Un tempo eravate tenebra,
ora siete luce nel Signore.
(Efesini 5,8)
La scorsa domenica, III di Quaresima, in compagnia della Samaritana ci ha lasciato un invito, che era al tempo stesso dono: diventare sorgente di acqua zampillante. Oggi in questa IV domenica, in compagnia del cieco nato, l’invito si rinnova: diventare canali di luce, perché nella nostra condizione umana, nelle nostre fragilità, nei nostri limiti o deficienze possa rivelarsi l’opera di Dio.
La domanda che i discepoli fanno a Gesù all’inizio del brano è legittima per la comprensione dell’epoca: «Chi ha peccato perché quell’uomo sia nato cieco?»
Oggi, quella domanda che pure continua a essere posta, è un retaggio che indebolisce la nostra fede tutte le volte in cui rileggiamo la malattia, le disgrazie, le difficoltà come l’effetto più o meno diretto di qualche nostra debolezza o disobbedienza o mancanza verso Dio. Eppure l’invito è uno: diventare canali di luce, diventare lo spazio in cui l’opera di Dio si manifesta.
Non c’è mancanza che tenga, non c’è sofferenza che tenga, non c’è disabilità che tenga, non c’è povertà, limite, fragilità.
Ci siamo noi, esattamente così come siamo.
E c’è Dio, caparbiamente deciso a regalarci la vita, a riempirci di luce, ad aprirci occhi e cuore, e mani e intelligenza, alla sua pienezza. Costi quel che costi. Anche se questo richiede di far saltare quell’idea di Dio che ci siamo costruiti per sopravvivere, per difenderci, per dare un senso al dolore.
La Samaritana ha lasciato la sua brocca, oggi noi siamo chiamati a consegnare la nostra stessa cecità, la durezza del cuore, perché la parola di Dio ci guarisca, ci renda nuovi, capaci di risposte e posizioni scomode.
Dalla risurrezione in poi, dal giorno in cui Dio si è offerto per noi, siamo diventati luce, in noi abita la luce. E non una luce fievole, effimera, ma la luce vera del mondo, la luce che può riconsegnare il mondo alla vita, la luce da cui ogni cosa sorge.
Ognuno di noi, purché attraversato dalla luce, purché casa della luce, è risurrezione. O meglio, può esserlo, ne ha la possibilità, la capacità. Ma nulla è automatico, mai. Tantomeno nella vita di fede. Anche Dio, che pure conosce e ascolta il nostro cuore, si ferma davanti a ciò che il cuore sceglie.
E allora per diventare luce, per essere seminatori di risurrezione dobbiamo scegliere chi essere e da che parte stare. Perché stare dalla parte della vita, scegliere di ostacolare la morte e far avanzare il bene comporta scelte quotidiane.
Il cieco ha ricevuto gratuitamente, ma poi ha fatto la sua parte: ha difeso l’opera della luce, l’ha riconosciuta e ha fatto la sua bella professione di fede: «Io credo, Signore», ha detto.
I suoi genitori, per paura di essere allontanati dalla comunità, letteralmente scomunicati – cosa più che possibile ai tempi in cui l’evangelista Giovanni scrive –, hanno preferito non esporsi.
Noi oggi abbiamo la possibilità di essere canali di luce e risurrezione in un mondo sferzato da morte, da aggressività e violenza, da individualismo, da guerre tra Stati e tra fratelli.
Chi vogliamo essere lo possiamo scegliere solo noi, con scelte quotidiane e continue, capaci di verità.
UNA PREGHIERA COME SOSTEGNO
Luce vera del mondo
Signore Gesù, luce vera del mondo,
a te consegniamo le nostre cecità,
il buio che a volte stringe
il nostro cuore in una morsa
di paura, disorientamento, superficialità.
Io credo, Signore, spalanca
la mia vita alla tua luce.
Noi crediamo, Signore,
rendici canali di luce e risurrezione.
Luce vera del mondo, attraversaci,
sciogli la notte che ci abita,
arresta la morte che ci consuma,
rendici casa dell’Amore.
Amen.
DAL VANGELO DELLA DOMENICA
(Gv 9,1-41)
In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita; sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».
Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui.
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