, forti nell’attendere e coraggiosi nello sperare.
Donaci il coraggio di dubitare di noi stessi e di affidarci alla tua invisibile presenza;
a lasciare che la storia quotidiana, feriale e volte brutale, ci insegni a essere figli della luce in ogni notte della nostra storia personale e della storia dell’umanità.