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CATECHISTI PARROCCHIALI – Novembre 2010: Cammino di santità nell’amore

Il Signore Gesù viene

di Anna Maria D’Angelo

Avvento, attesa di Dio. L’attesa la si sperimenta anche nel rapporto con Dio. Attendere Dio è un atteggiamento religioso fondamentale. È una disposizione del cuore e dello spirito che rende pronti all’incontro. La Chiesa ci invita a destare tale attesa ogni anno durante l’Avvento.
Per noi cristiani il Messia è colui che è venuto duemila anni fa, viene ancora oggi e continua a risvegliare nei discepoli di tutti i tempi il desiderio ardente di rinnovarsi e di cambiare il mondo per preparare la sua venuta alla fine dei tempi.
Che cosa dobbiamo fare? Sta per succedere una cosa nuova, come prepararci?
Oggi gustiamo sempre meno il sapore dell’attesa, adoperandoci perché un nostro desiderio si realizzi! Abbiamo fretta. Non abbiamo
tempo da perdere! Noi adulti non siamo di aiuto ai più giovani. Viviamo un’attesa impaziente che vorrebbe bruciare le tappe, per arrivare subito alla conclusione; diventiamo ansiosi e incapaci di vivere e valorizzare il presente.
Chi sa attendere accetta la scansione delle tappe.
Molti dei nostri fanciulli non sanno che cosa significa desiderare o attendere qualcosa o qualcuno.
In genere ricevono subito quello che chiedono!
Raramente sono invitati a rinviare una richiesta, un bisogno, tanto meno a rinunciare a qualcosa che non è proprio indispensabile.
Eppure il tempo è carico di promesse e di doni.
La testimonianza di Giovanni Battista, conduce il cristiano ad accogliere il Signore che viene. Giovanni è l’uomo che Dio si è preparato perché preceda Gesù e apra agli altri la via dell’incontro con lui.
Dio può compiere la sua promessa perché c’è qualcuno che lo «attende».
Chi attende «tende a» ciò che ancora non c’è.
Giovanni è proteso verso il futuro di Dio e dice a ognuno che cosa fare per accogliere il Messia: il consacrato, l’inviato di Dio, atteso da tutti.
In attesa di Gesù Sappiamo attendere?
L’attesa è il sapore della vita, ma non sempre noi sappiamo gustarlo.
Ogni giorno ci obbliga a momenti di attesa: davanti a un semaforo rosso, nell’ambulatorio di un medico, in fila presso lo sportello di un ufficio, o alla cassa di un supermercato.
Di solito consideriamo quello «un tempo sciupato» o «tempo perso».
Proponiamo alcune attività per aiutare i fanciulli a verificare personalmente se sono capaci di attendere e per favorire in loro lo sviluppo di questo atteggiamento.
Di seguito sono illustrate tre possibili attività da proporre durante gli incontri con i ragazzi per imparare il significato e il valore dell'”attendere”:

  • Il gioco della candela truccata: si dà una candela a ogni fanciullo che dovrà portarla accesa lungo un percorso stabilito e attendere i compagni alla linea di arrivo. Se lungo il cammino la candela si spegne, il fanciullo impegnato ricomincia il percorso tante volte finché raggiunge il traguardo con la candela accesa.
    I primi quattro fanciulli, precedentemente istruiti dai catechisti, fanno spegnere continuamente la candela durante il percorso, in modo da prolungare l’attesa dei compagni e la loro reazione.
    A questo punto i catechisti dichiarano l’obiettivo nascosto del gioco (verificare se sappiamo attendere) e guidano un fecondo dialogo tra i fanciulli per aiutarli a esprimere la fatica dell’attesa. Che cosa avete provato? Chi ha ripetuto il percorso, cosa ha provato? E quelli che sono rimasti ad attendere a lungo?
  • Si possono coinvolgere i ragazzi nella ricerca di persone «in attesa» (una mamma o una coppia in attesa di un bambino, un ammalato in lista di attesa per un trattamento speciale, una coppia di fidanzati prossimi sposi, un giovane laureando, un seminarista prossimo all’ordinazione sacerdotale) da invitare nel gruppo.
    Si può suggerire ai ragazzi alcune domande da fare agli intervistati, quali: Che cosa aspettate di più in questo periodo? Ci sono momenti nella vostra giornata in cui sentite di più la gioia o il peso di quest’attesa? Chi o che cosa ti aiuta ad attendere? L’attesa, a sua volta, ti aiuta a vivere o, invece, ti pesa? Il giorno stabilito, al termine dell’intervista, sollecitare una breve condivisione dell’esperienza sia da parte degli intervistatori sia degli intervistati: Che cosa mi è piaciuto di più? Che cosa di meno? Che cosa ho scoperto?
  • Attendere vuol dire anche sperare o temere qualcosa dall’avvenire. Ci sono attese insopportabili quali quelle vissute dal malato, dal detenuto, da chi si trova lontano dai suoi da troppo tempo. E ci sono attese piene di gioia, come quelle che precedono un avvenimento felice: una nascita, un matrimonio, una festa familiare. Si tratta di attese che non sono vuote, ma piene di senso.
    I ragazzi si dividono in due gruppi: il primo gruppo individua situazioni di vita serena e gioiosa, di servizio e dono in famiglia, in parrocchia e nella vita; il secondo gruppo individua situazioni di bisogno, difficoltà (discordia, fame, disoccupazione…) che attendono una risposta.
    Entrambi i gruppi portano all’incontro successivo alcuni segni (fotografie, ritagli di giornali, oggetti-simboli…) che presentano ai compagni, mentre raccontano le situazioni individuate.

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi nel numero di Novembre di Catechisti Parrocchiali

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RAGAZZI & DINTORNI – Novembre 2010 – Dossier Intelletto

Sondare le profondità del Mistero

di Fausto Negri

Una favola dei fratelli Grimm racconta di una bella ragazza tenuta prigioniera in una torre da una vecchia strega, la quale le ripete continuamente: «Tu mi somigli». Poiché nella torre non vi sono specchi, la ragazza, convinta di essere brutta, non cerca mai di fuggire. Finché, un giorno, passa il principe azzurro. Lei gli getta i lunghi capelli, lo fa salire e, nello specchio degli occhi del principe, vede la propria bellezza. In quel momento è libera!
L’effetto della fede è qualcosa di simile. Il dono della sapienza non ci dà una conoscenza intellettuale di Dio, ma «affettiva». Così il dono dell’intelletto coinvolge non soltanto la mente ma anche il cuore, la volontà, la passione, e persino l’azione. Da questa esperienza, come per l’innamoramento, scaturisce anche un modo nuovo di valutare e di vedere le cose, le relazioni, la vita.
Per gli antichi Ebrei, la sede dell’intelletto non era il cervello ma il cuore, perché uno conosce veramente quando ama: la conoscenza che si raggiunge con il cuore è più profonda di quella fredda e razionale. Soltanto chi ama vede davvero, perché vede le cose dall’interno.
L’«intelletto» indica la capacità di «leggere dentro», cioè di andare oltre le apparenze. È un dono dello Spirito che illumina l’occhio dell’anima, donandole una più estesa e profonda visione delle cose di Dio.
Il dono dell’intelletto aiuta a trovare un accordo tra alti e bassi della vita, senza lasciarsi andare all’euforia nei momenti di bel tempo, ma nemmeno alla depressione quando si sta per toccare il fondo.

L’intelletto è il dono della profondità contro la superficialità, aiuta ad andare al fondo delle cose, a «vedere penetrando», a saper leggere dentro le situazioni e le persone.
L’intelletto non è, quindi, l’intelligenza come la intendiamo noi, non è l’essere bravi nelle materie scolastiche. È, invece, il vedere le cose e valutarle come le vede e le valuta Dio stesso.
Il dono dell’intelletto può essere riferito a:
• la capacità di conoscere se stessi, senza mascherarsi, valorizzando le proprie doti e superando i propri difetti e limiti;
saper riconoscere e capire a fondo il prossimo: ciò che gli altri dicono e ciò che non dicono;
comprendere in profondità la Parola per gustarla e ricavarne nutrimento per la vita.
E’ importante far capire ai ragazzi attraverso la catechesi che l’esistenza non è una facile nuotata di pochi metri, ma una straordinaria navigazione in mare aperto e, per approdare a nuove terre, occorre saggezza, non furbizia.
È saggio chi, nel mare della vita, tiene come punto di riferimento la luce del faro e la stella polare, non chi insegue i bagliori luccicanti di ogni piroscafo che passa.
Si può proporre ai ragazzi di cercare, sia nel loro ambito quotidiano sia nel mondo di personaggi famosi, esperienze di persone semplici e umili, che sono felici di vivere, e di persone ricche e di prestigio che, invece, sono scontente e infelici.
Metterle a confronto, richiedendo o immaginando risposte a domande simili.
Si constaterà come vi siano, forse, individui fisicamente belli, di successo, con soldi, che sono veri disastri. Sciogliendosi il trucco del divo, al di sotto può apparire un vuoto desolante…
Riflettere, poi, con i ragazzi che non vale la pena inseguire facili scorciatoie, ma occorre osare itinerari difficili, evitando ciò che è comodo e diffidando di chi lo propone. È importante tenere dritta la schiena.

Questi e molti altri suggerimenti per la catechesi dei ragazzi sul numero di Novembre dell’inserto Ragazzi & Dintorni dossier mensile di Catechisti Parrocchiali.

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Scrittori per Dio

Paolo e Paola…

quando anche il lavoro

mette al centro Dio e l’uomo

Paolo e Paola ci sfidano! Ci sfida il loro modo di essere, di lavorare, di scegliere. Ci sfida la loro fede, che ha saputo e voluto dare colore anche al loro lavoro!

penna.jpgPaolo:
“Se davvero c’è un mestiere che è possibile fare senza passione alcuna, chi mai penserebbe al giornalista? Certo, tanti cliché dell’immaginario collettivo peccano decisamente di troppa fantasia. L’idea, però, di una professione ‘totalizzante’, questa sì è vera: una sorta di ‘vocazione’ o ‘missione’, se posso scomodare i termini… Appartengo indegnamente alla categoria da 9 anni, alla Chiesa da… il mio battesimo. Se penso al mio cammino professionale e di vita, non posso non vedere i doni che la Provvidenza mi ha fatto: la fortuna, o meglio la Grazia, di lavorare con (e un po’ spero anche per) il Papa, la Chiesa, il privilegio di essere un tramite fra la loro voce e la gente, tanto distratta quanto assetata di parole vere. Ed è bello, giorno dopo giorno, pure con tutte le debolezze mie e della Chiesa stessa, maturare un senso più forte di appartenenza a questa grande famiglia.
Ma come essere all’altezza di una responsabilità così grande? E’ la domanda che oggi più che mai, festa del nostro patrono, si fa preghiera a Dio”.

Paolo Fucili – 37enne, nato a Fano è giornalista professionista dal 2002. Dal 1999 lavora a SAT 2000, TV promossa dalla Conferenza episcopale italiana, occupandosi di informazione ecclesiale e dal Vaticano. Dal Giubileo dell’Anno santo 2000 ad oggi segue la vita quotidiana della Chiesa e le attività del Papa. Dal 2006 è vaticanista accreditato presso la Sala Stampa della Santa Sede. Insieme a Leonardo Possati ha pubblicato nel dicembre 2007 “Effetto Benedetto. Papa Ratzinger in 40 parole” – Edizioni Effatà.

Paola:
“ ‘Quando lavorate con amore stabilite un vincolo con voi stessi, paola.jpgcon gli uomini, con Dio’. Ho sempre cercato di farmi guidare da queste parole. In questi anni di lavoro mi è capitato di trattare argomenti che spaziavano dalla cronaca pura all’arte, dallo spettacolo allo sport, ma anche argomenti a sfondo sociale dove emergono con forza disagio, povertà estrema, violenza, sopraffazione, e di contro solidarietà, condivisione, amore profondo per l’uomo.
Calandomi nelle pieghe della vita dell’uomo, mi sono chiesta come avrei potuto rispondere alla mia vocazione di giornalista, e giornalista cattolica; quale contributo avrei potuto dare e come avrei potuto essere strumento docile nelle mani di Dio. E man mano mi sono resa conto che la denuncia per le violazioni della dignità umana va di pari passo con la testimonianza dell’amore per l’uomo. Era lì la risposta: essere al servizio dell’uomo denunciando si, il male che mina la sua dignità, facendo emergere, però, anche il bene che si pone al servizio della sofferenza, dando ‘speranza, sottolineando fatti e realtà dove il Vangelo è vissuto’ ”.

Paola Pedullà – salernitana, moglie e madre di 4 figli è redattrice di testate locali dal 1995, giornalista pubblicista e collaboratrice dell’ Ufficio diocesano per le Comunicazioni Sociali della diocesi di Salerno dal 2003. Si occupa particolarmente della nuova figura pastorale dell’animatore della comunicazione e della cultura e realizza, mensilmente, una newsletter “Effatà” rivolta proprio agli animatori della diocesi. Partecipa alle attività dei cooperatori paolini di Salerno.