«Essi stavano fissando il cielo
mentre egli se ne andava»
Dagli Atti degli Apostoli (At 1, 1-11)
ASCENSIONE DEL SIGNORE – Anno C
Uomini di Galilea, perché continuate a guardare il cielo? Sono stupiti e amareggiati, i discepoli.
Il Maestro se ne va proprio ora che, infine, avevano capito il grande disegno di Dio su Gesù, proprio ora che, finalmente, avevano superato il dolore e si erano convertiti alla gioia! Proprio ora che, come nel finale in una bella commedia americana, tutto sembrava chiaro, lineare: il Regno era finalmente iniziato e Gesù avrebbe regnato con i suoi fedeli (?) apostoli per l’eternità. E invece no. Spiazzati, nuovamente. Gesù torna al Padre, e affida l’annuncio del Regno ai discepoli. Che storia.
SCAMBIO SFAVOREVOLE
Uomini di Galilea, perché continuate a guardare il cielo? Quante domande la Parola rivolge al cercatore di Dio. Perché piangi, anima mia, perché su di me gemi? Perché cercate fra i morti uno che è vivo? Dio ci interroga, ci scuote, ci invita ad andare oltre, a crescere, a credere. No, non dobbiamo cercare in cielo il volto di un Dio che ha calpestato la terra. Lo possiamo cercare là dove ha deciso, per sempre, di abitare: in mezzo ai fratelli più poveri, in mezzo alla comunità di coloro che credono nel Nazareno. Paradosso insostenibile del cristianesimo! Prima ci chiede di credere che il Dio invisibile si è fatto uomo. Ora ci chiede di credere che il Dio accessibile si consegna nelle fragili mani di uomini
peccatori e incoerenti! Scambio sfavorevole: invece di incontrare il volto radioso e sereno del Maestro, incontriamo il volto rugoso e segnato dei cristiani…
E SE, INVECE…
Ma se, invece, Gesù avesse voluto dirci qualcosa di nuovo? Di inatteso? Se davvero nei progetti di Dio ci fossimo noi? Se, mettete il caso, davvero Gesù abbia (follemente) affidato l’annuncio del Regno alla Chiesa, peggio: a questa Chiesa? Il nostro non è un Dio manager amministratore di una multinazionale del sacro che dirama le direttive e un numero verde per le emergenze, con gentili angeli che non danno mai risposte utili e fanno solo perdere tempo e pazienza, no. Il Dio presente, il Dio in cui crediamo è il Dio che accompagna, certo, ma che affida il cammino del Vangelo alla fragilità della sua Chiesa. Il Regno sperato dagli apostoli occorre costruirlo, la nuova dimensione voluta dal Signore per restare nel mondo, non è una soluzione magica, ma è una dimensione pazientemente intessuta da ognuno di noi. È il tempo in cui dobbiamo rimboccarci le maniche. Siamo noi, ahimè, il volto di Gesù per le persone che incontriamo sulla nostra strada… Tu che leggi, fratello, sei lo sguardo di Dio per le persone che incontrerai.
Così il nostro Dio originale e spiazzante ha deciso. E così davvero accade.
IL TEMPO DELLA CHIESA
L’Ascensione segna la fine di un momento, il momento della presenza fisica di Dio, dell’annuncio del vero volto del Padre da parte di Gesù, che professiamo Signore e Dio, con la rassicurazione, da parte di Dio stesso della sua bontà e della sua vicinanza nello sguardo di noi discepoli. Ora è il tempo di costruire relazioni e rapporti a partire dal sogno di Dio che è la Chiesa: comunità di fratelli e sorelle radunati nella tenerezza e nella franchezza nel Vangelo. Accogliamo allora l’invito degli angeli: smettiamola di guardare tra le nuvole cercando il barlume della gloria di Dio e – piuttosto – vediamo questa gloria disseminata nella quotidianità di ciò che siamo e viviamo. La gloria di Dio, che abbiamo assaporato, siamo invitati a raccontarla, a renderla credibile ed accessibile, ben consapevoli che solo nel di più, nell’altrove riusciremo finalmente a realizzarla in pienezza.
Restiamo in città, non fuggiamo la disperante banalità dell’oggi, perché è lì che Gesù sceglie di abitare: nell’oggi, nel delirio confuso della mia città. Cerchiamo Dio, ora, nella gloria del Tempio che è l’uomo, tempio del Dio vivente, smettiamola di guardare le nuvole, se Dio è nel volto povero e teso del fratello che incrocio. Il Signore ci dice che è possibile qui e ora costruire il suo Regno. L’Ascensione segna l’inizio della Chiesa, l’avvio di una nuova avventura che vede noi protagonisti in attesa del suo ritorno definitivo. E se la Chiesa ci ha masticato, offeso, provato, combattiamo con più forza, imitiamo i santi che convertirono la Chiesa a partire da loro stessi.
…
Staremo ancora a naso in su a scrutare gli astri? A implorare un intervento divino? O non vedremo – piuttosto – la presenza di Dio tra i suoi discepoli, presenza segnata nella fatica dell’accoglienza, nella vita di fede, nel desiderio di un mondo più solidale da costruire giorno per giorno?
Ascendiamo, fratelli: smettiamola di fare i bambini devoti. Dio – ora – ha bisogno di discepoli adulti, capaci di far vibrare il Vangelo nella vita, capaci di dire la fede in modo nuovo.
(PAOLO CURTAZ)
12 MAGGIO 2013
47a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali
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ma alla dimensione perenne in cui abitiamo.
prima della preghiera, prima delle celebrazione dell’eucarestia ci permette di avvicinarci al Vangelo con la freschezza che merita, con lo stupore di chi vi trova sempre delle novità.
sconosciuta, diversa da ogni altra gioia. È la gioia del sapersi conosciuti, amati, preziosi.
per affrontare la nostra quotidianità con la certezza della presenza del Signore, giorno dopo giorno, passo dopo passo.
La perdizione non è, appunto, il luogo teologico della salvezza? Non veniamo salvati proprio perché, prima, ci siamo smarriti? Con Giuda Gesù potrà dimostrare qual è la misura dell’amore di Dio: l’assenza di misura. Ogni uomo che prende coscienza di sé si pone la domanda: sono perduto o salvato? Gesù risponde: sei perduto e sei salvato.
Ecco la vera gloria, quella che il mondo non conosce. E che nessuno ci può togliere. E se, invece di passare la vita ad elemosinare un applauso iniziassimo a voler amare


non la fragilità, non il peccato, non l’indifferenza, non la contraddizione di esistere. Nulla. Nulla ci può rapire, strappare, togliere da Lui.
A loro papa Francesco ricorda:
il tempo della preghiera e della conversione. È l’intero corpo che soffre e l’intero corpo deve guarire, purificandosi, facendo penitenza. Con sguardo profetico e spirituale, papa Francesco invita tutti noi ad accettare questo momento non per chiuderci a riccio, o lamentarci, o metterci sulle difensive, ma per 









i tre anni di entusiasmante sequela con un crescendo di fama e di popolarità, la promessa fatta a Simone (a lui!) di essere il referente del gruppo, il custode della fede, le gaffes incredibili di Pietro che non riesce a moderare il suo temperamento troppo impulsivo e sanguigno e, infine, la catastrofe della croce.
il cuore asciutto e sanguinante. 

Credere significa appoggiarsi a qualcosa di saldo, fidarsi di qualcuno che è affidabile.
Ma come dar loro fiducia dopo aver dimostrato di essere dei pavidi? Degli incoerenti come anch’egli, Tommaso, lo è stato?
Si butta in ginocchio ora e bacia quelle ferite e piange e ride. «Mio Signore! Mio Dio!».
. Piccola gloria prima del disastro, fragile riconoscimento prima del delirio. Gesù sa, sente, conosce ciò che sta per accadere. Troppo instabile il giudizio dell’uomo, troppo vaga la sua fede, troppo ondivaga la sua volontà. 
Quando accogliamo il dolore e lo affidiamo, quando, nonostante la violenza, siamo resi capaci di perdonare e donarci, anche la nostra vita produce inattesi miracoli, prodigi e conversioni, senza che neppure ce ne accorgiamo. Buon cammino fratelli e sorelle. Lasciamoci trascinare dalla narrazione, riviviamo in noi gli odori, i suoni, le luci e i colori di quei tre giorni in cui Dio morì donando se stesso.










Buona domenica! – Domenica di Pentecoste – Anno C
quasi un vento che si abbatte impetuoso,
e riempì tutta la casa dove stavano»
Dagli Atti degli Apostoli (At 2, 1-11)
DOMENICA DI PENTECOSTE – Anno C
URAGANO
È arrivato, il dono (annunciato) del Risorto. È più folle e più anarchico di come neppure osassero immaginare. Più di ogni altra luce, più di ogni convinzione o determinazione, di ogni progetto o piano pastorale. Eccolo, lo Spirito. Il cuore ora è gonfio, escono per strada, fermano i pellegrini di passaggio a Gerusalemme per la Pentecoste. Parlano del Maestro, lo professano Messia e Signore e presente. È arrivato lo Spirito.
Non è un vento: è l’uragano. Un uragano che li strappa alle loro certezze, che li devasta, che li scompiglia e li scapiglia, che li converte, infine. Il fuoco scende nel cuore e li consuma. Il terremoto fa crollare le loro piccole certezze e i loro progetti ansimanti. No, certo, non ce la possono fare. D’accordo. Sarà lo Spirito ad agire.
PENTECOSTI
Ora la Legge è scritta nei cuori ed è lo Spirito a ricordarcela…
Si divertono a giocare con noi, gli evangelisti. A stuzzicarci e farci uscire dalla sindrome del “sappiamo già tutto”. Ognuno di loro scherza e ci provoca: quando è sceso lo Spirito? Giovanni dice che Gesù dona lo Spirito dall’alto della croce, morendo. O forse la sera di Pasqua, apparendo ai discepoli. O, a credere Luca, nella festa ebraica della Pentecoste. Enigmi da svelare per capire chi è lo Spirito.
Lo Spirito nasce dalla croce perché la croce manifesta la misura dell’amore di Dio che è lo Spirito. È dono totale, definitivo, vitale (Credo lo Spirito che dà la vita professiamo nel Credo). Lo Spirito è dono del risorto e porta con sé i doni della pace del cuore e la capacità di perdonare. E lo Spirito è la nuova Legge che sostituisce quella donata da Dio a Mosé sul Sinai, la festa che gli ebrei festeggiavano il giorno di Pentecoste.
FINALMENTE
Il Consolatore, per sradicare ogni solitudine, per fare della Chiesa la compagnia di Dio agli uomini. Il Vivificatore, per togliere l’asfalto e ogni altra crosta che ostinatamente ricopre il volto di Dio e la Parola. Il Paracleto, per difenderci dalla paura e dalla parte oscura che è in noi e che ci turba impedendoci di essere veramente discepoli. Il Suggeritore, per ricordare ai discepoli cosa ha detto Gesù quando ce ne dimentichiamo.
Egli ricostruisce i linguaggi, ci dona la grazia di capirci, di intenderci, di comunicare. Supera l’arroganza dell’uomo che costruisce torri per manifestare la propria forza e usa il linguaggio del potere che non fa capire, che confonde, che allontana. Pentecoste è l’Antibabele, l’altro modo di capirsi, accomunati dalla stessa ricerca interiore. Eccolo il fuoco, che scalda e illumina, che indica una strada nella notte. Eccola la nube, che tiene lontani gli egiziani e illumina il cammino del popolo che fugge verso la libertà del cuore, la nebbia che toglie ogni punto di riferimento per affidarsi a Dio solo. Ecco il vento che soffia dove vuole: siamo noi ad orientare le vele per raccoglierlo e metterci in navigazione. Ecco il terremoto che ci scardina dal profondo. Ecco la colomba, portatrice di buone notizie, quando torna nelle mani sicure di Noè che l’ha inviata per sapere se il diluvio è finito, mite e arrendevole.
PRUDENZA
Quando la Chiesa si siede o si arrocca fa nascere i santi che la ribaltano. Quando pensate che la vostra vita sia finita, annientata, vi spalanca lo sguardo del cuore. Quando le nostre parrocchie languono, si clericalizzano, si svuotano, si abituano, si stancano, si illudono egli scuote dalle fondamenta, fa crollare i palazzi della retorica e ci spinge a uscire nelle strade del nostro quartiere a dire Dio.
Tenetelo nel cassetto lo Spirito, per favore. È pericoloso, devastante, inquietante.
Gli Atti degli apostoli sono una divertente comica in cui lo Spirito combina pasticci e gli apostoli corrono (invano) cercando di capire cosa fare veramente.
È lo Spirito che guida la Chiesa, anche se cerchiamo continuamente di correggere la rotta. È lui, se vuoi, fratello, sorella, che può orientare la vita verso i cammini della santità. È lui che soffia, nonostante tutto.
(PAOLO CURTAZ)
Vieni, Santo Spirito di Dio di D. Scarpa – F. Buttazzo
in Vieni Soffio di Dio (Paoline 2004)
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